Come ogni anno, gli USA celebreranno il prossimo sabato 4 luglio il Giorno dell’Indipendenza nella capitale del Paese con vistosi festeggiamenti, atmosfera giubilante e fuochi d’artificio. In questa occasione, si commemorerà il 250° anniversario della loro comparsa come nazione autonoma, staccata dall’albero coloniale britannico.
Come è noto, la data simboleggia, dal 1776, la nascita storica della prima nazione moderna, istituendo una repubblica come forma di governo in cui il potere supremo risiederebbe nel popolo, esercitato attraverso rappresentanti eletti mediante il voto, integrato dalla divisione dei poteri dello Stato, dal mandato delle leggi e dall’assenza di un monarca, come nel feudalesimo. Così, si sarebbe anticipato con peculiarità il processo che nella decade successiva avrebbe consacrato la Rivoluzione Francese, inaugurando l’epoca della modernità nella sua modalità classica. In senso figurato, il certificato di nascita degli USA li designa come un modello di tradizione politica del liberalismo anglosassone, basato sull’ideale della democrazia borghese rappresentativa.
Al di là dell’abituale colore che apportano i tradizionali fuochi d’artificio al consueto spettacolo annuale con cui concludono quel giorno le diverse attività festive nella città di Washington, in cui si concentrano migliaia di residenti e visitatori, e delle parole che il presidente pronuncia dalla Casa Bianca, dove insieme a sua moglie intrattiene i presenti, inclusi i militari e le loro famiglie, i presidenti di turno approfittano dell’occasione per enfatizzare le loro agende, parole d’ordine e promesse, esaltando la glorificazione del passato fondativo, con senso patriottardo (non patriottico), il nazionalismo nordamericano nelle sue espressioni più scioviniste, persino fanatiche, con implicazioni che mettono in risalto il nativismo, il suprematismo bianco, il puritanismo evangelico protestante e la legittimità dell’uso della forza e della violenza, come risorse per garantire la presunta difesa di ciò che è considerato sicurezza nazionale. Cioè, si rafforza l’imperativo di essere nati in territorio degli USA, con il conseguente accompagnamento di razzismo, xenofobia, intolleranza e reazioni anti-immigrati, con il pretesto di proteggere l’identità culturale dalle minacce che portano con sé ciò che viene qualificato come “anti-nordamericanismo”.
Parrebbe che la banalità che impregna non pochi settori della società nordamericana, e, soprattutto, il suo sistema politico, nel festeggiare l’effemeride con spirito trionfalistico, potrebbe offuscare il significato del quadro in cui avrà luogo quella commemorazione. Facendo proprie le frasi di Trump, di aver posto gli USA al primo posto (America First), di recuperare la grandezza della nazione (Make America Great Again), questi segmenti ― alcuni legati al mondo imprenditoriale o finanziario, altri a élite partitiche, organizzazioni conservatrici della società civile o semplici vittime dell’educazione e propaganda che li ha formati come cittadini convinti del American Way of Life (Modo di vita nordamericano) e credono nel American Dream (Sogno nordamericano), addormentati da Trump, che convivono con esponenti contestatari che si oppongono, senza successo, il sistema ―, perdono di vista la profonda crisi di legittimità che, in ordine sociologico, etico e politico, lo definisce oggi, le cui manifestazioni inedite si apprezzavano già dalla fine del XX secolo, con le sue ultime elezioni presidenziali, fino alla scandalosa situazione che circonda la contesa elettorale del 2020 e il corso che segue la dinamica interna ed estera degli USA, a partire dall’azione governativa iniziata dopo le elezioni del 2024.
In quella sequenza, per chi lo dubitasse, sarebbe più che chiara la suddetta crisi, come parte di una più ampia, sistemica e strutturale, che non si riduce alla dimensione economica, che non è separabile dal declino geopolitico internazionale. Il prolungato, irregolare e fraudolento processo elettorale del 2000 ― impossibilitato a determinare il risultato della votazione, di fronte al quale la Corte Suprema dovette, in modo eccezionale, designare il presidente ―, unito al fatto non meno insolito che nel 2020, l’occupante della Casa Bianca si rifiutasse di abbandonare la carica alla guida dell’Esecutivo e esortasse all’impensabile assalto al Campidoglio, sede del Potere Legislativo, hanno confermato compiutamente i limiti del consenso domestico che sosteneva la legittimità del sistema, mentre il declino egemonico globale di fronte alle nuove potenze rifletteva quanto vaticinato da Lenin più di cento anni fa. L’imperialismo, come sistema mondiale e quello USA in particolare, come suo epicentro, mostrava le tendenze che anticipò, esibendo la sua condizione parassitaria, la sua decadenza e decomposizione.
Guardando agli USA oggi, risulta obbligatorio ricorrere all’analisi realizzata da Martí nel suo celebre lavoro scritto e pubblicato su Patria nel 1894, in cui segnalava che era necessario conoscere la verità su quel Paese, invitando a superare le visioni mitiche, propiziatrici di non poche fallacie, interpretazioni basate su stereotipi, che offuscano i profili reali di una società segnata da una profonda polarizzazione e disuguaglianze, in cui la ricchezza si concentrava sempre di più in meno mani, e la povertà si espandeva tra le grandi maggioranze, dove la democrazia e le libertà cittadine reali si allontanavano dalle rappresentazioni manipolate che, da allora, si estendono fino al presente.
