La stampa USA sa bene che Cuba non è una minaccia

Osservatorio dei Media di Cubadebate

La domanda sembra semplice, ma definisce un’intera battaglia politica: quando i media USA parlano di blackout, scarsità di carburante, cibo caro o deterioramento del sistema sanitario a Cuba, dicono anche chi stringe la corda?

L’indagine di questo Osservatorio offre una risposta scomoda per Washington: una parte importante della stessa stampa USA riconosce il blocco economico, commerciale, finanziario ed energetico contro Cuba, lo nomina e lo collega alle decisioni dell’amministrazione di Donald Trump.

Il dato non proviene da dichiarazioni cubane né da fonti alleate. Proviene dalla conversazione pubblica dei media USA su cinque piattaforme — X, Facebook, Instagram, YouTube e TikTok — nell’arco di più di sei mesi. In quel periodo sono state registrate 2191 pubblicazioni su Cuba, con 7,19 milioni di interazioni e 155,2 milioni di visualizzazioni. Cioè, non siamo di fronte a un dibattito marginale: parliamo di un volume di contenuti capace di formare l’opinione di milioni di persone.

L’asse politico della scoperta è che il blocco non è un argomento che Cuba “impone” dall’esterno del dibattito. È documentato all’interno della stessa stampa del Paese che lo applica. Ma mostra i pregiudizi: alcuni media nominano l’assedio; altri lo nascondono dietro parole neutre; e un gruppo cerca di spostare la responsabilità verso L’Avana, come se il blackout, il carburante che non arriva o le sanzioni fossero fenomeni naturali.

Tabella 1. Cifre principali del campione analizzato. Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate.

Principali risultati

L’indagine identifica 559 pubblicazioni che hanno trattato direttamente la crisi economica o energetica di Cuba. Di queste, 231 hanno riconosciuto l’assedio: il 41,3% del totale. In linguaggio semplice: su 10 pubblicazioni sulla crisi, 4 hanno detto, in un modo o nell’altro, che dietro il deterioramento economico ed energetico c’è il blocco, l’embargo petrolifero, le sanzioni o la pressione economica di Washington.

La differenza interna conta anche. Il riconoscimento esplicito — quando si usano parole come blocco, embargo petrolifero o sanzioni — raggiunge 161 pubblicazioni. Altre 70 non usano sempre il termine giuridico, ma collegano la situazione cubana al taglio del carburante o alla pressione economica USA. Il resto descrive la crisi senza nominare la sua causa esterna principale: qui inizia il pregiudizio per omissione.

Grafico 1. Riconoscimento esplicito, contestuale e omissione del blocco all’interno delle 559 pubblicazioni sulla crisi economica o energetica. Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate.

Il riconoscimento del blocco non appare unicamente in spazi alternativi né in account periferici. Secondo l’indagine, media di grande peso all’interno del sistema USA — The New York Times, CNN e ABC News — hanno descritto il “blocco petrolifero” e i suoi effetti sulla vita quotidiana: blackout, carenze, sospensione delle lezioni, prezzi della benzina nel mercato nero e ripercussioni sulla salute pubblica.

Chiave per il cittadino comune: quando un media descrive il blackout, ma tace su chi impedisce il carburante, non solo informa meno; aiuta anche a far scomparire il responsabile dal racconto.

La classifica permette di vedere due cose contemporaneamente. In volume assoluto, il Miami Herald è in testa per numero di pubblicazioni che riconoscono l’assedio, ma la sua proporzione interna è bassa: 8,1% della sua copertura sulla situazione cubana. Invece, il The New York Times riconosce l’assedio nel 39,4% della sua copertura, la CNN nel 33,6% e il Los Angeles Times nel 50%. Il dato politico è duplice: il tema è presente nei media centrali, ma non tutti lo trattano con la stessa densità né con lo stesso enfasi causale. I media di Miami pubblicano di più su Cuba, ma nascondono di più la realtà del Paese.

