Il voto religioso che ha aperto la porta al fascismo in Colombia

Per capire come Abelardo De la Espriella abbia quadruplicato i risultati storici della destra in zone tradizionalmente refrattarie e abbia consolidato la vittoria regionale, è necessario smontare l’ingranaggio di tre anelli di influenza religiosa e discorsiva che sono passati dai culti locali alla campagna presidenziale

Jhon Forero

Il presidente eletto in Colombia, Abelardo de la Espriella, è un ateo convertito convenientemente in tempo per ottenere la benedizione ed essere l’unto per condurre il Paese per le vie del bene.

Il caso di successo di marketing politico che ha costruito il personaggio della tigre ha molte sfaccettature da analizzare. La principale, forse, è come il suo gruppo strategico abbia capitalizzato l’avere un ateo convertito, che ora è il più credente di tutti e persino vicino a tutte le religioni.

I mercanti della fede hanno saputo capitalizzare in voti la credenza delle persone, il bisogno di risposte che riescano a soddisfare i loro bisogni e che non implichino uno sforzo maggiore. Non è un tema nuovo, ma bisogna risalire alla Guerra Fredda per iniziare a capire cosa è successo in tutto il continente.

La religione nella geopolitica

L’uso della religione come strumento geopolitico all’interno della Dottrina Monroe (sotto la premessa di “America per gli americani”) visse uno dei suoi capitoli più complessi durante la Guerra Fredda.

L’irruzione della Teologia della Liberazione nella Chiesa Cattolica latinoamericana — che metteva il focus sulla “opzione preferenziale per i poveri” e utilizzava l’analisi sociale (di matrice marxista) per denunciare le strutture di oppressione — fu catalogata da Washington come una minaccia diretta alla sicurezza nazionale, che andava estirpata a qualunque costo.

Documenti desecretati e analisi storiche dimostrano come la CIA e gli strateghi della Casa Bianca abbiano articolato e finanziato l’espansione di missioni protestanti, fondamentalmente pentecostali e neopentecostali, per diluire la base sociale della Chiesa Cattolica sia negli USA che in Centro e Sud America e contrastare l’avanzata dell’ala progressista del clero.

Dopo il fallimento dell’Alleanza per il Progresso di Kennedy, il presidente Richard Nixon inviò nel 1969 il governatore di New York, Nelson Rockefeller, in un viaggio in America Latina per valutare la regione.

Il rapporto risultante fu una scoperta che avvertiva esplicitamente che la Chiesa Cattolica non era più un alleato affidabile per gli interessi degli USA. Segnalò che il clero cattolico nelle conferenze episcopali (come quella di Medellín nel 1968) si era convertito in una “forza dedicata al cambio rivoluzionario” e propose una raccomandazione per indebolire questa corrente promuovendo forme alternative di fede che non mettessero in discussione le strutture economiche tradizionali, aprendo la porta al supporto logistico e finanziario a missioni evangeliche di origine USA.

Tutto ciò avveniva nel quadro di un periodo in cui ascendevano la rivoluzione cubana e diversi movimenti rivoluzionari in Centro e Sud America che avevano contato nelle loro file con sacerdoti, come fu il caso di Camilo Torres nell’Esercito di Liberazione Nazionale in Colombia.

La CIA contro la teologia della liberazione

Entrata nella decade degli anni ’70, la CIA e gli enti governativi nordamericani iniziarono a sovvenzionare massicciamente reti di telecomunicazioni di matrice evangelica e anticomunista.

Si potenziò allora la portata di reti radiofoniche come Trans World Radio e HCJB in Ecuador, che trasmettevano sermoni che equiparavano la Teologia della Liberazione e la giustizia sociale con l'”ateismo satanico del comunismo”, esacerbando il maccartismo come dottrina argomentativa di gestione cognitiva.

Si favorì il radicamento del pentecostalismo nelle zone più vulnerabili e periferiche, promuovendo una teologia che enfatizzava la salvezza individuale e interiore (una fuga spirituale dalla realtà materiale) o l’obbedienza alle autorità costituite, neutralizzando le “Comunità Ecclesiali di Base” cattoliche che organizzavano politicamente i contadini e che sollevavano critiche al sistema economico; sapevano che alienando i più poveri avrebbero potuto neutralizzare i focolai di insurrezione.