Non meno imprescindibili sono i profusi riferimenti di Fidel, espresse nei suoi discorsi e riflessioni. In una di queste ultime, intitolata ‘La politica cinica dell’impero’, precisò precocemente, appena pochi giorni dopo che Barack Obama, allora precandidato democratico alla presidenza, nell’anno 2008, avesse pronunciato il suo discorso davanti alla Fondazione Nazionale Cubano-Americana, che: “Gli USA di oggi non hanno nulla a che vedere con la Dichiarazione dei principi di Filadelfia formulata dalle tredici colonie che si ribellarono contro il colonialismo inglese. Oggi costituiscono un gigantesco impero, che non passava in quel momento per la mente dei loro fondatori. Nulla cambiò tuttavia per gli indiani e gli schiavi. I primi furono sterminati man mano che la nazione si estendeva; i secondi continuarono a essere oggetto di aste nei mercati ― uomini, donne e bambini ― per quasi un secolo, nonostante che ‘tutti gli uomini nascono liberi e uguali’, come afferma la Dichiarazione”.
Con questa osservazione, Fidel sottolineava, ancora una volta, l’importanza della conoscenza della storia nordamericana, come strumento utile nello sforzo per raggiungere una cultura generale e integrale, come promosse nel quadro della colossale Battaglia delle Idee, cosa che è persistita per un quarto di secolo, attraverso l’attenzione che gli hanno dedicato i mezzi di comunicazione sociale, da spazi televisivi come La Mesa Redonda e Espectador Crítico, tra i più storici, senza dimenticare i corsi impartiti in Universidad para Todos, integrati da tabloid stampati, insieme ad altri programmi più recenti, che affrontano aspetti della politica, dell’arte e della letteratura di quel Paese e, naturalmente, con la consueta copertura della nostra stampa, scritta, radiofonica e digitale. Non si potrebbero omettere la priorità che, di conseguenza, editoriali, riviste teoriche, accademiche e culturali, hanno dedicato anch’esse ad avvenimenti e processi della storia contemporanea degli USA.
Gli USA ― come società di profondissime differenze sociali, in mezzo a una gigantesca polarizzazione della ricchezza e del controllo monopolistico delle menti e dei cuori, dove convivono opulenza, disoccupazione ed emarginazione ―, vivono un periodo di transizione storica multidimensionale: economica, produttiva, tecnologica, di classe, demografica, ideologica, culturale, politica. Quest’ultima esprime i limiti della tradizione liberale che gli diede vita come nazione, separandosi formalmente dall’impero britannico 250 anni fa, sostenuta da valori come la democrazia, la libertà e il suo spirito messianico, di salvatore del mondo, secondo il Destino Manifesto, negati quotidianamente dalla sua stessa storia. Questa transizione incompiuta è risultato dell’accumulazione durante circa quarant’anni, di fenomeni e contraddizioni dagli anni Ottanta del secolo scorso, derivati dalla cosiddetta Rivoluzione Conservatrice. In termini storiografici, si potrebbe dibattere con un’intenzione teorico-metodologica, ricorrendo a Braudel o a Hobsbawm, per esempio, sulla durata del processo implicato, sebbene ciò oltrepassi l’oggetto di questa analisi.
Ciò che interessa sottolineare è il rendimento attuale degli USA nel naturalizzare il conflitto e la guerra ― e non di qualsiasi tipo, ma di natura predatoria, espansionista, geopolitica, imperialista, illegale, inumana ―, cosa ampiamente nota. Basterebbe riprendere e aggiornare la teoria leninista e gramsciana. Non è necessario inventariare né aggiornare il fascicolo sconvolgente di dichiarazioni né azioni all’interno di quel Paese o nelle sue proiezioni illegittime, militari e genocidie, violatrici del diritto internazionale, del senso più elementare dei diritti umani, del rispetto della sovranità, dell’integrità territoriale e dell’autodeterminazione dei popoli, e della pace mondiale.
Nella Dichiarazione d’Indipendenza resa nota il 4 luglio 1776, si proclamò, per la prima volta nella storia, la sovranità del popolo, che diventa da quella data principio fondamentale dello Stato moderno. Come è noto, con ciò si riconosceva il diritto del soggetto popolare alla ribellione, alla rivoluzione: si dichiarava la rottura di tutte le relazioni tra le colonie in America del Nord e la metropoli britannica, esponendo le basi su cui si levava, in modo indipendente, la nascente nazione.
Dal punto di vista storico, la Rivoluzione d’Indipendenza degli USA, tuttavia, fu un processo limitato, incompiuto, soprattutto per il fatto che conservò intatto il sistema della schiavitù, che si era già completamente formato per allora, con cui sarebbe rimandata quasi per un secolo il conseguimento di quell’anelito universale ― l’abolizione ―, fino alla successiva guerra civile o di secessione, che si scatenerà tra il 1861 e il 1865.
