Al generale d’Armata Raúl Castro si deve una delle più precise valutazioni fatte riguardo al Comandante che mise Cuba sulla mappa del mondo: “Fidel è Fidel, lo sappiamo bene tutti, Fidel è insostituibile e il popolo continuerà la sua opera quando non ci sarà più fisicamente. Anche se ci saranno sempre le sue idee, che hanno reso possibile innalzare il baluardo di dignità e giustizia che il nostro paese rappresenta”.
Assunte — cioè: abbracciate — dalla Presidenza di Cuba, che le ha riprodotte sottoscritte dal presidente, Miguel Díaz-Canel, queste parole riassumono ponderazione di un passato che non cessa, e proiezione di un dovere a cui non è permesso cessare senza incorrere in una diserzione punibile.
Sarebbe disertare da una delle grandi missioni storiche del popolo cubano, seminata nel cammino che iniziò il 10 ottobre 1868 con Carlos Manuel de Céspedes, il Padre della Patria, alla testa, e accresciuta nel suo tempo e verso l’avvenire nel lascito di José Martí, l’Apostolo di molto più che la sua indipendenza. Tale fu il cammino che fece suo, affinché perdurasse, il lottatore rivoluzionario che si caricò sulle spalle il compito di impedire che Cuba lasciasse morire il suo Apostolo a 100 anni dalla sua nascita.
Vale ricordarlo sempre, e ancor più quando si compie un altro secolo seminatore, proprio quello del rivoluzionario che sarebbe un crimine di lesa patria a nostro carico accettare che il suo lascito perisse. Non solo perché non tolleriamo quel crimine, ma perché non diamo nemmeno spazio mentale a quella possibilità, si innalzano le potenzialità riconosciute in lui da Raúl Castro.
Si parla qui di una fratellanza che non si esaurisce nella circostanza del sangue, poiché si estende e si afferma nell’affinità ideologica. Una fratellanza che non dà spazio alla possibilità del fratricidio simbolico che forse in diversi luoghi riaffiora ripetutamente nei domini della storia, della letteratura e della psicologia.
Da qui il peso dell’azzeccatezza, di una realtà che non sta nella mera reiterazione di valore simbolico, che “Fidel è Fidel” — con il verbo così, è, al presente — e, quindi, risulta insostituibile, salvo da quella maggioranza che si chiama popolo cubano, e che merita di essere curata affinché continui a essere sempre maggioranza.
Dalla verità concentrata in quella affermazione derivano evidenze concrete, come che Fidel continua e continuerà a essere il Comandante in Capo della Rivoluzione e, quindi, il suo Leader. Il Leader con i cui insegnamenti siamo e saremo non impegnati — termine che porta con sé qualcosa come di polso forzato —, ma responsabilizzati affettivamente e concettualmente nella lealtà all’amore patrio e ai suoi grandi coltivatori. E tra essi spicca per forza e attualità inesauribile e inesaurita il rivoluzionario che sapeva di avere il diritto di dire: “La storia mi assolverà”.
Se la sua morte fisica sorprese e colpì i rivoluzionari della sua patria, e del mondo, non fu solo né fondamentalmente perché avremmo voluto supporlo immortale, ciò che avrebbe significato disconoscere ogni razionalità. Il colpo e la sorpresa vennero a mettere sul tappeto quotidiano qualcosa che i suoi seguaci temevano: la dose — qualunque essa fosse, e non poteva essere piccola — di smarrimento in cui le idee rivoluzionarie, fondatrici, del Leader insostituibile potevano rimanere dopo la sua assenza fisica.
La storia dei movimenti giustizieri — da quelli di segno religioso fino ai più apertamente politici, diciamo: dal cristianesimo originario fino alla trasformazione scatenata in Russia con la Rivoluzione d’Ottobre — mostrano due verità rotonde e angosciose, sebbene ineludibili: la relazione tra questi movimenti e le loro guide, e il colpo che per i primi ha significato la morte dei secondi.
