A 250 anni dall’indipendenza USA: tre tappe per una riflessione opportuna

René González Barrios

In occasione della celebrazione da parte del popolo USA del 250° anniversario della dichiarazione della sua Indipendenza il prossimo 4 luglio, dalla storia comune, in mezzo a tanti disaccordi e alla criminale guerra che il governo del Paese vicino scatena oggi contro il nostro sofferente e glorioso popolo, varrebbe la pena riflettere, brevemente, su tre tappe ineludibili per la costruzione di un futuro di rispetto e amicizia tra i nostri due Ppaesi.

Ci sono tra USA e Cuba legami storici dei più diversi, sin dalla nascita della nazione del nord. I suoi politici, inclusi i padri fondatori, guardarono con brame geopolitiche la strategica isola battezzata come la Chiave del Golfo. In cinque occasioni la vollero comprare dalla Spagna e di fronte all’ostinazione iberica, la preferirono nelle loro mani finché non fossero state create le condizioni per appropriarsene.

Il ’98 fu lo spartiacque. Ma non tutti negli USA pensarono all’annessione. Ci furono nel suo popolo e in cerchie politiche e sociali, molta opinione favorevole, simpatie e rispetto verso l’Isola ribelle, risoluta e indomita, decisa a essere indipendente nelle più complesse circostanze. Nessuno poteva ignorare il valore di un popolo che affrontò e vinse un esercito coloniale di circa 300 mila effettivi.

La storia molte volte è ciclica e sembra ripetersi. Sebbene oggi conduca i destini degli USA un governo ultraconservatore e fascista, esiste un popolo, amante delle glorie passate, che storicamente ha teso ponti al suo vicino del sud. Amici li ebbe Cuba lì in epoca di padre Varela, nel laborioso e combattivo esilio mambí, ai tempi di José Martí, in sostegno al Movimento 26 Luglio, nelle lotte per la liberazione del bambino Elián González e dei 5 Eroi prigionieri dell’impero, nelle battaglie contro il blocco di ieri e di oggi.

A quel popolo che ci rispetta e ammira, servano queste storie come tributo di omaggio e rispetto in occasione dell’anniversario della sua indipendenza.

CUBANI NELL’INDIPENDENZA USA

Il 4 luglio 1776, i rivoluzionari statunitensi dichiaravano la loro indipendenza dalla Gran Bretagna. Consolidarla sarebbe durato più di 7 anni di cruenta lotta. Non fu fino al 3 settembre 1783, che mediante la firma del Trattato di Parigi, si stabilì la pace tra le Tredici Colonie e l’Inghilterra e si riconobbe la nascita di una nuova repubblica, gli Stati Uniti d’America. Il trattato fu ratificato dal Congresso della Confederazione Americana il 14 gennaio 1784.

Nella loro lotta per l’indipendenza, che fu dura e gloriosa, i rivoluzionari guidati da George Washington contarono sul sostegno della Francia e della Spagna e di uomini di buona volontà di diverse regioni del mondo, tra questi, il patriota venezuelano Francisco de Miranda.

Il Dr. Eduardo Torres Cueva, uno dei più profondi studiosi del XVIII e XIX secolo americano, nel suo documentato lavoro “Ciò che l’indipendenza degli Stati Uniti deve a Cuba. L’aiuto dimenticato”, dimostra l’importante ruolo dell’Avana, in uomini e denaro, per la realizzazione di quella causa. Più di 1200 combattenti del Reggimento di Fijos de La Habana e dei Battaglioni di Pardi e Moreni, insieme a truppe spagnole, scacciarono gli inglesi dalla Florida, dal corso del fiume Mississippi e dalle isole Bahamas.

Nel luglio 1781, l’esercito di George Washington si trovava in una precaria situazione finanziaria e di approvvigionamenti. Si commentava con forza la possibilità di insubordinazioni e ammutinamenti a causa del fatto che i soldati portavano diversi mesi senza ricevere paga. In queste circostanze, era necessaria la somma di un milione duecentomila sterline per alleviare la crisi.

Un milione ottocentomila pesos oro reali furono raccolti nell’Isola, una parte proveniente dai fondi dell’amministrazione coloniale, e il grosso da una raccolta pubblica all’Avana. Le dame dell’Avana consegnarono gioielli e denaro, per contribuire all’indipendenza USA.

Erano tempi in cui ancora non si forgiò la nazione cubana. Quegli episodi facevano parte della strategia della metropoli coloniale spagnola per indebolire l’Inghilterra, il suo rivale politico e militare. Tuttavia, segna un precedente pieno di simbolismo e degno di riflessione.

CUBANI NELLA GUERRA DI SECESSIONE

Tra il 1861 e il 1865, gli USA si videro immersi nella più cruenta guerra che ricordi la storia di quella nazione nel suo territorio. La disputa tra gli interessi economici del nord industriale e il sud aggrappato alla schiavitù, fu il fattore scatenante che dissanguò il Paese. Entrambe le cause, guadagnarono adepti e uomini di diverse nazionalità e interessi presero parte al conflitto.

Lo schieramento antischiavista comandato da Abraham Lincoln, risvegliò l’interesse di cubani nemici di quel flagello. Pensando all’abolizione della schiavitù a Cuba, figli dell’Isola si arruolarono negli eserciti dell’Unione e con loro, combatterono.

