coraggio in combattimento, lealtà a Martí e la tormentata storia della sua sepoltura
Jorge Miguel Puente Reyes, Alexis Carrero Preval
José Maceo Grajales, terzo figlio dell’unione di Marcos Maceo e Mariana Grajales Cuello, nacque il 2 febbraio 1849, nella tenuta “Las Delicias”, nel distretto di Majaguabo, giurisdizione di Maroto, oggi municipio di San Luis.
Fin da bambino mostrò le qualità che avrebbe avuto da uomo; lo distinguono la sua forza, robustezza, abilità e destrezza nei giochi infantili, e una grande sensibilità per la musica. Sebbene fosse un giovane divertente, era obbediente, rispettoso, professava grande amore per il lavoro e si distinse per i suoi successi come tiratore.
A soli 19 anni, si unì insieme ai suoi fratelli, guidati dal padre Marcos, all’Esercito Liberatore nella gesta emancipatrice del 1868 e, forte del suo coraggio e ardimento, salì nei gradi militari da soldato a colonnello.
Durante questi anni diresse e partecipò a importanti combattimenti, tra cui spiccano: Mangos de Mejías, nell’agosto 1877, dove salvò suo fratello Antonio Maceo dalla cattura da parte del nemico; ma fu anche protagonista delle azioni combattive a Pinar Redondo, Tibisí, Dos Caminos e Baraguá.
La sua maturità politica e il suo patriottismo lo mantennero fedele al suo posto di combattimento di fronte alle sedizioni di Lagunas de Varona, nel 1875, e Santa Rita, nel 1877; allo stesso modo rimase saldo insieme a suo fratello Antonio Maceo nella Protesta di Baraguá.
Terminata la guerra dei Dieci Anni, partecipò alla cospirazione che scatenò la Guerra Chiquita (Piccola), diventando di fatto uno dei principali capi del movimento, e fu promosso al grado di Generale di Brigata nel 1880. In questa contesa si distinse in diverse azioni combattive.
Al termine di questa guerra fu ingannato dal Generale Polavieja, il quale, dopo essersi impegnato a esiliarlo, ordinò che fosse condotto come prigioniero nelle carceri spagnole del castello San Cristóbal, a Porto Rico, e successivamente trasferito in carceri in Africa e in Europa.
Dalla prigione fu protagonista di diversi tentativi di fuga; da Cadice il 15 agosto 1882, che ebbe una grande risonanza internazionale e provocò il suo trasferimento in diverse carceri spagnole: all’Hacho in Marocco, alla Cittadella di Pamplona, a Estella, a Santa Bárbara ad Alicante, al Castello della Mola a Mahón e a Palma di Maiorca. Finalmente il 12 ottobre 1884, con il consenso del governo inglese, fuggì da Palma di Maiorca via Algeri, Francia e di lì a New York, dove si collegò immediatamente ai piani cospirativi per l’indipendenza di Cuba. Nel 1886, dopo il fallimento del Piano Gómez Maceo, si trasferì a Panama dove lavorò nelle attività di costruzione del canale e in lavori di edilizia abitativa a Bas Obispo.
Nel marzo 1892 si incontrò con suo fratello Antonio Maceo in Costa Rica, allo scopo di edificare e far prosperare, in quel Paese, una comunità di cubani nota come “La Mansión”.
Nel marzo 1894, era riuscito a raccogliere 10000 pesos d’oro che mise al servizio della Rivoluzione, dimostrando ancora una volta il suo patriottismo e il suo interesse per vedere la sua patria libera e indipendente. Nel giugno dello stesso anno, contrasse matrimonio con Elena González Núñez, una giovane giamaicana di 22 anni; ciononostante, si unì alla Guerra Necessaria. Sbarcò sulle coste di Duaba, Baracoa, il 1° aprile 1895, nella spedizione della goletta “Honor”. Riferendosi a questo fatto, affermò: “[…] solo Martí poté strapparmi dal mio nido d’amore, solo lui che mi obbligò con il suo patriottismo e mi sedusse con la sua parola”.
Dopo la dispersione iniziale, sopravvisse alla persecuzione e all’accerchiamento del nemico, in quella che è nota come l'”Odissea del Generale José”, fino a quando non si ricongiunse con le truppe al comando del maggiore generale Pedro Agustín Pérez (Periquito). Il 25 aprile combatté ad Arroyo Hondo, azione trionfante della Guerra del 1895, salvando Máximo Gómez e José Martí dalla cattura o dalla morte per mano nemica. Il 28 dello stesso mese fu promosso a Maggiore Generale. José partecipò alla Campagna d’Oriente, in cui combatté in diverse azioni combattive tra cui spicca il Combattimento del Jobito.
