l’Assemblea Generale apre il dibattito urgente sul blocco nonostante l’opposizione USA
L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha autorizzato martedì, con una maggioranza schiacciante di 136 voti favorevoli, la celebrazione di un dibattito urgente richiesto da Cuba sotto il punto 38 dell’agenda: «Necessità di porre fine al blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba». Gli USA, insieme ad Argentina e Israele, hanno votato contro la semplice tenuta della sessione. Hanno perso. 9 paesi si sono opposti e 30 si sono astenuti.
Il risultato segna la prima sconfitta diplomatica di Washington in questa giornata, dopo settimane di pressioni documentate del Dipartimento di Stato per impedire che il tema arrivasse in plenaria.
Un dibattito che Washington ha cercato di fermare due volte
Il voto di apertura non è stato l’unico ostacolo che gli USA hanno tentato di imporre. Appena iniziata la sessione, il cancelliere cubano Bruno Rodríguez Parrilla ha dovuto chiedere una mozione d’ordine, contestando il fatto che la presidenza dell’Assemblea non richiamasse all’ordine un intervento che, secondo lui, mancava di carattere procedurale: l’Assemblea aveva solo autorizzato l’apertura del dibattito, non già una discussione sostanziale nel merito della questione.
L’episodio conferma ciò che Cuba denuncia dall’inizio di luglio, quando è stato reso noto un cablo diplomatico firmato dal Segretario di Stato Marco Rubio, indirizzato alle ambasciate USA in tutto il mondo, con istruzioni per fare pressione sui governi ospitanti ed evitare che l’ONU discutesse l’aggressione economica contro l’isola. Come rivelò allora lo stesso Rodríguez, la missione permanente USA a New York era arrivata a minacciare azioni procedurali per impedire che l’Assemblea potesse persino riunirsi sul tema.
Il discorso: dall’argomento giuridico al costo umano misurabile
Nel suo intervento in plenaria, Rodríguez Parrilla ha portato la denuncia cubana su un terreno molto più difficile da confutare del solito argomento della sovranità: quello delle cifre umane. Il cancelliere ha descritto una politica di quasi 70 anni, intensificata in modo drammatico negli ultimi sette mesi, e ha caratterizzato la condotta di Washington come una guerra non convenzionale sempre più cruenta. Ha collocato il blocco energetico imposto da gennaio per ciò che rappresenta nella pratica: un blocco navale di fatto, un atto di guerra che impedisce il rifornimento di carburante, sia commerciale che umanitario, all’isola.
I dati che ha fornito non lasciano spazio all’argomento dell’«inefficienza interna» che di solito la propaganda avversaria brandisce contro Cuba: il tasso di mortalità infantile nel paese è aumentato da 4 a 9,9 per 1000 nati vivi, il che equivale a 1780 morti evitabili di neonati che, in altre condizioni, sarebbero sopravvissuti con l’attrezzatura medica adeguata. La sopravvivenza infantile al cancro, secondo i dati presentati, è scesa dall’85% al 65%.
La risposta di Washington: cambiare argomento
Di fronte a queste cifre, la delegazione statunitense — rappresentata da Jeff Bartos, incaricato della Gestione e Riforma dell’ONU — ha scelto di deviare l’asse del dibattito. Invece di rispondere al costo umanitario esposto, ha messo in discussione lo scopo stesso della sessione, chiedendo retoricamente se sarebbe servita a liberare prigionieri politici a Cuba o a restituire gli stipendi ai medici cubani inviati all’estero, e ha accusato il governo cubano di imporre a Stati terzi di rompere le relazioni commerciali con l’isola.
La strategia non è nuova: quando il danno umanitario documentato non ammette replica diretta, la risposta abituale di Washington è stata quella di spostare la conversazione sul terreno politico interno cubano, evitando ogni riferimento alle conseguenze misurabili del blocco sulla popolazione.