Il camagüeyano Antonio Lorenzo Luaces Iraola, aveva studiato medicina negli USA. Iniziata la guerra, si incorporò al corpo di sanità militare, dove servì fino alla fine della stessa. All’inizio della Guerra dei Dieci Anni tornò a Cuba, sbarcando l’11 maggio 1869, come spedizionario del Perrit, agli ordini del generale USA Thomas Jordan.

Fu uno dei 35 cavalieri che l’8 ottobre 1871 partecipò al leggendario salvataggio del brigadiere Julio Sanguily. Alla morte del generale Ignacio Agramonte, combatté subordinato al generale dominicano Máximo Gómez, che accompagnò nei combattimenti di La Sacra e Palo Seco, nella battaglia di Las Guásimas, e nell’invasione del territorio di Las Villas, insieme al brigadiere USA Henry Reeve. Servendo sempre nella sanità militare, fu fatto prigioniero nei campi di Cuba e fucilato il 21 aprile 1875 nella città di Puerto Príncipe.

Anche camagüeyano era il dentista Ángel del Castillo Agramonte, che, negli USA, si unì alle milizie della Pennsylvania con cui fece la guerra. Conclusa questa, si trasferì a Cuba essendo uno dei capi del sollevamento militare a Camagüey. Per la sua esperienza militare nella Guerra di Secessione, fu nominato brigadiere dell’Esercito Liberatore. Morì durante l’attacco al villaggio di Lázaro López, attuale provincia di Ciego de Ávila, il 9 settembre 1869.

Medico anche lui era Sebastián Amábile Correa, che giovanissimo entrò come soldato negli eserciti dell’Unione. Terminata la guerra, rimase negli USA, tornando in patria, insieme a Luaces, nella spedizione del Perrit. Morì a causa di ferite di combattimento, il 29 maggio 1869, 18 giorni dopo lo sbarco.

I fratelli Federico e Adolfo Fernández Cavada Howard, di Cienfuegos, combatterono anche loro negli eserciti dell’Unione. Federico risiedeva nella città di Filadelfia, quando entrò nel 23° Reggimento di Volontari della Pennsylvania nel corpo degli ingegneri, con grado di capitano.

Per meriti di guerra raggiunse il grado di tenente colonnello, partecipando alle battaglie di Bull Run, Chantilly e Antietam. Pioniere dell’esplorazione aerostatica, nella battaglia di Gettysburg, il 1° luglio 1863, cadde prigioniero quando il pallone in cui svolgeva missioni di esplorazione fu abbattuto. Uno scambio nel gennaio 1864 favorì la sua liberazione. Si reincorporò negli eserciti dell’Unione, e insieme ai generali William T. Sherman e Ulysses S. Grant, realizzò la grande marcia verso il mare.

Federico, che fu un eccellente pittore — diverse delle sue opere furono esposte qualche tempo fa nel Museo della Città e altre sono esposte nella mostra permanente del Museo di Belle Arti dell’Avana —, sostituì come capo dello Stato Maggiore dell’Esercito Liberatore il generale nordamericano Thomas Jordan, incarico che nella pratica di allora equivaleva a generale in capo dell’Esercito Liberatore. Prigioniero in combattimento, il noto anche come “generale Candela”, fu fucilato a Nuevitas, il 1° luglio 1871.

Suo fratello Adolfo fu capitano degli eserciti dell’Unione. Fu tra i principali capi del sollevamento a Las Villas, raggiungendo il grado di maggiore generale dell’Esercito Liberatore. Il 24 dicembre 1871 morì nei monti della Ciénaga de Zapata, malato di malaria.

Sono solo alcuni esempi rappresentativi di cubani che fecero propria la lotta contro il flagello della schiavitù negli USA. 

STATUNITENSI NELL’INDIPENDENZA DI CUBA

Il grido d’indipendenza a Cuba il 10 ottobre 1868, ebbe ripercussioni negli USA. Decine dei suoi figli si arruolarono nelle spedizioni mambí e viaggiarono a Cuba per combattere per l’indipendenza e contro la schiavitù, molti di loro, compagni di lotta di quei cubani veterani della Guerra di Secessione.

Il Maggiore Generale Thomas Jordan, nato a Luray, Virginia, arrivò a Cuba l’11 maggio 1869 al comando della spedizione del Perrit. A dicembre era il capo dello Stato Maggiore dell’Esercito Liberatore. Questo militare statunitense, incompreso all’epoca dai combattenti cubani, di ritorno negli USA nel 1870, sarebbe diventato un difensore a oltranza della causa dell’indipendenza di Cuba. Il 2 dicembre di quell’anno, in una lettera al giornale World di New York, avrebbe detto: “…in questo tempo i figli di Cuba hanno mostrato più fermezza, più abnegazione e più costanza degli americani prima che i francesi venissero ad aiutarli.”

Quattro giorni dopo, avrebbe scritto allo stesso giornale: “Nessun popolo ha mai combattuto con tanta ostinazione per la libertà e circondato da sventure così numerose e scoraggianti come il popolo cubano che non ha avuto aiuto da nessuna parte; anzi, al contrario, i governi degli Stati Uniti e dell’Inghilterra hanno impedito che ricevesse aiuto…”

Il generale Thomas Jordan morì il 27 novembre 1895 a New York. Poco prima, si lamentava in una lettera al giovane cubano Gonzalo de Quesada, di non aver potuto fare di più per Cuba.