Anticipando il corso delle rivoluzioni borghesi europee ― sebbene le sue specificità impediscano di catalogarla, con esattezza storiografica, come un avvenimento di identico segno, poiché essenzialmente fu una rivoluzione di liberazione nazionale ―, l’indipendenza delle tredici colonie che la Corona Britannica aveva stabilito sulla costa est dell’America del Nord espresse precocemente la vocazione di lotta per la liberazione. Rifletté anche la grandezza della coscienza nazionale che si risvegliava nella vita coloniale e, soprattutto, la capacità di rottura con i legami di dominazione che le potenze colonizzatrici avevano imposto nelle terre del Nuovo Mondo.
È vero che quel fatto non portò con sé una rottura di strutture feudali preesistenti, come quelle che preponderavano sulla scena europea, di fronte alle quali avrebbero reagito i processi che, in Francia e Inghilterra, aprono la strada alle relazioni di produzione capitalistiche, ciò che permette di battezzarle come rivoluzioni borghesi. Non poteva essere così, poiché da quando apparvero i germi di ciò che poi sarebbe stato gli USA, non si articolarono mai relazioni feudali come tali. Le tredici colonie nacquero definite con il segno predominante del modo di produzione capitalista, cioè, segnate con il segno di una embrionale, ma al contempo vigorosa e dinamica matrice sociale borghese.
Roberto Fernández Retamar ha riassunto l’essenziale di detto processo, con la sua abituale maestria, in un lavoro intitolato ‘Cuba Defendida. Contra Otra Leyenda Negra’: “È imprescindibile considerare la grande avventura che iniziò un nuovo capitolo nella storia quando nel 1776 le Tredici Colonie, allora solo un pugno di terre e di genti, emisero un’indimenticabile Dichiarazione, precedente a quella francese del 1789, avendo scatenato contro l’Inghilterra quella che sarebbe stata la prima guerra indipendentista vittoriosa in America. Quell’indipendenza ci sembra ammirevole, nonostante che quella Dichiarazione, dove si affermò sfidantemente che tutti gli uomini sono stati creati uguali, sarebbe contraddetta presto, poiché la schiavitù si sarebbe mantenuta per quasi un secolo nella Repubblica nata da quella guerra. Gli uomini che sulla carta erano uguali risultarono poi essere solo maschi bianchi e ricchi: non gli indiani, che in gran parte furono sterminati come parassiti, né i neri, che continuarono schiavizzati. La nazione che allora sorse, era, inoltre, per dirlo con parole di Martí, cesarea e invasora”.
E, come già si è segnalato, la Rivoluzione d’Indipendenza degli USA si anticipò, non c’è dubbio, all’enorme contributo storico che avrebbe apportato, alcuni anni più tardi, la Rivoluzione Francese, il cui impatto è ampiamente noto, a partire dal fatto che apre un’epoca di profonde trasformazioni, che cambiano in modo definitivo tutto il panorama sociale, culturale, scientifico, produttivo, industriale, in Europa, con implicazioni persino di ordine mondiale. Sarebbe superfluo insistere sul fatto che la stessa è stata fonte di ispirazione di combattenti contro tirannie, sistemi assolutisti, monarchici, clericali e feudali.
Con ragione si è insistito da non pochi storici e specialisti sull’origine borghese e, soprattutto, sul carattere antipopolare della celebre Costituzione degli USA (quel testo giuridico e politico che è il più antico del continente, e che viene preso come modello da altri Paesi, quando concepiscono i loro propri documenti costituzionali. O che, in alcuni corsi sulla storia d’America o mondiale, si presentano come esempi tra i più completi), nel caratterizzarla come il frutto di cinquantacinque ricchi, tra cui si trovavano commercianti, schiavisti, latifondisti e avvocati, che senza mezzi termini non fecero altro che difendere i loro interessi di classe. Naturalmente, nonostante il tremendo apporto intellettuale e politico di figure come George Washington, Thomas Jefferson, Alexander Hamilton, James Madison, Benjamin Franklin, tra gli altri, noti come i “Padri Fondatori”, nessuno di loro ebbe proiezioni di beneficio maggioritario, né incluse nelle sue riflessioni le masse popolari. Dal punto di vista costituzionale, la verità è che, con la conquista dell’Indipendenza, né gli operai delle manifatture, né gli artigiani né gli schiavi, ottennero sostanziali miglioramenti nelle loro condizioni di vita.
In sintesi, la guerra e la rivoluzione che sarebbe culminata negli USA con la loro indipendenza dalla dominazione coloniale britannica, simboleggiata nella suddetta data del 4 luglio 1776, non solo significò, dal punto di vista storico, l’emancipazione dalla metropoli corrispondente ― fatto di per sé di straordinaria rilevanza ―, ma, al contempo, mantenne il grave e mostruoso flagello della schiavitù nell’economia di piantagione cotoniera del Sud, limitando l’avanzata capitalistica. E, anche, aprì alternative per un cambio sociale e politico nelle Americhe, oltre i suoi confini, proiettando la sua influenza in diverse forme, da un estremo all’altro del continente. In quel senso, incoraggiò le rivoluzioni d’indipendenza in America Latina, venendo persino preso come modello da seguire in non pochi casi nell’ampio e complesso processo emancipatore latinoamericano, esteso dal 1790 al 1830.
