Osservatorio dei Media di Cubadebate
Per sei mesi, il giornale digitale argentino Infobae non ha parlato di Cuba come chi informa su un Paese. L’ha presentata come uno strumento di combattimento politico. Questa è la conclusione principale dell’analisi di 482 pubblicazioni in cui è stato menzionato il nostro Paese, diffuse dal suo ecosistema digitale tra gennaio e giugno 2026 su piattaforme come X, Facebook, Instagram, YouTube e TikTok.
Il dato decisivo non sta solo nella quantità di pubblicazioni, ma nel modo in cui sono state organizzate. Cuba appare associata a una retorica ostile. Non si racconta la realtà del Paese per comprenderla; si costruisce un’immagine dell’isola per attaccarla, isolarla e trasformarla in un avvertimento politico per altri processi regionali.
Il rapporto ha analizzato pubblicazioni di Infobae in diverse delle sue proprietà regionali — Argentina, Messico, Spagna, Colombia e Perù — e ha registrato 127676 azioni del pubblico. Per azioni si intendono reazioni, commenti, condivisioni e altre forme di interazione che mostrano quali contenuti hanno mobilitato maggiormente il pubblico.
La conclusione è chiara: Infobae usa Cuba come un dispositivo di guerra mediatica. Pubblica problemi reali, ma li ordina all’interno di una narrazione di delegittimazione, disperazione e tutela esterna. Questa operazione cerca di produrre una disposizione emotiva contro il governo cubano e contro qualsiasi progetto regionale associato alla sovranità, all’integrazione o alla sinistra politica.
Molte pubblicazioni non significano molto impatto
La prima trappola dell’analisi mediatica è contare le pubblicazioni e credere che lì sia racchiusa tutta l’influenza. Nel caso di Infobae, volume e impatto seguono percorsi diversi. Il media ha pubblicato più su Cuba su X, ma la conversazione di maggiore intensità è avvenuta su Instagram e Facebook.
X ha concentrato 293 delle 482 pubblicazioni, ovvero il 60,8% del volume totale. Tuttavia, questi contenuti hanno prodotto appena 3222 azioni, solo il 2,5% di tutte le interazioni registrate. Instagram ha avuto appena 33 pubblicazioni, ma ha generato 71629 azioni, pari al 56,1% del totale. Facebook, con 135 pubblicazioni, ha accumulato 51042 azioni, il 40%.
*Grafico 1. La pubblicazione massiccia si concentra su X, ma l’impatto reale si sposta su Instagram e Facebook. Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate*
Questa differenza aiuta a capire come opera la guerra mediatica contemporanea. X funziona come una scacchiera di velocità: serve a fissare l’agenda, posizionare etichette, installare parole e moltiplicare titoli. Ma Instagram e Facebook sono le piattaforme dove la narrazione diventa più emotiva, visiva e condivisibile. Lì, una singola pubblicazione può fare più lavoro politico di decine di messaggi di routine.
I temi più ripetuti mostrano una selezione editoriale molto definita. La crisi economica e i blackout sono in testa al volume, con 112 pubblicazioni. Seguono intervento e sicurezza, con 99 pubblicazioni, e Cuba-USA e sanzioni, con 63. In apparenza, il centro sarebbe la crisi interna. Ma guardando le azioni, il quadro cambia completamente.
*Grafico 2. La crisi economica e i blackout sono stati il tema più ripetuto per volume di pubblicazioni. Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate*
Il tema che ha maggiormente mobilitato il pubblico è stato intervento e sicurezza: 86342 azioni, circa il 68% di tutte le interazioni del periodo. Ciò significa che il più pubblicato è stato il racconto del deterioramento interno, ma ciò che ha maggiormente mobilitato emotivamente è stata la possibilità di pressione, scontro o intervento esterno.
*Grafico 3. Intervento e sicurezza è stato il tema con maggiore capacità di mobilitazione emotiva. Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate*
L’operazione viene allo scoperto: prima si insiste sul fatto che Cuba è collassata; poi si presenta la pressione esterna come qualcosa di possibile, desiderabile o inevitabile. Questo è il nucleo del dispositivo mediatico: Cuba non ce la fa da sola, Cuba è sull’orlo del baratro, qualcuno dall’esterno deve risolvere la situazione.