Questa è una relazione che, per di più, i nemici degli ideali emancipatori incarnati nelle loro guide maggiori hanno maneggiato con subdola astuzia: da Cristo fino a Lenin e da allora in poi, in un cammino di confronti dei quali approfittatori usurpatori, transfughi, hanno saputo trarre profitto.
Qui risiede l’importanza che, nel caso cubano, per circoscrivere a esso le presenti righe, il popolo sappia — e così si senta e agisca — che è il vero continuatore dell’opera e delle idee del suo Comandante in Capo, del suo Leader. In tale certezza gli spetta mettere in pratica le idee di Ernesto Che Guevara in Il socialismo e l’uomo a Cuba, esponendo come vedeva lui la relazione guida/avanguardia/popolo nella Rivoluzione Cubana.
Queste sono le sue parole: “Così andiamo camminando. Alla testa dell’immensa colonna — non ci vergogna né ci intimidisce dirlo — va Fidel, dopo, i migliori quadri del Partito, e immediatamente, così vicino che si sente la sua enorme forza, va il popolo nel suo insieme; solida armatura di individualità che camminano verso un fine comune; individui che hanno raggiunto la coscienza di ciò che è necessario fare; uomini che lottano per uscire dal regno della necessità ed entrare in quello della libertà.”
Possiamo avere l’impressione che il Che, più che una realtà, definisse in questi termini la sua aspirazione riguardo a un dover essere che convocava le masse: con maggiore chiarezza concettuale, il popolo. Ma ci spetta avere, soprattutto, la decisione che quel dover essere si converta definitivamente in norma e pratica quotidiana del funzionamento sociale cubano.
Si tratta nientemeno che di una dinamica sociale chiamata a fare sì che il progetto rivoluzionario continui a essere quello, rivoluzionario, in mezzo a quante sfide e quante forze nemiche tentino di farlo fallire in un mondo dove si espande brutalmente il fascismo. Che queste forze nemiche possano essere non solo quelle di un impero potente e criminale, e i suoi alleati, ma anche quelle dell’inerzia di cattive abitudini nell’esercizio del comando e in ciò che deve essere la difesa dei diritti e delle prerogative del popolo, le rende particolarmente pericolose.
Fidel ci “ha male abituato” ad avere la sicurezza che ci dirigeva un essere straordinario — diciamolo presto: un genio —, ma nel mondo i governi sono occupati da persone normali e persino normalotte. Riempire il vuoto che inevitabilmente la morte del Comandante ci avrebbe lasciato, rafforza il dovere che abbiamo di curare collettivamente la pulizia del progetto, e la chiarezza di vedute di ideali che non potrebbero accontentarsi di vedersi liberi da un “capitalismo non predatore”. La ragione è semplice e tremenda: la qualità di predatore è una caratteristica di base e generale del capitalismo.
Nelle cure che dobbiamo avere con gli ideali che elevarono Cuba a essere un esempio per i popoli e una fonte di speranze per i rivoluzionari di tutto il mondo, c’è qualcosa che deve avere un posto eminente: non confondere passi che potrebbero essere ineludibili con le mete che un progetto rivoluzionario come quello cubano illuminato da Fidel non può permettersi di perdere di vista e, tanto meno, escludere dalle sue aspirazioni strategiche. Il pensiero di Fidel fu, è, irriducibile a rassegnazioni pragmatiche.
Risulta indispensabile che le diverse istituzioni e organizzazioni del paese, e i dirigenti e le autorità che le rappresentano, adempiano pienamente il loro compito e, soprattutto, che il popolo conosca il suo e lo faccia valere, anche se a volte ci lascia la pelle nel tentativo. E in queste istituzioni spetta un luogo rilevante alla comunicazione sociale.
Questo include i dirigenti che devono spiegare e spiegare, con solidi argomenti veri, i compiti tracciati e le misure che si assumono, anche se non è più, né meno — come è stato ricordato nel Colloquio Internazionale per il Centenario di Fidel —, che l’aumento di qualche centesimo nel prezzo del litro di olio.
