Fidel

José Ernesto Novaez Guerrero (*)

Disegno di René de la Nuez Robaina (**)

Pochi dirigenti nella storia recente sono stati tanto vituperati dalla grande stampa corporativa e dai suoi campioni quanto Fidel Castro. Il Comandante della Rivoluzione cubana è, senza dubbio, una delle figure indispensabili nella storia dell’America e questo spiega, in parte, l’assassinio simbolico permanente a cui la sua figura è stata e viene sottoposta. Nel suo centenario, conviene puntare alcune idee sulla figura e il significato di questo grande dirigente.

L’uomo

Coloro che hanno avuto la fortuna di visitare la casa natale di Fidel Castro, nel piccolo villaggio holguinero di Birán, possono farsi un’idea chiara delle sue origini. Senza essere figlio di uno dei grandi proprietari della Cuba pre-rivoluzionaria, Fidel era, tuttavia, figlio di una famiglia con risorse.

Suo padre, emigrato spagnolo, aveva saputo costruire una piccola fortuna e farsi di terre, che gli permettevano di sostenere una famiglia numerosa, garantirle un buon livello di vita e una buona educazione. Questa educazione lo portò prima a Santiago di Cuba, la seconda città più importante del paese, e poi a studiare giurisprudenza all’Avana, dove poté integrarsi pienamente al processo di maturazione e lotta politica della sua generazione.

Membro della gioventù ortodossa, con un intrinseco senso della giustizia, Fidel, al pari di tutta la sua generazione, risentì profondamente il suicidio di Eduardo Chibás. La morte del dirigente ortodosso, soffocato dalla corruzione e putredine dei governi autentici, fu un colpo formidabile e quasi scoraggiante per una gioventù formatasi nel fallimento della rivoluzione del ’30 e che vedeva scivolarle tra le dita gli aneliti di redenzione e riforma nazionale.

Il colpo di stato di Batista nel marzo 1952 sembrava la sentenza finale. Tornavano i militari e le caserme a imporsi sul destino della nazione. E lo facevano al servizio degli interessi del grande capitale nordamericano. Batista era, nuovamente, l’uomo duro che avrebbe ristabilito l’ordine e la sicurezza. Con lui sarebbero finite le lotte gangsteristiche, gli omicidi su commissione, le rapine. L’esercito avrebbe assicurato la tranquillità necessaria affinché il denaro nordamericano, incluso quello della mafia, potesse realizzare i suoi “business as usual”.

Nel processo, ogni libertà sarebbe stata offesa e ogni opposizione violentemente messa a tacere. Quanto guadagnato con la Costituzione del ’40 diventava lettera morta.

La differenza è che la generazione emersa in quegli anni alla vita politica, soprattutto la sua ala più rivoluzionaria, non era disposta ad accettare quell’ordine di cose. Fidel fu il leader naturale di quel processo di ribellione. Fu colui che seppe capeggiare l’audace assalto al Moncada, che sebbene fu un fallimento dimostrò due cose fondamentali: la brutalità sanguinaria del regime di Batista, che perseguitò e massacrò i sopravvissuti dell’azione, e l’esistenza di uno spirito di ribellione disposto a dare la lotta per una Cuba migliore.

Quello spirito non fu piegato né dalla prigione, né dall’esilio, né dalla sconfitta. Nel suo discorso di autodifesa, conosciuto poi come “La storia mi assolverà”, Fidel lasciò chiare le rivendicazioni di giustizia sociale e sovranità che erano alla base di tutto il movimento rivoluzionario.

Anche il caso, che svolge un ruolo nella storia, determinò la sua sopravvivenza in condizioni molto difficili, dopo l’assalto al Moncada, nella sconfitta di Alegría de Pío, nei numerosi bombardamenti e combattimenti della Sierra (la sua temerarietà era tale che dopo il combattimento di El Uvero, il Che e vari ufficiali gli indirizzarono una lettera chiedendogli di non esporsi inutilmente), i più di 600 attentati contro di lui.

