I rischi del Blocco di Difesa per la Sicurezza Urbana in Colombia
Il Blocco di Difesa per la Sicurezza Urbana, il sostegno di diversi sindaci e i precedenti del modello CONVIVIR alimentano un dibattito sulla sicurezza, l’istituzionalità e il rischio di ripetere uno dei capitoli più dolorosi del conflitto colombiano.
La storia degli Stati dimostra che poche decisioni hanno conseguenze così profonde come quelle legate all’uso della forza; dalla consolidazione dello Stato moderno, uno dei principi essenziali di qualsiasi democrazia costituzionale consiste nel fatto che l’esercizio legittimo delle armi, della coercizione e della sicurezza rimanga sotto il controllo esclusivo di istituzioni statali sottoposte alla Costituzione, alla legge e a meccanismi permanenti di controllo politico, giudiziario e cittadino; questo principio, noto come il monopolio legittimo della forza, rappresenta una delle principali barriere contro la violenza privata, la giustizia fai-da-te e la comparsa di strutture armate parallele.
L’esperienza internazionale dimostra che quando gli Stati iniziano a delegare, condividere o flessibilizzare funzioni di sicurezza ad attori civili, le conseguenze sono spesso difficili da controllare; Guatemala, El Salvador, Nicaragua, i Balcani e il Ruanda offrono esempi storici in cui l’organizzazione di civili armati, inizialmente presentata come una soluzione temporanea di fronte a minacce alla sicurezza, ha finito per favorire scenari di violenza prolungata, indebolimento istituzionale e gravi violazioni dei diritti umani e, sebbene ogni caso risponda a contesti diversi, tutti condividono un insegnamento comune: le eccezioni in materia di sicurezza tendono a produrre effetti e impatti molto gravi e non risolvono i problemi che intendevano risolvere.
In Colombia, si conosce questa realtà meglio della maggior parte delle democrazie contemporanee, poiché per più di sei decenni di conflitto armato interno, il Paese ha sperimentato diverse formule attraverso le quali i civili hanno assunto funzioni di vigilanza, intelligence o collaborazione armata con lo Stato; alcune sono sorte nell’ambito di quadri legali espressi; altre si sono sviluppate al margine dell’istituzionalità e alla fine, diverse sono finite per essere sfruttate da organizzazioni criminali che hanno trovato in queste figure un meccanismo per ampliare la loro capacità militare, territoriale e politica e il risultato è stato uno dei cicli di violenza più lunghi e dolorosi dell’America Latina.
Proprio per questa esperienza storica, questa discussione ha acquisito una nuova dimensione il 5 luglio 2026, quando Abelardo de la Espriella ha annunciato l’emissione di un decreto con esecutività dal 7 agosto di quest’anno, per creare un Blocco di Difesa per la Sicurezza Urbana, un’iniziativa che, secondo quanto spiegato, cercherebbe di articolare gli sforzi con i sindaci delle città più colpite dalla criminalità comune e dal crimine organizzato.
L’annuncio è stato accompagnato da una convocazione rivolta inizialmente ai sindaci di Bogotá, Medellín, Cali, Barranquilla e Bucaramanga, che hanno manifestato pubblicamente la loro disponibilità a partecipare alla strategia e hanno rivendicato una maggiore coordinazione tra il Governo Nazionale e le autorità territoriali di fronte al deterioramento della sicurezza cittadina.
A prima vista questo sembrerebbe un’iniziativa di difesa in più, ma qui è dove realmente il dibattito trascende il confronto politico tra governo e opposizione, e la domanda centrale non è unicamente se la Colombia abbia bisogno di rafforzare la sua politica di sicurezza, essendo un obiettivo ampiamente condiviso da diversi settori del Paese, ma in che modo debba farlo entro i limiti fissati dalla Costituzione, dal diritto internazionale dei diritti umani e dalle lezioni che ha lasciato la stessa storia colombiana.
Può davvero un modello concepito per affrontare la criminalità urbana riprodurre dinamiche che decenni fa hanno facilitato l’espansione del paramilitarismo? Esistono differenze sostanziali tra una coordinazione istituzionale rafforzata e meccanismi che, in modo diretto o indiretto, incentivino la partecipazione organizzata di privati in funzioni di sicurezza? Quali insegnamenti hanno lasciato le CONVIVIR e quale è stata la valutazione realizzata dalla Corte Costituzionale, dalla Commissione per il Chiarimento della Verità e dal Centro Nazionale di Memoria Storica su quell’episodio?
Rispondere a queste domande richiede di andare oltre il dibattito congiunturale e implica rivedere i precedenti giuridici, politici e storici che hanno segnato il rapporto tra sicurezza, Stato e cittadinanza in Colombia; richiede anche di distinguere attentamente tra fatti comprovati, interpretazioni e scenari di rischio, evitando semplificazioni che impediscano di comprendere la complessità del problema, perché le democrazie non solo vengono messe alla prova quando affrontano minacce alla sicurezza, vengono messe alla prova anche quando decidono come rispondere ad esse; e in un Paese la cui storia è stata attraversata dalla violenza politica, qualsiasi proposta che modifichi l’equilibrio tra sicurezza, istituzionalità e partecipazione cittadina merita il più alto livello di scrutinio pubblico.