Il compito comunicazionale necessario fallirebbe se rinunciasse a essere persuasivo e si prendesse come questione di ordine e comando, o di qualcosa per cui semplicemente si accetta che non c’è altra via d’uscita. Può presentarsi la necessità di dibattere, non solo dettare soluzioni, e in ciò sembra che non si debba continuare a scommettere su un’unanimità compiacente contro la quale si è pronunciato in particolare il combattente rivoluzionario di alta gerarchia che ebbe chiaro che “Fidel è Fidel”. Sebbene tale unanimità si pensi in nome della necessaria unità, che non sarebbe sana se si basasse su fallacie o incoerenze.
Naturalmente, all’interno della comunicazione sociale deve svolgere un ruolo di primo ordine un compito che non la esaurisce, ma la rappresenta per antonomasia: la stampa. Non c’è il minimo dubbio che nel paese — e non solo all’Avana, che è la capitale della nazione, ma non la sostituisce, e spesso non è nemmeno il territorio dove circolano i testi giornalistici più chiarificatori e fertili — ci sono professionisti che realizzano con alto grado di efficienza il loro lavoro. Ma questo non basta.
In ogni momento si richiede il miglior rendimento istituzionale della stampa nel suo insieme, e ancor più quando si sollevano misure il cui successo non è garantito in anticipo da mandato divino, né, anche se si raggiungesse, il successo le libererebbe da rischi che non vale ignorare né minimizzare.
Su di essi risulta ineludibile non solo informare bene il popolo, ma ascoltare, attendere — più che udire — i suoi criteri, basati sulla saggezza collettiva e avallati dal diritto che dà loro il fatto che il popolo sarà chi più soffrirà le conseguenze di risultati indesiderabili.
Quel dialogo — sì, dialogo, non mera informazione verticale — deve radicarsi nella convinzione che si tratta di dare continuità a ciò che, in data cruciale, vigilia dell’aggressione mercenaria, imperialista, di Playa Girón, il Comandante e Leader della Rivoluzione la definì come opera “degli umili, per gli umili e per gli umili”, una rivoluzione — può aggiungersi senza mancare allo spirito di quella guida insostituibile — contraria di radice e per natura alla corruzione e a forme di questa che, come il nepotismo, potrebbero infettarla letalmente.
La fedeltà a questi ideali è il miglior omaggio che possiamo rendere a Fidel nel suo Centenario.
(Tratto da Cubaperiodistas)
Nuestro guía, en su Centenario
Por: Luis Toledo Sande
Al general de Ejército Raúl Castro se debe una de las más precisas valoraciones hechas acerca del Comandante que puso a Cuba en el mapa del mundo: “Fidel es Fidel, todos lo sabemos bien, Fidel es insustituible y el pueblo continuará su obra cuando ya no esté físicamente. Aunque siempre lo estarán sus ideas, que han hecho posible levantar el bastión de dignidad y justicia que nuestro país representa”.
Asumidas —que, es decir: abrazadas— por la Presidencia de Cuba, que las reprodujo suscritas por el presidente, Miguel Díaz-Canel, esas palabras resumen ponderación de un pasado que no cesa, y proyección de un deber al que no le está permitido cesar sin que se incurra en deserción punible.
Sería desertar de una de las grandes misiones históricas del pueblo cubano, sembrada en el camino que se inició el 10 de Octubre de 1868 con Carlos Manuel de Céspedes, el Padre de la Patria, a la cabeza, y acendrada en su tiempo y hacia el porvenir en el legado de José Martí, el Apóstol de mucho más que su independencia. Tal fue el camino que hizo suyo, para que perdurase, el luchador revolucionario que echó sobre sus hombros la tarea de impedir que Cuba dejara morir a su Apóstol a cien años de su nacimiento.
Vale recordarlo siempre, y aún más cuando se cumple otro siglo sembrador, precisamente el del revolucionario que sería un crimen de lesa patria a nuestra cuenta aceptar que su legado pereciera. No solo para que no toleremos ese crimen, sino para que ni siquiera demos cabida mental a esa posibilidad, se alzan las potencialidades reconocidas en él por Raúl Castro.
