L’ascesa fraudolentaa dell’ultradestra in Perù

Johnatan Fuentes

La contestata vittoria di Keiko Fujimori apre una nuova fase nella prolungata crisi politica peruviana. Il ritorno del fujimorismo al Potere Esecutivo minaccia di approfondire la svolta autoritaria del regime, ma è lontano dall’aver chiuso la crisi di rappresentazione, le dispute all’interno del blocco dominante e la resistenza delle classi popolari.

La vittoria elettorale di Keiko Fujimori, la cui legittimità è ampiamente messa in discussione per le gravi irregolarità che hanno segnato il secondo turno, costituisce un punto di svolta nella politica peruviana. Dopo più di un decennio di crisi organica, caratterizzata dall’instabilità governativa, dalla frammentazione estrema del sistema dei partiti, dal rovesciamento del governo di Pedro Castillo e dalla crescente cattura delle istituzioni statali da parte del blocco dominante, l’ultradestra ha recuperato il controllo diretto del Potere Esecutivo. Il risultato del secondo turno è stato, inoltre, estremamente ravvicinato: appena 49641 voti hanno separato le due candidature.

Questo esito segna l’esaurimento dell’esperimento di dominazione basato sull’autoritarismo parlamentare che si è instaurato dopo il colpo di Stato del dicembre 2022. Al suo posto, comincia a profilarsi una strategia destinata a consolidare un regime autoritario di carattere presidenzialista, che cerca di ristabilire, adattandolo alle condizioni attuali, il progetto politico inaugurato da Alberto Fujimori negli anni ’90.

Ciò che è in gioco eccede, quindi, un semplice cambio di governo. Si tratta di un tentativo di riorganizzare il blocco al potere mediante una nuova articolazione tra l’Esecutivo, l’élite economiche, gli apparati coercitivi dello Stato e i settori più reazionari del sistema politico.

Sarebbe un errore, tuttavia, interpretare questo risultato come una risoluzione della crisi del regime o come il consolidamento definitivo di una nuova egemonia conservatrice. Le profonde contraddizioni sociali, la crisi di rappresentazione politica, il deterioramento della legittimità statale e le dispute persistenti tra le diverse frazioni del blocco dominante indicano che la crisi organica dello Stato peruviano rimane aperta, sebbene sia entrata in una nuova fase sotto la conduzione dell’ultradestra.

Passato e presente del fujimorismo

Per comprendere il nuovo scenario, risulta utile recuperare l’interpretazione dello scienziato sociale peruviano Aníbal Quijano sul fujimorismo. Secondo Quijano, il regime instaurato da Alberto Fujimori è stato molto più di un governo incaricato di applicare un programma neoliberale. Ha rappresentato una nuova modalità di dominazione autoritaria, orientata a riorganizzare lo Stato peruviano dopo l’esaurimento dell’ordine oligarchico e la crisi dello Stato sviluppista durante gli anni ’80.

La liberalizzazione economica, la concentrazione del potere nella Presidenza, la subordinazione delle istituzioni, la militarizzazione della politica, la corruzione sistematica e la disarticolazione della rappresentazione sociale hanno fatto parte di uno stesso progetto storico. Il fujimorismo ha trasformato profondamente il regime politico: ha indebolito i partiti, ha eroso le organizzazioni sociali e ha consolidato una forma di dominazione plebiscitaria e autoritaria, appoggiata sul personalismo, sul clientelismo e sulla promessa di ristabilire l’ordine.