Le sue condizioni intellettuali, la sua lucidità politica di non lasciarsi trascinare in nessuno dei patti e dei cablaggi che si forgiarono intorno a lui in numerose occasioni, le sue capacità militari e poi le sue doti di leader popolare quando trionfò la Rivoluzione, lo convertirono in leader indiscusso del processo e espressione delle aspirazioni di tutto un popolo.

Il politico

Come politico Fidel seppe superare scenari molto complessi. Il trionfo della Rivoluzione segnò anche l’inizio di un’escalation di aggressività senza precedenti contro Cuba. Era inammissibile per il potere nordamericano l’esistenza di una Rivoluzione trionfante in un continente che era il suo cortile di casa. Una Rivoluzione che smontava i dogmi di destra e di sinistra, dimostrando che era possibile vincere contro un esercito professionale con una guerriglia inferiore in numero e in armi e che era inoltre possibile farlo da un piccolo paese neocoloniale, senza grandi risorse naturali.

Quella Rivoluzione dovette superare internamente l’aggressione più o meno aperta della grande e media borghesia nazionale, che si manifestò tanto in forma di ricatto quanto in aggressioni di diversa natura. Band armate, finanziate e addestrate dagli Stati Uniti e dalle oligarchie criolle proliferarono in diverse regioni del paese, seminando paura e distruzione. Attacchi pirata, sabotaggi, bombardamenti, assassinii, furti. Importanti figure del governo rivoluzionario di quei primi anni finirono per tradire per azione od omissione, inclusi capi militari come il primo comandante della forza aerea, Díaz Lang (che disertò su un aereo rubato negli USA e tornava regolarmente a far cadere granate in centrali strade dell’Avana) o Hubert Matos, comandante della regione militare di Camagüey. Anche il primo presidente del governo rivoluzionario, Urrutia, il primo presidente della Banca Centrale, ecc. Una buona parte dei professionisti del paese emigrò all’estero e persino la chiesa cattolica si prestò a infami campagne di diffamazione, come la tristemente celebre Operazione Peter Pan.

Sul piano internazionale sanzioni, minacce, ricatti economici. Persecuzione e diffamazioni dell’OEA e di diversi governi alleati degli Stati Uniti in altre latitudini. Numerosi paesi dell’America Latina, obbedendo a pressioni, ruppero relazioni di ogni tipo con Cuba. Nel marzo 1960 esplose nel porto dell’Avana, prodotto di sabotaggi, la nave francese La Coubre, causando la morte di quasi cento persone e più di 200 feriti. Nell’aprile 1961, aerei provenienti dall’Honduras bombardarono diversi aeroporti civili cubani e pochi giorni dopo 1.500 mercenari cubani, armati e addestrati dalla CIA e con il sostegno della Marina statunitense, sbarcarono a Playa Girón, iniziando un’invasione che fu sconfitta in meno di 72 ore e i cui prigionieri furono scambiati al governo nordamericano con marmellate per bambini e macchinari agricoli.

Nel 1962 Cuba si vide coinvolta nella famosa Crisi dei Missili, la quale si risolse con un accordo tra potenze lasciando Cuba fuori, ciò che provocò una degna risposta di Fidel a nome del popolo rivoluzionario.

In mezzo a quel turbine politico, Fidel seppe condurre ed esprimere gli stati d’animo e le aspettative del popolo e dei membri della direzione rivoluzionaria. Seppe costruire la necessaria unità tra le forze rivoluzionarie e manovrare con fermezza nello scenario internazionale.

La Rivoluzione si tradusse immediatamente in una Legge di Riforma Agraria che ruppe la spina dorsale della grande proprietà terriera nel paese e consegnò la terra a coloro che la lavoravano. In una massiccia campagna di alfabetizzazione. In programmi di salute, di edilizia abitativa, in decine di migliaia di borse di studio per studenti di tutti i livelli. Nella creazione di un massiccio sistema di protezione e diffusione della cultura che la metteva a portata del popolo. Nella creazione di occupazione.