Henry M. Reeve, nato a Brooklyn, New York, divenne un eroe leggendario per i patrioti cubani e uno dei capi più ammirati e amati per la sua disciplina, lealtà e valore. Alla morte del maggiore generale Ignacio Agramonte lo sostituì a Camagüey fino all’arrivo del generale Máximo Gómez. Ricordato come “Inolvidabile Chisciotte” dal colonnello Ramón Roa, o “dignissimo militare” dal maggiore generale Vicente García, questo giovane statunitense, di cui secondo il generalissimo Máximo Gómez “i suoi soldati lo amano come un padre”, aveva scritto in una corrispondenza del maggio 1874, la necessità di: “Che il nostro popolo, là negli Stati Uniti, potesse sapere la verità di questa lotta.”

Morì in combattimento il 4 agosto 1876 come generale di brigata, quando invadeva l’occidente del Paese. Aveva allora 26 anni. Presto si compiranno 150 anni di quell’anniversario.

9 nordamericani combatterono come colonnelli mambí, 2 come tenenti colonnelli, 8 furono comandanti, 17 capitani e 8 tenenti. Altri 83 combattenti raggiunsero diversi gradi.

Dei mambí nordamericani morirono per la libertà di Cuba 5 colonnelli: John Asby, del Kentucky e James Clancey, nel 1870, nella provincia di Camagüey; Carlos Westreyo, in combattimento a Remedios, il 18 giugno 1871; David Johnson, il 7 maggio 1880, cadendo in un’imboscata insieme al Brigadiere cubano José Medina Prudentes; e Charles Gordon, compagno del Luogotenente Generale Antonio Maceo nella campagna di Pinar del Río, morto nel 1897 nella provincia di Las Villas.

Il comandante Winchester Dana Osgood, famoso come atleta (calciatore) nelle università di Cornell e Pennsylvania, cadde in combattimento durante l’assedio di Guáimaro, il 28 ottobre 1896.

Un capitano di cognome Hawison, spedizionario del George W. Upton, pochi giorni dopo lo sbarco il 24 maggio 1870, fu fatto prigioniero e fucilato a Nuevitas, Camagüey. Il suo compagno di spedizione Humison H. Harrinson, capitano dell’esercito USA, morì in combattimento durante lo sbarco. Il capitano Edmond H. Fredericks morì in campagna nel 1897.

Il tenente artigliere James Pennie, di Washington D.C. e spedizionario del piroscafo Bermuda agli ordini del Maggiore Generale Calixto García, perse una gamba durante la guerra. Era sbarcato a Maraví, Baracoa, il 24 marzo 1896. George S. Newton Le Fuite, di New York, anche lui tenente, fu ferito in combattimento e fatto prigioniero il 9 agosto 1897. Pochi giorni dopo, morì in prigione. Morirono anche per Cuba i soldati Agustín W. Caballero, nell’azione del Cerro, Sancti Spíritus, il 29 settembre 1896; Francis H. Dover Star, per malattia, il 19 novembre 1898 a Camagüey; e Loow Water, di Brooklyn, per la stessa causa a Morón, il 15 novembre 1898.

Altri statunitensi caddero per Cuba nelle diverse contese. Durante la guerra dei Dieci Anni, Carlos Speahman e Alberto Wyeth, di New York, spedizionari del Grapeshot, furono fucilati dagli spagnoli il 18 e 21 giugno 1869, rispettivamente; il sergente dell’esercito nordamericano William Crosceland, spedizionario del Perrit, morì in campagna nel 1869. Simile sorte corse quell’anno, Harry Chave, segretario del Generale Thomas Jordan.

All’inizio del 1870 moriva assassinato a Santiago di Cuba, vittima del corpo dei volontari, un nordamericano di cognome Damnery; Ws Ashly, aiutante del Generale Domingo Goicuría, cadeva in azione di guerra il 7 marzo 1870; il sergente Blake, dell’esercito nordamericano, spedizionario del Perrit, moriva fucilato a Puerto Príncipe, il 10 aprile 1870; Ed H. Hurt, fatto prigioniero in un ospedale mambí il 21 ottobre 1870, fu condotto a Manzanillo e fucilato; il capitano di nave Joseph Fry, nato a Tampa Bay, e John C. Harris, del Massachusetts; Frederic Williamson, di Albany; William Bainard, Eduard Day, Thomas Read e John Brown, spedizionari del Virginius, furono fucilati il 7 novembre 1873 a Santiago di Cuba.

Nella gesta del 1895-1898, l’ingegnere meccanico Pearce Alkinson, spedizionario del Three Friends, fu abbattuto da un colpo di pistola alla fronte nella prima azione di guerra a cui prese parte, il 3 agosto 1896, durante l’attacco a un treno vicino a Taco Taco, Pinar del Río; il Generale Antonio Maceo gli si era affezionato. Joseph C. Santee, spedizionario del Three Friends con il generale portoricano Juan Rius Rivera, sbarcò a Cabo Corriente, Pinar del Río, l’8 settembre 1896. Pochi giorni dopo morì di dissenteria. Il medico Charles Dock morì in campagna nel 1896 vicino a Placetas, provincia di Las Villas. Il suo cadavere, come monito, fu esposto nella piazza pubblica dagli spagnoli. Charles E. Crosby, corrispondente del The Chicago Record, morì nel combattimento di Santa Teresa il 9 marzo 1897, quando accompagnava il Generale in Capo Máximo Gómez.