Un sostegno internazionale che cresce in densità, non solo in numero
Nel corso della giornata, decine di delegazioni hanno preso la parola per sostenere la posizione cubana, con sfumature che approfondiscono la denuncia oltre gli anni precedenti. La Cina ha denunciato che sei decenni di misure unilaterali hanno generato quella che ha definito una catastrofe immensa per il popolo cubano, con perdite accumulate che superano i 170 miliardi di $. La Russia, attraverso il suo ministro degli Affari Interni, Vladímir Kolokoltsev, ha sottolineato che lo stesso sistema delle Nazioni Unite conferma che 4,2 milioni di persone a Cuba hanno bisogno di assistenza umanitaria, e ha descritto il cerchio come un tentativo di far rivivere la Dottrina Monroe nella regione.
Particolarmente significativo è stato l’intervento dell’Eritrea, a nome del Gruppo di Amici in Difesa della Carta delle Nazioni Unite, che ha lanciato un appello diretto alla comunità internazionale affinché si posizioni per prevenire un’aggressione militare contro Cuba — un passo oltre la consueta denuncia economica. I dieci paesi dell’ASEAN, attraverso Singapore, hanno ribadito il loro sostegno storico alla causa cubana. Il Nicaragua ha definito la politica statunitense anacronistica, illegittima e crudele, mentre il Gruppo dei 77 più Cina, con la voce dell’Uruguay, ha espresso una preoccupazione puntuale per l’estensione dell’articolo 3 della Legge Helms-Burton, che intimidisce le relazioni commerciali di paesi terzi con l’isola.
Simbolismo o progresso reale?
È legittimo chiedersi se la giornata di oggi abbia una portata che va oltre il simbolico, come accade abitualmente con la risoluzione annuale che si vota ogni ottobre. La risposta esige precisione: quanto accaduto martedì non è stato un voto su una risoluzione vincolante — quella tornata arriverà a ottobre —, ma l’autorizzazione di un dibattito urgente su fatti che non esistevano nella sessione dello scorso ottobre: il blocco energetico come atto di guerra, le minacce militari esplicite contro l’isola e un deterioramento umanitario ora quantificato in morti evitabili.
Il valore della giornata non risiede in un testo giuridico, ma in un fatto politico: nel 2026, con una campagna di pressione documentata del Dipartimento di Stato esplicitamente dispiegata per impedire che il tema fosse discusso, l’Assemblea Generale ha deciso, a maggioranza schiacciante, che se ne sarebbe parlato. Quando l’argomentazione non è bastata a fermare il dibattito, Washington ha tentato di impedire che l’argomento venisse addirittura ascoltato. Nemmeno questo è riuscita a ottenerlo.
Proiezione: cosa succede dopo il 7 luglio
Questa giornata lascia la diplomazia cubana in una posizione più solida di fronte a due fronti. Sul piano multilaterale, getta una base documentata — con il sostegno esplicito di decine di paesi — sull’escalation iniziata a gennaio 2026, il che rafforza gli argomenti in vista della risoluzione che sarà sottoposta a votazione in ottobre, dopo che nel 2025 quella risoluzione ha registrato il suo peggior sostegno storico. Sul piano comunicativo, il rifiuto USA di discutere le cifre umanitarie e il loro spostamento sul terreno politico lasciano aperto un fianco che la diplomazia cubana e i suoi alleati prevedibilmente continueranno a sfruttare nei mesi precedenti a quella votazione.
La vittoria di questo 7 luglio è, anzitutto, procedurale e narrativa: Cuba è riuscita a far parlare, nel foro più rappresentativo del pianeta, di un’aggressione che documenta con cifre di vite umane. Il compito che segue è che quel dibattito si traduca, in ottobre, in un sostegno capace di invertire la tendenza al ribasso registrata l’anno scorso.