Questa tradizione politica, tuttavia, non ha mai operato esclusivamente entro i confini peruviani. Diverse analisi hanno segnalato l’esistenza di reti transnazionali di consulenza, finanziamento e circolazione di strategie che collegano le destre latinoamericane con centri internazionali di potere. Keiko Fujimori e il suo entourage fanno parte di una costellazione che articola centri studio, consulenti elettorali e spazi di formazione politica connessi con circuiti esterni, particolarmente negli USA

Questa dimensione internazionale non sostituisce le determinazioni interne né la funzione che il fujimorismo svolge all’interno del blocco dominante peruviano. Permette, invece, di comprendere la professionalizzazione recente dell’estrema destra, la sua capacità di adattamento elettorale e il rinnovamento dei suoi strumenti di intervento politico. Il fujimorismo contemporaneo è erede del regime autoritario degli anni ’90, ma costituisce anche una riconfigurazione di quella matrice: incorpora nuove tecnologie di comunicazione, reti mediatiche e strategie conservatrici che circolano internazionalmente, in un contesto segnato dall’avanzata globale dell’ultradestra.

Crisi postelettorale e statalismo autoritario

Il nuovo scenario esprime una ricomposizione del blocco dominante e, allo stesso tempo, la persistenza di una disputa profonda intorno alla legittimità dell’ordine politico. I processi elettorali recenti difficilmente possono essere compresi come meccanismi neutrali di competizione democratica. In un contesto segnato dalla concentrazione mediatica, dalle enormi asimmetrie materiali tra le forze politiche e dall’uso intensivo di risorse pubbliche e private, la contesa elettorale si sviluppa su un terreno profondamente diseguale.

Diverse analisi giornalistiche e politiche hanno esaminato i meccanismi mediante i quali lo sviluppo e l’esito di un’elezione possono essere condizionati entro gli stessi margini istituzionali. Tra questi si trovano la formazione interessata del senso comune, la giudizializzazione delle candidature, il controllo dell’agenda mediatica e l’intervento diretto dei grandi poteri economici. Il problema, pertanto, non si limita a determinare se sia esistito una frode in senso tecnico. Abbraccia anche la qualità democratica del processo, l’uguaglianza effettiva della competizione e la capacità del sistema politico di rappresentare la volontà popolare.

Queste dispute approfondiscono la distanza tra la legalità formale e la legittimità sociale, uno dei tratti caratteristici dei regimi attraversati da crisi prolungate. Un risultato può adeguarsi alle procedure istituzionali e, tuttavia, mancare della legittimità sufficiente per stabilizzare l’ordine politico.

Nicos Poulantzas ha avvertito che le crisi del capitalismo contemporaneo potevano favorire lo sviluppo di forme di statalismo autoritario. Questo processo non suppone necessariamente la soppressione formale della democrazia. Consiste, piuttosto, nella concentrazione crescente del potere nell’Esecutivo, nell’indebolimento dei contrappesi istituzionali, nell’espansione degli apparati coercitivi, nella giudizializzazione della politica e nella riduzione effettiva degli spazi di deliberazione democratica.

Il nuovo governo potrebbe approfondire diverse tendenze che già si sono fatte visibili durante gli ultimi anni: il rafforzamento dell’Esecutivo, l’espansione delle politiche securitarie, la criminalizzazione della protesta sociale, l’uso dell’apparato giudiziario contro gli avversari politici e l’imposizione di maggiori restrizioni alla partecipazione popolare e all’attività delle organizzazioni di sinistra.

Primi appunti sulla stretta sconfitta elettorale della sinistra

Il nuovo governo assumerà in uno scenario segnato da una profonda crisi di legittimità del regime politico. L’elevata sfiducia verso le istituzioni, la frammentazione sociale e l’usura delle forme tradizionali di rappresentazione configurano un contesto in cui la vittoria del fujimorismo non esprime la costruzione di una nuova egemonia. Rivela, piuttosto, la sua capacità di articolare un blocco elettorale congiunturale in mezzo a una crisi organica. Il suo trionfo poggia meno sull’adesione positiva a un progetto nazionale che sulla conformazione di una coalizione sociale e politica coesa dalla paura, dalla promessa di ristabilire l’ordine, dalla difesa dello status quo e dal rifiuto alle alternative di cambiamento incarnate dalla sinistra.