Per la decade degli anni ’80 la dichiarazione di guerra è ideologica e si pongono le basi forti della battaglia culturale dalla fede. Con l’arrivo di Ronald Reagan alla presidenza USA, il comitato di consiglieri del Council for Inter-American Security redasse il famoso Documento di Santa Fe.

Il testo affermava testualmente che “la politica estera USA deve iniziare a contrastare (non solo reagire contro) la teologia della liberazione così come è utilizzata in America Latina”.

Per gli strateghi imperiali, questa teologia non era dottrina religiosa, ma un’arma di infiltrazione castro-sovietica. Fu progettata una strategia sistematica di “guerra ideologica e culturale” dove la promozione del protestantesimo di libero mercato funzionava come scudo di contenimento; iniziarono così ad apparire le chiese evangeliche nei quartieri poveri, pastori ordinati express, e una risposta metafisica ai problemi materiali della società.

Durante tutto questo processo, il caso più radicale del successo di questa strategia avvenne in Guatemala. Con il supporto dell’amministrazione Reagan, il generale Efraín Ríos Montt (membro della chiesa neopentecostale El Verbo, con sede in Texas) arrivò al potere attraverso un colpo di Stato.

Mentre le dittature del Cono Sud e dell’America Centrale assassinavano sacerdoti cattolici allineati con l’opzione per i poveri (come il martirio di San Óscar Romero in El Salvador nel 1980), Ríos Montt utilizzava la retorica biblica pentecostale per giustificare una delle campagne di terra bruciata e genocidio indigeno più sanguinose del continente. Le agenzie USA sostennero il suo governo sotto la premessa che stava conducendo una “guerra santa” contro la guerriglia comunista.

Nel 1986 un memorandum desecretato della CIA intitolato “Liberation Theology: Religion, Reform, and Revolution” dettaglia la profonda preoccupazione dell’agenzia per la perdita di stabilità politica provocata dai “preti attivisti”.

La “diffusione evangelica” e Giovanni Paolo II

Parallelamente, durante gli anni ’80 si visse una confluenza di interessi tra l’amministrazione Reagan e Papa Giovanni Paolo II (insieme al cardinale Joseph Ratzinger, futuro papa Benedetto XVI). Mentre il Vaticano applicava una purga interna mettendo a tacere teologi della liberazione (come Leonardo Boff), gli USA continuavano a guadagnare terreno culturale attraverso la crescita della “diffusione evangelica”; il ruolo di Giovanni Paolo II nella cortina di ferro e nel rafforzamento degli interessi di Washington fu cruciale.

Il successo della strategia geopolitica nordamericana non si basò unicamente sulla repressione violenta, ma su un processo di sostituzione socio-religiosa: di fronte alle Comunità Ecclesiali di Base cattoliche, dove i poveri si riunivano a leggere la Bibbia e discutere come cambiare le loro realtà materiali (sindacalismo, riforme agrarie), le missioni pentecostali offrivano rifugio emotivo e individuale attraverso l’estasi mistica e la guarigione spirituale.

Vendettero la prosperità finanziaria come una sorta di magia metafisica, finanziata e importata dai tele-evangelisti USA; questa corrente insegnava che la ricchezza materiale è un segno di benedizione divina e il risultato dello sforzo individuale e della fede. Ciò si scontrava direttamente con la visione della Teologia della Liberazione, che concepiva la povertà come un “peccato strutturale” causato dal capitalismo e dall’imperialismo.

Scomponendo i quartieri e le comunità in decine di piccole chiese indipendenti e rivali tra loro, si spezzò il tessuto sociale che permetteva la resistenza civile organizzata contro le dittature militari filo-USA.

A lungo termine, questa trasformazione alterò in modo definitivo la mappa religiosa ed elettorale dell’America Latina, creando basi di elettori profondamente conservatori sul piano culturale e allineati al libero mercato sul piano economico.

Bolivia, l’attacco allo Stato plurinazionale

Oggi vediamo come in Bolivia il fattore religioso sia stato determinante per destabilizzare il progetto plurinazionale. Il punto di svolta moderno avvenne durante la crisi politica del 2019.

L’ingresso di Jeanine Áñez al Palazzo di Governo mentre reggeva una bibbia gigante e dichiarava che “Dio tornava al palazzo” non fu un atto spontaneo. Dietro questo simbolismo operò un forte discorso neopentecostale e di settori cattolici integristi profondamente connessi con chiese e fondazioni del sud degli USA (come il Capitol Ministries, un’organizzazione con sede a Washington che espanse “studi biblici” rivolti a governanti e legislatori latinoamericani).

