Fidel: la pazienza della rivoluzione

Dall’impresa del Moncada alla “battaglia delle idee”, il lascito di Fidel Castro offre una lezione di pazienza rivoluzionaria e di indissolubile unità tra sovranità e socialismo. A cento anni dalla sua nascita, ripercorriamo le chiavi di un progetto che mantenne la dignità popolare e l’internazionalismo come bandiere emancipatrici sotto l’assedio imperiale.

Jaime Ortega

Il 3 ottobre 1965, durante la costituzione del primo Comitato Centrale di quello che sarebbe poi diventato il Partito Comunista di Cuba, Fidel Castro pronunciò un discorso in cui sottolineava che i rivoluzionari dovevano saper aspettare, avere pazienza e non disperare di fronte alle difficoltà. Sotto questa premessa dobbiamo leggere e comprendere il suo contributo al movimento politico rivoluzionario e alle sinistre globali. L’antologia preparata da Marc Sayous e prologata da Ignacio Ramonet è un’eccellente prima approssimazione al vasto universo che racchiude il nome di Fidel. ‘Trinchera de ideas’ appare in un momento altamente emotivo per il centenario del comandante storico e particolarmente delicato di fronte alla rinnovata offensiva imperiale sull’isola.

Composto da 25 testi — la maggior parte accompagnati da brevi pagine di contestualizzazione —, il volume offre un campione di ciò che significò la voce del capo rivoluzionario, tanto nel corso del processo insurrezionale quanto nell’emergere di una posizione politica socialista nei Caraibi e in America Latina. Questi materiali, che abbracciano dal 1953 fino alla prima decade del XXI secolo, danno conto della varietà nell’uso della parola: dai discorsi densi e meticolosamente articolati dei primi anni fino agli interventi brevi ma incisivi della sua fase finale.

In un momento della loro lunga amicizia, Gabriel García Márquez scrisse che il comandante aveva coltivato il mestiere della parola parlata come tratto distintivo per dialogare e convincere il popolo cubano. Diversi testimoni dei primi anni della rivoluzione — dalla messicana Sol Arguedas fino all’argentino Ezequiel Martínez Estrada — sottolinearono il carattere pedagogico delle giornate maratona in cui Fidel conversava con il popolo nella piazza pubblica. Questo è forse il principale registro da cui affrontare le sue idee, quello della parola parlata; secondo il curatore, la cifra dei discorsi contabilizzati supera il migliaio, a cui andrebbero aggiunti i suoi scambi con delegazioni straniere, i suoi scritti teorici e le estese interviste pubblicate in forma di libro nel corso di diversi decenni.

Tuttavia, la sua opera acquista piena dimensione solo nell’articolazione tra parola e azione; nella facoltà di condurre attraverso la voce e forgiare un modo di comprendere il mondo, il luogo del continente e le urgenze del tempo storico. In questo centenario di Fidel torniamo alla sua figura perché la regione esige nutrire i programmi politici con ciò che fu coltivato per decenni all’ombra di una visione radicale e conseguente della liberazione nazionale, della sovranità intesa come cooperazione tra pari e del socialismo come progetto storico radicato nelle lotte dei popoli. Tra quella vasta costellazione di esperienze, Fidel è il “profeta di un’alba” — quella della liberazione nazionale, come definì il Che Guevara —, una battaglia cruciale che il dirigente cubano guidò mantenendo l’unità indivisibile tra patria, rivoluzione e socialismo.

Il discorso del metodo della decolonizzazione

Come ci si aspetta, l’antologia si apre con il celebre discorso di difesa che Fidel pronunciò dopo il suo arresto per il fallito assalto alla Caserma Moncada: ‘La storia mi assolverà’. Senza saperlo in quel momento, l’impresa del Moncada sarebbe diventata il nome di una possibilità, nella latenza di un progetto e in qualcosa di più di una promessa futura: la sintesi tra l’indipendenza reale della nazione di fronte al neocolonialismo e un orizzonte di superamento delle principali direttrici del capitalismo.