Il secondo turno ha messo in gioco due strategie diverse. Juntos por el Perú ha cercato di ampliare la sua base mediante accordi con settori democratici e di centro. Il fujimorismo, invece, ha prioritizzato il consolidamento e la mobilitazione del suo nucleo elettorale. Invece di moderare il suo discorso o costruire alleanze più ampie, ha concentrato i suoi sforzi nel massimizzare la partecipazione del suo elettorato tradizionale e ha dispiegato una campagna focalizzata in territori del sud andino che gli erano storicamente avversi.

La strategia dell’ultradestra non pretendeva di invertire completamente la mappa politica sorta nel 2021, ma di ridurre la distanza nelle regioni dove la sinistra aveva raggiunto i suoi maggiori livelli di sostegno. I risultati mostrano che è riuscita a incrementare la sua votazione in diverse di esse rispetto al ballottaggio precedente, sebbene senza modificare la correlazione politica generale nel sud andino e nella sierra centrale.

Roberto Sánchez, da parte sua, ha ottenuto un bacino elettorale superiore a quello raggiunto da Pedro Castillo in diverse regioni del nord e tra settori medi urbani di Lima. Questo ha mostrato una maggiore capacità di disputare spazi in cui il voto contestatario aveva storicamente trovato maggiori difficoltà. Tuttavia, quella crescita non è bastata a compensare la riduzione del vantaggio nel sud andino. Sebbene Sánchez si sia imposto in sedici regioni, lo ha fatto con margini minori di quelli ottenuti da Castillo nel secondo turno del 2021. La diminuzione di quella differenza è risultata decisiva per l’esito nazionale.

Una parte importante della campagna della sinistra è riposta nell’aspettativa che l’antifujimorismo sarebbe tornato a operare come il principale fattore capace di articolare una maggioranza sociale. Il processo elettorale ha mostrato, tuttavia, che quel campo politico non conserva più la potenza articolatrice di cicli precedenti. L’antifujimorismo rimane un’identità rilevante, ma si trova più concentrato in settori urbani, specialmente limegni, e possiede una minore capacità di irradiazione nazionale e generazionale.

A questa difficoltà si è aggiunto lo spostamento di settori importanti della destra liberale e del cosiddetto centro politico, che hanno promosso il voto viziato o hanno adottato una posizione di presunta neutralità. Questo orientamento ha indebolito ancora di più la possibilità di conformare un fronte democratico ampio contro l’avanzata del fujimorismo.

Il voto emesso all’estero ha giocato anche un ruolo decisivo. Il suo sostegno maggioritario a Keiko Fujimori ha finito per inclinare il risultato finale, mentre, entro il territorio nazionale, Roberto Sánchez ha ottenuto la maggior quantità di voti. Questa differenza rivela una geografia politica profondamente ineguale tra l’elettorato residente in Perù e quello della diaspora. Inoltre, è stato proprio nella votazione estera dove si sono concentrate le irregolarità più gravi, che alimentano i questionamenti sulla legittimità dell’esito elettorale.

La mappa risultante conferma che l’ultradestra è riuscita ad ampliare parzialmente la sua inserzione territoriale, mentre il campo popolare ha conservato buona parte dei suoi baluardi storici, sebbene con minore intensità elettorale. Più che una vittoria egemonica del fujimorismo, il risultato esprime un riequilibrio sfavorevole per il campo popolare entro una crisi di rappresentazione che rimane aperta. Il suo esito dipenderà meno dalla dinamica istituzionale che dalla capacità di mobilitazione sociale e riorganizzazione politica delle classi popolari.

Verso una resistenza democratica e popolare

Dagli anni ’90, la strategia della sinistra legale peruviana è stata segnata da un processo graduale di dissoluzione politica, derivato dalla sua subordinazione a successivi fronti democratici egemonizzati da settori liberali. In un primo momento, parte della sinistra ha sostenuto la candidatura di Javier Pérez de Cuéllar come espressione di un blocco democratico opposto al fujimorismo. Dopo la caduta del regime autoritario, quell’orientamento si è prolungato nel sostegno al governo di transizione guidato da Valentín Paniagua e, più tardi, al governo di Alejandro Toledo, che aveva guidato l’opposizione al fujimorismo nell’anno 2000.