Lungi dal costituire una risposta innovativa alla crisi di sicurezza che il paese affronta, l’annuncio di Abelardo de la Espriella riapre una delle discussioni più sensibili della storia contemporanea della Colombia: la possibilità di aprire spazi per la partecipazione organizzata di privati in funzioni strettamente legate alla sicurezza pubblica; sebbene sia innegabile la necessità di adottare misure efficaci per affrontare l’incremento della criminalità, questa circostanza non rende automaticamente costituzionale, legittima né storicamente appropriata qualsiasi formula che pretenda di raggiungerlo.
L’esperienza colombiana dimostra che le politiche progettate per rispondere a scenari di insicurezza devono essere esaminate non solo a partire dai loro obiettivi dichiarati, ma anche dai loro precedenti storici, dalle loro implicazioni costituzionali e dai rischi istituzionali che possono generare, perché l’esperienza colombiana dimostra, appunto, che alcune delle decisioni adottate sotto la promessa di recuperare l’ordine pubblico hanno finito per facilitare l’espansione di uno dei fenomeni di violenza più devastanti della storia nazionale.
Per questo, la discussione non può essere ridotta al falso dilemma tra sostenere o meno il rafforzamento della sicurezza; lo Stato colombiano ha il dovere irrinunciabile, sancito nella Costituzione Politica, di proteggere la vita, l’integrità, i beni e le libertà di tutte le persone; ciò che oggi è in discussione non è quel mandato costituzionale, ma la natura dei meccanismi che si intendono impiegare per adempierlo; e la storia del conflitto armato in Colombia insegna che quando lo Stato offusca i limiti tra la Forza Pubblica e la partecipazione organizzata di privati in funzioni di sicurezza, i rischi di cattura istituzionale, infiltrazione criminale e gravi violazioni dei diritti umani cessano di essere una possibilità teorica per diventare una realtà documentata dalla giustizia, dall’accademia e dagli organismi nazionali e internazionali per i diritti umani.
In questo senso, le reazioni all’annuncio del repubblicano statunitense Abelardo de la Espriella hanno riflesso la profondità di queste preoccupazioni; mentre alcuni sindaci hanno espresso il loro sostegno all’iniziativa, ampi settori dell’accademia, organizzazioni per la difesa dei diritti umani, costituzionalisti e specialisti in conflitto armato hanno avvertito che qualsiasi proposta che flessibilizzi, direttamente o indirettamente, il monopolio statale sull’uso legittimo della forza deve essere analizzata alla luce delle lezioni che ha lasciato il paramilitarismo.
Gli allarmi non obbediscono a un pregiudizio ideologico né a una disputa partitica; rispondono a una memoria storica sostenuta dalle conclusioni della Commissione per il Chiarimento della Verità, dal Centro Nazionale di Memoria Storica, dalla Giurisdizione Speciale per la Pace e da molteplici decisioni giudiziarie che hanno documentato come meccanismi creati con l’argomento di rafforzare la sicurezza siano finiti per essere infiltrati, strumentalizzati o sfruttati da strutture paramilitari con conseguenze catastrofiche per milioni di colombiani; ignorare questo precedente equivarrebbe a disconoscere una delle lezioni più dolorose che ha lasciato il conflitto armato interno; allo stesso modo, il confronto non nasce unicamente dall’uso di concetti associati alla “difesa” o alla “sicurezza”, ma perché la storia colombiana ha dimostrato che le decisioni adottate in nome della protezione cittadina possono produrre conseguenze radicalmente diverse da quelle originariamente previste quando i controlli istituzionali risultano insufficienti o quando attori illegali trovano spazi per catturare meccanismi creati con fini legittimi.
La memoria storica obbliga a formulare domande che qualsiasi democrazia responsabile dovrebbe rispondere prima di modificare l’architettura istituzionale della sicurezza pubblica; e la Colombia ha imparato, a un costo immenso in vite umane, che tra una politica pubblica concepita per sostenere lo Stato e un meccanismo suscettibile di essere sfruttato da organizzazioni armate può esistere una distanza molto minore di quanto inizialmente sembrino mostrare i testi normativi.
Per questa ragione, prima di valutare la portata giuridica e politica del cosiddetto Blocco di Difesa per la Sicurezza Urbana, risulta indispensabile volgere lo sguardo verso i precedenti che hanno segnato l’evoluzione della sicurezza in Colombia, perché le istituzioni non si costruiscono nel vuoto, e le proposte che oggi occupano il centro del dibattito nazionale possono essere pienamente comprese solo alla luce delle decisioni che, diversi decenni fa, hanno trasformato per sempre il rapporto tra lo Stato, i civili e l’uso della forza.
Per comprendere perché l’annuncio del Blocco di Difesa per la Sicurezza Urbana ha suscitato tanti allarmi, risulta indispensabile tornare indietro di diversi decenni, dove la discussione non inizia nel 2026, nemmeno nella creazione delle CONVIVIR durante gli anni 90; le sue radici si trovano in una concezione della sicurezza che ha dominato buona parte dell’America Latina durante la Guerra Fredda e la cosiddetta dottrina del nemico interno.
Sotto questa logica, i principali rischi per la stabilità degli Stati non provenivano più esclusivamente da minacce esterne, ma da attori considerati nemici all’interno del stesso territorio nazionale; ispirata alle dottrine di sicurezza nazionale spinte dagli USA nel contesto del confronto bipolare, questa visione ha trasformato profondamente il ruolo delle Forze Armate latinoamericane e la missione tradizionale di difendere le frontiere ha iniziato a combinarsi con funzioni di controllo interno dirette a combattere insorgenze, organizzazioni rivoluzionarie e qualsiasi attore considerato una minaccia per l’ordine pubblico.
