Mentre, a New York, l’ONU dibatte sul blocco, Miami usa il blackout come controargomentazione. L’isola risolve la crisi con le mani, con i suoi lavoratori elettrici senza carburante né pezzi, mentre un’offensiva mediatica non si ferma.
Buongiorno, Cuba. Questa mattina la mappa delle notizie ha un centro di gravità chiarissimo: l’energia. Tutto il resto — la stampa USA, il rumore di Miami, la diplomazia a New York — gira intorno a quella stessa domanda che si fa metà dell’isola in questo momento: quando torna la luce? Si lavora intensamente.
Tra poche ore si riunisce l’Assemblea Generale dell’ONU per dibattere il blocco. Non è una formalità in più. Ci sono denunce concrete che Washington ha fatto pressione per fermare o rinviare quella discussione, e la Cina si è già fatta avanti con una dichiarazione che chiede agli USA di ritirare la pressione su Cuba e denuncia l’ingerenza contro l’Isola. Quel sostegno, sommato alla copertura che già gli danno agenzie come Reuters, dà al dibattito di oggi un peso che va oltre il protocollare.
Mentre a New York si discute l’impatto di un blocco economico secolare, il conglomerato mediatico della Florida cercherà di usare il blackout di questi giorni come controargomentazione, come se la crisi energetica cancellasse sei decenni di asfissia economica deliberata. È la mossa di sempre — ed è per questo che conviene nominarla prima che la ripetano.
Analizziamo oggi il dibattito all’ONU, la battaglia di narrazioni attorno al blackout, l’offensiva mediatica contro funzionari cubani e le voci europee che condannano il blocco.
Il dibattito all’ONU: il blocco al centro dello scenario mondiale
Tra poche ore si riunisce l’Assemblea Generale dell’ONU per dibattere, per la trentaduesima volta, il blocco economico contro Cuba. Non è una formalità in più. Ci sono denunce concrete che Washington ha fatto pressione per fermare o rinviare quella discussione, e la Cina si è già fatta avanti con una dichiarazione che chiede agli USA di ritirare la pressione su Cuba e denuncia l’ingerenza contro l’Isola.
Quel sostegno, sommato alla copertura che già gli danno agenzie come Reuters, dà al dibattito di oggi un peso che va oltre il protocollare. Non è solo un voto all’Assemblea. È un momento in cui la comunità internazionale si pronuncia contro una politica che viola il diritto internazionale e che costituisce una punizione collettiva contro un intero popolo.
«Lo seguiremo in tempo reale durante la giornata.»
Il dibattito di oggi è la controparte diplomatica della fermezza che il presidente Díaz-Canel ha mostrato su Sky News. Cuba va all’ONU a testa alta, non a chiedere permesso, ma a denunciare una politica che ha causato danni incalcolabili all’economia e alla vita quotidiana dei cubani.
Il contrasto scomodo per la narrazione di Miami
Ed è qui che il contrasto diventa scomodo per la narrazione di Miami: mentre a New York si discute l’impatto di un blocco economico secolare, il cluster della Florida cercherà di usare il blackout di questi giorni come controargomentazione, come se la crisi energetica cancellasse sei decenni di asfissia economica deliberata.
«È la mossa di sempre — ed è per questo che conviene nominarla prima che la ripetano.»
La strategia è nota: si prende un problema reale — il blackout, la scarsità, le difficoltà — e lo si presenta come prova del fallimento del sistema, omettendo il contesto del blocco che lo provoca. Si cancella la causa per condannare l’effetto. Si omette che i blackout sono il risultato diretto dell’impossibilità di importare carburante, pezzi e tecnologia a causa delle sanzioni USA.
Questo è il contrasto che la stampa di Miami non vuole mostrare: il blocco è la causa, il blackout è la conseguenza. E mentre Washington mantiene il blocco, qualsiasi sforzo per risolvere la crisi energetica diventa eroico ma insufficiente.