Grafico 2. Media con più pubblicazioni che riconoscono il blocco; l’etichetta mostra anche la percentuale all’interno della loro stessa copertura. Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate.

Il pregiudizio principale: raccontare il danno senza raccontare la causa

L’indagine permette di distinguere tra informare su una crisi e spiegare una crisi. Non è la stessa cosa dire che ci sono blackout che dire perché si sono aggravati; non è la stessa cosa parlare di mancanza di carburante che spiegare quale politica ne impedisce o condiziona l’arrivo. Questo è il pregiudizio più importante rilevato: la copertura può mostrare la sofferenza quotidiana del popolo cubano e, ciononostante, cancellare il meccanismo politico che la produce.

Quando si analizza l’attribuzione delle cause, la differenza è netta: 120 pubblicazioni attribuiscono la crisi al blocco USA — sommando attribuzione esplicita e mista —, mentre 24 ne attribuiscono la responsabilità all’Avana. L’attribuzione al blocco USA quintuplica quella interna. Questo dato conferma che, all’interno della stampa USA, la spiegazione che lega crisi e blocco ha una presenza molto maggiore della narrativa che cerca di trasformare l’intero problema in responsabilità esclusiva del Governo cubano.

Grafico 3. Pubblicazioni che attribuiscono la crisi al blocco USA rispetto a quelle che attribuiscono la responsabilità all’Avana. Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate.

Uno degli elementi più rivelatori dell’indagine è la risposta pubblica del Segretario di Stato alle accuse di un blocco petrolifero contro Cuba. Dal punto di vista comunicativo, una smentita ufficiale è anche una conferma dell’inquadratura: se Washington risponde all’accusa di “blocco petrolifero”, è perché quell’accusa già organizza la conversazione pubblica.

In altre parole, la disputa non riguarda solamente i fatti, ma il loro senso. L’esistenza del blocco appare nel dibattito; ciò che si contesta è se venga presentato come una politica di punizione contro un Paese o come una pressione legittima. Per Cuba, questo è un terreno favorevole davanti all’ONU, perché l’evidenza non proviene da un’argomentazione isolata, ma dalla copertura digitale del Paese stesso che impone le sanzioni.

Grafico 4. Detonatori della copertura che hanno elevato il riconoscimento del blocco durante il periodo analizzato. Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate.

La copertura non parla di una forza astratta. L’indagine mostra che la conversazione personalizza l’assedio in figure concrete dello Stato statunitense. Donald Trump appare come l’autorità più associata al tema: 157 menzioni in contesto di assedio su 1036 menzioni totali. Lo segue Marco Rubio, con 27 menzioni in contesto di cerchio su 177 menzioni totali.

La lettura politica è diretta: quando la stampa affronta il taglio del carburante, l’autorizzazione condizionata di una nave cisterna russa o la politica di massima pressione, il racconto finisce per indicare la Casa Bianca e il Dipartimento di Stato. Questo rompe l’idea che la crisi cubana possa essere narrata come un fenomeno senza autore. Il blocco ha responsabili istituzionali.

Grafico 5. Autorità USA più menzionate in contesto di blocco. Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate.

La scoperta più utile sta nella reazione del pubblico. Le pubblicazioni che riconoscono il blocco generano 5623 interazioni per pubblicazione, contro 2940 in quelle che non lo affrontano. In visualizzazioni accade qualcosa di simile: 122633 per pubblicazione contro 63254. Il rapporto è quasi due a uno.

In parole semplici: nominare il blocco non allontana il pubblico USA; lo mobilita di più. Il dato contraddice l’idea che parlare del blocco sia un tema “consumato” o poco attraente. Quando la causa viene spiegata con chiarezza e collegata a blackout, alimenti, salute, trasporti e vita quotidiana, il pubblico risponde.

Grafico 6. Media di interazioni e visualizzazioni per pubblicazione a seconda che riconoscano o meno il blocco. Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate.

Pregiudizi principali

L’indagine permette di identificare tre pregiudizi principali nella copertura USA su Cuba:

1.Pregiudizio per omissione: parlare della crisi senza nominare il blocco.