La guerra mediatica non sempre inventa i fatti. Molte volte ne seleziona alcuni, ne nasconde altri, li ordina con un’intenzione e vi applica parole che spingono il lettore verso una conclusione pre-fabbricata. Il risultato è un framing: la crisi smette di essere spiegata dalle sue cause e viene usata come prova di una presunta inviabilità nazionale.
Trump al centro della narrazione
La mappa dei personaggi conferma che Infobae racconta Cuba dall’esterno. L’attore più menzionato insieme a Cuba non era cubano: era Donald Trump. Seguono poi Gustavo Petro, Nicolás Maduro e Miguel Díaz-Canel, seguiti da Claudia Sheinbaum e Marco Rubio.
*Grafico 4. Il personaggio più menzionato insieme a Cuba è Donald Trump, non un attore cubano. Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate*
Questo dato non è secondario. Se il personaggio centrale della narrazione su Cuba è il presidente USA, allora Cuba viene presentata come oggetto della politica estera USA. L’isola appare meno come soggetto con popolo, storia, decisioni proprie e complessità interne, e più come problema che Washington può pressare, correggere, tutelare o amministrare.
La presenza di Marco Rubio rafforza lo stesso asse. Quella di Maduro collega Cuba al Venezuela. Quella di Petro e Sheinbaum permette di usare Cuba come arma di disputa in Colombia e Messico. Così, il Paese reale si diluisce e appare una Cuba funzionale al dibattito regionale della destra: Cuba come avvertimento, Cuba come etichetta, Cuba come paura.
Il tono: la negatività come sistema
L’analisi del sentimento conferma che il pregiudizio non è accidentale. Delle 482 pubblicazioni, 259 avevano carica negativa, pari al 54%. Altre 214 sono state classificate come neutre o informative, mentre i toni positivi o misti sono risultati marginali.
*Grafico 5. Più della metà delle pubblicazioni aveva carica negativa. Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate*
La negatività ha una direzione politica. L’attacco permanente è rivolto al governo cubano, nominato sistematicamente con etichette come regime, dittatura o comunista. Queste parole non funzionano come semplici descrizioni; funzionano come un framing preventivo. Prima che il lettore arrivi al fatto, gli è già stata fornita l’interpretazione.
Il meccanismo è semplice ed efficace: se ogni notizia inizia con la stessa etichetta, il pubblico finisce per leggere tutti gli eventi con lo stesso pregiudizio. La parola ripetuta diventa un ordine di lettura. Per questo la guerra mediatica non è solo ciò che viene detto, ma come si insegna al lettore a guardare.
Sotto i temi appaiono narrazioni più profonde: modi stabili di spiegare la realtà. Nel caso di Infobae, il rapporto identifica sei cornici dominanti. La più frequente è Cuba come paese collassato, con 146 pubblicazioni. Ma la più efficace in termini di interazione è Cuba come oggetto di pressione o intervento degli USA, con 75519 azioni.
*Grafico 6. La narrazione di pressione o intervento USA è stata quella che ha maggiormente mobilitato il pubblico. Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate*
L’articolazione di entrambe le narrazioni è il centro politico del periodo: prima si installa il collasso; poi si naturalizza la tutela esterna. La prima narrazione produce disperazione. La seconda produce aspettativa di intervento. Insieme fabbricano un’idea pericolosa: che la soluzione di Cuba debba venire dall’esterno.
Le narrazioni di dittatura comunista e Stato repressore forniscono la giustificazione morale. L’asse Cuba-Venezuela-Nicaragua aggiunge la componente di minaccia regionale. La cooperazione cubana, invece, quasi non appare, il che è anch’esso un dato politico: la copertura seleziona gli angoli che alimentano il conflitto e scarta quelli che obbligherebbero a complessificare la narrazione.