René Depestre, il poeta haitiano che visse e scrisse durante l’impulso iniziale della rivoluzione, sottolineò che quella “sconfitta vittoriosa” del 26 luglio aveva lasciato nell’allegato di Fidel il vero “discorso del metodo” della decolonizzazione. E lo fece, essenzialmente, superando la scissione tra i grandi obiettivi della liberazione nazionale e la costruzione di un orizzonte socialista. In altre parole: in quel documento si seminò la certezza che per essere indipendenti era necessario sfuggire al capitalismo, e che per rompere con questo non c’era altra strada che smantellare il sistema coloniale nella sua forma rinnovata. L’effetto di quell’allegato fu saldare in modo indissolubile la liberazione nazionale con il socialismo.

Per questo, quando dopo il crollo del blocco sovietico Cuba entra nel Periodo Speciale, Fidel si rivolge ai suoi connazionali affermando che non c’è modo di salvaguardare l’indipendenza senza preservare la rivoluzione, e che per questo è imprescindibile perseverare nella via socialista, anche se la concettualizzazione di questa deve riconfigurarsi alla luce del tempo e dell’esperienza accumulata, con i suoi errori, crisi e ricomposizioni. Questa ardua impresa emancipò il socialismo cubano dall’essere un mero riflesso delle steppe europee nelle pianure dei Caraibi, dimostrando che, a differenza dei modelli centroeuropei sconfitti, il progetto insulare rispondeva a cause e necessità proprie.

In Fidel, il concetto di socialismo degli anni Settanta differisce da quello degli anni Novanta: se nel primo predominava una logica razionalizzatrice e organizzativa eccessiva, nel secondo l’enfasi si sposta verso la volontà solidale di una società sotto assedio permanente. Risulta particolarmente proficuo rileggere il discorso del 1968 in cui Fidel sostiene che a Cuba c’è stata “una sola rivoluzione”, dove già si apprezza l’originalità di una concezione che annoda sovranità e socialismo mentre dispiega un’interpretazione storica di grande densità.

Allo stesso modo, in diversi di questi discorsi si percepisce la certezza di costruire un’alternativa che, sebbene abbracci apertamente il socialismo, non rinnega le eredità storiche dei popoli. In tal senso, l’intuizione di Depestre acquista tutto il suo valore: la formulazione di un “discorso del metodo della decolonizzazione” risiede nell’aver abitato la tensione tra l’universalità del socialismo e la singolarità della sua realizzazione nazionale. Decolonizzazione non come un semplice quadro epistemologico o accademico — al quale oggi si trova frequentemente ridotta —, ma come la capacità dei popoli di apprendere la propria storia e orientarla verso un fine emancipatorio. Mettere in discussione l’impero dell’egoismo e della competizione implicava forgiare una concezione rinnovata della cultura e del passato. La decolonizzazione era, in definitiva, la conquista di una liberazione in chiave nazionale, mentale e culturale.

Rivoluzione: sovranità e cultura

Tuttavia, sarebbe un errore ridurre il programma fondativo del Moncada e del 26 Luglio al discorso del 1953, per quanto decisivo sia stato. Il torrente che scatenò fu registrato nelle pagine dei discorsi pronunciati nei momenti più drammatici tra il 1959 e il 1961, rafforzato poi nel 1968 nel calore della riorganizzazione del campo politico cubano. In essi si articola un amalgama che in Fidel assunse forma di simbiosi: rivoluzione, sovranità e cultura. Per il dirigente cubano, rivoluzione e sovranità erano indissolubili, ancor più affrontando le prime aggressioni di vasta portata da parte degli USA.

Tuttavia, questa concezione non si esauriva nell’idea dello Stato come mero articolatore di una popolazione e delle sue capacità tecniche o produttive. In Fidel, la sovranità risponde nell’immediato alla difesa contro le molestie imperiali. Ma difendere la rivoluzione esigeva trasformare le condizioni stesse dell’esercizio della sovranità, cioè che questa fosse reale, concreta, specifica. Perché, contrariamente al senso comune accademico dominante nello spazio cubano-americano contemporaneo, Fidel comprese che “della sovranità si mangia” e che, per garantire i bisogni materiali della popolazione, la sovranità deve essere costruita in modo ininterrotto.