Fidel seppe costruire l’egemonia all’interno del processo da una concezione dinamica della realtà, che derivava le chiavi del suo agire politico da una comprensione profonda delle diverse tappe che gli toccò superare. Riuscì a preservare l’autonomia politica e le essenze particolari del processo cubano nei suoi anni di maggiore relazione con l’URSS e il campo socialista e, dopo il crollo in Europa dell’Est, seppe riconfigurare in uno scenario molto complesso la possibilità di esistenza e permanenza del socialismo e delle sue conquiste a Cuba.

Ma Fidel fu anche uno straordinario educatore popolare, che in lunghi e affollati discorsi formò nel popolo una nuova concezione della storia e del ruolo di Cuba nella scena latinoamericana e mondiale. Sotto la leadership di Fidel Cuba passò dall’essere una piccola isola zuccheriera a essere una nazione che si arrogava il diritto di esporre, denunciare e combattere il regime coloniale e neocoloniale. A sostenere i movimenti indipendentisti di tutti i continenti, a inviare medici, insegnanti, allenatori sportivi in tutte le latitudini del pianeta. Nessun’altra nazione nell’emisfero occidentale ha dispiegato un’attività internazionale così ampia e generosa. La direzione politica di Fidel dimostrò al popolo cubano che poteva saltare molto al di sopra della sua stessa statura, che la dimensione di una nazione è definita dall’eroismo e dalla generosità delle sue donne e uomini, e non dai fardelli imposti del colonialismo e del sottosviluppo.

Il simbolo

La figura di Fidel incarna gli ideali di sovranità e giustizia sociale di una nazione ed è l’espressione che è possibile costruire una nazione più giusta e inclusiva anche nelle circostanze più avverse. È anche un fattore di unità chiave per la continuità nel tempo del processo cubano.

Per erodere la sua dimensione simbolica, ricorrono costantemente a menzogne e mezze verità. Si compiacciono di possibili errori, di voci, di episodi puntuali della storia recente, di testimonianze opportuniste. Senza dubbio, come uomo e come politico commise errori, ma questi vengono anche di pari passo con grandi successi, con successi chiave per la sussistenza, più di 60 anni dopo, di una Rivoluzione come quella cubana. La sua condizione umana sostenne la sua condizione simbolica, e la sua coerenza come uomo determina in buona misura la dimensione della sua figura.

Il suo pensiero, come ogni pensiero vivo, deve essere soggetto a un dialogo permanente. Niente di più estraneo alla sua concezione della politica dell’immobilità delle idee e dei popoli. In un momento in cui una delle forme più efficaci di assassinio simbolico è la mummificazione o la mercantilizzazione (si pensi a ciò che tentarono con Lenin o il Che), il dovere dei rivoluzionari di tutte le parti è dibattere, discutere e creare.

Marx diceva che le idee si convertono in potere materiale quando si impadroniscono delle masse. Fidel vive oggi, precisamente, perché il suo simbolo rimane come prova che è possibile fare una Rivoluzione con gli umili, per gli umili e per gli umili e persistere in quell’intento contro l’ostilità e la persecuzione del maggior potere imperiale della storia.

(*) José Ernesto Novaez Guerrero, Scrittore e giornalista cubano. Membro dell’Associazione Hermanos Saíz (AHS) e dell’Unione Nazionale degli Scrittori e Artisti di Cuba (UNEAC). Membro del capitolo cubano della REDH. Collabora con diversi media del suo paese e dell’estero.

(**) René de la Nuez Robaina. NUEZ. Cuba. (San Antonio de Los Baños, 8 settembre 1937 – L’Avana, 6 gennaio 2015) fu un caricaturista, umorista, giornalista, artista plastico e professore cubano. Laureato in Giornalismo presso l’Università dell’Avana. Membro dell’Unione dei Giornalisti di Cuba (UPEC) e dell’Unione degli Scrittori e Artisti di Cuba (UNEAC). Fu il creatore nel 1957 del personaggio El Loquito che diventava un’icona della critica alla dittatura di Fulgencio Batista. Alla fine del 1957 ottenne per concorso una striscia comica sul giornale Información, il cui personaggio chiama “Napo-León”. Nel 1959, cominciò a disegnare per il giornale Revolución e collaborò in quasi tutta la stampa rivoluzionaria. Creò il personaggio di “Don Cizaño” che rappresentava la stampa reazionaria (contraffigura del “Loquito”). Nel 1965 il giornale Revolución divenne il quotidiano Granma, organo in cui lavorò molti anni come caricaturista editoriale. Tra il 1968 e il 1970 ricoprì il ruolo di direttore del settimanale umoristico Palante. Risultati di diverse inchieste internazionali lo includono tra i cento migliori caricaturisti del mondo.