2.Pregiudizio per attribuzione: spostare la causa verso problemi interni dell’Avana, specialmente in media come The Wall Street Journal e Fox News.

3.Pregiudizio per neutralizzazione: usare un linguaggio apparentemente tecnico o equilibrato per presentare una politica di pressione come se fosse una circostanza ulteriore del contesto.

Questi pregiudizi non significano che tutta la stampa USA nasconda il blocco. In effetti, il valore dell’indagine è proprio il contrario: dimostra che il blocco appare, viene riconosciuto e ha impatto. Ma mostra anche che quel riconoscimento convive con operazioni propagandistiche che riducono la responsabilità di Washington, frammentano le cause e trasformano gli effetti umanitari in una notizia scollegata dalla politica che li produce.

Il pregiudizio non sempre sta nel mentire. Molte volte sta nel tagliare la frase a metà: mostrare il blackout, ma non il carburante bloccato; mostrare le code, ma non la sanzione; mostrare la scarsità, ma non la politica che la aggrava.

Un’evidenza utile per la battaglia della verità

La denuncia contro il blocco non si regge solo sulla denuncia del popolo e del governo cubano, ma anche su dati della conversazione pubblica statunitense. La stessa stampa USA conosce il blocco, lo nomina, lo attribuisce a decisioni di Washington e constata che il pubblico risponde quando si spiega quella connessione.

Oggi, quando si discute alle Nazioni Unite la crudeltà del blocco USA, si può dimostrare che persino nell’ecosistema mediatico USA quella realtà filtra, appare, incomoda e genera partecipazione del pubblico nazionale. La battaglia comunicativa, quindi, consiste nell’impedire che la sofferenza quotidiana del popolo cubano venga narrata senza causa, senza responsabili e senza storia.

Quando un Paese subisce blackout prolungati, scarsità di carburante, pressione finanziaria e restrizioni all’accesso a risorse essenziali, non basta descrivere il dolore. Bisogna dire chi lo provoca, chi lo sostiene e chi trae beneficio politico dal farlo apparire inevitabile.

La stampa USA può cercare di gestire le sue enfasi, ma i suoi stessi dati confermano che il blocco contro Cuba è un fatto riconosciuto, misurabile e politicamente contestato.


La prensa estadounidense sí sabe que Cuba no es una amenaza

Por: Observatorio de Medios de Cubadebate

 

La pregunta parece sencilla, pero define toda una batalla política: cuando los medios de Estados Unidos hablan de apagones, escasez de combustible, alimentos caros o deterioro del sistema de salud en Cuba, ¿dicen también quién aprieta la soga?

La investigación de este Observatorio ofrece una respuesta incómoda para Washington: una parte importante de la propia prensa estadounidense reconoce el cerco económico, comercial, financiero y energético contra Cuba, lo nombra y  lo conecta con decisiones de la administración de Donald Trump.

El dato no surge de declaraciones cubanas ni de fuentes aliadas. Sale de la conversación pública de medios estadounidenses en cinco plataformas —X, Facebook, Instagram, YouTube y TikTok— durante más de seis meses. En ese período se registraron 2.191 publicaciones sobre Cuba, con 7,19 millones de acciones y 155,2 millones de visualizaciones. Es decir, no estamos ante un debate marginal: hablamos de un volumen de contenido capaz de formar opinión en millones de personas.

El eje político del hallazgo es que el bloqueo no es un argumento que Cuba “impone” desde fuera del debate. Está documentado dentro de la propia prensa del país que lo aplica. Pero muestra los sesgos: algunos medios nombran el cerco; otros lo esconden detrás de palabras neutras; y un grupo intenta desplazar la responsabilidad hacia La Habana, como si el apagón, el combustible que no llega o las sanciones fueran fenómenos naturales.

Tabla 1. Cifras principales de la muestra analizada. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate.