Per questo è fondamentale sottolineare come Fidel orientò l’esperienza rivoluzionaria verso la creazione e lo sviluppo di capacità pubbliche per soddisfare domande fondamentali come la salute e l’educazione. Non è casuale che i grandi progetti neoliberali di mercificazione abbiano puntato proprio contro questi due pilastri nel loro tentativo di rifondare la società su basi individualiste. E sebbene questo debba essere uno sforzo continuo e sostenuto, gli anni di apogeo rivoluzionario mantennero sempre questi due assi come fondamenta innegoziabili.

A sua volta, la dimensione culturale — la creazione artistica e la prassi intellettuale — non fu mai estranea al sistema di pensiero di Fidel. Le sue celebri ‘Parole agli intellettuali’ del 1961, pronunciate quando non si era ancora dissipato il fumo di Playa Girón, ratificarono l’alleanza tra cultura, educazione e rivoluzione sotto la convinzione che non c’è patria possibile senza un’intellettualità capace di dispiegare le sue potenze simboliche e creative. Sebbene i quadri teorici decoloniali egemonici tendano a ignorarla, la scommessa cubana costituisce una delle esperienze di decolonizzazione integrale più compiute, combinando la sovranità popolare con lo spostamento della competizione come asse articolatore delle relazioni umane e internazionali.

Più tardi, alle soglie del XX secolo, la formulazione della “battaglia delle idee” invita a una lettura gramsciana del nucleo del socialismo concepito da Fidel: la cultura non come un modello rigido, ma come relazione sociale in costante costruzione. Nella “battaglia delle idee” si giocava l’egemonia di un progetto socialista capace di mettere radici nella coscienza e nella volontà, e non solo nella riproduzione materiale o nel consumo di beni (un consumismo smisurato contro il quale lo stesso Fidel mise in guardia precocemente per le sue conseguenze ambientali). La dimensione materiale, sebbene indispensabile, non era per lui l’unico né il principale fattore di coesione sociale.

Solidarietà internazionale

Allo stesso modo, risulterebbe riduttivo incasellare Fidel in un nazionalismo stretto o in un sovranismo endogamico che pretendesse di esaurire il progetto rivoluzionario “in un solo paese”. I suoi interventi, specialmente a partire dagli anni Settanta, riflettono la nozione più radicale della solidarietà internazionale e, con essa, l’ampliamento della nozione di liberazione nazionale.

Fidel comprese che la sovranità di una nazione è pienamente effettiva solo se tutte godono della stessa prerogativa; cioè, se esistono le condizioni affinché il diritto all’autodeterminazione possa essere esercitato in condizioni di parità da una potenza o da un paese piccolo. Lì affiora la dimensione radicalmente comunista del suo pensiero: l’estinzione graduale delle tutele statali e imperiali è possibile solo nella misura in cui tutti i popoli accedano al pieno esercizio della loro sovranità. Fidel, la cui origine ideologica era partita dal nazionalismo rivoluzionario, avanza verso il socialismo ponendo la cooperazione e la solidarietà disinteressata come premesse dell’azione politica.

Questo orientamento si tradusse nel sostegno attivo di Cuba alle lotte in Vietnam e in Africa. Il ruolo dei combattenti cubani nella liberazione di diversi paesi del continente africano e nell’accelerazione della fine del regime razzista dell’apartheid è ben noto. Lungi dal negare la sovranità, l’internazionalismo la espandeva come un principio universale di rispetto reciproco. Il popolo cubano pagò un alto costo in vite, risorse e pressioni diplomatiche per sostenere quella politica estera solidale. Una lezione storica che non può essere dimenticata né diminuita la ricompensa alle volontà che combatterono a migliaia di chilometri a favore della liberazione dei popoli, poiché ciò configura un livello di impegno notevole ed è espressione di quell’altra faccia del socialismo cubano.