In quel percorso si registrò nella regione una costante lotta interna tra i sostenitori, da un lato, di una rivoluzione limitata a cambi nella sfera politica e quelli che, dall’altro, si proponevano di realizzare, in forma parallela, profonde trasformazioni socioeconomiche. In quel contesto, il riferimento alla Rivoluzione d’Indipendenza nordamericana, il cui valore come processo nazionale-liberatore e anticoloniale inciampava nella sopravvivenza e mutazione di relazioni di sfruttamento e sottomissione di barbarie, incompatibile con un progetto civilizzatorio, esprimeva un dilemma che, in qualche modo, si traduceva, in circostanze diverse, anche in dilemma dell’indipendenza latinoamericana. Da quel punto di vista, si trattava del bivio storico a cui si riferiva Martí nel suo saggio Nuestra América, del 1891, dove segnalava che il problema della separazione dalle metropoli europee non era il cambio di forme, ma il cambio di spirito. Cioè, espresso con il linguaggio del marxismo tradizionale, la rivoluzione sociale portava con sé cambi profondi e radicali, tanto nella base come nella sovrastruttura, tanto nelle relazioni contratte nella vita materiale come nella vita spirituale della società.
La Rivoluzione d’Indipendenza degli USA fu, da una parte, promotrice di quei cambi radicali e profondi; e dall’altra, costituirebbe, per implicazione, una sorta di freno, avendo un effetto doppio, come stimolo e freno a un periodo di auge capitalistico, che non si sarebbe dispiegato in tutta la sua estensione fino alla Guerra Civile, quasi un secolo dopo, tra il 1861 e il 1865. Per ragioni storiche, non poteva essere altrimenti, a causa del peso e trascendenza degli anni di dominazione coloniale in interazione con le particolarità e contraddizioni specifiche dello sviluppo del colonialismo e del capitalismo negli USA. Lo storico Howard Zinn lo chiarisce, in La Otra Historia de Estados Unidos, quando osserva che “i Padri Fondatori non presero nemmeno in considerazione la metà della popolazione” riferendosi ai segmenti sociali che rimasero esclusi dal quadro di rivendicazioni e inquietudini di cui si preoccupavano i documenti fondazionali della nazione statunitense.
Le basi dottrinali e istituzionali su cui si leva l’apparato politico degli USA ― e in generale, i supporti che sostengono il disegno della società nordamericana, incluso il suo sistema di valori ― sono contenuti, si potrebbe affermare, in una serie di documenti, tra cui si distinguono tanto la menzionata Dichiarazione d’Indipendenza, del 1776, come la suddetta Costituzione del Paese, siglata alcuni anni dopo, nel 1787, a Filadelfia. Il primo sarebbe un testo rivoluzionario, focalizzato verso l’arena internazionale, cercando di dotare di legittimità il tremendo processo che aveva luogo. Il secondo fu un documento conservatore, diretto verso l’interno della società nordamericana, in cerca della preservazione o consacrazione della normatività, della legalità che servisse da garanzia ai cambiamenti già ottenuti.
Per dirlo in poche e semplici parole: la Costituzione poneva fine alla rivoluzione convocata dalla Dichiarazione d’Indipendenza. Elitismo, esclusioni, limitazioni, restrizioni, si sarebbero levati come realtà, da lì, in contrapposizione con gli ideali e promesse di partecipazione, libertà, possibilità e diritti, che si proclamavano prima.
In quella sintesi è contenuto il dilemma dell’indipendenza in quel Paese, che oggi (in verità, da sempre) si pretende ricreare a sé stesso come simbolo mondiale della democrazia, e come in non poche parti del mondo lo si vede, grazie alla portata dei mezzi di comunicazione e, in generale, della cultura dominante, quella imposta dall’imperialismo. È un lascito di retorica, demagogia, inconseguenza, pieno di repressione, intolleranza, violenza, genocidio, discriminazione, esclusioni, persecuzioni e ingiustizie.
Questo dilemma si potrebbe illustrare con un paio di sguardi di Octavio Paz, della sua epoca iniziale, quando simpatizzava con il marxismo, si identificava con posizioni della sinistra latinoamericana, la Rivoluzione Cubana e con l’antifascismo, precedente alla sua involuzione verso la destra neoliberale, da cui datano i suoi penetranti saggi sulla società nordamericana. In Tiempo nublado, scrisse: “Perplessi, tra la loro doppia natura storica ― scrisse lì ―, i nordamericani oggi non sanno che strada prendere; il bivio è mortale: se scelgono il destino imperiale, cesseranno di essere una democrazia e così perderanno la loro ragion d’essere come nazione”. E, con simile prospettiva, puntualizzava in El espejo indiscreto, che “la contraddizione degli USA ― quella che diede loro la vita e può causare la loro morte ― si riassume in una coppia di frasi: allo stesso tempo sono una democrazia plutocratica e una repubblica imperiale”.
Si prendano le citazioni come invito alla riflessione, di fronte a una commemorazione storica come quella che si avvicina, data l’importanza di capire il Cattivo Vicino, nella giusta misura. Forse la cosa più rilevante consista nel fatto che, al di là delle realtà menzionate, la Rivoluzione d’Indipendenza ha favorito la via del progresso ― alla luce del processo storico mondiale ―, rendendo possibile la formazione economico-sociale nazione nordamericana e lo sviluppo capitalistico, sotto un modo di produzione dominante che, come è noto, non si manifestano di solito in modo puro, ma come mescolanza di relazioni non solo proprie, ma di schiavitù e vassallaggio di parentela feudale, in condizioni dove non esisteva il feudalesimo, diverse da quelle d’Europa; aprendo la strada a una storia (complessa, paradossale, mutevole) la cui società e cultura devono essere conosciute, meritano attenzione e rispetto. Gli USA vanno compresi, naturalmente, come espressione dell’imperialismo, con tutte le implicazioni negative come fenomeno integrale, ma senza disconoscere che si tratta di un Paese e una nazione, con una storia, una società, un sistema politico e un’identità culturale particolari, definiti da contraddizioni oggettive e soggettive.