I contenuti più virali: conflitto, paura e tutela
Le dieci pubblicazioni con maggiore impatto confermano il modello. Otto su dieci ruotano attorno alla pressione USA su Cuba, alla cattura di Nicolás Maduro in Venezuela o a incidenti di sicurezza. Il contenuto con maggiore interazione è stata una pubblicazione su Instagram del 3 gennaio sulle dichiarazioni di Trump dopo la cattura di Maduro. Ha generato 19409 azioni.
*Grafico 7. Tra le pubblicazioni con maggiore impatto domina l’asse intervento-sicurezza-USA. Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate*
Cuba come arma contro la sinistra regionale
Cuba non appare isolata. Infobae la collega a Venezuela, Nicaragua, Gustavo Petro, Claudia Sheinbaum, Lula da Silva o Javier Milei, a seconda del mercato politico a cui si rivolge ogni edizione regionale. Questa concatenazione ha una funzione: usare Cuba come specchio negativo.
Il messaggio implicito è semplice: questo accadrà a qualsiasi Paese che intraprenda un cammino progressista, sovrano o contrario a Washington. A quel punto, Cuba smette di essere solo una notizia e serve a colpire Petro in Colombia, Sheinbaum in Messico, il chavismo in Venezuela o qualsiasi attore regionale presentato come parte dell’asse progressista.
L’operazione è regionale perché Infobae non parla da una sola piazza. Le sue edizioni in Argentina, Messico, Spagna, Colombia e Perù permettono di adattare lo stesso framing a pubblici diversi, con enfasi locali e bersagli politici specifici, ma con una matrice comune: presentare Cuba come fallimento, minaccia o avvertimento.
Ma importante quanto ciò che viene pubblicato è ciò che viene taciuto. La ricerca conferma che le menzioni a medici e cooperazione cubana sono state appena 4 pubblicazioni. La vita quotidiana, gli sforzi di resistenza, le politiche pubbliche, la cooperazione internazionale, i successi sociali o le voci del popolo cubano praticamente non fanno parte del framing.
Anche quel silenzio comunica. Se si mostra solo blackout, scarsità, sanzione, conflitto e minaccia, il risultato è un’immagine mutilata del Paese. Cuba non appare come società viva né come nazione con diritto a decidere il proprio destino. Appare come oggetto di intervento, non come soggetto di sovranità.
Per il cittadino comune, smontare un’operazione mediatica non richiede di essere uno specialista. Basta porsi alcune semplici domande prima di condividere o assumere una notizia come verità completa:
• Mi stanno raccontando un fatto o mi stanno spingendo verso una conclusione?
• Il blocco USA appare come causa strutturale della crisi o viene cancellato dalla narrazione?
• Cuba parla con voce propria o parlano solo Trump, Rubio, “oppositori” e governi stranieri?
• Viene mostrato il popolo cubano come soggetto di resistenza o solo come vittima passiva di un presunto collasso?
• La notizia spiega le cause e il contesto, o accumula solo parole di allarme?
Queste domande aiutano a smontare il framing. La guerra mediatica non vince solo quando convince di una menzogna. Vince anche quando riesce a far dimenticare al pubblico le cause, le responsabilità e gli interessi dietro ogni narrazione.
Recuperare il diritto di Cuba a raccontarsi
I dati permettono di sostenere una conclusione: Infobae utilizza il tema Cuba come arma di guerra mediatica. Non perché pubblichi su problemi reali — Cuba li ha e li affronta —, ma perché organizza quei problemi all’interno di una narrazione di delegittimazione, collasso e intervento.
Inoltre, Infobae non opera nel vuoto. Fa parte di un ecosistema comunicazionale di destra apertamente ostile a Cuba, articolato intorno a media, portavoci politici, influencer, reti di opposizione e centri di produzione simbolica che condividono quadri narrativi, parole chiave e obiettivi politici. In quel circuito, Cuba non è trattata come un Paese con una realtà complessa, ma come una risorsa permanente per validare tesi ideologiche: il fallimento del socialismo, la necessità di isolamento diplomatico, l’indurimento delle sanzioni e la delegittimazione di qualsiasi progetto latinoamericano che rivendichi sovranità di fronte a Washington.
Per questo, la copertura di Infobae va letta come parte di una macchina regionale di amplificazione e attacco politico, dove l’ostilità contro Cuba funziona anche come avvertimento contro la sinistra e i processi progressisti dell’America Latina.
