Le confessioni di Paz e l’ombra di Cerimedo

la fabbrica dei bot che ha preso il potere in Bolivia

L’ammissione del presidente boliviano riaccende l’attenzione sulle reti transnazionali di consulenti, media e milizie digitali che hanno accompagnato l’ascesa della destra neoliberista nella regione

l’AntiDiplomatico

Il presidente boliviano Rodrigo Paz ha dovuto infine riconoscere pubblicamente ciò che per giorni aveva cercato di ridimensionare: Fernando Cerimedo ha lavorato alla sua campagna elettorale ed è stato coinvolto anche nella fase iniziale del nuovo governo. Una precisazione arrivata dopo settimane di silenzio e mentre l’ex consulente argentino si trova al centro di una grave inchiesta giudiziaria in Bolivia.

Paz ha cercato di delimitare con precisione i confini di quel rapporto. Cerimedo, ha spiegato in un video diffuso sui social, sarebbe stato contattato durante il secondo turno elettorale in qualità di stratega e avrebbe collaborato alla campagna nazionale. Dopo la vittoria, avrebbe poi offerto il proprio contributo anche all’inizio dell’attività dell’esecutivo. Il presidente ha però negato l’esistenza di un contratto formale, di un rapporto diretto paragonabile a quello con un ministro o di qualsiasi autorizzazione a rappresentare ufficialmente la Presidenza o lo Stato.

Una versione che non cancella però il dato politico più rilevante: il rapporto c’era e Cerimedo non era un osservatore esterno. Era parte della macchina che ha accompagnato il conservatore neoliberista Paz verso la presidenza e ha continuato a gravitare attorno al nuovo potere almeno nella sua fase iniziale. Proprio per questo, la sua vicenda giudiziaria rischia ora di proiettare un’ombra ben più ampia sulla rete di relazioni costruita negli ultimi anni dal consulente argentino.

Cerimedo è infatti detenuto preventivamente dopo il tentato omicidio della sua ex compagna Nadia Beller, raggiunta da tre colpi d’arma da fuoco il 17 agosto. Parallelamente, le indagini hanno aperto altri filoni, tra cui quelli relativi a presunto arricchimento illecito e riciclaggio. Nel corso delle perquisizioni sono stati sequestrati denaro in diverse valute, dispositivi elettronici e una struttura che la Procura ha descritto come una sorta di mini bot farm.

È qui che il caso individuale assume una dimensione politica. Come avevamo già raccontato su l’AntiDiplomatico, l’inchiesta boliviana aveva portato alla luce una rete di strumenti digitali, campagne coordinate e operatori collegati alla nuova destra estrema latinoamericana. Un sistema che, secondo quanto emerso dalle indagini e dalle ricostruzioni giornalistiche, non si limitava al tradizionale marketing elettorale, ma interveniva direttamente nella formazione del consenso e nella manipolazione del dibattito pubblico. Per poi ottenere così dei vantaggi elettorali che sono stati affiancati a veri e propri brogli quando necessario per ottenere il potere.

La figura di Cerimedo attraversa infatti alcune delle principali esperienze della destra latinoamericana degli ultimi anni. Ha lavorato nell’orbita di Jair Bolsonaro, ha partecipato alla strategia che ha accompagnato Javier Milei alla presidenza argentina e, oltre alla Bolivia, ha operato anche in altri paesi della regione. Una traiettoria che rende difficile considerare il suo caso esclusivamente come quello di un singolo consulente finito nei guai con la giustizia.

Le indagini hanno inoltre riacceso l’attenzione sui suoi rapporti internazionali e sulle tecnologie utilizzate per le campagne politiche. Nella precedente analisi era emersa una rete che collegava strumenti di analisi digitale, media, società private di sicurezza, operatori politici e strutture capaci di intervenire attraverso troll, account automatizzati e intelligenza artificiale.

Il punto centrale è che la battaglia politica contemporanea non si combatte soltanto nelle urne. Si combatte prima, nello spazio digitale in cui si formano le opinioni, si costruiscono paure, si individuano nemici e si orienta il consenso. La manipolazione algoritmica può diventare così uno strumento politico capace di alterare le condizioni stesse nelle quali gli elettori maturano le proprie decisioni.

In questo contesto, l’ammissione di Rodrigo Paz assume un peso che va oltre il tentativo di prendere le distanze da un collaboratore ormai diventato ingombrante. Il presidente boliviano può sostenere che Cerimedo non avesse un incarico ufficiale e che non rappresentasse formalmente il governo. Ma non può più negare che l’uomo oggi al centro dell’inchiesta abbia partecipato alla sua ascesa politica e abbia collaborato anche con il nuovo esecutivo.

È probabilmente proprio questo il nodo che rende il caso così delicato. Perché dietro la vicenda giudiziaria di Fernando Cerimedo si intravede una questione molto più ampia: il ruolo delle reti transnazionali della nuova destra, delle tecnologie di manipolazione del consenso e delle strutture digitali che operano sempre più spesso al confine tra comunicazione politica, guerra informativa e destabilizzazione nell’ambito della nuova Dottrina Monroe 2.0 implementata dall’amministrazione Trump per riprendere il pieno controllo della regione sudamericana.

Il caso boliviano potrebbe quindi rappresentare soltanto il primo squarcio su un sistema più vasto. E mentre Rodrigo Paz prova a circoscrivere il rapporto con il suo ex consulente, le indagini continuano a scavare su ciò che Cerimedo rappresentava realmente e sulla rete politica, economica e digitale che si muoveva attorno alla sua attività.

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