La Colombia non è stata estranea a questo fenomeno perché dalla metà degli anni 60 lo Stato colombiano ha adottato norme che permettevano di ampliare la partecipazione di privati in attività legate alla sicurezza; uno dei precedenti più importanti è stato il Decreto 3398 del 1965, emesso durante lo stato d’assedio e successivamente convertito in legislazione permanente attraverso la Legge 48 del 1968; sebbene queste norme rispondessero al contesto di violenza politica che attraversava il Paese, hanno anche introdotto la possibilità che i civili collaborassero con la Forza Pubblica in determinate circostanze, incorporando progressivamente l’idea che la sicurezza potesse essere una responsabilità condivisa tra istituzioni statali e privati.
In quel momento, la discussione sembrava rispondere a necessità congiunturali derivanti dal conflitto armato; tuttavia, con il passare degli anni, diversi ricercatori avrebbero segnalato che quelle disposizioni hanno finito per gettare le basi giuridiche e dottrinali per lo sviluppo di successive strutture di autodifesa; l’idea di organizzare civili per sostenere le attività di sicurezza è stata gradualmente normalizzata fino a diventare una componente ricorrente della politica controinsorgenza colombiana.
Questo processo non ha prodotto immediatamente gli effetti che decenni dopo il Paese avrebbe conosciuto; come accade spesso nell’evoluzione dei conflitti armati, i cambi sono stati graduali. Prima sono apparsi meccanismi di cooperazione e scambio di informazioni tra civili e autorità; successivamente sono sorti gruppi privati di autodifesa finanziati da grandi proprietari terrieri e organizzazioni legate al narcotraffico, tra cui il noto gruppo Morte ai Rapitori (MAS) durante gli anni 80; con il tempo, queste strutture regionali hanno iniziato ad articolarsi fino a conformare organizzazioni armate sempre più complesse, con capacità militare, influenza politica e controllo territoriale.
Fu in questo contesto che il Governo di César Gaviria emanò il Decreto Legge 356 del 1994, noto come lo Statuto di Vigilanza e Sicurezza Privata. La norma creò le Cooperative di Vigilanza e Sicurezza Privata per la Vigilanza Rurale, popolarmente note come CONVIVIR, concepite come organizzazioni integrate da privati autorizzati a collaborare con le autorità mediante attività di vigilanza, raccolta di informazioni e supporto preventivo in zone colpite dalla violenza.
Dal punto di vista giuridico, le CONVIVIR furono presentate come un meccanismo di partecipazione cittadina destinato a rafforzare la presenza istituzionale in regioni dove lo Stato affrontava enormi difficoltà nel garantire la sicurezza; i loro promotori, tra cui Álvaro Uribe Vélez, sostenevano che avrebbero permesso di migliorare l’acquisizione di intelligence, facilitare la cooperazione con la Forza Pubblica, prevenire sequestri e rafforzare la protezione delle comunità rurali contro l’azione dei gruppi guerriglieri.
La fase di maggiore crescita di queste cooperative coincise con l’amministrazione di Álvaro Uribe Vélez come governatore di Antioquia tra il 1995 e il 1997; sotto la sua amministrazione si promosse intensamente questo modello come uno strumento per affrontare il deterioramento della sicurezza rurale e Antioquia finì per diventare il dipartimento con il maggior numero di cooperative autorizzate nel Paese, una politica che Uribe difese pubblicamente sostenendo che permetteva di rafforzare la collaborazione tra cittadinanza e Forza Pubblica, migliorare l’acquisizione di informazioni e recuperare territori colpiti dalla violenza.
Tuttavia, con il passare degli anni, molteplici indagini giudiziarie, rapporti ufficiali e ricostruzioni storiche hanno documentato che diversi comandanti paramilitari hanno mantenuto legami con alcune di queste cooperative o hanno utilizzato tali strutture per facilitare la consolidazione delle Autodifese Unite di Colombia (AUC) in diverse regioni; e a questo punto è valido dire che le cifre illustrano l’entità di quella tragedia; secondo il rapporto finale della Commissione per il Chiarimento della Verità e diversi studi del Centro Nazionale di Memoria Storica, le strutture paramilitari sono state responsabili di decine di migliaia di omicidi, migliaia di massacri, sparizioni forzate, sfollamenti massicci e gravi violazioni dei diritti umani che hanno trasformato la vita di milioni di colombiani; e al di là delle cifre, il paramilitarismo ha alterato profondamente la democrazia colombiana attraverso processi di cattura istituzionale, controllo territoriale, infiltrazione politica ed economie illegali i cui effetti persistono ancora in numerose regioni.
Per questa ragione, ogni volta che in Colombia emerge una proposta legata alla partecipazione organizzata di civili in questioni di sicurezza, il dibattito trascende immediatamente la congiuntura politica perché non si tratta unicamente di discutere una nuova strategia governativa, ma di confrontarla con una memoria storica costruita su decenni di conflitto armato e migliaia di vittime.
L’esperienza delle CONVIVIR dimostra che in materia di sicurezza pubblica non basta analizzare le buone intenzioni di una politica, ma le istituzioni devono essere progettate tenendo conto del peggior scenario possibile, specialmente in paesi attraversati da conflitti armati, economie illegali e organizzazioni criminali con capacità di infiltrarsi nelle strutture statali.