La fede fu utilizzata per delegittimare i simboli indigeni (come la Wiphala) bollandoli come “satanici” o “pagani”. Gli USA hanno visto di buon occhio queste fratture religiose poiché indeboliscono il nucleo di resistenza antineoliberale in Bolivia: l’identità indigena unificata e il suo controllo su risorse strategiche come il litio e il gas.

Perù ed Ecuador, la “guerra culturale” che dimentica l’estrattivismo

In Perù, l’articolazione religiosa USA si manifesta attraverso il finanziamento e la consulenza legale a collettivi della “guerra culturale”.

Movimenti come Con mis hijos no te metas hanno replicato quasi punto per punto le strategie di mobilitazione della destra evangelica USA. Reti come l’Alliance Defending Freedom (ADF) e fondazioni associate al Partito Repubblicano hanno dotato di strumenti discorsivi congressisti e pastori locali.

Questa alleanza è servita a subordinare le agende del Congresso peruviano a posizioni ultraconservatrici, servendo inoltre come cerniera per blindare un modello economico estrattivista. Canalizzando il malcontento sociale delle classi popolari peruviane verso “panici morali” (come l’opposizione all’educazione di genere), si frena la discussione strutturale sulla distribuzione della ricchezza, l’attività mineraria e la sovranità nazionale.

Nel frattempo, in Ecuador, l’uso di missioni evangeliche risale storicamente al ruolo dell’Istituto Linguistico Estivo (ILV), finanziato dagli USA per penetrare in Amazzonia e “pacificare” comunità indigene prima dell’arrivo delle compagnie petrolifere nordamericane (Texaco/Chevron). Nello scenario recente, il fenomeno si è sofisticato.

Le agenzie di cooperazione e fondazioni satellite nordamericane hanno favorito la crescita di chiese neopentecostali in zone rurali e indigene. Questo genera un contrappeso culturale contro la CONAIE (Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador), la forza sociale di sinistra più organizzata del Paese. Mentre la CONAIE promuove una lotta comunitaria per la difesa della terra contro l’estrattivismo, il discorso corporativo e di superamento personale delle chiese finanziate da reti globali promuove l’individualismo economico, assimilando la popolazione alle logiche del libero mercato. 

Colombia, il voto contro gli Accordi di Pace

La Colombia rappresenta il caso più evidente di come il voto religioso possa alterare direttamente la geopolitica regionale e gli accordi di Stato.

Durante il plebiscito sugli Accordi di Pace con le FARC nel 2016, potenti coalizioni di chiese evangeliche colombiane, strettamente connesse con l’Associazione Evangelista Billy Graham e settori della destra della Florida, mobilitarono milioni di elettori sotto la premessa che gli accordi contenevano “ideologia di genere” che avrebbe distrutto la famiglia. Il “No” vinse per uno stretto margine. Per la strategia di sicurezza USA, mantenere la Colombia sotto una logica di conflitto interno o sotto un controllo strettamente militarizzato è stato vitale per assicurare la sua principale base di operazioni e intelligence in Sudamerica.

La fede servì come il perfetto demolitore democratico per fermare un’apertura politica verso la sinistra che minacciasse la storica subordinazione di Bogotà alle direttive del Comando Sud.

Sotto la versione moderna della Dottrina Monroe, gli USA non hanno più bisogno di inviare marines per assicurarsi il loro “cortile di casa” andino. L’esportazione della matrice religiosa neopentecostale funziona come un meccanismo morbido di controllo sociale. Trasforma il cittadino impoverito in un soggetto che non incolpa le corporazioni né l’imperialismo della sua miseria, ma la propria mancanza di fede o un presunto “castigo divino” per il declino morale della sua nazione, premesse che sono state articolate affinché De La Espriella fosse eletto.