Fidel

José Ernesto Novaez Guerrero (*) Dibujo René de la Nuez Robaina (**)

 

Pocos líderes en la historia reciente han sido tan vilipendiados por la gran prensa corporativa y sus adalides como Fidel Castro. El Comandante de la Revolución cubana es, sin dudas, una de las figuras indispensables en la historia de América y esto explica, en parte, el asesinato simbólico permanente al que fue y es sometida su figura. En su 100 aniversario, conviene apuntar algunas ideas sobre la figura y el significado de este gran líder.

El hombre

Los que han tenido la suerte de visitar la casa natal de Fidel Castro, en el pequeño poblado holguinero de Birán, se pueden hacer una idea clara de sus orígenes. Sin ser hijo de uno de los grandes propietarios de la Cuba prerevolucionaria, Fidel era, no obstante, hijo de una familia con recursos.

Su padre, emigrado español, había sabido construir una pequeña fortuna y hacerse de tierras, que le permitían sustentar a una familia numerosa, garantizarle un buen nivel de vida y una buena educación. Esta educación lo llevó primero a Santiago de Cuba, la segunda ciudad más importante del país, y luego a estudiar derecho en La Habana, donde pudo integrarse de lleno al proceso de maduración y lucha política de su generación.

Miembro de la juventud ortodoxa, con un intrínseco sentido de la justicia, Fidel, al igual que toda su generación, resintió profundamente el suicidio de Eduardo Chibás. La muerte del líder ortodoxo, ahogado por la corrupción y podredumbre de los gobiernos auténticos, fue un golpe formidable y casi descorazonador para una juventud formada en el fracaso de la revolución del 30 y que veía como se le escurría entre los dedos los anhelos de redención y reforma nacional.

El golpe de estado de Batista en marzo de 1952 parecía la sentencia final. Volvían los militares y los cuarteles a imponerse sobre el destino de la nación. Y lo hacían al servicio de los intereses del gran capital norteamericano. Batista era, nuevamente, el hombre duro que restablecería el orden y la seguridad. Con él se acabarían los enfrentamientos gansteriles, los asesinatos sicariales, los asaltos. El ejército aseguraría la tranquilidad necesaria para que el dinero norteamericano, incluyendo el de la mafia, pudiera realizar sus “bussiness as usual”.

En el proceso, toda libertad sería mancillada y toda oposición violentamente silenciada. Lo ganado con la Constitución del 40 pasaba a ser letra muerta.

La diferencia es que la generación emergida en esos años a la vida política, sobre todo su ala más revolucionaria, no estaba dispuesta a aceptar ese orden de cosas. Fidel fue el líder natural de ese proceso de rebeldía. Fue el que supo capitanear el audaz asalto al Moncada, que aunque fue un fracaso demostró dos cosas fundamentales: la brutalidad sanguinaria del régimen de Batista, que persiguió y masacró a los sobrevivientes de la acción y la existencia de un espíritu de rebeldía dispuesto a dar la lucha por una Cuba mejor.

Ese espíritu no fue doblegado ni por la prisión, ni por el exilio, ni por la derrota. En su alegato de autodefensa, conocido luego como “La Historia me absolverá”, Fidel dejó claros los reclamos de justicia social y soberanía que estaban en la base de todo el movimiento revolucionario.

También el azar, que desempeña un papel en la historia, determinó su supervivencia en condiciones muy difíciles, luego del asalto al Moncada, en la derrota de Alegría de Pío, en los numerosos bombardeos y combates de la Sierra (su temeridad era tal que luego del combate de El Uvero, el Che y varios oficiales le dirigieron una carta pidiéndole que no se expusiera innecesariamente), los más de 600 atentados en su contra.