In diverse decisioni, la Corte ha insistito sul fatto che la sicurezza costituisce una responsabilità indelegabile dello Stato e ha ricordato che l’articolo 216 della Costituzione stabilisce chi compone la Forza Pubblica, mentre l’articolo 223 riserva allo Stato il controllo esclusivo sulle armi da guerra; perché non si tratta unicamente di una regola amministrativa, costituisce uno dei pilastri che garantiscono che l’uso della forza rimanga sottoposto al diritto e non a interessi particolari, economici o politici.
A ciò si aggiunge un elemento supplementare che spiega la preoccupazione di diversi settori; nei giorni successivi all’annuncio presidenziale hanno iniziato a circolare sulle reti sociali video, convocazioni e messaggi di gruppi di privati che promuovevano addestramenti di combattimento urbano, parlavano di “pulizia sociale”, utilizzavano un linguaggio proprio dello scontro armato e facevano persino riferimenti a un’eventuale “guerra civile”.
Una di queste è stata diffusa da un gruppo che si identifica come “Terza Forza”, il cui materiale promozionale invita apertamente a partecipare a un “Addestramento Tattico Militare – Guerra Civile”, fissando una data, un luogo privato, un’ora specifica e persino un valore economico d’iscrizione; il pezzo pubblicitario utilizza un linguaggio inequivocabilmente militare, uniformi mimetiche, formazione tattica, elicotteri, simboli di guerra ed espressioni come “guerra civile”, “addestramento tattico” e “Terza Forza” non corrispondono al linguaggio abituale di attività ricreative o sportive; si tratta di una narrativa che evoca preparazione per scenari di confronto interno tra colombiani, proprio il tipo di immaginari che il Paese ha cercato di superare dopo decenni di conflitto armato.
Naturalmente, spetta esclusivamente alla Procura Generale della Nazione e alle altre autorità competenti stabilire chi ha promosso quella convocazione, quale fosse il suo vero scopo, se ci sia stato addestramento effettivo, se ci sia stato utilizzo illegale di uniformi o armi, o se i fatti descritti possano costituire una qualche condotta penale; proprio per questa ragione, l’autrice del presente articolo ha presentato una denuncia formale affinché siano le istituzioni dello Stato a chiarire i fatti, identificare i responsabili e determinare le eventuali responsabilità a cui si possa dar luogo.
Tuttavia, anche prima che queste indagini concludano, la sola circolazione pubblica di una convocatoria di queste caratteristiche solleva interrogativi che trascendono il caso concreto. Perché, in una democrazia costituzionale, si ricomincia a parlare di “guerra civile” come se si trattasse di uno scenario suscettibile di preparazione? Che tipo di organizzazioni considerano legittimo convocare civili per ricevere addestramento tattico con questo linguaggio? Che lettura stanno facendo determinati settori del nuovo ambiente politico per considerare accettabile questo tipo di iniziative?
Nessuna delle grandi strutture paramilitari è apparsa da un giorno all’altro con decine di migliaia di uomini armati; prima di diventare eserciti illegali sono esistiti discorsi, giustificazioni, organizzazioni apparentemente transitorie e narrazioni che presentavano la violenza privata come una risposta necessaria di fronte all’incapacità dello Stato di garantire la sicurezza; e la storia dimostra che le guerre non iniziano con il primo sparo; iniziano quando la società comincia ad accettare che determinati cittadini possano organizzarsi per assumere funzioni che spettano esclusivamente alle istituzioni democratiche.
Il rischio non consiste unicamente nel fatto che esistano gruppi che utilizzano un linguaggio di scontro; il vero pericolo risiede nel fatto che quelle narrazioni trovino legittimità politica o sociale fino a diventare, progressivamente, parte del paesaggio quotidiano, perché la normalizzazione costituisce il primo passo di quasi tutti i processi di degradazione democratica; prima si normalizza il linguaggio, dopo si normalizza l’organizzazione, successivamente si normalizza l’addestramento e infine si finisce per normalizzare la violenza.
Durante tutta la campagna presidenziale, Abelardo de la Espriella ha costruito buona parte del suo discorso attorno all’idea di un Paese diviso tra coloro che rappresentavano l’ordine e coloro che, secondo lui, incarnavano il caos; e in diversi contesti ha utilizzato espressioni di scontro contro i suoi avversari politici, ha promesso una politica di “mano dura”, ha parlato di “sventrare” i suoi oppositori e ha presentato la sicurezza come l’asse centrale del suo progetto di governo.
Tuttavia, proprio perché il Paese affronta una congiuntura di alta polarizzazione, le decisioni adottate dall’Esecutivo devono essere analizzate con speciale rigore costituzionale; e la sicurezza pubblica non può diventare uno scenario dove la linea che separa la persecuzione del crimine dal confronto politico finisca per offuscarsi.
Forse la domanda più importante non è se il Blocco di Difesa per la Sicurezza Urbana riuscirà a ridurre gli indici di criminalità. La vera domanda è un’altra: la Colombia sta costruendo una politica di sicurezza per rafforzare lo Stato Sociale di Diritto o sta aprendo, ancora una volta, spazi che la storia ha già dimostrato straordinariamente difficili da controllare?
Le risposte non le offrirà il discorso politico né la propaganda elettorale; le offriranno il testo definitivo del decreto, il controllo costituzionale che potrà esercitare la giustizia, la vigilanza della cittadinanza e, soprattutto, la memoria di un Paese che ha già pagato un prezzo troppo alto per aver creduto che la violenza privata potesse diventare una politica pubblica.