Il blackout: la storia che la copertura internazionale non racconta
Sul blackout stesso: è stato, senza esagerare, il tema che più ha mosso ieri dentro e fuori Cuba. L’Unione Elettrica aveva già confermato il crollo totale del sistema e sta lavorando sulle cause. Ciò che vale la pena segnalare è il contrasto di letture: fuori si è subito installata l’idea di un collasso definitivo, quasi come preludio di qualcosa di più grande; dentro, ciò che si vede sono i lavoratori elettrici che tengono in piedi il sistema con le unghie.
«Senza carburante sufficiente, senza pezzi, senza i finanziamenti che renderebbero questo lavoro meno artigianale. Quella seconda storia non esce quasi mai nella copertura internazionale, ed è per questo che noi la continueremo a raccontare, con i dati tecnici reali del processo di ripristino.»
La differenza è abissale. Mentre la stampa internazionale specula sul collasso, i lavoratori elettrici cubani sono sul terreno, a riparare, a improvvisare, a tenere in piedi il sistema con risorse minime. Non c’è trucco della crisi. C’è resistenza. C’è un popolo che, nonostante tutto, va avanti.
L’offensiva mediatica contro Raúl Guillermo Rodríguez Castro
Un capitolo a parte merita ciò che sta accadendo a Raúl Guillermo Rodríguez Castro. Un profilo pubblicato sulla stampa USA ha finito per funzionare meno come giornalismo e più come materia prima per una demolizione reputazionale: abiti, gioielli, ristoranti, la vita privata trasformata in argomento politico.
«L’operazione mediatica di Miami si è montata subito su quei dettagli per far rivivere il vecchio copione di una presunta élite lontana dal popolo.»
La cosa interessante è che la risposta è già arrivata dall’interno: l’ambasciatrice cubana in Uruguay è uscita a smontare quella narrazione, parlando di speculazioni e mezze verità su un ruolo che lei stessa ridimensiona. Il meccanismo è sempre lo stesso: prendere dettagli della vita privata, decontestualizzarli e presentarli come prova di una presunta corruzione o elitismo.
Non c’è evidenza, solo insinuazione. Non c’è analisi, solo demolizione. Questa è la fabbrica del discredito in azione.
Il terzo fronte: sorveglianza sui diplomatici cubani
E c’è un terzo fronte che conviene non perdere di vista: mentre si costruisce fuori l’immagine di un’isola in decomposizione, dentro Washington starebbe ampliando la sorveglianza su organizzazioni e diplomatici cubani, in un’indagine che circola quasi esclusivamente tra media allineati con la linea più dura verso Cuba.
«Non è un caso che quel fascicolo cresca proprio quando il dibattito all’ONU mette gli Stati Uniti sulla difensiva.»
Il momento non è casuale. Mentre Cuba porta il suo caso alla comunità internazionale, Washington intensifica la pressione sui suoi rappresentanti diplomatici. È una strategia di intimidazione che cerca di erodere la capacità di Cuba di far valere i suoi diritti sulla scena internazionale.
Una voce dall’Europa che pesa diversamente
Per chiudere con qualcosa che smentisce il copione dell’isolamento: in Belgio, un gruppo di figure pubbliche — incluso un ex primo ministro — ha firmato una lettera pubblica chiedendo al proprio governo di condannare il blocco energetico, definendolo direttamente punizione collettiva.
«Quella voce, proveniente dall’Europa e non dall’Avana, pesa diversamente.»
Non è la voce della diplomazia cubana. Non è la voce dei media ufficiali. È la voce di figure politiche europee che, dal loro stesso spazio, riconoscono la natura criminale del blocco. Questo è significativo. Significa che la narrativa di Washington non è monolitica, che ci sono crepe nel consenso occidentale e che sempre più voci si uniscono alla denuncia del cerchio.
In chiusura: un’isola che resiste
Così iniziamo la giornata: un’isola che risolve un blackout con le mani, un’offensiva mediatica che non si ferma, e una sessione all’ONU che può segnare il tono delle prossime settimane.
Cuba non si arrende. Cuba non si nasconde. Cuba va all’ONU, parla al mondo, riconosce i suoi problemi e avanza nelle sue trasformazioni.