Fedeltà rivoluzionaria, nonostante tutto

Buona parte dei testi dell’antologia si situa nel complesso crocevia tra l’offensiva neoliberale e il crollo dell’esperienza del socialismo sovietico. In quel momento, la pressione dell’intellettualità liberale, dei mezzi di comunicazione di massa e dei centri di potere cercava di piegare Cuba per costringerla a cedere al canto del cigno delle transizioni neoliberali che pullularono nel continente. Sostenere la fedeltà rivoluzionaria implicò altissimi costi sociali, politici ed economici, ma preservò l’indipendenza nazionale di fronte ai dettami della privatizzazione e dello spoglio in nome della democrazia liberale. Di fronte all’abbandono di antichi alleati — specialmente l’intellettualità disincantata che emerse in quegli anni —, la resistenza cubana evitò il collasso e la destrizzazione che colpirono altre latitudini.

A tre decenni di distanza, colpisce non solo la fermezza dottrinaria di quella rotta, ma la persistenza di un progetto che, con i suoi difetti e contraddizioni, mantenne sempre uno spirito di solidarietà e un orizzonte di costruzione di un mondo solidale e fraterno. Il contrasto risulta eloquente di fronte a un’Europa dell’Est tirata dalla “transizione” verso forme fasciste, operando come veri e propri enclave coloniali del potere imperiale e come fonte di ispirazione per le attuali correnti destrorse globali. Di fronte a quello specchio, Cuba continuò la sua marcia come esempio di dignità e indipendenza.

Le lezioni di quel periodo dovranno essere discusse con la freddezza che solo il passare del tempo abilita. Il rifiuto di salire sul carro della glasnost e della perestrojka, optando invece per il Processo di Rettifica degli Errori, fu una decisione cruciale. In essa si decise il dibattito sul valore, il mercato e il lavoro, qualcosa che, al di là del caso cubano, dovrebbe coinvolgere le sinistre a livello globale, poiché lì si gioca il destino stesso dei progetti post-capitalisti. Recuperando il vecchio dibattito che vide protagonista Che Guevara negli anni Sessanta, quella discussione dovette essere ripresa, sebbene in uno scenario avverso e con scarso margine per l’innovazione. Tale congiuntura costrinse ad abbandonare le certezze dogmatiche del modello sovietico per interrogarsi criticamente sulla natura della transizione socialista. In quel quadro, sostenere la coesione tra popolo e Stato risultò determinante: l’esperienza dell’Europa dell’Est dimostrò che la penetrazione del capitale è più devastante lì dove l’élite si frammentano e il loro divorzio con il tessuto popolare è più profondo.

La tenacia del capo, la volontà del popolo cubano di mantenere la sua indipendenza e i cambi operati dalla fine degli anni Novanta in America Latina aprirono uno scenario diverso all’inizio del XXI secolo, momento in cui la presenza di Fidel nello spazio pubblico cominciava a declinare. La presenza di Cuba come riferimento storico contribuì ad alimentare le successive ondate di governi popolari e progressisti nella regione.

‘Trinchera de ideas’ offre strumenti preziosi sia per approfondire la riflessione sul socialismo sia per esaminare con senso critico i crocevia del movimento rivoluzionario cristallizzato come progetto politico e statale. Cuba, come qualsiasi società, può essere criticata ma a condizione di situare le coordinate storiche delle sue decisioni ed esaminando le correlazioni di forza concrete, lontano da moralismi o astrazioni teoriche.

Oggi, a distanza, risulta evidente che nessun paese può realizzare pienamente la sua indipendenza circondato da Stati vassalli, e che il sacrificio prolungato di una popolazione non è desiderabile né sostenibile in modo indefinito. Il popolo cubano dovrebbe essere libero di decidere con chi scambiare, dialogare e negoziare. Libero dovrebbe essere anche per scegliere le sue forme di organizzazione politica, il suo modello economico e la sua cultura senza lo strangolamento di un blocco tanto violento quanto illegittimo. Ma, invece di ciò, in questo 2026 l’indurimento del blocco energetico evidenzia la gravità della situazione e la tiepida risposta di molti governi della regione. Il popolo di Cuba merita il pieno esercizio della sua sovranità. Il potere imperiale che lo asfissia, insieme ai suoi accoliti accademici, giornalistici e intellettuali, passeranno alla memoria storica come i compartecipi della sofferenza di tutto un popolo.