Altri nordamericani guadagnarono celebrità nei campi di Cuba. Frederick Funston, tenente colonnello artigliere agli ordini del Luogotenente Generale Calixto García, fu anni dopo maggiore generale dell’esercito USA. John O’Brien fu un lupo di mare che mise a disposizione dell’indipendenza di Cuba, la sua vita. Durante la guerra del 1895, condusse all’Isola buona parte delle spedizioni. Sulla sua esperienza rivoluzionaria lasciò un libro: Il Capitano Dinamite, soprannome con cui era noto dai cubani. Terminata la contesa lavorò come capo dei piloti nel porto dell’Avana.

Il tenente Osmund Latrobe, Jr., nato a Baltimora, combatté nella guerra del ’95 come artigliere agli ordini di Calixto García. Era arrivato sulle spiagge cubane nella spedizione condotta dal Brigadiere Rafael Portuondo Tamayo, il 30 maggio 1896. Durante la guerra fece parte dello stato maggiore del Generale Enrique Collazo. Divenne colonnello dell’esercito USA e aiutante del presidente Calvin Coolidge.

Tra i combattenti statunitensi, ci furono coloro che ricevettero i maggiori elogi dai capi dell’Esercito Liberatore. Di ciò testimonia Máximo Gómez, quando in una lettera al Delegato del Partito Rivoluzionario Cubano Tomás Estrada Palma, del 24 aprile 1897, raccomandava il capitano della sua scorta William Smith: “…Va dunque a Voi un soldato della libertà che è venuto a onorare tra noi la bandiera rivendicatrice di Washington. Non lo stimiamo come straniero: è un cubano e un fratello di tutti nella difesa delle libertà che a questa terra nega la Spagna…” e concludeva: “…colui che come lui arriva dopo essere stato nei nostri combattimenti e aver lottato al piede della nostra bandiera, non ha bisogno di raccomandazione da nessuno: porta nella sua storia il più prezioso segno di gloria…”

Stranieri partecipanti alla guerra di Secessione al fianco di Lincoln, marciarono anche a Cuba per combattere per la sua indipendenza. Il polacco Carlos Roloff Mialofsky aveva integrato le file del 9° reggimento dell’Ohio. Terminata la guerra, viaggiò a Cuba dove si stabilì nel 1865 e vi fece famiglia. Fu uno dei capi del sollevamento nella regione centrale del paese nel 1869 e durante la Guerra dei Dieci Anni. Maggiore Generale dell’Esercito Liberatore e protagonista importante della Guerra Piccola e del ’95.

Il canadese Washington Albert Claudio Ryan, capitano del 192° reggimento di volontari di New York, arrivò all’Isola come spedizionario dell’Anna, il 17 gennaio 1870. Nella cavalleria avrebbe raggiunto il grado di Generale di Brigata dell’Esercito Liberatore. Prigioniero della spedizione del Virginius, morì fucilato il 4 novembre 1873, a Santiago di Cuba.

Il colonnello tedesco Otto Schmidt, ufficiale di riserva dell’Esercito Prussiano, dalla metà del 1868 si trovava tra i principali cospiratori di Las Villas, legato a ciò che c’era di più selezionato nella società di Trinidad. Appoggiò Federico Fernández Cavada nel sollevamento di Trinidad il 9 febbraio 1869. Nei primi momenti della guerra svolse il ruolo di istruttore dell’Esercito Liberatore nella regione centrale del paese. Le sue truppe erano esempio di disciplina. Morì in uno scontro impari a Polo Viejo, Trinidad, il 17 marzo 1869, dopo essere stato venduto da un traditore.

Verso il popolo statunitense ci furono sempre espressioni di rispetto e ammirazione da parte dei nostri eroi e leader rivoluzionari, tra cui José Martí, Antonio Maceo e Máximo Gómez.

Martí avrebbe espresso che: “In altri tempi, diversi da quelli di oggi, gli Stati Uniti significavano la libertà.”

Lui, che tanto avrebbe ammirato la laboriosità dello statunitense e che ebbe lì amici così incondizionati, avrebbe aggiunto dopo: “Voglio che il popolo della mia terra non sia come questo, una massa ignorante e appassionata che va dove vogliono portarla, con rumori che lei non capisce.”

Il generale Antonio Maceo, in un proclama del 25 marzo 1878 agli abitanti del Dipartimento Orientale, affermava: “…I grandi spiriti di Washington, Lafayette e Bolívar, liberatori dei popoli oppressi, ci accompagnano e sono con noi…”

Il nostro Comandante in Capo Fidel Castro Ruz, in reiterate occasioni si riferì a questo tema. Il 2 settembre 2005, nel programma televisivo Mesa Redonda, nel ribadire offerte di aiuto medico al popolo USA in occasione del passaggio dell’uragano Katrina, manifestò: “…Esprimo in questo la buona volontà del nostro popolo, i sentimenti amichevoli che ha sempre avuto verso il popolo nordamericano, dimostrati in 46 anni, uno dei pochi paesi del mondo dove non si è mai bruciata una bandiera degli Stati Uniti, dove non si offende mai un nordamericano, questa è la garanzia; siamo grati al popolo che sostenne il ritorno del bambino, al popolo che in numero crescente sostiene che si faccia giustizia con i nostri compagni, al popolo in cui confidiamo che un giorno insieme a noi costruisca legami di amicizia e non solo per aiutarci reciprocamente, ma fondamentalmente per aiutare altri.”