Perché le democrazie non muoiono unicamente quando si rompe l’ordine costituzionale; cominciano anche a indebolirsi quando dimenticano le lezioni della loro stessa storia; e la Colombia, che ha sepolto centinaia di migliaia di vittime del conflitto armato, ha l’obbligo etico, giuridico e politico di impedire che la paura torni a diventare la porta d’ingresso per ripetere gli errori che tanto è costato superare.
Seguridad o paramilitarismo: los riesgos del Bloque de Defensa para la Seguridad Urbana en Colombia
El Bloque de Defensa para la Seguridad Urbana, el respaldo de varios mandatarios locales y los antecedentes del modelo CONVIVIR alimentan un debate sobre la seguridad, la institucionalidad y el riesgo de repetir uno de los capítulos más dolorosos del conflicto colombiano.
Viviana Vargas Ávila
La historia de los Estados demuestra que pocas decisiones tienen consecuencias tan profundas como aquellas relacionadas con el uso de la fuerza; desde la consolidación del Estado moderno, uno de los principios esenciales de cualquier democracia constitucional consiste en que el ejercicio legítimo de las armas, la coerción y la seguridad permanezcan bajo el control exclusivo de instituciones estatales sometidas a la Constitución, la ley y mecanismos permanentes de control político, judicial y ciudadano; ese principio, conocido como el monopolio legítimo de la fuerza, representa una de las principales barreras frente a la violencia privada, la justicia por mano propia y la aparición de estructuras armadas paralelas.
La experiencia internacional demuestra que cuando los Estados comienzan a delegar, compartir o flexibilizar funciones de seguridad en actores civiles, las consecuencias suelen ser difíciles de controlar; Guatemala, El Salvador, Nicaragua, los Balcanes y Ruanda ofrecen ejemplos históricos en los que la organización de civiles armados, inicialmente presentada como una solución temporal frente a amenazas de seguridad, terminó favoreciendo escenarios de violencia prolongada, debilitamiento institucional y graves violaciones a los derechos humanos y, aunque cada caso responde a contextos distintos, todos comparten una enseñanza común y es que las excepciones en materia de seguridad suelen producir efectos e impactos muy graves y no resuelven los problemas que pretendían resolver.
En Colombia, se conoce esa realidad mejor que la mayoría de las democracias contemporáneas, ya que durante más de seis décadas de conflicto armado interno, el país experimentó diversas fórmulas mediante las cuales civiles asumieron funciones de vigilancia, inteligencia o colaboración armada con el Estado; algunas surgieron bajo marcos legales expresos; otras se desarrollaron al margen de la institucionalidad y al final, varias terminaron siendo aprovechadas por organizaciones criminales que encontraron en esas figuras un mecanismo para ampliar su capacidad militar, territorial y política y el resultado fue uno de los ciclos de violencia más prolongados y dolorosos de América Latina.
Precisamente por esa experiencia histórica, esta discusión adquirió una nueva dimensión el pasado 5 de julio de 2026, cuando Abelardo de la Espriella anunció la expedición de un decreto con ejecutabilidad desde el 7 de agosto hogaño, para crear un Bloque de Defensa para la Seguridad Urbana, una iniciativa que, según explicó, buscaría articular esfuerzos con los alcaldes de las ciudades más afectadas por la delincuencia común y el crimen organizado.
El anuncio estuvo acompañado por una convocatoria dirigida inicialmente a los mandatarios de Bogotá, Medellín, Cali, Barranquilla y Bucaramanga, quienes manifestaron públicamente su disposición para participar en la estrategia y reclamaron una mayor coordinación entre el Gobierno Nacional y las autoridades territoriales frente al deterioro de la seguridad ciudadana.
A simple vista esto parecería una iniciativa más de defensa, pero aquí es donde realmente el debate trasciende la confrontación política entre gobierno y oposición, y la pregunta central no es únicamente si Colombia necesita fortalecer su política de seguridad, siendo un objetivo ampliamente compartido por distintos sectores del país, sino de qué manera debe hacerlo dentro de los límites fijados por la Constitución, el derecho internacional de los derechos humanos y las lecciones que dejó la propia historia colombiana.
¿Puede de verdad un modelo concebido para enfrentar la criminalidad urbana reproducir dinámicas que décadas atrás facilitaron la expansión del paramilitarismo? ¿Existen diferencias sustanciales entre una coordinación institucional reforzada y mecanismos que, de manera directa o indirecta, incentiven la participación organizada de particulares en funciones de seguridad? ¿Qué enseñanzas dejaron las CONVIVIR y cuál ha sido la valoración realizada por la Corte Constitucional, la Comisión para el Esclarecimiento de la Verdad y el Centro Nacional de Memoria Histórica sobre ese episodio?
Responder estas preguntas exige ir más allá del debate coyuntural e implica revisar los antecedentes jurídicos, políticos e históricos que han marcado la relación entre seguridad, Estado y ciudadanía en Colombia; también exige distinguir cuidadosamente entre hechos comprobados, interpretaciones y escenarios de riesgo, evitando simplificaciones que impidan comprender la complejidad del problema, porque las democracias no solo se ponen a prueba cuando enfrentan amenazas a la seguridad, también se ponen a prueba cuando deciden cómo responder a ellas; y en un país cuya historia ha estado atravesada por la violencia política, cualquier propuesta que modifique el equilibrio entre seguridad, institucionalidad y participación ciudadana merece el más alto nivel de escrutinio público.