La citazione martiana che dà titolo all’opera condensa il nucleo dell’impronta ideologica di Fidel: le “trincee di idee” sono quelle dove l’accumulato storico dei combattimenti del passato serve come equipaggiamento per le battaglie del presente; dove l’eredità intellettuale costruisce gli orizzonti del futuro.


Fidel: la paciencia de la revolución

De la gesta del Moncada a la «batalla de ideas», el legado de Fidel Castro ofrece una lección de paciencia revolucionaria y de la indisoluble unidad entre soberanía y socialismo. A cien años de su nacimiento, repasamos las claves de un proyecto que mantuvo la dignidad popular y el internacionalismo como banderas emancipatorias bajo el asedio imperial.

Jaime Ortega

 

El 3 de octubre de 1965, durante la constitución del primer Comité Central del que luego sería el Partido Comunista de Cuba, Fidel Castro pronunció un discurso en el que señaló que los revolucionarios debían saber esperar, tener paciencia y no desesperar ante las dificultades. Bajo esta premisa debemos leer y comprender su aporte al movimiento político revolucionario y a las izquierdas globales. La antología preparada por Marc Sayous y prologada por Ignacio Ramonet es una excelente primera aproximación al vasto universo que encierra el nombre de Fidel. Trinchera de ideas aparece en un momento altamente emotivo por el centenario del comandante histórico y especialmente delicado ante la renovada embestida imperial sobre la isla.

Compuesto por 25 textos —la mayoría acompañados por breves páginas de contextualización—, el volumen ofrece una muestra de lo que significó la voz del líder revolucionario, tanto en el transcurso del proceso insurreccional como en la emergencia de una posición política socialista en el Caribe y América Latina. Estos materiales, que abarcan desde 1953 hasta la primera década del siglo XXI, dan cuenta de la variedad en el uso de la palabra: desde los discursos densos y meticulosamente articulados de los primeros años hasta las intervenciones breves pero contundentes de su etapa final.

En algún momento de su larga amistad, Gabriel García Márquez escribió que el comandante había cultivado el oficio de la palabra hablada como sello distintivo para dialogar y convencer al pueblo cubano. Varios testigos de los primeros años de la revolución —desde la mexicana Sol Arguedas hasta el argentino Ezequiel Martínez Estrada— destacaron el carácter pedagógico de las maratónicas jornadas en las que Fidel conversaba con el pueblo en la plaza pública. Es este quizás el principal registro desde el cual abordar sus ideas, el de la palabra hablada; según el compilador, la cifra de discursos contabilizados supera los mil, a lo que habría que sumar sus intercambios con delegaciones extranjeras, sus escritos teóricos y las extensas entrevistas publicadas en forma de libro a lo largo de varias décadas.

Sin embargo, su obra solo cobra dimensión plena en la articulación entre palabra y acción; en la facultad de conducir a través de la voz y forjar una manera de comprender el mundo, el lugar del continente y las urgencias del tiempo histórico. En este centenario de Fidel volvemos a su figura porque la región exige nutrir los programas políticos con aquello que se cultivó durante décadas al amparo de una visión radical y consecuente de la liberación nacional, de la soberanía entendida como cooperación entre iguales y del socialismo como proyecto histórico enraizado en las luchas de los pueblos. Entre esa vasta constelación de experiencias, Fidel es el «profeta de una aurora» —la de la liberación nacional, como definió el Che Guevara—, una batalla crucial que el líder cubano encabezó manteniendo la unidad indivisible entre patria, revolución y socialismo.

El discurso del método de la descolonización

Como cabe esperar, la antología se abre con el célebre alegato de defensa que Fidel pronunció tras su detención por el fallido asalto al Cuartel Moncada: La historia me absolverá. Sin saberlo en aquel momento, la gesta del Moncada se convertiría en el nombre de una posibilidad, en la latencia de un proyecto y en algo más que una promesa a futuro: la síntesis entre la independencia real de la nación frente al neocolonialismo y un horizonte de superación de las principales directrices del capitalismo.