Estados Unidos y el dilema de la Independencia
Por: Jorge Hernández Martínez
Como cada año, Estados Unidos celebrará el próximo sábado, 4 de julio, el Día de la Independencia en la capital del país con llamativos festejos, ambiente jubiloso y fuegos artificiales. En esta ocasión, se conmemorará el 250 aniversario de su aparición como nación autónoma, desgajada del árbol colonial británico. Según es conocido, la fecha simboliza, desde 1776, el surgimiento histórico de la primera nación moderna, al establecer una república, como forma de gobierno en la que el poder supremo residiría en el pueblo, ejercido a través de representantes elegidos mediante el voto, complementado con la división de poderes del Estado, el mandato de las leyes y la ausencia de un monarca, como en el feudalismo. Así, se anticiparía con peculiaridades el proceso que iba a consagrar en la siguiente década la Revolución Francesa, al inaugurar la época de la modernidad en su modalidad clásica. En sentido figurado, la certificación de nacimiento de Estados Unidos le designa como un modelo de tradición política del liberalismo anglosajón, basado en el ideal de la democracia burguesa representativa.
Más allá del habitual colorido que aportan los tradicionales fuegos artificiales al acostumbrado espectáculo anual con el concluyen ese día las diversas actividades festivas en la ciudad de Washington, en la que se concentran miles de residentes y visitantes, y de las palabras que pronuncia el presidente desde la Casa Blanca, donde junto a su esposa agasaja a los presentes, incluidos los militares y sus familias, los presidentes de turno aprovechan la oportunidad para enfatizar sus agendas, consignas y promesas, exaltando la glorificación del pasado fundacional, con sentido patriotero ( no patriótico,) el nacionalismo norteamericano en sus expresiones más chovinistas, incluso fanáticas, con implicaciones que resaltan el nativismo, el supremacismo blanco, el puritanismo evangélico protestante y la legitimidad del uso de la fuerza y la violencia, como recursos para garantizar la supuesta defensa de lo que se considera como seguridad nacional. Es decir, se refuerza el imperativo de haber nacido en territorio de Estados Unidos, con el consiguiente acompañamiento de racismo, xenofobia, intolerancia y reacciones antiinmigrantes, con el pretexto de proteger la identidad cultural ante las amenazas que llevan consigo lo que se califica como “anti-norteamericanismo”.
Pareciera que la banalidad que impregna a no pocos sectores de la sociedad norteamericana, y, ante todo, a su sistema político, al festejar la efeméride con espíritu triunfalista, podría opacar la significación del marco en que tendrá lugar esa conmemoración. Haciendo suyas las frases de Trump, de haber colocado a Estados Unidos, primero (America First), al Recuperar la grandeza de la nación (Make America Great Again), esos segmentos ―vinculados unos al mundo empresarial o financiero, otros a élites partidistas, organizaciones conservadoras de la sociedad civil o simples víctimas de la educación y propaganda que les formó como ciudadanos que convencidos del American Way of Life (Modo de vida norteamericano) y creen en el American Dream (Sueño norteamericano), adormecidos por Trump, que coexisten con exponentes contestatarios que confrontan, sin éxito, al sistema ―, pierden de vista la profunda crisis de legitimidad, que, en el orden sociológico, ético y político, le define hoy, cuyas manifestaciones inéditas se apreciaban desde que concluyera el pasado siglo XX, con sus últimas elecciones presidenciales, hasta la escandalosa situación que rodea la contienda electoral de 2020 y el curso que sigue la dinámica interna y exterior de Estados Unidos, a partir de la actuación gubernamental iniciada luego de los comicios de 2024.
En esa secuencia, para quien lo dudara, quedaría más que clara la referida crisis, como parte de una más amplia, sistémica y estructural, que no se reduce a la dimensión económica, que no es separable de la declinación geopolítica internacional. El prolongado, irregular y fraudulento proceso electoral de 2000 ―imposibilitado de determinar el resultado de la votación, ante lo cual la Corte Suprema debió, de modo excepcional, designar al presidente ―, unido al hecho no menos insólito de que en el de 2020, el ocupante de la Casa Blanca se negase a abandonar el cargo al frente del Ejecutivo y exhortara al inimaginable asalto al Capitolio, sede del Poder Legislativo, confirmaron fehacientemente los límites del consenso doméstico que sostenía la legitimidad del sistema, en tanto que la declinación hegemónica global ante las nuevas potencias reflejaba lo vaticinado por Lenin hace más de cien años. El imperialismo, como sistema mundial y el estadounidense en particular, como su epicentro, mostraba las tendencias que anticipó, al exhibir su condición parasitaria, su decadencia y descomposición.