Il 20 ottobre 1895, fu nominato Capo del Primo Corpo d’Armata, svolgendo un arduo lavoro di supporto al contingente invasore e nell’organizzazione e sostegno del territorio sotto il suo comando.
In questo impegno diede prova delle sue qualità come capo e organizzatore militare; le sue unità sostennero più di 80 azioni combattive, 20 delle quali diresse personalmente: Baconao, Casa-Soto, La Galleta, La Economía, Maibío (I), La Curía (I e II), Maibío (II), La Tontina, cafetal Ampudia, La Ceiba, Ti Arriba, El Cristo, Triunfo de Bolaños, Monte Dos Leguas, per citarne solo alcune. Inoltre, organizzò il Dipartimento di Amministrazione delle Tenute e articolò un’efficiente rete di informazioni con le principali città e paesi del territorio sotto il suo comando.
Le contraddizioni con il Consiglio di Governo lo indussero a chiedere le dimissioni dall’incarico e a chiedere di essere inviato a Occidente. In mezzo a questa situazione, il 5 luglio 1896, affrontò a Loma del Gato una colonna spagnola al comando del colonnello Vara del Rey.
Il Tenente Colonnello Lino D’ou, suo Segretario di Gabinetto, ci raccontò il momento della caduta in combattimento del Leone d’Oriente: “[…] il generale attraversava il luogo dove si trovava la sua scorta di cavalleria, dove posizionò quella di fanteria, quando crollò da cavallo lasciando cadere il revolver che teneva nella destra […]”.
Raccolto immediatamente dalla sua scorta e dagli aiutanti, fu trasportato ferito alla tenuta “El Aguacate”, dove fu assistito dal Dr. Francisco de Paula y Valiente; poi fu condotto al cafetal “La Soledad”, dove morì verso le quattro del pomeriggio dello stesso giorno. La sua truppa, commossa dal dolore, gli rese i meritati onori militari; la sepoltura si svolse a mezzogiorno del 6 luglio, nel cafetal “La Cristina”, con tutta la solennità militare e alla presenza di tutta la truppa.
Per la prima volta fu suonata la marcia funebre, composta in sua memoria dal direttore della sua banda (charanga) Rafael Inciarte Ruiz. In piena notte, un gruppo dei suoi più stretti collaboratori decise di dissotterrarlo e portarlo a Campo Rico, dove fu consegnato al prefetto, capitano Antonio Puerta, Ñico, affinché scegliesse il luogo della nuova sepoltura e si occupasse della custodia della sua tomba.
Lì rimasero fino al 20 settembre 1902, quando, su iniziativa dell’allora governatore della provincia di Oriente, generale Francisco Sánchez Hechavarría, i suoi resti furono nuovamente esumati dal colonnello Enrique Thomas e portati al villaggio di Songo, dove furono esposti nella Scuola Pubblica n. 1 (oggi scuola elementare Adela Desquirón Araújo). Il motivo di questa esumazione rispondeva all’intento di rendere omaggio a figure gloriose della storia patria, cadute sui campi di battaglia, nel 34° anniversario dell’inizio della Guerra dei Dieci Anni nel pantheon costruito a tale scopo. Per questa ragione sarebbero stati sepolti i maggiori generali José Marcelino Maceo Grajales, Guillermo Moncada e Francisco (Flor) Crombet; il generale di divisione Mariano Sánchez Vaillant; i colonnelli Victoriano Garzón e Andrés Silva Duany, e il capitano Manuel Bergues Pruna.
Da Alto Songo i resti furono trasportati in treno a Santiago di Cuba il 7 ottobre 1902 e collocati nella camera ardente nel Governo Provinciale (sito in Aguilera angolo Estrada Palma). Il 9 ottobre, la città di Santiago di Cuba osservò un imponente silenzio di lutto cittadino, mentre negli edifici pubblici, nelle società e in molte case private, apparvero anche bandiere a mezz’asta e cresponi neri appesi a porte e finestre. Alle cinque del pomeriggio di quel giorno si ebbe la terza sepoltura di José Maceo, che si realizzò nel cortile D del cimitero Santa Ifigenia.