Lejos de constituir una respuesta novedosa frente a la crisis de seguridad que enfrenta el país, el anuncio de Abelardo de la Espriella reabre una de las discusiones más sensibles de la historia contemporánea de Colombia y es la posibilidad de abrir espacios para la participación organizada de particulares en funciones estrechamente vinculadas con la seguridad pública; si bien resulta innegable la necesidad de adoptar medidas eficaces para enfrentar el incremento de la criminalidad, esa circunstancia no convierte automáticamente en constitucional, legítima ni históricamente acertada cualquier fórmula que pretenda alcanzarlo.
La experiencia colombiana demuestra que las políticas diseñadas para responder a escenarios de inseguridad deben examinarse no solo a partir de sus objetivos declarados, sino también de sus antecedentes históricos, sus implicaciones constitucionales y los riesgos institucionales que pueden generar porque la experiencia colombiana demuestra, precisamente, que algunas de las decisiones adoptadas bajo la promesa de recuperar el orden público terminaron facilitando la expansión de uno de los fenómenos de violencia más devastadores de la historia nacional.
Por ello, la discusión no puede reducirse al falso dilema entre respaldar o no el fortalecimiento de la seguridad; el Estado colombiano tiene el deber irrenunciable, consagrado en la Constitución Política, de proteger la vida, la integridad, los bienes y las libertades de todas las personas; lo que hoy se encuentra en debate no es ese mandato constitucional, sino la naturaleza de los mecanismos que pretenden emplearse para cumplirlo y la historia del conflicto armado en Colombia, enseña que cuando el Estado desdibuja los límites entre la Fuerza Pública y la participación organizada de particulares en funciones de seguridad, los riesgos de captura institucional, infiltración criminal y graves violaciones a los derechos humanos dejan de ser una posibilidad teórica para convertirse en una realidad documentada por la justicia, la academia y los organismos nacionales e internacionales de derechos humanos.
En este sentido, las reacciones al anuncio del republicano estadounidense Abelardo de la Espriella, reflejaron la profundidad de esas preocupaciones; mientras algunos mandatarios locales expresaron su respaldo a la iniciativa, amplios sectores de la academia, organizaciones defensoras de derechos humanos, constitucionalistas y especialistas en conflicto armado advirtieron que cualquier propuesta que flexibilice, directa o indirectamente, el monopolio estatal sobre el uso legítimo de la fuerza debe ser analizada a la luz de las lecciones que dejó el paramilitarismo.
Las alertas no obedecen a un prejuicio ideológico ni a una disputa partidista, responden a una memoria histórica respaldada por las conclusiones de la Comisión para el Esclarecimiento de la Verdad, el Centro Nacional de Memoria Histórica, la Jurisdicción Especial para la Paz y múltiples decisiones judiciales que documentaron cómo mecanismos creados bajo el argumento de fortalecer la seguridad terminaron siendo infiltrados, instrumentalizados o aprovechados por estructuras paramilitares con consecuencias catastróficas para millones de colombianos e ignorar ese precedente equivaldría a desconocer una de las lecciones más dolorosas que ha dejado el conflicto armado interno; así mismo, la comparación no surge únicamente por el uso de conceptos asociados a la “defensa” o a la “seguridad” sino porque la historia colombiana ha demostrado que las decisiones adoptadas en nombre de la protección ciudadana pueden producir consecuencias radicalmente distintas a las originalmente previstas cuando los controles institucionales resultan insuficientes o cuando actores ilegales encuentran espacios para capturar mecanismos creados con fines legítimos.
La memoria histórica obliga a formular preguntas que cualquier democracia responsable debería responder antes de modificar la arquitectura institucional de la seguridad pública y Colombia aprendió, a un costo inmenso en vidas humanas, que entre una política pública concebida para apoyar al Estado y un mecanismo susceptible de ser aprovechado por organizaciones armadas puede existir una distancia mucho menor de la que inicialmente parecen mostrar los textos normativos.
Por esa razón, antes de valorar los alcances jurídicos y políticos del denominado Bloque de Defensa para la Seguridad Urbana, resulta indispensable volver la mirada hacia los antecedentes que marcaron la evolución de la seguridad en Colombia, porque las instituciones no se construyen en el vacío, y las propuestas que hoy ocupan el centro del debate nacional solo pueden comprenderse plenamente a la luz de las decisiones que, hace varias décadas, transformaron para siempre la relación entre el Estado, los civiles y el uso de la fuerza.
Para comprender por qué el anuncio del Bloque de Defensa para la Seguridad Urbana ha despertado tantas alertas, resulta indispensable retroceder varias décadas en donde la discusión no comienza en 2026, ni siquiera en la creación de las CONVIVIR durante la década de los noventa; sus raíces se encuentran en una concepción de la seguridad que dominó buena parte de América Latina durante la Guerra Fría y la denominada doctrina del enemigo interno.
Bajo esa lógica, los principales riesgos para la estabilidad de los Estados ya no provenían exclusivamente de amenazas externas, sino de actores considerados enemigos dentro del propio territorio nacional; inspirada en las doctrinas de seguridad nacional impulsadas por los Estados Unidos en el contexto de la confrontación bipolar, esta visión transformó profundamente el papel de las Fuerzas Armadas latinoamericanas y la misión tradicional de defender las fronteras comenzó a combinarse con funciones de control interno dirigidas a combatir insurgencias, organizaciones revolucionarias y cualquier actor considerado una amenaza para el orden público.