La memoria di quegli eroi, cubani e statunitensi che combatterono e offrirono le loro vite in nobili imprese, il pensiero di Martí e Fidel sul popolo statunitense e le azioni di quel popolo in nome dell’indipendenza di Cuba, ci ispirano fiducia nella possibilità di costruzione, un giorno, di un nuovo tipo di relazione bilaterale.


A 250 años de la independencia de los Estados Unidos: Tres hitos para una reflexión oportuna

Por: René González Barrios

 

En ocasión de la celebración por el pueblo de los Estados Unidos del 250 aniversario de la declaración de su Independencia el próximo 4 de julio, desde la historia común, en medio de tantos desencuentros y de la criminal guerra que despliega hoy el gobierno del vecino país contra nuestro sufrido y glorioso pueblo, cabría reflexionar, brevemente, sobre tres hitos insoslayables para la construcción de un futuro de respeto y amistad entre nuestros dos países.

Hay entre Estados Unidos y Cuba vínculos históricos de la más diversa índole, desde el surgimiento de la nación norteña. Sus políticos, incluidos los padres fundadores, miraron con apetencias geopolíticas la estratégica isla bautizada como la Llave del Golfo. En cinco ocasiones la quisieron comprar a España y ante la terquedad ibérica, la prefirieron en sus manos mientras no estuvieran las condiciones creadas para apropiársela.

El 98 fue el parteaguas. Pero no todos en Estados Unidos pensaron en la anexión. Hubo en su pueblo y en círculos políticos y sociales, mucha opinión favorable, simpatías y respeto hacia la Isla rebelde, resoluta e indomable, decidida a ser independiente bajo las más complejas circunstancias. Nadie podía ignorar el valor de un pueblo que enfrentó y venció a un ejército colonial de cerca de 300 mil efectivos.

La historia muchas veces es cíclica y parece repetirse. Aunque hoy conduzca los destinos de los Estados Unidos de América un gobierno ultraconservador y fascista, existe un pueblo, amante de las glorias pasadas, que históricamente ha tendido puentes a su vecino del sur. Amigos tuvo Cuba allí en época del padre Varela, en el laborioso y combativo exilio mambí, en los tiempos de José Martí, en apoyo al Movimiento 26 de Julio, en las luchas por la liberación del niño Elían González y de los cinco héroes prisioneros del imperio, en las batallas contra el bloqueo de ayer y de hoy.

A ese pueblo que nos respeta y admira, sirvan estas historias como tributo de homenaje y respeto en ocasión del aniversario de su independencia.

CUBANOS EN LA INDEPENDENCIA DE ESTADOS UNIDOS

 El 4 de julio de 1776, los revolucionarios estadounidenses declaraban su independencia de Gran Bretaña. Consolidarla duraría más de siete años de cruenta lucha. No fue hasta el 3 de septiembre de 1783, que mediante la firma del Tratado de París, se establecería la paz entre las Trece Colonias e Inglaterra y se reconocía el nacimiento de una nueva república, los Estados Unidos de América. El tratado fue ratificado por el Congreso de la Confederación Americana el 14 de enero de 1784.

En su lucha por la independencia, que fue dura y gloriosa, los revolucionarios encabezados por George Washington contaron con el apoyo de Francia y España y de hombres de bien de diferentes regiones del mundo, entre ellos, el prócer venezolano Francisco de Miranda.

 El Dr. Eduardo Torres Cueva, uno de los más profundos estudiosos de los siglos XVIII y XIX americanos, en su documentado trabajo “Lo que le debe la independencia de los Estados Unidos a Cuba. La ayuda olvidada”, demuestra el importante papel de La Habana, en hombres y dinero, para la materialización de aquella causa. Más de 1 200 combatientes del Regimiento de Fijos de La Habana y los Batallones de Pardos y Morenos, junto a tropas españolas, desalojaron a los ingleses de la Florida, el cauce del río Mississippi y las islas Bahamas.

En julio de 1781, el ejército de George Washington se encontraba en una precaria situación financiera y de abastecimientos. Se comentaba con fuerza la posibilidad de insubordinaciones y amotinamientos a causa de llevar los soldados varios meses sin recibir paga. En esas circunstancias, se necesitaba la suma de un millón doscientas mil libras esterlinas para paliar la crisis.

Un millón ochocientos mil pesos oro reales se recaudaron en la Isla, una parte proveniente de los fondos de la administración colonial, y el grueso de una recaudación pública en La Habana. Las damas habaneras entregaron joyas y dinero, para contribuir a la independencia de Estados Unidos.

Eran tiempos en los que aún no se forjaba la nación cubana. Aquellos episodios formaban parte de la estrategia de la metrópolis colonial española para debilitar a Inglaterra, su rival político y militar. No obstante, marca una pauta llena de simbolismo y digna de reflexión.

CUBANOS EN LA GUERRA DE SECESIÓN

 Entre los años 1861 y 1865, Estados Unidos se vio inmerso en la más cruenta guerra que recuerde la historia de esa nación en su territorio. La pugna entre los intereses económicos del norte industrial y el sur aferrado a la esclavitud, fue el factor detonador que desangró al país. Ambas causas, ganaron adeptos y hombres de diversas nacionalidades e intereses tomaron parte en el conflicto.

La antiesclavista comandada por Abraham Lincoln, despertó el interés de cubanos enemigos de aquel flagelo. Pensando en la abolición de la esclavitud en Cuba, hijos de la Isla se enrolaron en los ejércitos de la Unión y con ellos, hicieron armas.