René Depestre, el poeta haitiano que vivió y escribió durante el impulso inicial de la revolución, señaló que aquel «revés victorioso» del 26 de julio había legado en el alegato de Fidel el verdadero «discurso del método» de la descolonización. Y lo hizo, esencialmente, al superar la escisión entre los grandes objetivos de la liberación nacional y la construcción de un horizonte socialista. Dicho de otro modo: en aquel documento se sembró la certidumbre de que para ser independientes era preciso escapar del capitalismo, y que para romper con este no había otro camino que desmantelar el sistema colonial bajo su forma renovada. El efecto de aquel alegato fue soldar de manera indisoluble la liberación nacional con el socialismo.

Por eso, cuando tras el colapso del bloque soviético Cuba entra en el Periodo Especial, Fidel se dirige a sus compatriotas afirmando que no hay modo de salvaguardar la independencia sin preservar la revolución, y que para ello es imprescindible perseverar en la vía socialista, aun si la conceptualización de esta debe reconfigurarse a la luz del tiempo y la experiencia acumulada, con sus errores, crisis y recomposiciones. Esta ardua tarea emancipó al socialismo cubano de ser un mero reflejo de las estepas europeas en los llanos del Caribe, demostrando que, a diferencia de los modelos centroeuropeos derrotados, el proyecto isleño respondía a causas y necesidades propias.

En Fidel, el concepto de socialismo de los años setenta difiere del de los noventa: si en el primero primaba una lógica racionalizadora y organizativa excesiva, en el segundo el énfasis se desplaza hacia la voluntad solidaria de una sociedad bajo asedio permanente. Resulta particularmente provechoso releer el discurso de 1968 en el que Fidel sostiene que en Cuba ha habido «una sola revolución», donde ya se aprecia la originalidad de una concepción que anuda soberanía y socialismo al tiempo que despliega una interpretación histórica de gran densidad.

Asimismo, en varias de estas alocuciones se percibe la certeza de estar construyendo una alternativa que, si bien abraza abiertamente el socialismo, no reniega de las herencias históricas de los pueblos. En ese sentido, la intuición de Depestre cobra todo su valor: la formulación de un «discurso del método de la descolonización» radica en haber habitado la tensión entre la universalidad del socialismo y la singularidad de su realización nacional. Descolonización no como un simple marco epistemológico o académico —al que hoy se halla frecuentemente reducida—, sino como la capacidad de los pueblos para aprehender su propia historia y orientarla hacia un fin emancipatorio. Cuestionar el imperio del egoísmo y la competencia implicaba forjar una concepción renovada de la cultura y del pasado. La descolonización era, en definitiva, la conquista de una liberación en clave nacional, mental y cultural.

Revolución: soberanía y cultura

Con todo, sería un error reducir el programa fundacional del Moncada y el 26 de Julio a la alocución de 1953, por decisiva que haya sido. El torrente que desencadenó quedó registrado en las páginas de los discursos pronunciados en los momentos más dramáticos entre 1959 y 1961, reforzado luego en 1968 al calor de la reorganización del campo político cubano. En ellos se articula una amalgama que en Fidel adquirió forma de simbiosis: revolución, soberanía y cultura. Para el líder cubano, revolución y soberanía eran indisolubles, más aún al encarar las primeras agresiones de envergadura por parte de Estados Unidos.

Sin embargo, esta concepción no se agotaba en la idea del Estado como mero articulador de una población y sus capacidades técnicas o productivas. En Fidel, la soberanía responde en lo inmediato a la defensa frente al hostigamiento imperial. Pero defender la revolución exigía transformar las condiciones mismas del ejercicio de la soberanía, es decir, que esta fuera real, concreta, específica. Porque, a contramano del sentido común académico dominante en el espacio cubano-americano contemporáneo, Fidel comprendió que «de la soberanía sí se come» y que, para garantizar las necesidades materiales de la población, la soberanía debe construirse de manera ininterrumpida.