Al mirar a Estados Unidos en la actualidad, resulta obligado acudir al análisis realizado por Martí en su célebre trabajo escrito y publicado en Patria en 1894, cuando señalaba que era necesario conocer la verdad sobre ese país, llamando a superar las visiones míticas, propiciadoras de no pocas falacias, interpretaciones basadas en estereotipos, que desdibujan los perfiles reales de una sociedad marcada por una profunda polarización y desigualdades, en la que la riqueza se concentraba cada vez más en menos manos, y la pobreza se expandía por las grandes mayorías, donde la democracia y las libertades ciudadanas reales se distanciaban de las representaciones manipuladas que, desde entonces, se extienden hasta el presente.
No menos imprescindible son las profusas referencias de Fidel, expresadas en sus discursos y reflexiones. En una de estas últimas, titulada La política cínica del imperio, precisó tempranamente, apenas unos días después de que Barack Obama, entonces precandidato demócrata a la presidencia, en el año 2008, hubiese pronunciado su discurso ante la Fundación Nacional Cubano-Americana, que: “Estados Unidos de hoy no tiene nada que ver con la Declaración de principios de Filadelfia formulada por las trece colonias que se rebelaron contra el colonialismo inglés. Hoy constituyen un gigantesco imperio, que no pasaba en aquel momento por la mente de sus fundadores. Nada cambió sin embargo para los indios y los esclavos. Los primeros fueron exterminados a medida que la nación se extendía; los segundos continuaron siendo objeto de subastas en los mercados ―hombres, mujeres y niños ― durante casi un siglo, a pesar de que ´todos los hombres nacen libres e iguales´, como afirma la Declaración”.
Con esta observación, Fidel subrayaba, una vez más la importancia del conocimiento de la historia norteamericana, como una herramienta útil en el esfuerzo por lograr una cultura general e integral, como lo promovió en el marco de la colosal Batalla de Ideas, lo cual ha persistido durante un cuarto de siglo, a través de la atención que le han dedicado al asunto los medios de comunicación social, desde espacios televisivos como la Mesa Redonda y Espectador Crítico, entre los más veteranos, sin olvidar los cursos impartidos en Universidad para Todos, complementados por tabloides impresos, junto a otros programas más recientes, que abordan aspectos de la política, el arte y la literatura de ese país y, desde luego, con la habitual cobertura de nuestra prensa, escrita, radial y digital. No podrían omitirse la prioridad que, en consecuencia, editoriales, revistas teóricas, académicas y culturales, le han brindado también a acontecimientos y procesos de la historia contemporánea de Estados Unidos.
Estados Unidos ―como sociedad de muy profundas diferencias sociales, en medio de una gigantesca polarización de la riqueza y del control monopólico de las mentes y los corazones, donde conviven la opulencia, el desempleo y la marginalidad ―, vive un período de transición histórica multidimensional: económica, productiva, tecnológica, clasista, demográfica, ideológica, cultural, política. Esta última expresa los límites de la tradición liberal que le dio vida como nación, al separarse formalmente del imperio británico hace 250 años, apuntalada en valores como la democracia, la libertad y su espíritu mesiánica, de salvador del mundo, acorde con el Destino Manifiesto, negados a diario por su propia historia. Esa transición inconclusa es resultado de la acumulación durante unos cuarenta años, de fenómenos y contradicciones desde la década de los ochenta del siglo pasado, derivados de la llamada Revolución Conservadora. En términos historiográficos, podría debatirse con una intención teórico-metodológica, acudiendo a Braudel o a Hobsbawn, por ejemplo, acerca de la duración del proceso implicado, si bien ello desborda el objeto de este análisis.
Lo que interesa subrayar es el desempeño actual de Estados Unidos al naturalizar el conflicto y la guerra ―y no de cualquier tipo, sino de naturaleza depredadora, expansionista, geopolítica, imperialista, ilegal, inhumana ―, lo cual es harto conocido. Bastaría con retomar y actualizar la teoría leninista y gramsciana. No es necesario inventariar ni actualizar el expediente estremecedor de declaraciones ni acciones al interior de ese país o en sus proyecciones ilegítimas, militares y genocidas, violatorias del derecho internacional, del sentido más elemental de los derechos humanos, del respeto a la soberanía, la integridad territorial y la autodeterminación de los pueblos, y de la paz mundial.
En la Declaración de Independencia dada a conocer el 4 de julio de 1776, se proclamó, por primera vez en la historia, la soberanía del pueblo, lo que se convierte desde esa fecha en principio fundamental del Estado moderno. Como se conoce, con ello se reconocía el derecho del sujeto popular a la sublevación, a la revolución: se declaraba la ruptura de todas relaciones entre las colonias en América del Norte y la metrópoli británica, exponiéndose las bases sobre las que se levantaba, de manera independiente, la naciente nación.
Desde el punto de vista histórico, la Revolución de Independencia de Estados Unidos, sin embargo, fue un proceso limitado, inconcluso, sobre todo por el hecho de que conservó intacto el sistema de esclavitud, que ya se había conformado totalmente para entonces, con lo cual quedaría pospuesta casi por un siglo la consecución de ese anhelo universal ―la abolición ―, hasta la ulterior guerra civil o de secesión, que se desatará entre 1861 y 1865.