Nel 1939, durante la breve presidenza di José A. Barnet, fu approvato un budget per la riparazione e l’abbellimento del cimitero municipale di Santiago di Cuba, che includeva la ricostruzione, il completamento e l’abbellimento della tomba dei martiri della Patria, dove si trovavano i resti di José Maceo, Flor Crombet, Guillermo Moncada e degli altri patrioti.
Non è che all’inizio del 1944 che si procedette all’esumazione dei resti dal pantheon; le casse che li contenevano furono coperte con bandiere nazionali e collocate nell’ufficio dell’amministratore del cimitero.
Il 14 febbraio 1944, nelle ore mattutine, iniziò la costruzione del Pantheon dei Martiri della Patria (Retablo degli Eroi). Prima che l’opera fosse completata, si ebbe una sepoltura transitoria che divenne la quarta sepoltura di José Maceo, poiché i suoi resti, come quelli degli altri patrioti, furono condotti al Pantheon delle Forze Armate. Questa sepoltura provvisoria fu per non creare difficoltà nell’inaugurazione del pantheon, che si sarebbe tenuta il 25 febbraio 1944, con la presenza del presidente della Repubblica, Fulgencio Batista Zaldívar, e a quanto pare non era opportuno che si sapesse che i resti dei patrioti si trovavano nell’ufficio dell’Amministratore senza che l’opera del pantheon fosse ancora completata.
Non siamo riusciti a precisare quando avvenne la nuova esumazione dal pantheon e il nuovo trasferimento nell’ufficio dell’Amministratore; fatto sta che nel giornale Oriente, dell’8 dicembre 1944, apparve pubblicata una lettera indirizzata al nuovo presidente della Repubblica, Ramón Grau San Martín, che conferma che i resti erano nuovamente in quel luogo.
Il 28 novembre 1945, in occasione della luttuosa data del 7 dicembre, fu emesso l’ordine militare n. 26 con il quale la capo del Distretto Militare d’Oriente avrebbe avuto l’incarico degli onori militari corrispondenti a quei patrioti. Il Consiglio Territoriale dei Veterani dell’Indipendenza d’Oriente avrebbe stabilito la guardia d’onore durante l’esposizione dei resti nel Governo Provinciale. Alle cinque del pomeriggio del 6 dicembre 1945, furono caricati da membri delle Forze Armate e posti su un affusto i resti dei maggiori generali, generali di divisione e di brigata, colonnelli e comandanti; su un altro, i restanti caduti. Tutti erano coperti dalla bandiera cubana. Gli affusti, uniti ai carri funebri, erano trainati da cavalli.
L’inizio della cerimonia fu presieduto dal sindaco municipale, Luis Casero Guillén; dal colonnello Rogelio de la Quesada, capo del Distretto Militare d’Oriente; dal colonnello Miguel Santos Mora, capo del Distretto Navale d’Oriente, e da Mariano Rosas, presidente del Municipio; inoltre, il dottor José Maceo González, figlio del maggiore generale José Maceo; Flor Crombet, figlio del generale omonimo, giunto dalla capitale per assistere alla cerimonia; Ambrosio Garzón, figlio del colonnello Victoriano Garzón, così come Isaías e Armando Garzón, nipoti di quel patriota; Antonio, Wilfredo e Adalberto Moncada, nipoti del maggiore generale Guillermo Moncada.
Alle sei di sera giunse davanti al Palazzo la solenne manifestazione di lutto. Di nuovo furono caricati da sergenti dell’esercito e portati questa volta nella sala degli atti del Palazzo di Governo, dove furono collocati i forzieri. Nella cerimonia, la signora Ernestina Valdés, vedova del generale Francisco Leyte-Vidal, pose su quello che conteneva i resti del generale José Maceo la bandiera cubana e il machete di sua proprietà, che lei custodiva come reliquia e che suo marito aveva conservato come ricordo.
Alle otto del mattino del giorno 7, le batterie installate nel Distretto Navale d’Oriente spararono una salva ogni mezz’ora, fino alle sei di sera; immediatamente, i resti dei martiri furono portati in spalla da militari e familiari e collocati sull’affusto d’artiglieria, per iniziare il percorso fino all’ultima dimora di questi eroi dell’indipendenza di Cuba, cui assistettero più di ventimila persone e che fu accompagnato da diverse associazioni della città.
Alle undici del mattino del 7 dicembre 1945 ebbe luogo la quinta e ultima sepoltura di José Maceo, che avvenne — come le due precedenti — insieme a un gruppo significativo di uomini che diedero tutto per vedere la patria libera.