Por ello es clave remarcar cómo Fidel orientó la experiencia revolucionaria hacia la creación y el desarrollo de capacidades públicas para satisfacer demandas fundamentales como la salud y la educación. No es casual que los grandes proyectos neoliberales de mercantilización hayan apuntado precisamente contra esos dos pilares en su intento de refundar la sociedad sobre bases individualistas. Y si bien este debe ser un esfuerzo continuo y sostenido, los años de auge revolucionario mantuvieron siempre estos dos ejes como cimientos innegociables.

A su vez, la dimensión cultural —la creación artística y la praxis intelectual— nunca fue ajena al ideario de Fidel. Sus célebres Palabras a los intelectuales de 1961, pronunciadas cuando aún no se había disipado el humo de Playa Girón, ratificaron la alianza entre cultura, educación y revolución bajo la convicción de que no hay patria posible sin una intelectualidad capaz de desplegar sus potencias simbólicas y creativas. Aunque los marcos teóricos decoloniales hegemónicos suelan ignorarla, la apuesta cubana constituye una de las experiencias de descolonización integral más acabadas, al combinar la soberanía popular con el desplazamiento de la competencia como eje articulador de las relaciones humanas e internacionales.

Más tarde, en las postrimerías del siglo XX, la formulación de la «batalla de ideas» invita a una lectura gramsciana del núcleo del socialismo concebido por Fidel: la cultura no como un molde rígido, sino como relación social en constante construcción. En la «batalla de ideas» se jugaba la hegemonía de un proyecto socialista capaz de echar raíces en la conciencia y la voluntad, y no solo en la reproducción material o en el consumo de bienes (un consumismo desmedido contra el cual el propio Fidel advirtió tempranamente por sus secuelas ambientales). La dimensión material, si bien indispensable, no era para él el único ni el principal factor de cohesión social.

Solidaridad internacional

De igual modo, resultaría reduccionista encasillar a Fidel en un nacionalismo estrecho o en un soberanismo endogámico que pretendiera agotar el proyecto revolucionario «en un solo país». Sus intervenciones, especialmente desde la década de 1970, reflejan la noción más radical de la solidaridad internacional y, con ella, la ampliación de la noción de liberación nacional.

Fidel comprendió que la soberanía de una nación solo es plenamente efectiva si todas gozan de la misma prerrogativa; es decir, si existen las condiciones para que el derecho a la autodeterminación pueda ser ejercido en igualdad de condiciones por una potencia o por un país pequeño. Allí aflora la dimensión radicalmente comunista de su pensamiento: la extinción paulatina de las tutelas estatales e imperiales solo es viable en la medida en que todos los pueblos accedan al ejercicio pleno de su soberanía. Fidel, cuyo origen ideológico había partido del nacionalismo revolucionario, avanza hacia el socialismo al situar la cooperación y la solidaridad desinteresada como premisas de la acción política.

Esta orientación se tradujo en el respaldo activo de parte de Cuba a las luchas en Vietnam y en África. El papel de los combatientes cubanos en la liberación de diversos países del continente africano y en la aceleración del fin del régimen racista del apartheid es bien conocido. Lejos de negar la soberanía, el internacionalismo la expandía como un principio universal de respeto mutuo. El pueblo cubano pagó un alto costo en vidas, recursos y presiones diplomáticas por sostener esa política exterior solidaria. Una lección histórica que no puede ser olvidada ni menoscabado el reconocimiento de las voluntades que combatieron a miles de kilómetros en favor de la liberación de los pueblos, pues ello configura un nivel de compromiso destacable y es expresión de esa otra cara del socialismo cubano.