Principales hallazgos

La investigación identifica 559 publicaciones que trataron directamente la crisis económica o energética de Cuba. De ellas, 231 reconocieron el cerco: el 41,3 % del total. En lenguaje simple: de cada diez publicaciones sobre la crisis, cuatro dijeron, de una forma u otra, que detrás del deterioro económico y energético hay bloqueo, embargo petrolero, sanciones o presión económica de Washington.

La diferencia interna también importa. El reconocimiento explícito —cuando se usan palabras como bloqueo, embargo petrolero o sanciones— llega a 161 publicaciones. Otras 70 no emplean siempre el término jurídico, pero conectan la situación cubana con el corte de combustible o con la presión económica de Estados Unidos. El resto describe la crisis sin nombrar su causa externa principal: ahí comienza el sesgo por omisión.

Gráfico 1. Reconocimiento explícito, contextual y omisión del cerco dentro de las 559 publicaciones sobre crisis económica o energética. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate

El reconocimiento del cerco no aparece únicamente en espacios alternativos ni en cuentas periféricas. Según la investigación, medios de gran peso dentro del sistema estadounidense —The New York Times, CNN y ABC News— describieron el “bloqueo petrolero” y sus efectos sobre la vida diaria: apagones, desabastecimiento, suspensión de clases, precios de gasolina en el mercado negro y afectaciones en la salud pública.

Clave para el ciudadano común: cuando un medio describe el apagón, pero calla quién impide el combustible, no solo informa menos; también ayuda a que el responsable desaparezca del relato.

El ranking permite ver dos cosas a la vez. En volumen absoluto, Miami Herald encabeza el número de publicaciones que reconocen el cerco, pero su proporción interna es baja: 8,1 % de su cobertura sobre la situación cubana. En cambio, The New York Times reconoce el cerco en 39,4 % de su cobertura, CNN en 33,6 % y Los Angeles Times en 50 %. El dato político es doble: el tema está presente en medios centrales, pero no todos lo tratan con la misma densidad ni con el mismo énfasis causal. Los medios de Miami publican más sobre Cuba, pero ocultan más la realidad del país.

Gráfico 2. Medios con más publicaciones que reconocen el cerco; la etiqueta muestra también el porcentaje dentro de su propia cobertura. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate

El sesgo principal: contar el daño sin contar la causa

La investigación permite distinguir entre informar sobre una crisis y explicar una crisis. No es lo mismo decir que hay apagones que decir por qué se agravaron; no es lo mismo hablar de falta de combustible que explicar qué política impide o condiciona su llegada. Ese es el sesgo más importante detectado: la cobertura puede mostrar el sufrimiento cotidiano del pueblo cubano y, aun así, borrar el mecanismo político que lo produce. 

Cuando se analiza la atribución de causas, la diferencia es contundente: 120 publicaciones atribuyen la crisis al cerco estadounidense —sumando atribución explícita y mixta—, mientras 24 responsabilizan a La Habana. La atribución al cerco de Estados Unidos quintuplica la atribución interna. Ese dato confirma que, dentro de la prensa estadounidense, la explicación que vincula crisis y bloqueo tiene una presencia mucho mayor que la narrativa que intenta convertir todo el problema en responsabilidad exclusiva del Gobierno cubano.

Gráfico 3. Publicaciones que atribuyen la crisis al cerco de Estados Unidos frente a las que responsabilizan a La Habana. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate

Uno de los elementos más reveladores de la investigación es la respuesta pública del secretario de Estado a las acusaciones de un bloqueo petrolero contra Cuba. Desde el punto de vista comunicacional, un desmentido oficial también es una confirmación del encuadre: si Washington responde a la acusación de “bloqueo petrolero”, es porque esa acusación ya organiza la conversación pública.

En otras palabras, la disputa no gira solamente alrededor de los hechos, sino de su sentido. La existencia del cerco aparece en el debate; lo que se pelea es si se le presenta como una política de castigo contra un país o como una presión legítima. Para Cuba, ese es un terreno favorable ante la ONU, porque la evidencia no viene de un alegato aislado, sino de la cobertura digital del propio país que impone las sanciones.