Quando le urne furono depositate nel cimitero, il governatore d’Oriente pronunciò il discorso. Così si concluse la quinta delle sepolture cui furono sottoposti i resti del maggiore generale José Maceo Grajales, questa volta in una tomba degna della sua memoria: il Retablo degli Eroi. In questi momenti si sta preparando una nuova tomba, all’interno dello stesso cimitero, per depositare i resti del Leone d’Oriente di fronte al Retablo degli Eroi, il che avrebbe costituito la sua settima sepoltura.
José Maceo, el León de Oriente: Valentía en combate, lealtad a Martí y la azarosa historia de su sepultura
Por: Jorge Miguel Puente Reyes, Alexis Carrero Preval
José Maceo Grajales, es el tercer hijo de la unión de Marcos Maceo y Mariana Grajales Cuello, nació el 2 de febrero de 1849, en la finca “Las Delicias”, término de Majaguabo, jurisdicción de Maroto, hoy municipio de San Luis.
Desde muy niño demostró las cualidades que tendría de hombre, lo distingue su fortaleza, robustez, habilidad y destreza en los juegos infantiles, y una gran sensibilidad por la música. A pesar de ser joven divertido, era obediente, respetuoso, profesaba gran amor al trabajo y se destacó por sus aciertos como tirador.
Con sólo 19 años, se incorpora junto a sus hermanos encabezados por su padre Marcos al Ejército Libertador en la gesta emancipadora de 1868 y avalado por su valentía y arrojo asciende en grados militares de soldado a coronel.
Durante estos años dirige y participa en importantes combates, entre los que sobresalen: Mangos de Mejías, en agosto de 1877, donde salva a su hermano Antonio Maceo, de caer prisionero del enemigo; pero también fue protagonista de las acciones combativas en Pinar Redondo, Tibisí, Dos Caminos y Baraguá.
Su madurez política y patriotismo le hacen permanecer fiel en su puesto de combate ante las sediciones de Lagunas de Varona, en 1875 y Santa Rita, en 1877; de igual forma permanece firme junto a su hermano Antonio Maceo en la Protesta de Baraguá.
Terminada la guerra de los Diez Años participa en la conspiración que desencadena la Guerra Chiquita, convirtiéndose de hecho en uno de los principales jefes del movimiento, siendo ascendido al grado de General de Brigada en 1880. En esta contienda se destaca en varias acciones combativas.
Al concluir esta guerra es engañado por el General Polavieja, quién luego de comprometerse a exiliarlo, ordena que fuera conducido en calidad de prisionero a cárceles españolas en el castillo San Cristóbal, en Puerto Rico, después trasladado a cárceles en África y Europa.
Desde el presidio protagonizó varios intentos de fuga, de Cádiz el 15 de agosto de 1882 la cual tuvo una gran repercusión internacional y provocó fuera trasladado a varias cárceles españolas, al Hacho en Marruecos, Ciudadela de Pamplona, Estella, Santa Bárbara en Alicante, Castillo de la Mola en Mahón y Palma de Mallorca. Finalmente el 12 de octubre de 1884, con la anuencia del gobierno inglés, se fuga de Palma de Mallorca vía Argel, Francia y de allí a Nueva York donde se vincula de inmediato a los planes conspirativos por la independencia de Cuba. En 1886, tras el fracaso del Plan Gómez Maceo se traslada a Panamá donde trabaja en actividades de la construcción del canal y en labores de edificación de viviendas en Bas Obispo.
En marzo de 1892 se reúne con su hermano Antonio Maceo en Costa Rica, con el propósito de edificar y hacer prosperar, en ese país, una comunidad de cubanos conocida por “La Mansión”.
En marzo de 1894, había logrado reunir 10 000 pesos oro que puso al servicio de la Revolución, evidenciando una vez más su patriotismo e interés por ver libre e independiente a su patria. En junio del propio año, contrae matrimonio con Elena González Núñez, joven jamaicana de 22 años, aun así, se incorpora a la Guerra Necesaria. Desembarca en las costas de Duaba, Baracoa el 1 de abril de 1895, en la expedición de la goleta “Honor”. Al referirse a este hecho expresó “[…] sólo Martí pudo sacarme de mi nido de amores, sólo él que me obligó con su patriotismo y me sedujo con su palabra”.
Después de la dispersión inicial sobrevive a la persecución y cerco del enemigo, en lo que se conoce como la “Odisea del General José”, hasta que se reencuentra con las tropas al mando del mayor general Pedro Agustín Pérez (Periquito). El 25 de abril combate en Arroyo Hondo, acción triunfante de la Guerra de 1895, salva a Máximo Gómez y José Martí de caer presos o muertos por el enemigo. El 28 del propio mes es ascendido a Mayor General. José participa en la Campaña de Oriente, en la que libra diversas acciones combativas entre las que se destaca el Combate del Jobito.