El camagüeyano Antonio Lorenzo Luaces Iraola, había estudiado medicina en Estados Unidos. Comenzada la guerra, se incorporó al cuerpo de sanidad militar, donde sirvió hasta el fin de la misma. A inicios de la Guerra de los Diez Años regresó a Cuba, desembarcando el 11 de mayo de 1869, como expedicionario del Perrit, a las órdenes del general estadounidense Thomas Jordan.

Fue uno de los 35 jinetes que el 8 de octubre de 1871 participara en el legendario rescate del brigadier Julio Sanguily. A la muerte del general Ignacio Agramonte, peleó subordinado al general dominicano Máximo Gómez, a quien acompañó en los combates de La Sacra y Palo Seco, la batalla de Las Guásimas, y en la invasión al territorio de Las Villas, junto al brigadier estadounidense Henry Reeve. Sirviendo siempre en la sanidad militar, fue hecho prisionero en los campos de Cuba y fusilado el 21 de abril de 1875 en la ciudad de Puerto Príncipe.

También camagüeyano era el odontólogo Ángel del Castillo Agramonte, quien, en Estados Unidos, se unió a las milicias de Pennsylvania con las que hizo la guerra. Concluida esta, se trasladó a Cuba siendo uno de los jefes del levantamiento militar en Camagüey. Por su experiencia militar en la Guerra de Secesión, fue nombrado brigadier del Ejército Libertador. Murió durante el ataque al poblado de Lázaro López, actual provincia de Ciego de Ávila, el 9 de septiembre de 1869.

Médico también era Sebastián Amábile Correa, quien muy joven ingresó como soldado a los ejércitos de la Unión. Al terminar la guerra, permaneció en Estados Unidos, retornando a la patria, junto a Luaces, en la expedición del Perrit. Murió como consecuencia de heridas de combate, el 29 de mayo de 1869, 18 días después del desembarco.

Los hermanos Federico y Adolfo Fernández Cavada Howard, cienfuegueros, pelearon también en los ejércitos de la Unión. Federico residía en la ciudad de Filadelfia, cuando ingresó al 23 Regimiento de Voluntarios de Pennsylvania en el cuerpo de ingenieros, con grado de capitán.

Por méritos de guerra alcanzó el grado de teniente coronel, participando en las batallas de Bull Run, Chantilly y Antietam. Pionero de la exploración aerostática, en la batalla de Gettysburg, el 1ro. de julio de 1863, cayó prisionero cuando el globo en el que cumplía misiones de exploración fue abatido. Un canje en enero de 1864 propició su libertad. Se reincorporó a los ejércitos de la Unión, y junto a los generales William T. Sherman y Ulysses S. Grant, realizó la gran marcha hacia el mar.

Federico, que fue un excelente pintor —varias de sus obras se exhibieron hace algún tiempo en el Museo de la Ciudad y otras se muestran en la exposición permanente del Museo de Bellas Artes de La Habana—, sustituyó como jefe del Estado Mayor del Ejército Libertador al general norteamericano Thomas Jordan, puesto que en la práctica de entonces equivalía a general en jefe del Ejército Libertador. Prisionero en combate, el también conocido como “general Candela”, fue fusilado en Nuevitas, el 1ro. de julio de 1871.

Su hermano Adolfo fue capitán de los ejércitos de la Unión. Estuvo entre los principales jefes del levantamiento en Las Villas, alcanzando la graduación de mayor general del Ejército Libertador. El 24 de diciembre de 1871 falleció en los montes de la Ciénaga de Zapata, enfermo de paludismo.

Son solo algunos ejemplos representativos de cubanos que hicieron suya la lucha contra el flagelo de la esclavitud en los Estados Unidos.

ESTADOUNIDENSES EN LA INDEPENDENCIA DE CUBA

 El grito de independencia en Cuba el 10 de octubre de 1868, repercutió en Estados Unidos. Decenas de sus hijos se enrolaron en las expediciones mambisas y viajaron a Cuba a pelear por la independencia y contra la esclavitud, muchos de ellos, compañeros de lucha de aquellos cubanos veteranos de la Guerra de Secesión.

El Mayor General Thomas Jordan, natural de Luray, Virginia, arribó a Cuba el 11 de mayo de 1869 comandando la expedición del Perrit. En diciembre era el jefe del Estado Mayor del Ejército Libertador. Este militar estadounidense, incomprendido en su momento por los combatientes cubanos, de regreso a Estados Unidos en 1870, se convertiría en un defensor a ultranza de la causa de la independencia de Cuba. El 2 de diciembre de ese año, en carta al periódico World de New York, diría: “…en este tiempo han desplegado los hijos de Cuba más firmeza, más abnegación y más constancia que los americanos antes de que los franceses vinieran a ayudarlos.”

Cuatro días después, escribiría al mismo diario: “Ningún pueblo ha peleado jamás con tanta obstinación por la libertad y rodeado de desventuras tan numerosas y desalentadoras como el pueblo cubano que no ha tenido auxilio de ninguna parte; antes, al contrario, los gobiernos de los Estados Unidos e Inglaterra han impedido que reciba ayuda…”

El general Thomas Jordan falleció el 27 de noviembre de 1895 en New York. Poco antes, se lamentaba en carta al joven cubano Gonzalo de Quesada, de no haber podido hacer más por Cuba.