D’altra parte, il media non si limita a informare su Cuba. Costruisce una Cuba funzionale all’agenda di Washington e all’attacco contro i processi progressisti della regione. Lì sta il centro dell’operazione: far credere che Cuba non ha diritto a raccontarsi da sola.
Infobae contra Cuba
Por: Observatorio de Medios de Cubadebate
Durante seis meses, el diario digital argentino Infobae no habló de Cuba como quien informa sobre un país. La presentó como un recurso de combate político. Esa es la conclusión principal del análisis de 482 publicaciones en las que se mencionó a nuestro país, difundidas por su ecosistema digital entre enero y junio de 2026 en plataformas como X, Facebook, Instagram, YouTube y TikTok.
El dato decisivo no está solo en la cantidad de publicaciones, sino en el modo en que fueron organizadas. Cuba aparece asociada a una retórica hostil. No se cuenta la realidad del país para entenderla; se construye una imagen de la isla para atacarla, aislarla y convertirla en advertencia política para otros procesos regionales.
El informe analizó publicaciones de Infobae en varias de sus propiedades regionales —Argentina, México, España, Colombia y Perú— y registró 127.676 acciones de audiencia. Por acciones se entienden reacciones, comentarios, compartidos y otras formas de interacción que muestran cuáles contenidos movilizaron más a los públicos.
La conclusión es clara: Infobae usa a Cuba como un dispositivo de guerra mediática. Publica problemas reales, pero los ordena dentro de una narrativa de deslegitimación, desesperanza y tutela externa. Esa operación busca producir una disposición emocional contra el gobierno cubano y contra cualquier proyecto regional asociado a la soberanía, la integración o la izquierda política.
Mucha publicación no significa mucho impacto
La primera trampa del análisis mediático es contar publicaciones y creer que ahí está toda la influencia. En el caso de Infobae, el volumen y el impacto van por caminos distintos. El medio publicó más sobre Cuba en X, pero la conversación de mayor intensidad ocurrió en Instagram y Facebook.
X concentró 293 de las 482 publicaciones, es decir, el 60,8% del volumen total. Sin embargo, esos contenidos produjeron apenas 3.222 acciones, solo el 2,5% de toda la interacción registrada. Instagram tuvo apenas 33 publicaciones, pero generó 71.629 acciones, equivalentes al 56,1% del total. Facebook, con 135 publicaciones, acumuló 51.042 acciones, el 40%.
Gráfico 1. La publicación masiva se concentra en X, pero el impacto real se desplaza a Instagram y Facebook. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate
Esta diferencia ayuda a entender cómo opera la guerra mediática contemporánea. X funciona como tablero de velocidad: sirve para fijar agenda, colocar etiquetas, instalar palabras y multiplicar titulares. Pero Instagram y Facebook son las plataformas donde el relato se vuelve más emocional, visual y compartible. Allí, una sola publicación puede hacer más trabajo político que decenas de mensajes rutinarios.
Los temas más repetidos muestran una selección editorial muy definida. La crisis económica y los apagones encabezan el volumen, con 112 publicaciones. Le siguen intervención y seguridad, con 99 publicaciones, y Cuba-Estados Unidos y sanciones, con 63. En apariencia, el centro sería la crisis interna. Pero al mirar las acciones, el cuadro cambia por completo.
Gráfico 2. La crisis económica y los apagones fueron el tema más repetido por volumen de publicaciones. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate
El tema que más movió a la audiencia fue intervención y seguridad: 86.342 acciones, cerca del 68% de toda la interacción del período. Esto significa que lo más publicado fue el relato del deterioro interno, pero lo que más movilizó emocionalmente fue la posibilidad de presión, choque o intervención externa.
Gráfico 3. Intervención y seguridad fue el tema con mayor capacidad de movilización emocional. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate
La operación queda al descubierto: primero se insiste en que Cuba está colapsada; después se presenta la presión externa como algo posible, deseable o inevitable. Ese es el núcleo del dispositivo mediático: Cuba no puede sola, Cuba está al borde del abismo, alguien desde fuera debe resolverlo.