Sotto la premessa di recuperare la democrazia, la sinistra ha relegato la costruzione di un’alternativa politica propria. La sua indipendenza si è indebolita man mano che si adattava a un progetto di ricomposizione del regime, invece di sostenere una prospettiva di trasformazione strutturale della società peruviana.

La situazione attuale presenta differenze importanti. Durante gli ultimi anni si è prodotta una ricomposizione parziale della sinistra. Sebbene ancora manchi di un programma socialista integrale e di una strategia sufficientemente sviluppata, è riuscita a ricostruire una base sociale e territoriale significativa, specialmente nel sud andino e nella sierra centrale, intorno a un programma nazionale -popolare di sinistra.

Il castillismo ha giocato un ruolo decisivo in questo processo, mantenendo viva la rappresentazione politica delle classi popolari che sono irrotte sulla scena nazionale durante il ciclo iniziato nel 2021 e chiuso con la forza alla fine del 2022. In questo contesto, Roberto Sánchez e Juntos por el Perú affrontano la sfida di consolidare questa ricomposizione attraverso la costruzione di un’opposizione conseguente, ampia e popolare.

Questo esige evitare che gli accordi tattici con settori del centro politico offuschino l’orizzonte di trasformazione espresso dai settori andini e popolari. La disputa per la conduzione della resistenza democratica sarà, in questo senso, decisiva. Per sostenere una prospettiva di cambio, quella conduzione dovrà rimanere nelle mani della sinistra popolare che è riuscita a farsi strada durante gli ultimi anni, come è accaduto parzialmente durante la campagna del secondo turno.

La composizione del nuovo Parlamento bicamerale configura, da parte sua, un equilibrio politico instabile. Nello scenario più avverso, l’opposizione potrebbe rimanere ridotta ai gruppi parlamentari di Juntos por el Perú e Ahora Nación, partito di centrosinistra e orientamento socialdemocratico guidato da Alfonso López-Chau. In uno scenario più favorevole, la sfida consisterà nel preservare la coesione di un blocco integrato anche dal Partido Cívico OBRAS, organizzazione fondata da Ricardo Belmont, e, eventualmente, da alcuni deputati del Partido del Buen Gobierno, forza centrista guidata dall’ex ministro Jorge Nieto.

Questa possibilità risulta particolarmente rilevante davanti agli indizi di una frattura nel gruppo parlamentare del Partido del Buen Gobierno, provocata dalle prime negoziazioni del suo dirigente e excandidato presidenziale, Jorge Nieto, con il fujimorismo. Obras, da parte sua, non ha nascosto le sue conversazioni con Fuerza Popular, pur avendo ratificato la sua partecipazione nel blocco parlamentare oppositore.

Come è accaduto in modo ricorrente durante gli ultimi decenni, l’instabilità continua a essere un tratto strutturale del sistema politico peruviano. Le nuove correlazioni di forze nel Parlamento rimangono aperte a diverse riconfigurazioni, tanto per le dispute interne dei gruppi parlamentari quanto per la strategia di cooptazione e disciplinamento dispiegata dal fujimorismo. Lo scenario meno probabile, tuttavia, sembra essere una frattura immediata del blocco ufficialista di ultradestra, integrato da Fuerza Popular, il partito fujimorista guidato da Keiko Fujimori, e Renovación Popular, forza di destra radicale e conservatrice guidata da Rafael López Aliaga. Questo blocco cerca, inoltre, di consolidare accordi con il Partido del Buen Gobierno.