Henry M. Reeve, nacido en Brooklyn, New York, se convirtió en un héroe de leyenda para los patriotas cubanos y uno de los jefes más admirados y queridos por su disciplina, lealtad y valor. A la muerte del mayor general Ignacio Agramonte lo sustituyo en Camagüey hasta la llegada del general Máximo Gómez. Recordado como “Inolvidable Quijote” por el coronel Ramón Roa, o “dignísimo militar” por el mayor general Vicente García, este joven estadounidense, a quien según el generalísimo Máximo Gómez “sus soldados lo quieren como un padre”, había plasmado en una correspondencia en mayo de 1874, la necesidad de: “Que nuestro pueblo, allá en los Estados Unidos, pudiera saber la verdad de esta lucha.”

Murió en combate el 4 de agosto de 1876 como general de brigada, cuando invadía el occidente del país. Tenía entonces 26 años de edad. Pronto se cumplirán 150 años de la efeméride.

Nueve norteamericanos pelearon como coroneles mambises, dos como tenientes coroneles, ocho fueron comandantes, diecisiete capitanes y ocho tenientes. Otros 83 combatientes alcanzaron diferentes rangos.

Del mambisado norteamericano murieron por la libertad de Cuba cinco coroneles: John Asby, de Kentucky y James Clancey, en 1870, en la provincia de Camagüey; Carlos Westreyo, en combate en Remedios, el 18 de junio de 1871; David Johnson, el 7 de mayo de 1880, al caer en emboscada junto al Brigadier cubano José Medina Prudentes; y Charles Gordon, compañero del Lugarteniente General Antonio Maceo en la campaña de Pinar del Río, muerto en 1897 en la provincia de Las Villas.

El comandante Winchester Dana Osgood, famoso como atleta (futbolista) en las universidades de Cornell y Pennsylvania, cayó en combate durante el sitio de Guáimaro, el 28 de octubre de 1896.

Un capitán de apellido Hawison, expedicionario del George W. Upton, a los pocos días del desembarco el 24 de mayo de 1870, fue hecho prisionero y fusilado en Nuevitas, Camagüey. Su compañero de expedición Humison H. Harrinson, capitán del ejército de Estados Unidos, murió en combate durante el desembarco. El capitán Edmond H. Fredericks murió en campaña en 1897.

El teniente artillero James Pennie, de Washington D. C. y expedicionario del vapor Bermuda a las órdenes del Mayor General Calixto García, perdió una pierna durante la guerra. Había desembarcado en Maraví, Baracoa, el 24 de marzo de 1896. George S. Newton Le Fuite, de Nueva York, también teniente, fue herido en combate y hecho prisionero el 9 de agosto de 1897. A los pocos días, murió en prisión. También murieron por Cuba los soldados Agustín W. Caballero, en la acción del Cerro, Sancti Spíritus, el 29 de septiembre de 1896; Francis H. Dover Star, por enfermedad, el 19 de noviembre de 1898 en Camagüey; y Loow Water, de Brooklyn, por la misma causa en Morón, el 15 de noviembre de 1898.

Otros estadounidenses cayeron por Cuba en las diferentes contiendas. Durante la guerra de los Diez Años, Carlos Speahman y Alberto Wyeth, de New York, expedicionarios del Grapeshot, fueron fusilados por los españoles el 18 y 21 de junio de 1869, respectivamente; el sargento del ejército norteamericano William Crosceland, expedicionario del Perrit, murió en campaña en 1869. Similar suerte corrió ese año, Harry Chave, secretario del General Thomas Jordan.

A principios de 1870 moría asesinado en Santiago de Cuba, víctima del cuerpo de voluntarios, un norteamericano de apellido Damnery; Ws Ashly, ayudante del General Domingo Goicuría, caía en acción de guerra el 7 de marzo de 1870; el sargento Blake, del ejército norteamericano, expedicionario del Perrit, moría fusilado en Puerto Príncipe, el 10 de abril de 1870; Ed H. Hurt, hecho prisionero en un hospital mambí el 21 de octubre de 1870, fue conducido a Manzanillo y fusilado; el capitán de buque Joseph Fry, natural de Tampa Bay, y John C. Harris, de Massachussets; Frederic Williamson, de Albany; William Bainard, Eduard Day, Thomas Read y John Brown, expedicionarios del Virginius, fueron fusilados el 7 de noviembre de 1873 en Santiago de Cuba.

En la gesta de 1895 a 1898, el ingeniero mecánico Pearce Alkinson, expedicionario del Three Friends, fue abatido de un balazo en la frente en la primera acción de guerra en que tomaba parte, el 3 de agosto de 1896, durante el ataque a un tren cerca de Taco Taco, Pinar del Río; el General Antonio Maceo le había tomado afecto. Joseph C. Santee, expedicionario del Thre Freends con el general puertorriqueño Juan Rius Rivera, desembarcó en Cabo Corriente, Pinar del Río, el 8 de septiembre de 1896. A los pocos días murió de disentería. El médico Charles Dock murió en campaña en 1896 cerca de Placetas, provincia de Las Villas. Su cadáver, como escarmiento, fue expuesto en la plaza pública por los españoles. Charles E. Crosby, corresponsal del The Chicago Record, murió en el combate de Santa Teresa el 9 de marzo de 1897, cuando acompañaba al General en Jefe Máximo Gómez.