Adelantando el derrotero de las revoluciones burguesas europeas ―aún y cuando sus especificidades impidan catalogarla, con exactitud historiográfica, como un acontecimiento de idéntico signo, pues esencialmente fue una revolución de liberación nacional ―, la independencia de las trece colonias que la Corona Británica había establecido en la costa este de América del Norte expresó tempranamente la vocación de lucha por la liberación. También reflejó la magnitud de la conciencia nacional que despertaba en la vida colonial y, sobre todo, la capacidad de ruptura con los lazos de dominación que las potencias colonizadoras habían impuesto en las tierras del Nuevo Mundo.
Es cierto que ese hecho no llevó consigo una quiebra de estructuras feudales preexistentes, como las que preponderaban en la escena europea, ante las cuales reaccionarían los procesos que, en Francia e Inglaterra le abren el paso a las relaciones de producción capitalistas, lo que sí permite bautizarlas como revoluciones burguesas. No podía ser así, ya que desde que aparecieron los gérmenes de lo que luego sería Estados Unidos de América, nunca se articularon relaciones feudales como tales. Las trece colonias nacieron definidas con el signo predominante del modo de producción capitalista, es decir, marcadas con el signo de una embrionaria, pero a la vez pujante y dinámica matriz social burguesa.
Roberto Fernández Retamar ha resumido lo esencial de dicho proceso, con su habitual maestría, en un trabajo titulado Cuba Defendida. Contra Otra Leyenda Negra: “Es imprescindible considerar la gran aventura que inició un nuevo capítulo en la historia cuando en 1776 las Trece Colonias, entonces sólo un puñado de tierras y de gentes, emitieron una inolvidable Declaración, previa a la francesa de 1789, habiendo desencadenado contra Inglaterra la que iba a ser la primera guerra independentista victoriosa en América. Esa independencia nos parece admirable, a pesar de que aquella Declaración, donde se afirmó desafiantemente que todos los hombres han sido creados iguales, sería contradicha pronto, pues la esclavitud se mantendría durante casi un siglo en la República nacida de esa guerra. Los hombres que en el papel eran iguales resultaron luego ser sólo varones blancos y ricos: no los indios, que en su gran mayoría fueron exterminados como alimañas, ni los negros, que continuaron esclavizados. La nación que entonces surgió, era, además, para decirlo en palabras de Martí, cesárea e invasora”.
Y es que, según ya se ha señalado, la Revolución de Independencia de Estados Unidos se adelantó, no cabe dudas, a la enorme contribución histórica que aportaría, algunos años más tarde, la Revolución Francesa, cuyo impacto es ampliamente conocido, a partir de que abre una época de profundas transformaciones, que cambian de modo definitivo todo el panorama social, cultural, científico, productivo, industrial, en Europa, con implicaciones incluso de índole mundial. Estaría de más insistir en el hecho de que la misma ha sido fuente de inspiración de luchadores contra tiranías, sistemas absolutistas, monárquicos, clericales y feudales.
Con razón se ha insistido por no pocos historiadores y especialistas en el origen burgués y sobre todo, en el carácter antipopular de la célebre Constitución de Estados Unidos (ese texto jurídico y político que es el más antiguo en el continente, y que se toma como modelo por otros países, a la hora de concebir sus propios documentos constitucionales. O que, en algunos cursos sobre historia de América o mundial, se presentan como ejemplos de los más completos), al caracterizarla como el fruto de cincuenta y cinco ricos, entre quienes se encontraban comerciantes, esclavistas, hacendados y abogados, que sin rodeos no hicieron más que defender sus intereses clasistas. Por supuesto, a pesar del tremendo aporte intelectual y político de figuras como George Washington, Thomas Jefferson, Alexander Hamilton, James Madison, Benjamin Franklin, entre otros, conocidos como los “Padres Fundadores”, ninguno de ellos tuvo proyecciones de beneficio mayoritario, ni incluyó en sus reflexiones a las masas populares. Desde el punto de vista constitucional, lo cierto es que, con la conquista de la Independencia, ni los obreros de las manufacturas, ni los artesanos ni los esclavos, lograron sustanciales mejoras en sus condiciones de vida.
En resumen, la guerra y la revolución que culminaría en Estados Unidos con su independencia de la dominación colonial británica, simbolizada en la referida fecha del 4 de julio de 1776, no solo significó, desde el punto de vista histórico, la emancipación de la metrópoli correspondiente ―hecho por sí solo de extraordinaria relevancia ―, sino que, a la vez, mantuvo el grave y monstruoso flagelo de la esclavitud en la economía de plantación algodonera sureña, limitando el avance capitalista. Y, también, abrió alternativas para un cambio social y político en las Américas, más allá de sus fronteras, al proyectar su influencia de diferentes formas, de un extremo al otro del continente. En ese sentido, alentó las revoluciones de independencia en América Latina, tomándose incluso como modelo a seguir en no pocos casos en el amplio y complejo proceso emancipador latinoamericano, extendido de 1790 a 1830.