El centro de gravedad de la jornada: la energía, el debate en la ONU y la batalla de relatos en torno al apagón
Mientras la ONU debate el bloqueo, Miami usa el apagón como contraargumento. La isla resiste con sus trabajadores eléctricos, la ofensiva mediática no descansa y Europa alza la voz.
Mientras en Nueva York se discute el impacto del bloqueo centenario, el clúster de Miami intenta usar el apagón como contraargumento. La isla resuelve la crisis con las manos, sin combustible ni piezas, mientras una ofensiva mediática no descansa.
Buenos días, Cuba. Esta mañana el mapa noticioso tiene un centro de gravedad clarísimo: la energía. Todo lo demás —la prensa estadounidense, el ruido de Miami, la diplomacia en Nueva York— gira alrededor de esa misma pregunta que se hace media isla ahora mismo: ¿cuándo vuelve la luz? Se trabaja intensamente.
En pocas horas se reúne la Asamblea General de la ONU para debatir el bloqueo. No es un trámite más. Hay denuncias concretas de que Washington ha presionado para frenar o posponer esa discusión, y China ya se adelantó con una declaración exigiendo que Estados Unidos retire la presión sobre Cuba y denunciando la injerencia contra la Isla. Ese respaldo, sumado a la cobertura que ya le dan agencias como Reuters, le da al debate de hoy un peso que va más allá de lo protocolario.
Mientras en Nueva York se discute el impacto de un bloqueo económico centenario, el clúster de la Florida va a intentar usar el apagón de estos días como contraargumento, como si la crisis energética borrara seis décadas de asfixia económica deliberada. Es la jugada de siempre —y por eso conviene nombrarla antes de que la repitan.
Analizamos hoy el debate en la ONU, la batalla de relatos en torno al apagón, la ofensiva mediática contra funcionarios cubanos y las voces europeas que condenan el bloqueo.
El debate en la ONU: el bloqueo en el centro del escenario mundial
En pocas horas se reúne la Asamblea General de la ONU para debatir, por trigésima segunda vez, el bloqueo económico contra Cuba. No es un trámite más. Hay denuncias concretas de que Washington ha presionado para frenar o posponer esa discusión, y China ya se adelantó con una declaración exigiendo que Estados Unidos retire la presión sobre Cuba y denunciando la injerencia contra la Isla.
Ese respaldo, sumado a la cobertura que ya le dan agencias como Reuters, le da al debate de hoy un peso que va más allá de lo protocolario. No es solo un voto en la Asamblea. Es un momento en el que la comunidad internacional se pronuncia contra una política que viola el derecho internacional y que constituye un castigo colectivo contra todo un pueblo.
«Vamos a seguirlo en tiempo real durante la jornada.»
El debate de hoy es la contraparte diplomática de la firmeza que el presidente Díaz-Canel mostró en Sky News. Cuba va a la ONU con la frente en alto, no a pedir permiso, sino a denunciar una política que ha causado daños incalculables a la economía y a la vida cotidiana de los cubanos.
El contraste incómodo para el relato de Miami
Y aquí es donde el contraste se vuelve incómodo para el relato de Miami: mientras en Nueva York se discute el impacto de un bloqueo económico centenario, el clúster de la Florida va a intentar usar el apagón de estos días como contraargumento, como si la crisis energética borrara seis décadas de asfixia económica deliberada.
«Es la jugada de siempre —y por eso conviene nombrarla antes de que la repitan.»
La estrategia es conocida: se toma un problema real —el apagón, la escasez, las dificultades— y se presenta como prueba del fracaso del sistema, omitiendo el contexto del bloqueo que lo provoca. Se borra la causa para condenar el efecto. Se omite que los apagones son el resultado directo de la imposibilidad de importar combustible, piezas y tecnología debido a las sanciones estadounidenses.
Ese es el contraste que la prensa de Miami no quiere mostrar: el bloqueo es la causa, el apagón es la consecuencia. Y mientras Washington mantiene el cerco, cualquier esfuerzo por resolver la crisis energética se vuelve heroico pero insuficiente.