El 20 de octubre de 1895, es nombrado Jefe del Primer Cuerpo de Ejército, desempeñando una ardua labor de apoyo al contingente invasor y en la organización y sostén del territorio bajo su mando.
En ese empeño pone de manifiesto sus cualidades como jefe y organizador militar, sus unidades sostienen más de 80 acciones combativas, 20 de los cuales dirige él personalmente: Baconao, Casa-Soto, La Galleta, La Economía, Maibío (I), La Curía (I y II), Maibío (II), La Tontina, cafetal Ampudia, La Ceiba, Ti Arriba, El Cristo, Triunfo de Bolaños, Monte Dos Leguas, por solo mencionar algunas. Además, organiza el Departamento de Administración de Haciendas y articula una eficiente red de información con las principales ciudades y pueblos en el territorio bajo su mando.
Las contradicciones con el Consejo de Gobierno, lo inducen a solicitar su renuncia del cargo y pide ser enviado a Occidente. En medio de esta situación enfrenta el día 5 de julio de 1896, en Loma del Gato, una columna española al mando del coronel Vara del Rey.
El Teniente Coronel Lino D`ou, su Secretario de Despacho nos narró el momento de la caída en combate del León de Oriente: “[…] el general atravesaba el lugar en que estaba su escolta de caballería, donde situó la de infantería, cuando se desplomó de su caballo soltando el revólver que traía en la diestra […]”.
Recogido de inmediato por su escolta y ayudantes, es traslado herido a la finca “El Aguacate”, donde lo asiste el Dr. Francisco de Paula y Valiente; lo conducen luego al cafetal “La Soledad”, donde mure cerca de las cuatro de la tarde del propio día. Su tropa embargada por la tristeza le rinde merecidos honores militares, el entierro se realiza en horas del mediodía del 6 de julio, en el cafetal “La Cristina”, con toda la solemnidad militar y ante la presencia de toda la tropa.
Por vez primera se toca la marcha fúnebre, compuesta a su memoria por el director de su banda (charanga) Rafael Inciarte Ruiz. En horas de la noche un grupo de sus más cercanos colaboradores, acuerdan desenterrarlo y llevarlo hasta Campo Rico donde le son entregados al prefecto, capitán Antonio Puerta, Ñico, para que éste eligiera el sitio de su nueva sepultura y se encargara de la custodia de su tumba.
Allí permanecieron hasta que el 20 de septiembre de 1902, por iniciativa del entonces gobernador de la provincia de Oriente, general Francisco Sánchez Hechavarría, fueron exhumados de nuevo sus restos por el coronel Enrique Thomas y llevados al poblado de Songo, donde fueron expuestos en la Escuela Pública no. 1 (hoy escuela primaria Adela Desquirón Araújo). El móvil de esta exhumación respondió al propósito de rendirles tributo a figuras gloriosas de la historia patria, caídas en los campos de batalla, en el 34 aniversario del inicio de la Guerra de los Diez Años en el panteón construido al efecto. Por esta razón serían enterrados los mayores generales José Marcelino Maceo Grajales, Guillermo Moncada y Francisco (Flor) Crombet; el general de división Mariano Sánchez Vaillant; los coroneles Victoriano Garzón y Andrés Silva Duany, y el capitán Manuel Bergues Pruna.
Desde Alto Songo fueron trasladados, los restos, en tren a Santiago de Cuba el 7 de octubre de 1902 y colocados en la capilla ardiente en el Gobierno Provincial (sito en Aguilera esquina Estrada Palma). El 9 de octubre, la ciudad de Santiago de Cuba guardó silencio imponente de duelo local, mientras que, en los edificios públicos, sociedades y muchas casas particulares, aparecieron también banderas a media asta, y crespones negros pendientes de las puertas y ventanas. A las cinco de la tarde de este día se produce el tercero de los entierros de José Maceo, que se materializó en el patio D del cementerio Santa Ifigenia.
En 1939, durante la breve presidencia de José A. Barnet, se aprobó un presupuesto para la reparación y embellecimiento del cementerio municipal de Santiago de Cuba, el cual incluía la reconstrucción, terminación y embellecimiento de la tumba de los mártires de la Patria, donde se encontraban los restos de José Maceo, Flor Crombet, Guillermo Moncada y los otros patriotas.