Otros norteamericanos ganaron celebridad en los campos de Cuba. Frederick Funston, teniente coronel artillero a las órdenes del Lugarteniente General Calixto García, fue años después mayor general del ejército de Estados Unidos. John O’Brien fue un lobo de mar que puso a disposición de la independencia de Cuba, su vida. Durante la guerra de 1895, condujo a la Isla buena parte de las expediciones. Sobre su experiencia revolucionaria dejó un libro: El Capitán Dinamita, sobrenombre con el que era conocido por los cubanos. Al terminar la contienda trabajó como jefe de prácticos en el puerto de La Habana.

El teniente Osmund Latrobe, Jr., natural de Baltimore, combatió en la guerra del 95 como artillero a las órdenes de Calixto García. Había llegado a playas cubanas en la expedición conducida por el Brigadier Rafael Portuondo Tamayo, el 30 de mayo de 1896. Durante la guerra formó parte del estado mayor del General Enrique Collazo. Llegó a coronel del ejército de Estados Unidos y ayudante del presidente Calvin Coolidge.

Entre los combatientes estadounidenses, hubo quienes recibieron los mayores elogios de los jefes del Ejército Libertador. De ello da fe Máximo Gómez, cuando en carta al Delegado del Partido Revolucionario Cubano Tomás Estrada Palma, de 24 de abril de 1897, recomendaba al capitán de su escolta William Smith: “… Va pues a Vds. un soldado de la libertad que ha venido a honrar entre nosotros la bandera reivindicadora de Washington. No lo estimamos como extranjero: es un cubano y un hermano de todos en la defensa de las libertades que a esta tierra niega España…” y concluía: “… el que como él llega después de haber estado en nuestros combates y de haber luchado al pie de nuestra bandera, no necesita recomendación de nadie: lleva en su historia el más valioso timbre de gloria…”

Extranjeros participantes en la guerra de Secesión al lado de Lincoln, también marcharon a Cuba a pelear por su independencia. El polaco Carlos Roloff Mialofsky había integrado las filas del 9no. regimiento de Ohio. Al concluir la guerra, viajó a Cuba donde se radicó en 1865 e hizo familia. Fue uno de los jefes del levantamiento en la región central del país en 1869 y durante la Guerra de los Diez Años. Mayor General del Ejército Libertador y protagonista importante de la Guerra Chiquita y la del 95.

El canadiense Washington Albert Claudio Ryan, capitán del 192 regimiento de voluntarios de Nueva York, arribó a la Isla como expedicionario del Anna, el 17 de enero de 1870. En la caballería alcanzaría el grado de General de Brigada del Ejército Libertador. Prisionero de la expedición del Virginius, murió fusilado el 4 de noviembre de 1873, en Santiago de Cuba.

El coronel alemán Otto Schmidt, oficial de la reserva del Ejército Prusiano, desde mediados de 1868 se encontraba entre los principales conspiradores villareños, vinculado a lo más selecto de la sociedad trinitaria. Secundó a Federico Fernández Cavada en el levantamiento de Trinidad el 9 de febrero de 1869. En los primeros momentos de la guerra fungió como instructor del Ejército Libertador en la región central del país. Sus tropas eran ejemplo de disciplina. Murió en desigual combate en Polo Viejo, Trinidad, el 17 de marzo de 1869, tras ser delatado por un traidor.

Hacia el pueblo estadounidense hubo siempre expresiones de respeto y admiración por nuestros próceres y líderes revolucionarios, entre ellos José Martí, Antonio Maceo y Máximo Gómez.

Martí expresaría que: “En otros tiempos, distintos a los de hoy, los Estados Unidos significaban la libertad.”

Él, que tanto admiraría la laboriosidad del estadounidense y que tuvo allí tan incondicionales amigos, agregaría después: “Quiero que el pueblo de mi tierra no sea como este, una masa ignorante y apasionada que va donde quieren llevarla, con ruidos que ella no entiende.”

El general Antonio Maceo, en una proclama de fecha 25 de marzo de 1878 a los habitantes del Departamento Oriental, afirmaba: “…Los grandes espíritus de Washington, Lafayette y Bolívar, libertadores de los pueblos oprimidos, nos acompañan y están con nosotros…”

Nuestro Comandante en Jefe Fidel Castro Ruz, en reiteradas ocasiones se refirió a este tema. El 2 de septiembre de 2005, en el programa televisivo Mesa Redonda, al reiterar ofrecimientos de ayuda médica al pueblo de Estados Unidos en ocasión del paso del huracán Katrina, manifestó: “..Expreso en esto la buena voluntad de nuestro pueblo, los sentimientos amistosos que siempre ha tenido hacia el pueblo norteamericano, demostrado a lo largo de 46 años, uno de los pocos países del mundo donde nunca se ha quemado una bandera de Estados Unidos, donde nunca se ofende a un norteamericano, ese es el aval; estamos agradecidos del pueblo que apoyó el regreso del niño, del pueblo que en número creciente apoya que se haga justicia con nuestros compañeros, del pueblo en que confiamos que un día junto a nosotros construya vínculos de amistad y no únicamente para ayudarnos mutuamente, sino fundamentalmente para ayudar a otros.”

La memoria de aquellos héroes, cubanos y estadounidenses que combatieron y ofrendaron sus vidas en nobles empeños, el pensamiento de Martí y Fidel sobre el pueblo estadounidense y las acciones de ese pueblo en aras de la independencia de Cuba, nos inspiran confianza en la posibilidad de construcción, algún día, de un nuevo tipo de relación bilateral.

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