En ese trayecto se registró en la región una constante lucha interna entre los partidarios, de un lado, de una revolución limitada a cambios en la esfera política y los que, de otro, se proponían realizar, en forma paralela, profundas transformaciones socioeconómicas. En aquel contexto, la referencia a la Revolución de Independencia norteamericana, cuyo valor como proceso nacional-liberador y anticolonial tropezaba con la sobrevivencia y mutación de relaciones de explotación y sometimiento de barbarie, incompatible con un proyecto civilizatorio, expresaba un dilema que, de alguna manera, se traducía, en circunstancias distintas, también en dilema de la independencia latinoamericana. Desde ese punto de vista, se trataba de la disyuntiva histórica a la que se refería Martí en su ensayo Nuestra América, de 1891, donde señaló que el problema de la separación de las metrópolis europeas no era el cambio de formas, sino el cambio de espíritu. Es decir, expresado con el lenguaje del marxismo tradicional, la revolución social llevaba consigo cambios profundos y radicales, tanto en la base como en la superestructura, tanto en las relaciones contraídas en la vida material como en la vida espiritual de la sociedad.
La Revolución de Independencia de Estados Unidos fue, por una parte, promotora de esos cambios radicales y profundos; y por otra, constituiría, por implicación, una surte de retranca, al tener un efecto doble, como estímulo y freno a un período de auge capitalista, que no se desplegaría en toda su extensión sino hasta la Guerra Civil, casi un siglo después, entre 1861 y 1865. Por razones históricas, no podía ser de otra manera, a causa del peso y trascendencia de los años de dominación colonial en interacción con las particularidades y contradicciones específicas del desarrollo del colonialismo y el capitalismo en Estados Unidos.El historiador Howard Zinn lo esclarece, en La Otra Historia de Estados Unidos, cuando apunta que “los Padres Fundadores no tomaron ni siquiera en cuenta a la mitad de la población” al referirse a los segmentos sociales que quedaron excluidos del marco de reclamos e inquietudes por los que se preocupaban los documentos fundacionales de la nación estadounidense.
Las bases doctrinales e institucionales sobre las que se levanta el aparato político de Estados Unidos ―y en general, los soportes que sostienen el diseño de la sociedad norteamericana, incluido su sistema de valores ― están contenidas, podría afirmarse, en una serie de documentos, entre los que se distinguen tanto la mencionada Declaración de Independencia, de 1776, como la referida Constitución del país, rubricada unos años después, en 1787, en Filadelfia. El primero sería un texto revolucionario, enfocado hacia la arena internacional, procurando dotar de legitimidad al tremendo proceso que tenía lugar. El segundo fue un documento conservador, dirigido hacia dentro de la sociedad norteamericana, en busca de la preservación o consagración de la normatividad, de la legalidad que sirviera de garantía a los cambios ya logrados.
Para decirlo en pocas y sencillas palabras: la Constitución ponía fin a la revolución convocada por la Declaración de Independencia. Elitismo, exclusiones, limitaciones, restricciones, se levantarían como realidades, desde allí, en contraposición con los ideales y promesas de participación, libertades, posibilidades y derechos, que se proclamaban antes.
En esa síntesis está contenido el dilema de la independencia en ese país, que hoy (en verdad, desde siempre) se pretende recrear a sí mismo como símbolo mundial de la democracia, y como en no pocas partes del mundo se le ve, gracias al alcance de los medios de comunicación y, en general, de la cultura dominante, la impuesta por el imperialismo. Es un legado de retórica, demagogia, inconsecuencia, plagado de represión, intolerancia, violencia, genocidio, discriminación, exclusiones, persecuciones e injusticias.
Ese dilema se podría ilustrar con un par de miradas de Octavio Paz, de su época temprana, cuando simpatizaba con el marxismo, se identificaba con posiciones de la izquierda latinoamericana, la Revolución Cubana y con el antifascismo, anterior a su involución hacia la derecha neoliberal, de la cual datan sus penetrantes ensayos sobre la sociedad norteamericana. En Tiempo nublado, escribió: “Perplejos, entre su doble naturaleza histórica escribió allí–, los norteamericanos hoy no saben qué camino tomar; la disyuntiva es mortal: si escogen el destino imperial, dejarán de ser una democracia y así perderán su razón de ser como nación”. Y, con similar perspectiva, puntualizaba en El espejo indiscreto, que “la contradicción de los Estados Unidos ―la que les dio la vida y puede causar su muerte― se resume en una pareja de frases: al mismo tiempo son una democracia plutocrática y una república imperial”.
Tómense las citas como invitación a la reflexión, ante una conmemoración histórica como la que se avecina, dada la importancia de entender al Mal Vecino, en su justa medida. Quizás lo más relevante consista en que, más allá de las realidades aludidas, la Revolución de Independencia auspició el camino del progreso ―a la luz del proceso histórico mundial ―, al viabilizar la formación económico-social nación norteamericana y el desarrollo capitalista, bajo un modo de producción dominante que, como se sabe, no se suelen manifestar de manera pura, sino como mezcla de relaciones no solo propias, sino de esclavitud y vasallaje de parentesco feudal, en condiciones donde no existía el feudalismo, diferentes a las de Europa; abriéndole paso a una historia (compleja, paradójica, cambiante) cuya sociedad y cultura deben conocerse, merecen atención y respeto. Estados Unidos debe comprenderse, claro está, como expresión del imperialismo, con todas las implicaciones negativas como fenómeno integral, pero sin desconocer que se trata de un país y una nación, con una historia, una sociedad, un sistema político y una identidad cultural particulares, definido por contradicciones objetivas y subjetivas.