Di fronte a questo panorama, l’impulso della mobilitazione sociale intorno a un programma antineoliberale minimo sarà fondamentale per superare i limiti della disputa parlamentare e erodere dal basso il regime autoritario che il fujimorismo cercherà di consolidare. Una vittoria elettorale messa in discussione dell’ultradestra non equivale a una sconfitta sociale del campo popolare. In Perù esiste un’ampia base lavoratrice e popolare capace di resistere al di là delle sue direzioni politiche circostanziali.

La sfida della sinistra anticapitalista consiste nell’intervenire in modo unitario e strategico in quella resistenza, costruendo un polo radicale all’interno del blocco democratico e popolare in formazione.


El ascenso espurio de la ultraderecha en Perú

 Johnatan Fuentes

 

La cuestionada victoria de Keiko Fujimori abre una nueva fase en la prolongada crisis política peruana. El regreso del fujimorismo al Poder Ejecutivo amenaza con profundizar el giro autoritario del régimen, pero está lejos de haber clausurado la crisis de representación, las disputas dentro del bloque dominante y la resistencia de las clases populares. 

La victoria electoral de Keiko Fujimori, cuya legitimidad se encuentra ampliamente cuestionada por las graves irregularidades que marcaron la segunda vuelta, constituye un punto de inflexión en la política peruana. Tras más de una década de crisis orgánica, caracterizada por la inestabilidad gubernamental, la fragmentación extrema del sistema de partidos, el derrocamiento del gobierno de Pedro Castillo y la creciente captura de las instituciones estatales por parte del bloque dominante, la ultraderecha recuperó el control directo del Poder Ejecutivo. El resultado de la segunda vuelta fue, además, extremadamente ajustado: apenas 49.641 votos separaron a ambas candidaturas. 

Este desenlace señala el agotamiento del experimento de dominación basado en el autoritarismo parlamentario que se instauró después del golpe de Estado de diciembre de 2022. En su lugar, comienza a perfilarse una estrategia destinada a consolidar un régimen autoritario de carácter presidencialista, que procura restablecer, adaptándolo a las condiciones actuales, el proyecto político inaugurado por Alberto Fujimori en la década de 1990. 

Lo que está en juego excede, por lo tanto, un simple cambio de gobierno. Se trata de un intento de reorganizar el bloque en el poder mediante una nueva articulación entre el Ejecutivo, las élites económicas, los aparatos coercitivos del Estado y los sectores más reaccionarios del sistema político. 

Sería un error, sin embargo, interpretar este resultado como una resolución de la crisis del régimen o como la consolidación definitiva de una nueva hegemonía conservadora. Las profundas contradicciones sociales, la crisis de representación política, el deterioro de la legitimidad estatal y las disputas persistentes entre las distintas fracciones del bloque dominante indican que la crisis orgánica del Estado peruano sigue abierta, aunque haya ingresado en una nueva fase bajo la conducción de la ultraderecha.

 

Pasado y presente del fujimorismo

 

Para comprender el nuevo escenario, resulta útil recuperar la interpretación del científico social peruano Aníbal Quijano sobre el fujimorismo. Según Quijano, el régimen instaurado por Alberto Fujimori fue mucho más que un gobierno encargado de aplicar un programa neoliberal. Representó una nueva modalidad de dominación autoritaria, orientada a reorganizar el Estado peruano tras el agotamiento del orden oligárquico y la crisis del Estado desarrollista durante la década de 1980. 

La liberalización económica, la concentración del poder en la Presidencia, la subordinación de las instituciones, la militarización de la política, la corrupción sistemática y la desarticulación de la representación social formaron parte de un mismo proyecto histórico. El fujimorismo transformó profundamente el régimen político: debilitó los partidos, erosionó las organizaciones sociales y consolidó una forma de dominación plebiscitaria y autoritaria, apoyada en el personalismo, el clientelismo y la promesa de restablecer el orden. 