La guerra mediática no siempre inventa hechos. Muchas veces selecciona unos, oculta otros, los ordena con una intención y les coloca palabras que empujan al lector hacia una conclusión previamente fabricada. El resultado es un encuadre: la crisis deja de ser explicada por sus causas y pasa a ser usada como prueba de una supuesta inviabilidad nacional.
Trump en el centro del relato
El mapa de personajes confirma que Infobae narra Cuba desde afuera. El actor más mencionado junto a Cuba no fue cubano: fue Donald Trump. Después aparecen Gustavo Petro, Nicolás Maduro y Miguel Díaz-Canel, seguidos por Claudia Sheinbaum y Marco Rubio.
Gráfico 4. El personaje más mencionado junto a Cuba es Donald Trump, no un actor cubano. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate
Este dato no es menor. Si el personaje central del relato sobre Cuba es el presidente de Estados Unidos, entonces Cuba queda presentada como objeto de la política exterior estadounidense. La isla aparece menos como sujeto con pueblo, historia, decisiones propias y complejidades internas, y más como problema que Washington puede presionar, corregir, tutelar o administrar.
La presencia de Marco Rubio refuerza el mismo eje. La de Maduro conecta a Cuba con Venezuela. La de Petro y Sheinbaum permite usar a Cuba como arma de disputa en Colombia y México. Así, el país real se diluye y aparece una Cuba funcional al debate regional de la derecha: Cuba como advertencia, Cuba como etiqueta, Cuba como miedo.
El tono: la negatividad como sistema
El análisis de sentimiento confirma que el sesgo no es accidental. De las 482 publicaciones, 259 tuvieron carga negativa, equivalentes al 54%. Otras 214 fueron clasificadas como neutras o informativas, mientras que los tonos positivos o mixtos resultaron marginales.
Gráfico 5. Más de la mitad de las publicaciones tuvieron carga negativa. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate
La negatividad tiene dirección política. El ataque permanente se dirige contra el gobierno cubano, nombrado de forma sistemática con etiquetas como régimen, dictadura o comunista. Esas palabras no funcionan como simples descripciones; funcionan como encuadre previo. Antes de que el lector llegue al hecho, ya se le entregó la interpretación.
El mecanismo es sencillo y eficaz: si cada noticia empieza desde la misma etiqueta, el público termina leyendo todos los acontecimientos desde el mismo prejuicio. La palabra repetida se convierte en una orden de lectura. Por eso la guerra mediática no es solo lo que se dice, sino cómo se le enseña al lector a mirar.
Por debajo de los temas aparecen narrativas más profundas: formas estables de explicar la realidad. En el caso de Infobae, el informe identifica seis marcos dominantes. El más frecuente es Cuba como país colapsado, con 146 publicaciones. Pero el más eficaz en interacción es Cuba como objeto de presión o intervención de Estados Unidos, con 75.519 acciones.
Gráfico 6. La narrativa de presión o intervención de Estados Unidos fue la que más movilizó a la audiencia. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate
La articulación de ambas narrativas es el centro político del período: primero se instala el colapso; luego se naturaliza la tutela externa. La primera narrativa produce desesperanza. La segunda produce expectativa de intervención. Juntas fabrican una idea peligrosa: que la solución de Cuba debe venir de fuera.
Las narrativas de dictadura comunista y Estado represor aportan la justificación moral. El eje Cuba-Venezuela-Nicaragua agrega el componente de amenaza regional. La cooperación cubana, en cambio, casi no aparece, lo cual también es un dato político: la cobertura selecciona los ángulos que alimentan el conflicto y descarta aquellos que obligarían a complejizar el relato.
Los contenidos más virales: conflicto, miedo y tutela
Las diez publicaciones con mayor impacto confirman el patrón. Ocho de las diez giran alrededor de la presión de Estados Unidos sobre Cuba, la captura de Nicolás Maduro en Venezuela o incidentes de seguridad. El contenido de mayor interacción fue una publicación de Instagram del 3 de enero sobre declaraciones de Trump tras la captura de Maduro. Generó 19.409 acciones.