Sus condiciones intelectuales, su lucidez política de no dejarse arrastrar en ninguno de los pactos y cabildeos que se forjaron en torno suyo en numerosas ocasiones, sus capacidades militares y luego sus dotes de líder popular cuando triunfó la Revolución, lo convirtieron en líder indiscutible del proceso y expresión de las aspiraciones de todo un pueblo.

El político

Como político Fidel supo sortear escenarios muy complejos. El triunfo de la Revolución marcó también el inicio de una escalada de agresividad sin precedentes en contra de Cuba. Era inadmisible para el poder norteamericano la existencia de una Revolución triunfante en un continente que era su patio trasero. Una Revolución que desmontaba los dogmas de derecha y de izquierda, demostrando que era posible vencer en contra de un ejército profesional con una guerrilla inferior en número y en armas y que era además posible hacerlo desde un pequeño país neocolonial, sin grandes recursos naturales.

Esa Revolución debió sortear en lo interno la agresión más o menos abierta de la gran y mediana burguesía nacional, que se manifestó tanto en forma de chantaje como en agresiones de diversa naturaleza. Bandas armadas, financiadas y entrenadas por EE. UU. y las oligarquías criollas proliferaron en varias regiones del país, sembrando el miedo y la destrucción. Ataques piratas, sabotajes, bombardeos, asesinatos, robos. Importantes figuras del gobierno revolucionario de esos primeros años acabaron traicionando por acción u omisión, incluyendo jefes militares como el primer comandante de la fuerza aérea, Díaz Lang (quien desertó en un avión robado a EE. UU. y volvía regularmente a dejar caer granadas en céntricas calles de La Habana) o Hubert Matos, comandante de la región militar de Camagüey. También el primer presidente de gobierno revolucionario, Urrutia, el primer presidente del Banco Central, etc. Una buena parte de los profesionales del país emigraron al exterior e incluso la iglesia católica se prestó a infames campañas de difamación, como la tristemente célebre Operación Peter Pan.

En el plano internacional sanciones, amenazas, chantajes económicos. Persecución y difamaciones de la OEA y de varios gobiernos aliados de EE. UU. en otras latitudes. Numerosos países de América Latina, obedeciendo a presiones, rompieron relaciones de todo tipo con Cuba. En marzo de 1960 explotó en el puerto de La Habana, producto de sabotajes, el buque francés La Coubre, causando la muerte de casi cien personas y más de 200 heridos. En abril de 1961, aviones provenientes de Honduras bombardearon varios aeropuertos civiles cubanos y pocos días después mil 500 mercenarios cubanos, armados y entrenados por la CIA y con apoyo de la Marina estadounidense, desembarcaron en Playa Girón, iniciando una invasión que fue derrotada en menos de 72 horas y cuyos prisioneros fueron canjeados al gobierno norteamericano por compotas para niños y maquinaria agrícola.

En 1962 Cuba se vio envuelta en la famosa Crisis de los Misiles, la cual se resolvió por un acuerdo entre potencias dejando a Cuba fuera, lo cual provocó una digna respuesta de Fidel a nombre del pueblo revolucionario.

En medio de ese torbellino político, Fidel supo conducir y expresar los estados anímicos y las expectativas del pueblo y de los integrantes de la dirección revolucionaria. Supo construir la necesaria unidad entre las fuerzas revolucionarias y maniobrar con firmeza en el escenario internacional.

La Revolución se tradujo de inmediato en una Ley de Reforma Agraria que rompió la espina dorsal de la gran propiedad terrateniente en el país y le entregó la tierra a quienes la trabajaban. En una masiva campaña de alfabetización. En programas de salud, de vivienda, en decenas de miles de becas para estudiantes de todos los niveles. En la creación de un masivo sistema de protección y difusión de la cultura que ponía esta al alcance del pueblo. En creación de empleo.

Fidel supo construir la hegemonía al interior del proceso desde una concepción dinámica de la realidad, que derivaba las claves de su accionar político de una comprensión profunda de las diversas etapas que le tocó sortear. Logró preservar la autonomía política y las esencias particulares del proceso cubano en sus años de mayor relación con la URSS y el campo socialista y, luego del derrumbe en Europa del Este, supo reconfigurar en un escenario muy complejo la posibilidad de existencia y permanencia del socialismo y sus conquistas en Cuba.