Esta tradición política, sin embargo, nunca operó exclusivamente dentro de las fronteras peruanas. Diversos análisis han señalado la existencia de redes transnacionales de asesoramiento, financiamiento y circulación de estrategias que vinculan a las derechas latinoamericanas con centros internacionales de poder. Keiko Fujimori y su entorno forman parte de una constelación que articula think tanks, consultoras electorales y espacios de formación política conectados con circuitos externos, particularmente en Estados Unidos. 

Esta dimensión internacional no reemplaza las determinaciones internas ni la función que el fujimorismo cumple dentro del bloque dominante peruano. Permite, en cambio, comprender la profesionalización reciente de la extrema derecha, su capacidad de adaptación electoral y la renovación de sus instrumentos de intervención política. El fujimorismo contemporáneo es heredero del régimen autoritario de la década de 1990, pero constituye también una reconfiguración de aquella matriz: incorpora nuevas tecnologías de comunicación, redes mediáticas y estrategias conservadoras que circulan internacionalmente, en un contexto marcado por el avance global de la ultraderecha.

 

Crisis poselectoral y estatismo autoritario

 

El nuevo escenario expresa una recomposición del bloque dominante y, al mismo tiempo, la persistencia de una disputa profunda en torno a la legitimidad del orden político. Los procesos electorales recientes difícilmente puedan comprenderse como mecanismos neutrales de competencia democrática. En un contexto marcado por la concentración mediática, las enormes asimetrías materiales entre las fuerzas políticas y el uso intensivo de recursos públicos y privados, la contienda electoral se desarrolla sobre un terreno profundamente desigual. 

Diversos análisis periodísticos y políticos han examinado los mecanismos mediante los cuales el desarrollo y el desenlace de una elección pueden ser condicionados dentro de los propios márgenes institucionales. Entre ellos se encuentran la formación interesada del sentido común, la judicialización de candidaturas, el control de la agenda mediática y la intervención directa de los grandes poderes económicos. El problema, por lo tanto, no se limita a determinar si existió un fraude en sentido técnico. Abarca también la calidad democrática del proceso, la igualdad efectiva de la competencia y la capacidad del sistema político para representar la voluntad popular. 

Estas disputas profundizan la distancia entre la legalidad formal y la legitimidad social, uno de los rasgos característicos de los regímenes atravesados por crisis prolongadas. Un resultado puede ajustarse a los procedimientos institucionales y, sin embargo, carecer de la legitimidad suficiente para estabilizar el orden político. 

Nicos Poulantzas advirtió que las crisis del capitalismo contemporáneo podían favorecer el desarrollo de formas de estatismo autoritario. Este proceso no supone necesariamente la supresión formal de la democracia. Consiste, más bien, en la concentración creciente del poder en el Ejecutivo, el debilitamiento de los contrapesos institucionales, la expansión de los aparatos coercitivos, la judicialización de la política y la reducción efectiva de los espacios de deliberación democrática. 

El nuevo gobierno podría profundizar varias tendencias que ya se hicieron visibles durante los últimos años: el reforzamiento del Ejecutivo, la expansión de las políticas securitarias, la criminalización de la protesta social, el uso del aparato judicial contra los adversarios políticos y la imposición de mayores restricciones a la participación popular y a la actividad de las organizaciones de izquierda.

 

Primeros apuntes sobre la ajustada derrota electoral de la izquierda

 

El nuevo gobierno asumirá en un escenario marcado por una profunda crisis de legitimidad del régimen político. La elevada desconfianza hacia las instituciones, la fragmentación social y el desgaste de las formas tradicionales de representación configuran un contexto en el que la victoria del fujimorismo no expresa la construcción de una nueva hegemonía. Revela, más bien, su capacidad para articular un bloque electoral coyuntural en medio de una crisis orgánica. Su triunfo descansa menos en la adhesión positiva a un proyecto nacional que en la conformación de una coalición social y política cohesionada por el miedo, la promesa de restablecer el orden, la defensa del statu quo y el rechazo a las alternativas de cambio encarnadas por la izquierda. 