Le passate elezioni presidenziali in Colombia hanno lasciato una mappa elettorale fratturata, ma nel dipartimento di Santander hanno consolidato una tendenza che si stava cucinando a fuoco lento dalle elezioni locali del 2023. La netta votazione ottenuta da Abelardo de la Espriella, che ha spazzato al primo turno del 31 maggio scorso in questo dipartimento con 684563 voti (57% della votazione), non è stata una semplice coincidenza ideologica. Dietro quel fenomeno mediatico dell’autodenominato “Tigre” ha operato una sofisticata e disciplinata rete di articolazione confessionale e istituzionale la cui genesi locale rimanda direttamente al fenomeno dell’ex sindaco di Bucaramanga destituito per corruzione, Jaime Andrés Beltrán.

“Cristianizzare la politica senza politicizzare il cristianesimo”

Per capire come De la Espriella abbia quadruplicato i risultati storici della destra in zone tradizionalmente refrattarie e abbia consolidato la vittoria regionale, è necessario smontare l’ingranaggio di tre anelli di influenza religiosa e discorsiva che sono passati dai culti locali alla campagna presidenziale.

Il Ministero Evangelistico Cammino verso la Libertà, fondato dal padre dell’ex sindaco Jaime Andrés Beltrán, conta una base di fedeli di appena 2500 persone stabili. Politicamente, questo nucleo familiare apporta tra 5000 e 7000 voti disciplinati. Tuttavia, il suo vero valore strategico non è mai stato il numero dei suoi fedeli, ma la sua capacità di validazione morale e metodologica.

Quando Beltrán ruppe gli schemi tradizionali istituzionalizzando i culti nel Municipio di Bucaramanga e presentandosi sotto il motto di “cristianizzare la politica senza politicizzare il cristianesimo”, creò un precedente a Santander: la fede non era più una questione privata della domenica; era una piattaforma legittima di governo e ordine. Abelardo de la Espriella, con un discorso impregnato di riferimenti ai “valori della patria” e il costante appello all'”aiuto di Dio” per fermare l’avanzata del progetto di sinistra incarnato da Iván Cepeda, si inserì perfettamente nello stampo estetico e ideologico che la cittadinanza di Santander aveva già digerito e approvato in precedenza.

Il vero salto quantico alle urne si è dato attraverso l’Associazione dei Pastori di Bucaramanga e Santander e la rete di mega-chiese alleate che è persino riuscita a estendersi in tutto il Paese. Il blocco confessionale che in passato circondò Beltrán — connesso con piattaforme nazionali come Colombia Giusta Libera e ministeri influenti come Missione Pace o il Centro Cristiano di frontiera — attivò una silenziosa ma feroce campagna di pedagogia elettorale dai pulpiti.

A differenza del voto di opinione, che fluttua secondo i dibattiti o gli scandali della settimana, il voto confessionale articolato risponde a direttive di preservazione identitaria. Fonti vicine alle unioni pastorali della regione confermano che la narrazione condivisa nelle settimane precedenti al 31 maggio equiparava la proposta di De la Espriella con la “difesa della famiglia e delle libertà di fronte all’agenda progressista”. Questa rete settoriale ha apportato un pavimento elettorale inamovibile di più di 35 mila suffragi iper-mobilitati nell’area metropolitana di Bucaramanga, fungendo da dinamizzatori e custodi di voti nei seggi il giorno dell’elezione.

Sicurezza e fede: il travaso dell’uribismo

Tuttavia, i dati della Registraduría dimostrano che le chiese da sole non mettono presidenti. I più di 684 mila voti di De la Espriella a Santander hanno richiesto la stessa formula che portò Beltrán al potere locale: il travaso dal piano religioso al piano civile attraverso la bandiera della sicurezza, l’articolazione del discorso di fede con il discorso uribista.

“L’elettore di Santander ha trovato in De la Espriella la versione massimalista di ciò che avevano già sperimentato localmente: una guida con determinazione, sfumature di ‘mano dura’ alla Bukele e un forte sostegno discorsivo ai valori tradizionali”, sottolinea un analista politico dell’Università Industriale di Santander (UIS). Questo estrapolato a tutta la Colombia spiega che, contrariamente a ciò che la destra chiamava “voto fucile”, esisteva il “voto peccato”.

Alla fine, l’articolazione di queste chiese ha funzionato come il sistema circolatorio della campagna di destra nell’oriente del Paese: ha fornito la struttura organica, la fiducia comunitaria e la mistica di una “causa superiore”. Ciò ha permesso che il discorso secolare di ordine, autorità e libera impresa del candidato penetrasse in profondità nelle classi medie e alte di Bucaramanga, Floridablanca e Girón principalmente e in generale nel 90% del dipartimento di Santander, laboratorio di fede.