Questo articolo raccoglie gli interventi e i risultati della sessione dell’Assemblea Generale dell’ONU tenutasi il 7 luglio 2026 a New York, su richiesta di Cuba. Fonti: Prensa Latina, Cubadebate, teleSUR, Radio Habana Cuba, Ministero degli Affari Esteri di Cuba (MINREX), EFE.
Cuba gana la primera batalla en la ONU: la Asamblea General abre debate urgente sobre el bloqueo pese a la oposición de Estados Unidos
La Asamblea General de las Naciones Unidas autorizó este martes, con una mayoría contundente de 136 votos a favor, la celebración de un debate urgente solicitado por Cuba bajo el tema 38 de la agenda: «Necesidad de poner fin al bloqueo económico, comercial y financiero impuesto por los Estados Unidos de América contra Cuba». Estados Unidos, junto a Argentina e Israel, votó en contra de que la sesión se realizara siquiera. Perdió. Nueve países se opusieron y treinta se abstuvieron.
El resultado marca la primera derrota diplomática de Washington en esta jornada, después de semanas de presión documentada del Departamento de Estado para impedir que el tema llegara al plenario.
Un debate que Washington intentó frenar dos veces
La votación de apertura no fue el único obstáculo que Estados Unidos intentó imponer. Apenas comenzada la sesión, el canciller cubano Bruno Rodríguez Parrilla debió solicitar una moción de orden, al cuestionar que la presidencia de la Asamblea no llamara al orden ante una intervención que, según señaló, carecía de carácter procesal: la Asamblea únicamente había autorizado abrir el debate, no sostener ya una discusión sustantiva sobre el fondo del asunto.
El episodio confirma lo que Cuba viene denunciando desde inicios de julio, cuando trascendió un cable diplomático firmado por el secretario de Estado Marco Rubio, dirigido a embajadas estadounidenses en todo el mundo, con instrucciones para presionar a gobiernos anfitriones y evitar que la ONU debatiera la agresión económica contra la isla. Según reveló entonces el propio Rodríguez, la misión permanente de Estados Unidos en Nueva York llegó a amenazar con acciones procesales para impedir que la Asamblea pudiera siquiera reunirse sobre el tema.
El discurso: del argumento jurídico al costo humano medible
En su intervención ante el plenario, Rodríguez Parrilla llevó la denuncia cubana a un terreno que resulta mucho más difícil de rebatir que el habitual argumento de soberanía: el de las cifras humanas. El canciller describió una política de casi 70 años, intensificada de forma dramática en los últimos siete meses, y caracterizó la conducta de Washington como una guerra no convencional cada vez más cruenta. Ubicó el cerco energético impuesto desde enero como lo que representa en la práctica: un bloqueo naval de facto, un acto de guerra que impide el suministro de combustible tanto comercial como humanitario a la isla.
Los datos que aportó no dejan margen para el argumento de la «ineficiencia interna» que suele esgrimir la propaganda adversaria contra Cuba: la tasa de mortalidad infantil en el país aumentó de 4 a 9,9 por cada 1.000 nacidos vivos, lo que equivale a 1.780 muertes evitables de recién nacidos que, en otras condiciones, habrían sobrevivido con el equipamiento médico adecuado. La supervivencia infantil frente al cáncer, según los datos presentados, cayó del 85% al 65%.
La respuesta de Washington: cambiar de tema
Frente a estas cifras, la delegación estadounidense —representada por Jeff Bartos, encargado de Gestión y Reforma de la ONU— optó por desviar el eje del debate. En lugar de responder al costo humanitario expuesto, cuestionó el propósito mismo de la sesión, preguntando de forma retórica si serviría para liberar presos políticos en Cuba o restituir salarios a médicos cubanos enviados al exterior, y acusó al gobierno cubano de imponer a terceros Estados que rompan relaciones comerciales con la isla.
La estrategia no es nueva: cuando el daño humanitario documentado no admite réplica directa, la respuesta habitual de Washington ha sido trasladar la conversación al terreno político interno cubano, evitando toda referencia a las consecuencias medibles del bloqueo sobre la población.