Pero Fidel fue también un extraordinario educador popular, que en largos y multitudinarios discursos formó en el pueblo una nueva concepción de la historia y el papel de Cuba en la escena latinoamericana y mundial. Bajo el liderazgo de Fidel Cuba pasó de ser una pequeña antilla azucarera a ser una nación que se arrogaba el derecho a exponer, denunciar y combatir el régimen colonial y neocolonial. A apoyar a los movimientos independentistas de todos los continentes, a enviar médicos, maestros, entrenadores deportivos a todas las latitudes del planeta. Ninguna otra nación en el hemisferio occidental ha desplegado una actividad internacional tan amplia y generosa. La dirección política de Fidel demostró al pueblo cubano que podía saltar muy por encima de su propia estatura, de que el tamaño de una nación lo define el heroísmo y la generosidad de sus mujeres y hombres, y no las taras impuestas del coloniaje y el subdesarrollo.

El símbolo

La figura de Fidel encarna los ideales de soberanía y justicia social de una nación y es la expresión de que es posible construir una nación más justa e inclusiva aún en las circunstancias más adversas. Es también un factor de unidad clave para la continuidad en el tiempo del proceso cubano.

Para erosionar su dimensión simbólica, apelan constantemente a mentiras y medias verdades. Se regodean en posibles errores, en rumores, en episodios puntuales de la historia reciente, en testimonios oportunistas. Sin dudas, como hombre y como político cometió errores, pero estos vienen también de la mano de grandes aciertos, de aciertos claves para la subsistencia, más de 60 años después, de una Revolución como la cubana. Su condición humana sustentó su condición simbólica, y su coherencia como hombre determina en buena medida la dimensión de su figura.

Su pensamiento, como todo pensamiento vivo, debe ser sujeto a un diálogo permanente. Nada más ajeno a su concepción de la política que la inmovilidad de las ideas y los pueblos. En un momento en el cual una de las formas más efectivas de asesinato simbólico es la momificación o la mercantilización (piénsese en lo que intentaron con Lenin o el Che), el deber de los revolucionarios de todas partes es debatir, discutir y crear.

Marx decía que las ideas se convierten en poder material cuando se apoderan de las masas. Fidel vive hoy, precisamente, porque su símbolo permanece como prueba de que es posible hacer una Revolución con los humildes, por los humildes y para los humildes y persistir en ese empeño en contra de la hostilidad y la persecución del mayor poder imperial de la historia.

(*) José Ernesto Novaez Guerrero, Escritor y periodista cubano. Miembro de la Asociación Hermanos Saíz (AHS) y de la Unión Nacional de Escritores y Artistas de Cuba (UNEAC). Miembro del capítulo cubano de la REDH. Colabora con varios medios de su país y el extranjero.

(**) René de la Nuez Robaina. NUEZ. Cuba. (San Antonio de Los Baños, 8 de septiembre de 1937 – La Habana, 6 de enero de 2015) fue un caricaturista, humorista, periodista, artista plástico y profesor cubano. Graduado de Periodismo en la Universidad de La Habana. Miembro de la Unión de Periodistas de Cuba (UPEC) y de la Unión de Escritores y Artistas de Cuba (UNEAC). Fue el creador en 1957 del personaje El Loquito que se convertía en un ícono de la crítica a la dictadura de Fulgencio Batista. A finales de 1957 obtuvo por oposición una tira cómica en el diario Información, cuyo personaje llama “Napo-León”. En 1959, comenzó a dibujar para el periódico Revolución y colaboró en casi toda la prensa revolucionaria. Creó el personaje de “Don Cizaño” que representaba la prensa reaccionaria (contrafigura del “Loquito)». En 1965 el periódico Revolución pasó a ser el diario Granma, órgano en el que trabajó muchos años como caricaturista editorial. Entre los años 1968 y 1970 se desempeñó como director del semanario humorístico Palante. Resultados de varias encuestas internacionales lo incluyen entre los cien mejores caricaturistas del mundo.

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