Se habla aquí de una hermandad que no se agota en la circunstancia de la sangre, pues se extiende y se afirma en la afinidad ideológica. Una hermandad que no da cabida a la posibilidad del fratricidio simbólico que acaso en distintos lares asome reiteradamente en los dominios de la historia, la literatura y la sicología.
De ahí el peso del acierto, de una realidad que no cabe en la mera reiteración de valor simbólico, de que “Fidel es Fidel” —con el verbo así, es, en presente— y, por tanto, resulta insustituible, salvo por esa mayoría que se llama el pueblo cubano, y que merece cuidarse para que siga siendo siempre mayoría.
De la verdad concentrada en aquella afirmación se derivan evidencias concretas, como que Fidel continúa y continuará siendo el Comandante en Jefe de la Revolución y, por tanto, su Líder. El Líder con cuyas enseñanzas estamos y estaremos no comprometidos —término que carga con algo como de pulso forzado—, sino responsabilizados afectiva y conceptualmente en la lealtad al amor patrio y a sus grandes cultivadores. Y entre ellos sobresale por fuerza y actualidad inagotable e inagotada el revolucionario que se sabía con derecho a decir: “La historia me absolverá”.
Si su muerte física sorprendió y golpeó a los revolucionarios de su patria, y del mundo, no fue solo ni básicamente porque hubiéramos querido suponerlo inmortal, lo que habría significado desconocer toda racionalidad. El golpe y la sorpresa vinieron a poner en el tapete cotidiano algo a lo que sus seguidores temían: la dosis —cualquiera que ella fuese, y no podría ser pequeña— de desamparo en que las ideas revolucionarias, fundadoras, de El Líder insustituible podían quedar tras su ausencia física.
La historia de los movimientos justicieros —desde los de signo religioso hasta los más ostensiblemente políticos, dígase: desde el cristianismo originario hasta la transformación desatada en Rusia con la Revolución de Octubre— muestran dos verdades rotundas y angustiosas, aunque sean ineludibles: la relación entre esos movimientos y sus guías, y el golpe que para los primeros ha significado la muerte de los segundos.
Esa es una relación que, por añadidura, han manejado con aviesa astucia los enemigos de los ideales emancipadores encarnados en sus guías magnos: de Cristo hasta Lenin y de entonces hacia acá, en un camino de confrontaciones de las cuales oportunistas usurpadores, tránsfugas, han sabido sacar provecho.
Ahí radica la importancia de que, en el caso cubano, para ceñir a él las presentes líneas, el pueblo sepa —y así se sienta y actúe— que es el verdadero continuador de la obra y las ideas de su Comandante en Jefe, de su Líder. En tal certeza le cabe poner en práctica las ideas de Ernesto Che Guevara en El socialismo y el hombre en Cuba, al exponer cómo veía él la relación líder/vanguardia/pueblo en la Revolución Cubana.
Estas son sus palabras: “Así vamos marchando. A la cabeza de la inmensa columna —no nos avergüenza ni nos intimida el decirlo— va Fidel, después, los mejores cuadros del Partido, e inmediatamente, tan cerca que se siente su enorme fuerza, va el pueblo en su conjunto; sólida armazón de individualidades que caminan hacia un fin común; individuos que han alcanzado la conciencia de lo que es necesario hacer; hombres que luchan por salir del reino de la necesidad y entrar al de la libertad”.
Podemos tener la impresión de que el Che, más que una realidad, definía en esos términos su aspiración en cuanto a un deber ser que convocaba a las masas: con mayor claridad conceptual, al pueblo. Pero nos corresponde tener, sobre todo, la decisión de que ese deber ser se convierta definitivamente en norma y práctica diaria del funcionamiento social cubano.
Se trata nada menos que de una dinámica social llamada a lograr que el proyecto revolucionario siga siendo eso, revolucionario, en medio de cuanto desafío y cuantas fuerzas enemigas intenten hacerlo fracasar en un mundo donde se explaya burdamente el fascismo. Que esas fuerzas enemigas puedan ser no solo las de un imperio poderoso y criminal, y sus aliados, sino también las de la inercia de malos hábitos en el ejercicio del mando y en lo que debe ser la defensa de los derechos y prerrogativas del pueblo, las hace particularmente peligrosas.