Fidelidad revolucionaria, pese a todo

Buena parte de los textos de la antología se sitúan en la compleja encrucijada entre la ofensiva neoliberal y el derrumbe de la experiencia del socialismo soviético. En aquel momento, la presión de la intelectualidad liberal, los medios masivos de comunicación y los centros de poder buscaba doblegar a Cuba para forzarla a ceder ante el canto del cisne de las transiciones neoliberales que pulularon por el continente. Sostener la fidelidad revolucionaria implicó altísimos costos sociales, políticos y económicos, pero preservó la independencia nacional frente a los dictados de la privatización y el despojo en nombre de la democracia liberal. Frente al abandono de antiguos aliados —especialmente la intelectualidad desencantada que afloró por aquellos años—, la resistencia cubana evitó el colapso y la derechización que afectaron a otras latitudes.

A tres décadas de distancia, destaca no solo la firmeza doctrinaria de aquel rumbo, sino la pervivencia de un proyecto que, con sus defectos y contradicciones, mantuvo siempre un espíritu de solidaridad y un horizonte de construcción de un mundo solidario y fraterno. El contraste resulta elocuente ante una Europa del Este tironeada desde la «transición» hacia formas fascistas, operando como verdaderos enclaves coloniales del poder imperial y como fuente de inspiración para las actuales corrientes derechistas globales. Frente a ese espejo, Cuba continuó su marcha como ejemplo de dignidad e independencia.

Las lecciones de aquel período deberán discutirse con la frialdad que solo habilita el paso del tiempo. La negativa a sumarse al carro de la glásnost y la perestroika, optando en su lugar por el Proceso de Rectificación de Errores, fue una decisión crucial. En ella se dirimió el debate sobre el valor, el mercado y el trabajo, algo que, más allá del caso cubano, debería involucrar a las izquierdas de manera global, toda vez que ahí se juega el destino mismo de los proyectos poscapitalistas. Recuperando el viejo debate protagonizado por el Che Guevara en los años sesenta, aquella discusión debió volver a plantearse, aunque en un escenario adverso y con escaso margen para la innovación. Dicha coyuntura obligó a abandonar las certidumbres dogmáticas del modelo soviético para interrogarse críticamente sobre la naturaleza de la transición socialista. En ese marco, sostener la cohesión entre pueblo y Estado resultó determinante: la experiencia de Europa del Este demostró que la penetración del capital es más devastadora allí donde las élites se fragmentan y su divorcio con el entramado popular es más profundo.

La tenacidad del líder, la voluntad del pueblo cubano por mantener su independencia y los cambios operados desde fines de los noventa en América Latina abrieron un escenario diferente al comenzar el siglo XXI, momento en que la presencia de Fidel en el espacio público comenzaba a declinar. La presencia de Cuba como referencia histórica contribuyó a alimentar las sucesivas olas de gobiernos populares y progresistas en la región.

Trinchera de ideas ofrece insumos valiosos tanto para profundizar la reflexión sobre el socialismo como para examinar con sentido crítico las encrucijadas del movimiento revolucionario cristalizado como proyecto político y estatal. Cuba, como cualquier sociedad, puede ser criticada pero a condición de situar las coordenadas históricas de sus decisiones y examinando las correlaciones de fuerza concretas, lejos de moralismos o abstracciones teóricas.

Hoy, a la distancia, resulta evidente que ningún país puede realizar plenamente su independencia rodeado de Estados vasallos, y que el sacrificio prolongado de una población no es deseable ni sostenible de manera indefinida. El pueblo cubano debería ser libre de decidir con quien intercambiar, dialogar y negociar. Libre debería ser también para elegir sus formas de organización política, su modelo económico y su cultura sin el estrangulamiento de un bloqueo tan violento como ilegítimo. Pero, en lugar de ello, en este 2026 el recrudecimiento del cerco energético evidencia la gravedad de la situación y la tibia respuesta de muchos gobiernos de la región. El pueblo de Cuba merece el ejercicio pleno de su soberanía. El poder imperial que la asfixia, junto a sus acólitos académicos, periodísticos e intelectuales, pasarán a la memoria histórica como los copartícipes del sufrimiento de todo un pueblo.

La cita martiana que da título a la obra condensa el núcleo de la impronta ideológica de Fidel: las «trincheras de ideas» son aquellas donde el acumulado histórico de los combates del pasado sirve como pertrecho para las batallas del presente; donde la herencia intelectual construye los horizontes de futuro.

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