Gráfico 7. Entre las publicaciones con mayor impacto domina el eje intervención-seguridad-Estados Unidos. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate
Cuba como arma contra la izquierda regional
Cuba no aparece aislada. Infobae la conecta con Venezuela, Nicaragua, Gustavo Petro, Claudia Sheinbaum, Lula da Silva o Javier Milei, según el mercado político al que se dirige cada edición regional. Ese encadenamiento tiene una función: usar a Cuba como espejo negativo.
El mensaje implícito es simple: esto le pasará a cualquier país que tome un camino progresista, soberano o contrario a Washington. En ese punto, Cuba deja de ser solo una noticia y sirve para golpear a Petro en Colombia, a Sheinbaum en México, al chavismo en Venezuela o a cualquier actor regional que sea presentado como parte del eje progresista.
La operación es regional porque Infobae no habla desde una sola plaza. Sus ediciones en Argentina, México, España, Colombia y Perú permiten adaptar el mismo encuadre a distintos públicos, con énfasis locales y blancos políticos específicos, pero con una matriz común: presentar a Cuba como fracaso, amenaza o advertencia.
Pero tan importante como lo que se publica es lo que se silencia. La investigación confirma que las menciones a médicos y cooperación cubana fueron apenas cuatro publicaciones. La vida cotidiana, los esfuerzos de resistencia, las políticas públicas, la cooperación internacional, los logros sociales o las voces del pueblo cubano prácticamente no forman parte del encuadre.
Ese silencio también comunica. Si solo se muestra apagón, escasez, sanción, conflicto y amenaza, el resultado es una imagen mutilada del país. Cuba no aparece como sociedad viva ni como nación con derecho a decidir su destino. Aparece como objeto de intervención, no como sujeto de soberanía.
Para el ciudadano común, desmontar una operación mediática no requiere ser especialista. Basta con hacer preguntas simples antes de compartir o asumir una noticia como verdad completa:
• ¿Me están contando un hecho o me están empujando una conclusión?
• ¿Aparece el bloqueo de Estados Unidos como causa estructural de la crisis o se borra del relato?
• ¿Cuba habla con voz propia o solo hablan Trump, Rubio, “opositores” y gobiernos extranjeros?
• ¿Se muestra al pueblo cubano como sujeto de resistencia o solo como víctima pasiva de un supuesto colapso?
• ¿La noticia explica causas y contexto, o solo acumula palabras de alarma?
Estas preguntas ayudan a desmontar el encuadre. La guerra mediática no vence solo cuando convence de una mentira. También vence cuando logra que el público olvide las causas, las responsabilidades y los intereses detrás de cada relato.
Recuperar el derecho de Cuba a narrarse
Los datos permiten sostener una conclusión: Infobae utiliza el tema Cuba como arma de guerra mediática. No porque publique sobre problemas reales —Cuba los tiene y los enfrenta—, sino porque organiza esos problemas dentro de un relato de deslegitimación, colapso e intervención.
Además, Infobae no opera en el vacío. Forma parte de un ecosistema comunicacional de derecha abiertamente hostil a Cuba, articulado alrededor de medios, vocerías políticas, influencers, redes opositoras y centros de producción simbólica que comparten marcos narrativos, palabras clave y objetivos políticos. En ese circuito, Cuba no es tratada como un país con una realidad compleja,, sino como un recurso permanente para validar tesis ideológicas: el fracaso del socialismo, la necesidad de aislamiento diplomático, el endurecimiento de las sanciones y la deslegitimación de cualquier proyecto latinoamericano que reivindique soberanía frente a Washington.
Por eso, la cobertura de Infobae debe leerse como parte de una maquinaria regional de amplificación y ataque político, donde la hostilidad contra Cuba funciona también como advertencia contra la izquierda y los procesos progresistas de América Latina.
Por otro lado, el medio no se limita a informar sobre Cuba. Construye una Cuba funcional a la agenda de Washington y al ataque contra los procesos progresistas de la región. Ahí está el centro de la operación: hacer creer que Cuba no tiene derecho a narrarse a sí misma.