Ciò che iniziò come un culto del primo giovedì del mese in un municipio locale, finì per pavimentare il corridoio elettorale più solido per la vittoria della “Tigre” nella sua corsa verso la Casa de Nariño.


El voto religioso que abrió la puerta al fascismo en Colombia 

Para entender cómo Abelardo De la Espriella cuadruplicó los históricos de la derecha en zonas tradicionalmente esquivas y amarró la victoria regional, es necesario desarmar el engranaje de tres anillos de influencia religiosa y discursiva que pasaron de los cultos locales a la campaña presidencial 

Jhon Forero 

El presidente electo en Colombia, Abelardo de la Espriella, es un ateo convertido convenientemente a tiempo para obtener la bendición y ser el ungido para llevar el país por los caminos del bien. 

El exitoso caso de marketing político que construyó el personaje del  tigre tiene muchas aristas para analizar. La principal, quizás, es como capitalizó su equipo estratégico el tener un ateo converso, quien ahora es el más creyente de todos e incluso cercano a todas las religiones. 

Los mercaderes de la fe han sabido capitalizar en votos la creencia de las personas, la necesidad por respuestas que logran saciar sus necesidades y que no impliquen un esfuerzo mayor. Esto no es un tema nuevo, peor hay que remitirnos a la Guerra Fría para empezar a entender lo que ha pasado en todo el continente.

 

La religión en la geopolítica

 

El uso de la religión como una herramienta geopolítica dentro de la Doctrina Monroe (bajo la premisa de “América para los americanos”) vivió uno de sus capítulos más complejos durante la Guerra Fría. 

La irrupción de la Teología de la Liberación en la Iglesia Católica latinoamericana —que ponía el foco en la “opción preferencial por los pobres” y utilizaba el análisis social (de corte marxista) para denunciar las estructuras de opresión— fue catalogada por Washington como una amenaza directa a la seguridad nacional, que habría que extirpar al costo que fuera. 

Documentos desclasificados y análisis históricos demuestran cómo la CIA y los estrategas de la Casa Blanca articularon y financiaron la expansión de misiones protestantes, fundamentalmente pentecostales y neopentecostales, para diluir la base social de la Iglesia Católica tanto en Estados Unidos como en Centro y Sur América y contrarrestar el avance del ala progresista del clero. 

Tras el fracaso de la Alianza para el Progreso de Kennedy, el presidente Richard Nixon envió al gobernador de Nueva York en 1969, Nelson Rockefeller, a una gira por América Latina para evaluar la región. 

El informe resultante fue un hallazgo que advirtió explícitamente que la Iglesia Católica ya no era un aliado confiable para los intereses de Estados Unidos. Señaló que el clero católico en las conferencias episcopales (como la de Medellín en 1968) se había convertido en una “fuerza dedicada al cambio revolucionario” y planteó una recomendación para debilitar esta corriente promoviendo formas alternativas de fe que no cuestionaran las estructuras económicas tradicionales, abriendo la puerta al apoyo logístico y financiero a misiones evangélicas de origen estadounidense. 

Todo esto se daba en el marco de un periodo donde ascendía la revolución cubana y diferentes movimientos revolucionarios en Centro y Sur América habían contado en sus filas con sacerdotes como fue el caso de Camilo Torres en el Ejército de Liberación Nacional en Colombia.

 

La CIA contra la teología de la liberación

 

Entrada la década de los años 70 la CIA y dependencias gubernamentales norteamericanas comenzaron a subsidiar masivamente redes de telecomunicaciones de corte evangélico y anticomunista. 

Se potenció entonces el alcance de cadenas radiales como Trans World Radio y HCJB en Ecuador, que transmitían sermones que equiparaban la Teología de la Liberación y la justicia social con el “ateísmo satánico del comunismo”, exacerbando el macartismo como una doctrina argumentativa de manejo cognitivo. 

Se fomentó el arraigo del pentecostalismo en las zonas más vulnerables y periféricas, promoviendo una teología que enfatizaba la salvación individual e interior (un escape espiritual de la realidad material) o la obediencia a las autoridades establecidas, neutralizando las “Comunidades Eclesiales de Base” católicas que organizaban políticamente a los campesinos y que planteaban cuestionamientos al sistema económico, sabían que alienando a los más pobres podrían neutralizar los focos de insurrección. 