El apagón: la historia que la cobertura internacional no cuenta
Sobre el apagón mismo: fue, sin exagerar, el tema que más se movió ayer dentro y fuera de Cuba. La Unión Eléctrica ya había confirmado la caída total del sistema y trabaja en las causas. Lo que vale la pena señalar es el contraste de lecturas: afuera se instaló rápido la idea de un colapso definitivo, casi como preludio de algo mayor; adentro, lo que se ve es a los trabajadores eléctricos sosteniendo el sistema con las uñas.
«Sin combustible suficiente, sin piezas, sin el financiamiento que haría este trabajo menos artesanal. Esa segunda historia casi nunca sale en la cobertura internacional, y por eso nosotros sí la vamos a seguir contando, con los datos técnicos reales del proceso de restauración.»
La diferencia es abismal. Mientras la prensa internacional especula sobre el colapso, los trabajadores eléctricos cubanos están en el terreno, reparando, improvisando, sosteniendo el sistema con recursos mínimos. No hay maquillaje de la crisis. Hay resistencia. Hay un pueblo que, pese a todo, sigue adelante.
La ofensiva mediática contra Raúl Guillermo Rodríguez Castro
Un capítulo aparte merece lo que le está pasando a Raúl Guillermo Rodríguez Castro. Un perfil publicado en la prensa estadounidense terminó funcionando menos como periodismo y más como materia prima para una demolición reputacional: ropa, joyas, restaurantes, la vida privada convertida en argumento político.
«El operativo mediático de Miami se montó rápido sobre esos detalles para revivir el viejo guion de una presunta élite alejada del pueblo.»
Lo interesante es que la respuesta ya llegó desde dentro: la embajadora cubana en Uruguay salió a desmontar esa narrativa, hablando de especulaciones y medias verdades sobre un rol que ella misma reduce. El mecanismo es el mismo de siempre: tomar detalles de la vida privada, descontextualizarlos y presentarlos como prueba de una supuesta corrupción o elitismo.
No hay evidencia, solo insinuación. No hay análisis, solo demolición. Esa es la fábrica del descrédito en acción.
El tercer frente: vigilancia sobre diplomáticos cubanos
Y hay un tercer frente que conviene no perder de vista: mientras se construye afuera la imagen de una isla en descomposición, adentro Washington estaría ampliando la vigilancia sobre organizaciones y diplomáticos cubanos, en una investigación que casi exclusivamente circula entre medios alineados con la línea más dura hacia Cuba.
«No es casualidad que ese expediente crezca justo cuando el debate en la ONU pone a Estados Unidos a la defensiva.»
El momento no es casual. Mientras Cuba lleva su caso a la comunidad internacional, Washington intensifica la presión sobre sus representantes diplomáticos. Es una estrategia de intimidación que busca erosionar la capacidad de Cuba para hacer valer sus derechos en el escenario internacional.
Una voz desde Europa que pesa distinto
Para cerrar con algo que desmiente el guion del aislamiento: en Bélgica, un grupo de figuras públicas —incluido un ex primer ministro— firmó una carta pública pidiéndole a su gobierno condenar el bloqueo energético, calificándolo directamente de castigo colectivo.
«Esa voz, viniendo de Europa y no de La Habana, pesa distinto.»
No es la voz de la diplomacia cubana. No es la voz de los medios oficiales. Es la voz de figuras políticas europeas que, desde su propio espacio, reconocen la naturaleza criminal del bloqueo. Eso es significativo. Significa que la narrativa de Washington no es monolítica, que hay grietas en el consenso occidental y que cada vez más voces se suman a la denuncia del cerco.
Al cierre: una isla que resiste
Así arrancamos el día: una isla resolviendo un apagón con las manos, una ofensiva mediática que no descansa, y una sesión en la ONU que puede marcar el tono de las próximas semanas.
Cuba no se rinde. Cuba no se esconde. Cuba va a la ONU, habla al mundo, reconoce sus problemas y avanza en sus transformaciones.