Un respaldo internacional que crece en densidad, no solo en número
A lo largo de la jornada, decenas de delegaciones tomaron la palabra para respaldar la posición cubana, con matices que profundizan el reclamo más allá de años anteriores. China denunció que seis décadas de medidas unilaterales han generado lo que calificó como una catástrofe inmensa para el pueblo cubano, con pérdidas acumuladas que superan los 170 mil millones de dólares. Rusia, a través de su ministro de Asuntos Internos, Vladímir Kolokoltsev, señaló que el propio sistema de Naciones Unidas confirma que 4,2 millones de personas en Cuba necesitan asistencia humanitaria, y describió el cerco como un intento de revivir la Doctrina Monroe en la región.
Especialmente significativa resultó la intervención de Eritrea, en nombre del Grupo de Amigos en Defensa de la Carta de las Naciones Unidas, que llamó directamente a la comunidad internacional a posicionarse para prevenir una agresión militar contra Cuba —un paso más allá del habitual reclamo económico—. Los diez países de la ASEAN, a través de Singapur, reiteraron su respaldo histórico a la causa cubana. Nicaragua calificó la política estadounidense de anacrónica, ilegítima y cruel, mientras que el Grupo de los 77 más China, con la voz de Uruguay, expresó preocupación puntual por la ampliación del artículo 3 de la Ley Helms-Burton, que intimida las relaciones comerciales de terceros países con la isla.
¿Simbolismo o avance real?
Es legítimo preguntarse si la jornada de hoy tiene un alcance más allá de lo simbólico, como ocurre habitualmente con la resolución anual que se vota cada octubre. La respuesta exige precisión: lo ocurrido este martes no fue una votación sobre una resolución vinculante —esa instancia llegará en octubre—, sino la autorización de un debate urgente sobre hechos que no existían en la sesión de octubre pasado: el cerco energético como acto de guerra, las amenazas militares explícitas contra la isla, y un deterioro humanitario ahora cuantificado en muertes evitables.
El valor de la jornada no reside en un texto jurídico, sino en un hecho político: en 2026, con una campaña de presión documentada del Departamento de Estado desplegada explícitamente para impedir que el tema se discutiera, la Asamblea General decidió, por mayoría aplastante, que sí se hablaría. Cuando el argumento no bastó para frenar el debate, Washington intentó impedir que el argumento se escuchara siquiera. Tampoco lo logró.
Proyección: lo que viene después del 7 de julio
Esta jornada deja a la diplomacia cubana en una posición más sólida de cara a dos frentes. En el plano multilateral, sienta una base documentada —con el respaldo explícito de decenas de países— sobre la escalada iniciada en enero de 2026, lo que fortalece los argumentos de cara a la resolución que se someterá a votación en octubre próximo, después de que en 2025 esa resolución registrara su peor respaldo histórico. En el plano comunicacional, la negativa de Estados Unidos a discutir las cifras humanitarias y su desplazamiento hacia el terreno político deja abierto un flanco que la diplomacia cubana y sus aliados previsiblemente seguirán explotando en los meses previos a esa votación.
La victoria de este 7 de julio es, ante todo, procesal y narrativa: Cuba logró que se hablara, en el foro más representativo del planeta, de una agresión que documenta con cifras de vidas humanas. La tarea que sigue es que ese debate se traduzca, en octubre, en un respaldo capaz de revertir la tendencia a la baja registrada el año pasado.
Este artículo recoge las intervenciones y resultados de la sesión de la Asamblea General de la ONU celebrada este 7 de julio de 2026 en Nueva York, a solicitud de Cuba. Fuentes: Prensa Latina, Cubadebate, teleSUR, Radio Habana Cuba, Ministerio de Relaciones Exteriores de Cuba (MINREX), EFE.