Para la década de los 80 la declaración de guerra es ideológica y se dan las bases fuertes de la batalla cultural desde la fe. Con la llegada de Ronald Reagan a la presidencia de Estados Unidos, el comité de asesores del Council for Inter-American Security redactó el famoso Documento de Santa Fe. 

El texto afirmaba textualmente que “la política exterior de EE.UU. debe comenzar a contrarrestar (no solo reaccionar contra) la teología de la liberación tal como es utilizada en América Latina”. 

Para los estrategas imperiales, esta teología no era doctrina religiosa, sino un arma de infiltración castro-soviética. Se diseñó una estrategia sistemática de “guerra ideológica y cultural” donde la promoción del protestantismo de libre mercado funcionaba como escudo de contención, empezaron así a aparecer las iglesias evangélicas en barrios pobres, pastores ordenados express, y una respuesta metafísica a los problemas materiales de la sociedad. 

Durante todo este proceso, el caso más radical del éxito de esta estrategia ocurrió en Guatemala. Con el apoyo de la administración Reagan, el general Efraín Ríos Montt (miembro de la iglesia neopentecostal El Verbo, con sede en Texas) llegó al poder mediante un golpe de Estado. 

Mientras las dictaduras del Cono Sur y Centroamérica asesinaban a sacerdotes católicos alineados con la opción por los pobres (como el martirio de San Óscar Romero en El Salvador en 1980), Ríos Montt utilizaba la retórica bíblica pentecostal para justificar una de las campañas de tierra arrasada y genocidio indígena más sangrientas del continente. Las agencias estadounidenses respaldaron su gobierno bajo la premisa de que estaba librando una “guerra santa” contra la guerrilla comunista. 

En 1986 un memorándum desclasificado de la CIA titulado “Liberation Theology: Religion, Reform, and Revolution” detalla la profunda preocupación de la agencia por la pérdida de estabilidad política provocada por los “curas activistas”.

 

El “derrame evangélico” y Juan Pablo II

 

Paralelamente, durante la década de los 80 se vivió una confluencia de intereses entre la administración Reagan y el Papa Juan Pablo II (junto al cardenal Joseph Ratzinger futuro papá Benedicto XVI). Mientras el Vaticano aplicaba una purga interna silenciando a teólogos de la liberación (como Leonardo Boff), Estados Unidos seguía ganando terreno cultural a través del crecimiento del “derrame evangélico”, el papel de Juan Pablo II en la cortina de hierro y el fortalecimiento de los intereses de Washington fue crucial. 

El éxito de la estrategia geopolítica norteamericana no se basó únicamente en la represión violenta, sino en un proceso de sustitución sociorreligiosa: Frente a las Comunidades Eclesiales de Base católicas, donde los pobres se reunían a leer la Biblia y discutir cómo cambiar sus realidades materiales (sindicalismo, reformas agrarias), las misiones pentecostales ofrecían refugio emocional e individual mediante el éxtasis místico y la sanación espiritual. 

Vendieron la prosperidad financiera como una suerte de magia metafísica, financiada e importada desde los teleevangelistas de Estados Unidos, esta corriente enseñaba que la riqueza material es un signo de bendición divina y el resultado del esfuerzo individual y la fe. Esto chocaba directamente con la visión de la Teología de la Liberación, que concebía la pobreza como un “pecado estructural” causado por el capitalismo y el imperialismo. 

Al atomizar los vecindarios y pueblos en decenas de pequeñas iglesias independientes y rivales entre sí, se quebró el tejido social que permitía la resistencia civil organizada contra las dictaduras militares pro-estadounidenses. 

A largo plazo, esta transformación alteró de manera definitiva el mapa religioso y electoral de América Latina, creando bases de votantes profundamente conservadoras en lo cultural y alineadas al libre mercado en lo económico.

 

Bolivia, el ataque al estado plurinacional

 

Hoy vemos como en Bolivia, el factor religioso fue determinante para desestabilizar el proyecto plurinacional. El punto de inflexión moderno ocurrió durante la crisis política de 2019. 

El ingreso de Jeanine Áñez al Palacio de Gobierno sosteniendo una biblia gigante y declarando que “Dios volvía al palacio” no fue un acto espontáneo. Detrás de este simbolismo operó un fuerte discurso neopentecostal y de sectores católicos integristas profundamente conectados con iglesias y fundaciones del sur de Estados Unidos (como el Capitol Ministries, una organización con sede en Washington que expandió “estudios bíblicos” dirigidos a mandatarios y legisladores latinoamericanos). 