Colombia no fue ajena a ese fenómeno porque desde mediados de la década de 1960 el Estado colombiano adoptó normas que permitían ampliar la participación de particulares en actividades relacionadas con la seguridad; uno de los antecedentes más importantes fue el Decreto 3398 de 1965, expedido durante el estado de sitio y posteriormente convertido en legislación permanente mediante la Ley 48 de 1968; aunque dichas normas respondían al contexto de violencia política que atravesaba el país, también introdujeron la posibilidad de que civiles colaboraran con la Fuerza Pública bajo determinadas circunstancias, incorporando progresivamente la idea de que la seguridad podía ser una responsabilidad compartida entre instituciones estatales y particulares.
En ese momento, la discusión parecía responder a necesidades coyunturales derivadas del conflicto armado, sin embargo, con el paso de los años, diversos investigadores señalarían que esas disposiciones terminaron sentando las bases jurídicas y doctrinales para el desarrollo de posteriores estructuras de autodefensa; la idea de organizar civiles para apoyar labores de seguridad fue normalizándose paulatinamente hasta convertirse en un componente recurrente de la política contrainsurgente colombiana.
Ese proceso no produjo de inmediato los efectos que décadas después conocería el país, como ocurre con frecuencia en la evolución de los conflictos armados, los cambios fueron graduales. Primero aparecieron mecanismos de cooperación e intercambio de información entre civiles y autoridades; posteriormente surgieron grupos privados de autodefensa financiados por grandes propietarios rurales y organizaciones vinculadas al narcotráfico, entre ellos el conocido grupo Muerte a Secuestradores (MAS) durante la década de 1980; con el tiempo, esas estructuras regionales comenzaron a articularse hasta conformar organizaciones armadas cada vez más complejas, con capacidad militar, influencia política y control territorial.
Fue en ese contexto cuando el Gobierno de César Gaviria expidió el Decreto Ley 356 de 1994, conocido como el Estatuto de Vigilancia y Seguridad Privada. La norma creó las Cooperativas de Vigilancia y Seguridad Privada para la Vigilancia Rural, popularmente conocidas como CONVIVIR, concebidas como organizaciones integradas por particulares autorizados para colaborar con las autoridades mediante labores de vigilancia, recolección de información y apoyo preventivo en zonas afectadas por la violencia.
Desde el punto de vista jurídico, las CONVIVIR fueron presentadas como un mecanismo de participación ciudadana destinado a fortalecer la presencia institucional en regiones donde el Estado enfrentaba enormes dificultades para garantizar la seguridad; sus promotores, entre ellos, Álvaro Uribe Vélez, sostenían que permitirían mejorar la obtención de inteligencia, facilitar la cooperación con la Fuerza Pública, prevenir secuestros y fortalecer la protección de las comunidades rurales frente al accionar de los grupos guerrilleros.
La etapa de mayor crecimiento de estas cooperativas coincidió con la administración de Álvaro Uribe Vélez como gobernador de Antioquia entre 1995 y 1997; bajo su administración se promovió intensamente este modelo como una herramienta para enfrentar el deterioro de la seguridad rural y Antioquia terminó convirtiéndose en el departamento con el mayor número de cooperativas autorizadas en el país, una política que Uribe defendió públicamente argumentando que permitía fortalecer la colaboración entre ciudadanía y Fuerza Pública, mejorar la obtención de información y recuperar territorios afectados por la violencia.
Sin embargo, con el paso de los años, múltiples investigaciones judiciales, informes oficiales y reconstrucciones históricas documentaron que varios comandantes paramilitares mantuvieron vínculos con algunas de esas cooperativas o utilizaron dichas estructuras para facilitar la consolidación de las Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) en distintas regiones y en este punto es válido decir que las cifras ilustran la magnitud de esa tragedia; según el informe final de la Comisión para el Esclarecimiento de la Verdad y diversos estudios del Centro Nacional de Memoria Histórica, las estructuras paramilitares fueron responsables de decenas de miles de homicidios, miles de masacres, desapariciones forzadas, desplazamientos masivos y graves violaciones a los derechos humanos que transformaron la vida de millones de colombianos y más allá de las cifras, el paramilitarismo alteró profundamente la democracia colombiana mediante procesos de captura institucional, control territorial, infiltración política y economías ilegales cuyos efectos aún persisten en numerosas regiones.
Por esa razón, cada vez que en Colombia surge una propuesta relacionada con la participación organizada de civiles en asuntos de seguridad, el debate trasciende inmediatamente la coyuntura política porque no se trata únicamente de discutir una nueva estrategia gubernamental, sino de confrontarla con una memoria histórica construida sobre décadas de conflicto armado y miles de víctimas.
La experiencia de las CONVIVIR demuestra que en materia de seguridad pública no basta con analizar las buenas intenciones de una política sino que las instituciones deben diseñarse teniendo en cuenta el peor escenario posible, especialmente en países atravesados por conflictos armados, economías ilegales y organizaciones criminales con capacidad para infiltrar estructuras estatales.