La segunda vuelta puso en juego dos estrategias diferentes. Juntos por el Perú procuró ampliar su base mediante acuerdos con sectores democráticos y de centro. El fujimorismo, en cambio, priorizó la consolidación y movilización de su núcleo electoral. En lugar de moderar su discurso o construir alianzas más amplias, concentró sus esfuerzos en maximizar la participación de su electorado tradicional y desplegó una campaña focalizada en territorios del sur andino que le habían sido históricamente adversos. 

La estrategia de la ultraderecha no pretendía revertir por completo el mapa político surgido en 2021, sino reducir la distancia en las regiones donde la izquierda había alcanzado sus mayores niveles de apoyo. Los resultados muestran que logró incrementar su votación en varias de ellas respecto del balotaje anterior, aunque sin modificar la correlación política general en el sur andino y la sierra central. 

Roberto Sánchez, por su parte, obtuvo un caudal electoral superior al alcanzado por Pedro Castillo en varias regiones del norte y entre sectores medios urbanos de Lima. Esto mostró una mayor capacidad para disputar espacios en los que el voto contestatario había encontrado históricamente mayores dificultades. Sin embargo, ese crecimiento no alcanzó para compensar la reducción de la ventaja en el sur andino. Aunque Sánchez se impuso en dieciséis regiones, lo hizo con márgenes menores que los obtenidos por Castillo en la segunda vuelta de 2021. La disminución de esa diferencia resultó decisiva para el desenlace nacional. 

Una parte importante de la campaña de la izquierda descansó en la expectativa de que el antifujimorismo volvería a operar como el principal factor capaz de articular una mayoría social. El proceso electoral mostró, sin embargo, que ese campo político ya no conserva la potencia articuladora de ciclos anteriores. El antifujimorismo sigue siendo una identidad relevante, pero se encuentra más concentrado en sectores urbanos, especialmente limeños, y posee una menor capacidad de irradiación nacional y generacional. 

A esta dificultad se sumó el desplazamiento de sectores importantes de la derecha liberal y del denominado centro político, que promovieron el voto viciado o adoptaron una posición de presunta neutralidad. Esa orientación debilitó todavía más la posibilidad de conformar un frente democrático amplio contra el avance del fujimorismo. 

El voto emitido en el extranjero desempeñó también un papel decisivo. Su respaldo mayoritario a Keiko Fujimori terminó inclinando el resultado final, mientras que, dentro del territorio nacional, Roberto Sánchez obtuvo la mayor cantidad de votos. Esta diferencia revela una geografía política profundamente desigual entre el electorado residente en Perú y el de la diáspora. Además, fue precisamente en la votación exterior donde se concentraron las irregularidades más graves, que alimentan los cuestionamientos sobre la legitimidad del desenlace electoral. 

El mapa resultante confirma que la ultraderecha consiguió ampliar parcialmente su inserción territorial, mientras el campo popular conservó buena parte de sus bastiones históricos, aunque con menor intensidad electoral. Más que una victoria hegemónica del fujimorismo, el resultado expresa un reequilibrio desfavorable para el campo popular dentro de una crisis de representación que permanece abierta. Su desenlace dependerá menos de la dinámica institucional que de la capacidad de movilización social y reorganización política de las clases populares.

 

Hacia una resistencia democrática y popular

 

Desde la década de 1990, la estrategia de la izquierda legal peruana estuvo marcada por un proceso gradual de disolución política, derivado de su subordinación a sucesivos frentes democráticos hegemonizados por sectores liberales. En un primer momento, parte de la izquierda respaldó la candidatura de Javier Pérez de Cuéllar como expresión de un bloque democrático opuesto al fujimorismo. Tras la caída del régimen autoritario, esa orientación se prolongó en el apoyo al gobierno de transición encabezado por Valentín Paniagua y, más tarde, al gobierno de Alejandro Toledo, quien había liderado la oposición al fujimorismo en el año 2000. 