La fe se utilizó para deslegitimar los símbolos indígenas (como la Wiphala) tildándolos de “satánicos” o “paganos”. EE. UU. ha visto con buenos ojos estas fracturas religiosas ya que debilitan el núcleo de resistencia antineoliberal en Bolivia: la identidad indígena unificada y su control sobre recursos estratégicos como el litio y el gas.

 

Perú y Ecuador, la “guerra cultural” que olvida el estractivismo

 

Por su parte en el Perú, la articulación religiosa estadounidense se manifiesta a través del financiamiento y asesoría legal a colectivos de la “guerra cultural”. 

Movimientos como Con mis hijos no te metas replicaron casi punto por punto las estrategias de movilización de la derecha evangélica de los Estados Unidos Redes como la Alianza de Estudiantes de la Libertad (ADF) y fundaciones asociadas al Partido Republicano dotaron de herramientas discursivas a congresistas y pastores locales. 

Esta alianza ha servido para subordinar las agendas del Congreso peruano a posturas ultraconservadoras, sirviendo además como bisagra para blindar un modelo económico extractivista. Al canalizar el descontento social de las clases populares peruanas hacia “pánicos morales” (como la oposición a la educación de género), se frena la discusión estructural sobre la distribución de la riqueza, la minería y la soberanía nacional. 

Mientras esto pasa, en Ecuador, el uso de misiones evangélicas se remonta históricamente al papel del Instituto Lingüístico de Verano (ILV), financiado por Estados Unidsos para penetrar la Amazonía y “pacificar” comunidades indígenas antes de la llegada de las petroleras norteamericanas (Texaco/Chevron). En el escenario reciente, el fenómeno se ha sofisticado. 

Las agencias de cooperación y fundaciones satélites norteamericanas han fomentado el crecimiento de iglesias neopentecostales en zonas rurales e indígenas. Esto genera un contrapeso cultural contra la Conaie (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador), la fuerza social de izquierda más organizada del país. Mientras la Conaie promueve una lucha comunitaria por la defensa de la tierra frente al extractivismo, el discurso corporativo y de superación personal de las iglesias financiadas por redes globales promueve el individualismo económico, asimilando a la población a las lógicas del libre mercado.

 

Colombia, el voto contra los Acuerdos de Paz

 

Colombia representa el caso más evidente de cómo el voto religioso puede alterar directamente la geopolítica regional y los acuerdos de Estado. 

Durante el plebiscito sobre los Acuerdos de Paz con las FARC en 2016, poderosas coaliciones de iglesias evangélicas colombianas, estrechamente conectadas con la Asociación Evangelística Billy Graham y sectores de la derecha de Florida, movilizaron a millones de votantes bajo la premisa de que los acuerdos contenían “ideología de género” que destruiría a la familia. El “No” ganó por un estrecho margen. Para la estrategia de seguridad de Estados Unidos, mantener a Colombia bajo una lógica de conflicto interno o bajo un control estrictamente militarizado ha sido vital para asegurar su principal base de operaciones e inteligencia en Suramérica. 

La fe sirvió como el perfecto dinamitador democrático para frenar una apertura política hacia la izquierda que amenazara la histórica subordinación de Bogotá a las directrices del Comando Sur. 

Bajo la versión moderna de la Doctrina Monroe, Estados Unidos ya no necesita enviar marines para asegurar su “patio trasero” andino. La exportación de la matriz religiosa neopentecostal funciona como un mecanismo blando de control social. Transforma al ciudadano empobrecido en un sujeto que no culpa a las corporaciones ni al imperialismo de su miseria, sino a su propia falta de fe o a un supuesto “castigo divino” por el declive moral de su nación, premisas que se articularon para que De La Espriella fuese electo. 

Las pasadas elecciones presidenciales en Colombia dejaron un mapa electoral fracturado, pero en el departamento de Santander consolidaron una tendencia que venía cocinándose a fuego lento desde las elecciones locales de 2023. La contundente votación obtenida por Abelardo de la Espriella, quien barrió en la primera vuelta del pasado 31 de mayo en este departamento con 684.563 votos (57% de la votación), no fue una simple coincidencia ideológica. Detrás de ese fenómeno mediático del autodenominado “Tigre” operó una sofisticada y disciplinada red de articulación confesional e institucional cuya génesis local remite directamente al fenómeno del exalcalde de Bucaramanga destituido por corrupción, Jaime Andrés Beltrán. 