Gráfico 4. Detonantes de la cobertura que elevaron el reconocimiento del cerco durante el período analizado. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate

La cobertura no habla de una fuerza abstracta. La investigación muestra que la conversación personaliza el cerco en figuras concretas del Estado estadounidense. Donald Trump aparece como la autoridad más asociada al tema: 157 menciones en contexto de cerco dentro de 1.036 menciones totales. Le sigue Marco Rubio, con 27 menciones en contexto de cerco dentro de 177 menciones totales.

La lectura política es directa: cuando la prensa aborda el corte de combustible, la autorización condicionada de un tanquero ruso o la política de máxima presión, el relato termina señalando a la Casa Blanca y al Departamento de Estado. Eso rompe con la idea de que la crisis cubana puede narrarse como un fenómeno sin autor. El cerco tiene responsables institucionales.

Gráfico 5. Autoridades estadounidenses más mencionadas en contexto de cerco. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate

El hallazgo más útil está en la reacción del público. Las publicaciones que reconocen el cerco generan 5.623 acciones por publicación, frente a 2.940 en las que no lo abordan. En visualizaciones ocurre algo similar: 122.633 por publicación frente a 63.254. La relación es casi dos a uno. 

Dicho de manera sencilla: nombrar el bloqueo no espanta al público estadounidense; lo moviliza más. El dato contradice la idea de que hablar del bloqueo es un tema “gastado” o poco atractivo. Cuando la causa se explica con claridad y se conecta con apagones, alimentos, salud, transporte y vida cotidiana, la audiencia responde.

Gráfico 6. Promedio de acciones y visualizaciones por publicación según reconozcan o no el cerco. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate

Sesgos principales

La investigación permite identificar tres sesgos principales en la cobertura estadounidense sobre Cuba:

Sesgo por omisión: hablar de la crisis sin nombrar el cerco.

Sesgo por atribución: desplazar la causa hacia problemas internos de La Habana, especialmente en medios como The Wall Street Journal y Fox News.

Sesgo por neutralización: usar un lenguaje aparentemente técnico o equilibrado para presentar una política de presión como si fuera una circunstancia más del entorno.

Estos sesgos no significan que toda la prensa estadounidense oculte el bloqueo. De hecho, el valor de la investigación es precisamente lo contrario: demuestra que el cerco aparece, se reconoce y tiene impacto. Pero también muestra que ese reconocimiento convive con operaciones propagandísticas que reducen la responsabilidad de Washington, fragmentan las causas y convierten los efectos humanitarios en una noticia desconectada de la política que los produce.

El sesgo no siempre está en mentir. Muchas veces está en cortar la frase a la mitad: mostrar el apagón, pero no el combustible bloqueado; mostrar las colas, pero no la sanción; mostrar la escasez, pero no la política que la agrava.

Una evidencia útil para la batalla de la verdad

El reclamo contra el bloqueo no se sostiene solo en la denuncia del pueblo y el gobierno cubano, sino también en datos de la conversación pública estadounidense. La propia prensa de Estados Unidos conoce el cerco, lo nombra, lo atribuye a decisiones de Washington y comprueba que el público responde cuando se explica esa conexión.

Hoy, cuando se discute en Naciones Unidas la crueldad del bloqueo estadounidense, se puede demostrar que incluso en el ecosistema mediático estadounidense esa realidad se filtra, aparece, incomoda y genera participación de las audiencias nacionales. La batalla comunicacional, por tanto, consiste en impedir que el sufrimiento cotidiano del pueblo cubano sea narrado sin causa, sin responsables y sin historia.

Cuando un país sufre apagones prolongados, escasez de combustible, presión financiera y restricciones para acceder a recursos esenciales, no basta con describir el dolor. Hay que decir quién lo provoca, quién lo sostiene y quién se beneficia políticamente de que parezca inevitable.

La prensa estadounidense puede intentar administrar sus énfasis, pero sus propios datos confirman que el cerco contra Cuba es un hecho reconocido, medible y políticamente disputado.

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