No es hasta inicios de 1944 cuando se produce la exhumación de los restos del panteón; las cajas que los contenían fueron cubiertas con banderas nacionales y colocadas en la oficina del administrador del cementerio.
El 14 de febrero de 1944 se inicia en horas de la mañana la construcción del Panteón de los Mártires de la Patria (Retablo de los Héroes). Antes de quedar concluida la obra ocurre un entierro transitorio que se convierte en cuarto de los entierros de José Maceo, pues sus restos, al igual que el de los otros patriotas, son conducidos al Panteón de las Fuerzas Armadas. Este entierro provisional fue para no crear dificultades en la inauguración del panteón, que se efectuaría el 25 de febrero de 1944, con la presencia del presidente de la República, Fulgencio Batista Zaldívar y al parecer no era conveniente que se supiera que los restos de los patriotas estaban en la oficina del Administrador sin haber concluido aún la obra del panteón.
No hemos podido precisar cuándo se produce la nueva exhumación del panteón y trasladados nuevamente a la oficina del Administrador, lo cierto es que en el periódico Oriente, del 8 de diciembre de 1944, aparece publicada una carta dirigida al nuevo presidente de la República, Ramón Grau San Martín, la cual corrobora que los restos estaban nuevamente en este sitio.
El 28 de noviembre de 1945, atendiendo a la luctuosa fecha del 7 de diciembre, se dictó la orden militar no. 26 mediante la cual la jefatura del Distrito Militar de Oriente tendría a su cargo los honores militares correspondientes a esos patriotas. El Consejo Territorial de Veteranos de la Independencia de Oriente establecería la guardia de honor durante la exposición de los restos en el Gobierno Provincial. A las cinco de la tarde del 6 de diciembre de 1945, fueron cargados por miembros de las Fuerzas Armadas y colocados sobre un armón los restos de los mayores generales, generales de división y de brigada, coroneles y comandantes; en otro, los restantes caídos. Todos iban cubiertos con la bandera cubana. Los armones, unidos a los carros fúnebres, eran tirados por caballos.
El inicio del acto estuvo presidido por el alcalde municipal, Luis Casero Guillén; por el coronel Rogelio de la Quesada, jefe del Distrito Militar de Oriente; por el coronel Miguel Santos Mora, jefe del Distrito Naval de Oriente, y por Mariano Rosas, presidente del Ayuntamiento; además, el doctor José Maceo González, hijo del mayor general José Maceo; Flor Crombet, hijo del general de igual nombre, quien vino desde la capital para asistir a la ceremonia; Ambrosio Garzón, hijo del coronel Victoriano Garzón, así como Isaías y Armando Garzón, nietos de dicho patriota; Antonio, Wilfredo y Adalberto Moncada, nietos del mayor general Guillermo Moncada.
A las seis de la tarde llegó frente al Palacio la solemne manifestación de duelo. De nuevo fueron cargados por sargentos del ejército y llevados esta vez hasta el salón de actos del Palacio de Gobierno donde fueron colocados los cofres. En la ceremonia la señora Ernestina Valdés, viuda del general Francisco Leyte-Vidal, colocó sobre el que contenía los restos del general José Maceo la bandera cubana y el machete de su propiedad, que ella guardaba como reliquia y que había conservado su esposo como recuerdo.
A las ocho de la mañana del día 7, las baterías instaladas en el Distrito Naval de Oriente dispararon una salva cada media hora, hasta las seis de la tarde; de inmediato, fueron sacados en hombros de militares y familiares los restos de los mártires y colocados en el armón de artillería, para iniciar el recorrido hasta la última morada de estos próceres de la independencia de Cuba, el cual fue presenciado por más de veinte mil personas y acompañado por diferentes asociaciones de la ciudad.
A las once de la mañana del 7 de diciembre de 1945 tuvo lugar el quinto y último enterramiento de José Maceo, el cual se produjo —al igual que los dos anteriores— junto al de un grupo significativo de hombres que lo dieron todo por ver libre a la patria.
Al ser depositadas las urnas en el cementerio pronunció el discurso el gobernador de Oriente. De esta forma concluyó el quinto de los entierros a que fueron sometidos los restos del mayor general José Maceo Grajales, esta vez en una tumba digna a su memoria: el Retablo de los Héroes. En estos momentos se prepara una nueva tumba, dentro del propio cementerio, para depositar los restos del León de Oriente frente al Retablo de los Héroes lo que constituiría su septo entierro.