 

“Cristianizar la política sin politizar el cristianismo”

 

Para entender cómo De la Espriella cuadruplicó los históricos de la derecha en zonas tradicionalmente esquivas y amarró la victoria regional, es necesario desarmar el engranaje de tres anillos de influencia religiosa y discursiva que pasaron de los cultos locales a la campaña presidencial. 

El Ministerio Evangelístico Camino a la Libertad, fundado por el padre del exalcalde Jaime Andrés Beltrán, cuenta con una feligresía base de apenas 2.500 personas estables. Políticamente, este núcleo familiar aporta entre 5.000 y 7,000 votos disciplinados. Sin embargo, su verdadero valor estratégico nunca ha sido la cantidad de sus bancas, sino su capacidad de validación moral y metodológica. 

Cuando Beltrán rompió los esquemas tradicionales al institucionalizar cultos en la Alcaldía de Bucaramanga y presentarse bajo la consigna de “cristianizar la política sin politizar el cristianismo”, creó un precedente en Santander: la fe ya no era un asunto privado de los domingos; era una plataforma legítima de gobierno y orden. Abelardo de la Espriella, con un discurso impregnado de referencias a los “valores de la patria” y la apelación constante a “la ayuda de Dios” para frenar el avance del proyecto de izquierda encarnado por Iván Cepeda, encajó perfectamente en el molde estético e ideológico que la ciudadanía santandereana ya había digerido y aprobado previamente. 

El verdadero salto cuántico en las urnas se dio a través de la Asociación de Pastores de Bucaramanga y Santander y la red de megaiglesias aliadas que incluso logró extenderse por todo el país. El bloque confesional que en su momento rodeó a Beltrán —conectado con plataformas nacionales como Colombia Justa Libres y ministerios influyentes como Misión Paz o el Centro Cristiano de la frontera— activó una silenciosa pero feroz campaña de pedagogía electoral desde los púlpitos. 

A diferencia del voto de opinión, que fluctúa según los debates o los escándalos de la semana, el voto confesional articulado responde a directrices de preservación identitaria. Fuentes cercanas a las uniones pastorales de la región confirman que la narrativa compartida en las semanas previas al 31 de mayo equiparaba la propuesta de De la Espriella con la “defensa de la familia y las libertades frente a la agenda progresista”. Esta red sectorizada aportó un piso electoral inamovible de más de 35 mil sufragios hiper-movilizados en el área metropolitana de Bucaramanga, sirviendo como los dinamizadores y guardianes de votos en las mesas el día de la elección.

 

Seguridad y fe: el trasvase del uribismo

 

Sin embargo, los datos de la Registraduría demuestran que las iglesias solas no ponen presidentes. Los más de 684 mil votos de De la Espriella en Santander requirieron la misma fórmula que llevó a Beltrán al poder local: el trasvase del plano religioso al plano civil a través de la bandera de la seguridad, la articulación del discurso de fe con el discurso uribista. 

“El votante santandereano encontró en De la Espriella la versión maximalista de lo que ya habían ensayado localmente: un liderazgo con determinación, tintes de ‘mano dura’ a lo Bukele y un fuerte respaldo discursivo en los valores tradicionales”, señala un analista político de la Universidad Industrial de Santander (UIS). Esto extrapolado a toda Colombia, explica que contrario a lo que la derecha llamó “voto fusil” si existió el “voto pecado”. 

Al final, la articulación de estas iglesias funcionó como el sistema circulatorio de la campaña derechista en el oriente del país: proveyó la estructura orgánica, la confianza comunitaria y la mística de una “causa superior”. Esto permitió que el discurso secular de orden, autoridad y libre empresa del candidato calara hondo en las clases medias y altas de Bucaramanga, Floridablanca y Girón principalmente y en general en el 90% del departamento de Santander, laboratorio de fe. 

Lo que comenzó como un culto de los primeros jueves del mes en una alcaldía local, terminó pavimentando el corredor electoral más sólido para la victoria del “Tigre” en su carrera hacia la Casa de Nariño.

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