Bajo la premisa de recuperar la democracia, la izquierda fue relegando la construcción de una alternativa política propia. Su independencia se debilitó a medida que se adaptaba a un proyecto de recomposición del régimen, en lugar de sostener una perspectiva de transformación estructural de la sociedad peruana. 

La situación actual presenta diferencias importantes. Durante los últimos años se produjo una recomposición parcial de la izquierda. Aunque todavía carece de un programa socialista integral y de una estrategia suficientemente desarrollada, logró reconstruir una base social y territorial significativa, especialmente en el sur andino y la sierra central, en torno a un programa nacional-popular de izquierda. 

El castillismo desempeñó un papel decisivo en este proceso, al mantener vigente la representación política de las clases populares que irrumpieron en la escena nacional durante el ciclo iniciado en 2021 y clausurado por la fuerza a fines de 2022. En este contexto, Roberto Sánchez y Juntos por el Perú enfrentan el desafío de consolidar esa recomposición mediante la construcción de una oposición consecuente, amplia y popular. 

Esto exige evitar que los acuerdos tácticos con sectores del centro político desdibujen el horizonte de transformación expresado por los sectores andinos y populares. La disputa por la conducción de la resistencia democrática será, en este sentido, decisiva. Para sostener una perspectiva de cambio, esa conducción deberá permanecer en manos de la izquierda popular que logró abrirse paso durante los últimos años, como ocurrió parcialmente durante la campaña de segunda vuelta. 

La composición del nuevo Parlamento bicameral configura, por su parte, un equilibrio político inestable. En el escenario más adverso, la oposición podría quedar reducida a las bancadas de Juntos por el Perú y Ahora Nación, partido de centroizquierda y orientación socialdemócrata liderado por Alfonso López-Chau. En un escenario más favorable, el desafío consistirá en preservar la cohesión de un bloque integrado también por el Partido Cívico OBRAS, organización fundada por Ricardo Belmont, y, eventualmente, por algunos congresistas del Partido del Buen Gobierno, fuerza centrista encabezada por el exministro Jorge Nieto. 

Esta posibilidad resulta especialmente relevante ante los indicios de una fractura en la bancada del Partido del Buen Gobierno, provocada por las primeras negociaciones de su líder y excandidato presidencial, Jorge Nieto, con el fujimorismo. Obras, por su parte, tampoco ocultó sus conversaciones con Fuerza Popular, pese a haber ratificado su participación en el bloque parlamentario opositor. 

Como ocurrió de manera recurrente durante las últimas décadas, la inestabilidad continúa siendo un rasgo estructural del sistema político peruano. Las nuevas correlaciones de fuerzas en el Parlamento permanecen abiertas a distintas reconfiguraciones, tanto por las disputas internas de las bancadas como por la estrategia de cooptación y disciplinamiento desplegada por el fujimorismo. El escenario menos probable, sin embargo, parece ser una fractura inmediata del bloque oficialista de ultraderecha, integrado por Fuerza Popular, el partido fujimorista encabezado por Keiko Fujimori, y Renovación Popular, fuerza de derecha radical y conservadora liderada por Rafael López Aliaga. Este bloque busca, además, consolidar acuerdos con el Partido del Buen Gobierno. 

Frente a este panorama, el impulso de la movilización social en torno a un programa antineoliberal mínimo será fundamental para superar los límites de la disputa parlamentaria y erosionar desde abajo el régimen autoritario que el fujimorismo intentará consolidar. Una victoria electoral cuestionada de la ultraderecha no equivale a una derrota social del campo popular. En Perú existe una amplia base trabajadora y popular capaz de resistir más allá de sus direcciones políticas circunstanciales. 

El desafío de la izquierda anticapitalista consiste en intervenir de manera unitaria y estratégica en esa resistencia, construyendo un polo radical dentro del bloque democrático y popular en formación.

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