Fidel nos “mal acostumbró” a tener la seguridad que nos dirigía un ser extraordinario —dígase pronto: un genio—, pero en el mundo los gobiernos están copados por personas normales y hasta normalitas. Llenar el vacío que inevitablemente la muerte del Comandante nos dejaría, refuerza el deber que tenemos de cuidar colectivamente la limpieza del proyecto, y la claridad de miras de ideales que no podrían contentarse con verse libres de un “capitalismo no depredador”. La razón es sencilla y tremenda: la cualidad de depredador es una característica básica y general del capitalismo.
En los cuidados que debemos tener con los ideales que elevaron a Cuba a ser un ejemplo para pueblos y una fuente de esperanzas para los revolucionarios de todo el mundo, hay algo que debe tener un lugar eminente: no confundir pasos que pudieran ser ineludibles con las metas que un proyecto revolucionario como el cubano iluminado por Fidel no puede permitirse perder de vista y, mucho menos, excluir de sus aspiraciones estratégicas. El pensamiento de Fidel fue, es, irreductible a resignaciones pragmáticas.
Resulta indispensable que las distintas instituciones y organizaciones del país, y los dirigentes y autoridades que las representan, cumplan plenamente su cometido y, sobre todo, que el pueblo conozca el suyo y lo haga valer, aunque a veces deje su piel en el intento. Y en esas instituciones le corresponde un lugar relevante a la comunicación social.
Eso incluye a los dirigentes que deben explicar y explicar, con sólidos argumentos verdaderos, las tareas trazadas y las medidas que se asuman, aunque no sea más, ni menos —como se ha recordado en el Coloquio Internacional por el Centenario de Fidel—, que el aumento de unos centavos en el precio del litro de aceite.
La tarea comunicacional necesaria fracasaría si renunciara a ser persuasiva y se tomara como cuestión de ordeno y mando, o de algo para lo que sencillamente se acepta que no hay otra salida. Puede presentarse la necesidad de debatir, no solo dictar soluciones, y en eso parece que no se debe seguir apostando a una unanimidad complaciente contra la cual se ha pronunciado en particular el combatiente revolucionario de alta jerarquía que tuvo claro que “Fidel es Fidel”. Aunque tal unanimidad se piense en nombre de la necesaria unidad, que no sería sana si se basara en falacias o inconsistencias.
Naturalmente, dentro de la comunicación social debe cumplir un papel de primer orden una tarea que no la agota, pero la representa por antonomasia: la prensa. No hay la menor duda de que en el país —y no solo en La Habana, que es la capital de la nación, pero no la sustituye, y a menudo no es ni siquiera el territorio donde circulan los textos periodísticos más esclarecedores y fértiles— hay profesionales que realizan con alto grado de eficiencia su labor. Pero eso no basta.
En todo momento se requiere el mejor desempeño institucional de la prensa en su conjunto, y aún más cuando se plantean medidas cuyo éxito no está garantizado de antemano por mandato divino, ni, aunque se alcanzara, el éxito las libraría de riesgos que no vale desconocer ni minimizar.
Sobre ellos resulta insoslayable no solo informar bien al pueblo, sino escuchar, atender —más que oír— sus criterios, basados en la sabiduría colectiva y avalados por el derecho que les da el hecho de que el pueblo será quien más sufra las consecuencias de resultados indeseables.
Ese diálogo —sí, diálogo, no mera información vertical— debe afincarse en la convicción de que se trata de dar continuidad a lo que, en fecha crucial, vísperas de la agresión mercenaria, imperialista, por Playa Girón, el Comandante y Líder de la Revolución la definió como obra “de los humildes, por los humildes y para los humildes”, una revolución —puede añadirse sin faltar al espíritu de ese guía insustituible— contraria de raíz y por naturaleza a la corrupción y formas de esta que, como el nepotismo, podrían infectarla letalmente.
La fidelidad a esos ideales es el mejor homenaje que podemos rendirle a Fidel en su Centenario.
(Tomado de Cubaperiodistas)