En diferentes decisiones, la Corte insistió en que la seguridad constituye una responsabilidad indelegable del Estado y recordó que el artículo 216 de la Constitución establece quiénes integran la Fuerza Pública, mientras que el artículo 223 reserva al Estado el control exclusivo sobre las armas de guerra porque no se trata únicamente de una regla administrativa, constituye uno de los pilares que garantizan que el uso de la fuerza permanezca sometido al derecho y no a intereses particulares, económicos o políticos.
A ello se suma un elemento adicional que explica la preocupación de diversos sectores; durante los días posteriores al anuncio presidencial comenzaron a circular en redes sociales videos, convocatorias y mensajes de grupos de particulares que promovían entrenamientos de combate urbano, hablaban de “limpieza social”, utilizaban un lenguaje propio de confrontación armada e incluso hacían referencias a una eventual “guerra civil”.
Una de ellas fue difundida por un grupo que se identifica como “Tercera Fuerza”, cuyo material promocional invita abiertamente a participar en un “Entrenamiento Táctico Militar – Guerra Civil”, fijando una fecha, un lugar privado, una hora específica e incluso un valor económico de inscripción; la pieza publicitaria utiliza un lenguaje inequívocamente militar, uniformes camuflados, formación táctica, helicópteros, símbolos de guerrra y expresiones como “guerra civil”, “entrenamiento táctico” y “Tercera Fuerza” no corresponden al lenguaje habitual de actividades recreativas o deportivas; se trata de una narrativa que evoca preparación para escenarios de confrontación interna entre colombianos, precisamente el tipo de imaginarios que el país ha intentado superar tras décadas de conflicto armado.
Naturalmente, corresponde exclusivamente a la Fiscalía General de la Nación y a las demás autoridades competentes establecer quiénes promovieron dicha convocatoria, cuál era su verdadero propósito, si existió entrenamiento efectivo, si hubo utilización ilegal de uniformes o armas, o si los hechos descritos pueden constituir alguna conducta penal; precisamente por esa razón, la autora del presente artículo presentó una denuncia formal para que sean las instituciones del Estado quienes esclarezcan los hechos, identifiquen a los responsables y determinen las eventuales responsabilidades a que haya lugar.
Sin embargo, aun antes de que concluyan esas investigaciones, la sola circulación pública de una convocatoria de estas características plantea interrogantes que trascienden el caso concreto. ¿Por qué, en una democracia constitucional, comienza a hablarse nuevamente de “guerra civil” como si se tratara de un escenario susceptible de preparación? ¿Qué tipo de organizaciones consideran legítimo convocar a civiles para recibir entrenamiento táctico bajo ese lenguaje? ¿Qué lectura están haciendo determinados sectores del nuevo ambiente político para considerar aceptable este tipo de iniciativas?
Ninguna de las grandes estructuras paramilitares apareció de un día para otro con decenas de miles de hombres armados; antes de convertirse en ejércitos ilegales existieron discursos, justificaciones, organizaciones aparentemente transitorias y narrativas que presentaban la violencia privada como una respuesta necesaria frente a la incapacidad del Estado para garantizar la seguridad y la historia demuestra que las guerras no comienzan con el primer disparo; comienzan cuando la sociedad empieza a aceptar que determinados ciudadanos pueden organizarse para asumir funciones que corresponden exclusivamente a las instituciones democráticas.
El riesgo no consiste únicamente en que existan grupos que utilicen un lenguaje de confrontación, el verdadero peligro radica en que esas narrativas encuentren legitimidad política o social hasta convertirse, progresivamente, en parte del paisaje cotidiano porque la normalización constituye el primer paso de casi todos los procesos de degradación democrática; primero se normaliza el lenguaje, después se normaliza la organización, posteriormente se normaliza el entrenamiento y finalmente se termina normalizando la violencia.
Durante toda la campaña presidencial, Abelardo de la Espriella construyó buena parte de su discurso alrededor de la idea de un país dividido entre quienes representaban el orden y quienes, según él, encarnaban el caos y en distintos escenarios utilizó expresiones de confrontación contra sus adversarios políticos, prometió una política de “mano dura”, habló de “destripar” a sus opositores y presentó la seguridad como el eje central de su proyecto de gobierno.
Sin embargo, precisamente porque el país enfrenta una coyuntura de alta polarización, las decisiones adoptadas desde el Ejecutivo deben analizarse con especial rigor constitucional y la seguridad pública no puede convertirse en un escenario donde la línea que separa la persecución del delito de la confrontación política termine desdibujándose.
Quizá la pregunta más importante no sea si el Bloque de Defensa para la Seguridad Urbana logrará reducir los índices de criminalidad. La verdadera pregunta es otra ¿está Colombia construyendo una política de seguridad para fortalecer el Estado Social de Derecho o está abriendo, una vez más, espacios que la historia ya demostró extraordinariamente difíciles de controlar?
Las respuestas no las ofrecerá el discurso político ni la propaganda electoral, las ofrecerán el texto definitivo del decreto, el control constitucional que pueda ejercer la justicia, la vigilancia de la ciudadanía y, sobre todo, la memoria de un país que ya pagó un precio demasiado alto por creer que la violencia privada podía convertirse en una política pública.
Porque las democracias no mueren únicamente cuando se rompe el orden constitucional; también empiezan a debilitarse cuando olvidan las lecciones de su propia historia y Colombia, que ha enterrado a cientos de miles de víctimas del conflicto armado, tiene la obligación ética, jurídica y política de impedir que el miedo vuelva a convertirse en la puerta de entrada para repetir los errores que tanto costó superar.

