Gli USA stanno facendo ciò che sanno fare bene, ovvero utilizzare la sofferenza e i bisogni del popolo cubano per ragioni politiche, applicate secondo quanto convenga al calcolo elettorale o diplomatico del momento.
C’è una frase che riassume meglio di qualsiasi statistica lo stato attuale della politica migratoria statunitense verso Cuba. L’ha pronunciata, nell’agosto del 2026, un uomo di nome Carlos Rodríguez López, rinchiuso insieme ad altri due connazionali, Darwin Hernández ed Emilio Destrade Correoso, in un hotel di Malabo, Guinea Equatoriale, custodito da agenti armati: “Ci sentiamo sequestrati perché non possiamo uscire da qui. Non sappiamo cosa fare.” I tre erano stati imbarcati, insieme a un gruppo più ampio di deportati, su un volo diretto a Monrovia, Liberia, un paese con cui non avevano mai avuto alcun legame e che nemmeno li voleva ricevere. Di fronte al rifiuto liberiano, fu loro promesso il ritorno negli USA. Invece, l’aereo cambiò rotta e li lasciò in Guinea Equatoriale, dove una cinquantina di uomini armati e incappucciati li trasferì, ammanettati, in un hotel di fatto trasformato in centro di detenzione.
Uno Stato ha deciso, unilateralmente e senza il consenso della persona deportata, in quale continente debba svolgersi la sua prigionia. Questo episodio fa parte di un programma di deportazioni verso “paesi terzi” che l’amministrazione Trump ha costruito mediante accordi riservati con più di trenta nazioni, e per il quale paga alla Liberia 5 milioni di $ in cambio dell’accettazione di fino a 1200 deportati all’anno. È la forma più nitida che ha assunto, finora, una contraddizione che Washington si trascina da anni, quella di un paese che si è presentato al mondo, per generazioni, come il rifugio naturale dell’esiliato cubano, e che oggi dispone del corpo di quegli stessi esiliati con la freddezza, la malvagità e la mancanza di principi che caratterizza questa amministrazione.
Ebbene, questa contraddizione non nasce nel 2026. Ha una genealogia, e comprenderla richiede guardare più indietro di quanto il racconto dominante — “la crisi migratoria è un problema cubano” — sia disposto ad ammettere.
L’architettura di una negligenza annunciata
Il 13 agosto 2026, il viceministro degli Esteri di Cuba, Carlos Fernández de Cossío, ha pubblicato sul portale ufficiale Cubadebate un articolo che ricostruisce quattro decenni di un legame migratorio che gli USA preferiscono presentare come unilaterale. Cuba e USA mantengono in vigore, dal 1984, accordi migratori che richiedono cooperazione reciproca per funzionare. Sostenerli ha significato riunioni bilaterali periodiche tra la Cancelleria cubana e il Dipartimento di Stato, con la partecipazione degli organi migratori e di applicazione della legge di entrambi i paesi. Solo tra il 2022 e il 2024, il periodo di maggiore esodo cubano verso gli USA della storia recente, si sono tenuti sei di questi incontri, tre a Washington e tre all’Avana.
Secondo quanto riferito dallo stesso Fernández de Cossío, in diversi di questi incontri, incluso quello del dicembre 2024 all’Avana, la delegazione cubana ha allertato formalmente la controparte statunitense sul boom di un affare di traffico di persone che trasferiva cubani verso il territorio USA per vie irregolari. Il viceministro ha quantificato il costo di questa operazione tra i 7000 e i 15000 $ per migrante e ha sottolineato che, moltiplicato per gli oltre 100000 cubani che attraversavano annualmente la frontiera meridionale, il fenomeno smetteva di essere un gocciolamento individuale per diventare un’industria. E andò oltre: identificò il sud della Florida come la sede da cui queste reti si organizzavano, si gestivano, si finanziavano e verso cui tornavano i profitti, garantendo in molti casi trasporto, alloggio, sostegno finanziario, comunicazioni e persino assistenza legale al migrante in ogni tappa del suo viaggio.
La domanda che pone Fernández de Cossío, e a cui Washington non ha mai risposto con dati propri, è semplice: come ha potuto il governo USA ignorare, per anni, un affare di quella scala operante nel suo stesso territorio, finanziato da una delle sue città più sorvegliate, mentre la sua frontiera meridionale registrava un ingresso massiccio e incontrollato di cubani? La conclusione che offre il testo ufficiale cubano non lascia molto spazio all’ambiguità: se gli USA non hanno agito nonostante gli allarmi reiterati dell’Avana, ci sono solo tre spiegazioni: negligenza, complicità, disegno politico o qualche combinazione di esse. Nessuna è compatibile con l’autorità morale che Washington si attribuisce oggi per giudicare la politica migratoria cubana.
Il blocco che spinge e la porta che si chiude: la doppia condanna della migrazione cubana
Nel caso dell’emigrazione cubana, il blocco ha una funzione fondamentale, poiché non opera unicamente come strumento di pressione diplomatica, ma funziona, nella pratica, come un meccanismo di produzione di spostamento forzato. Washington, asfissiando sistematicamente la capacità di un paese di importare combustibile, finanziarsi o commerciare liberamente, rende la permanenza insostenibile per milioni di persone. In questo senso, l’esodo di oltre 850000 cubani dal 2022, il più grande della storia dell’isola, non può essere letto come una semplice decisione individuale scollegata dalla politica estera statunitense perché è, in buona misura, il suo prodotto.
Il migrante cubano rimane così intrappolato in una doppia imputazione: gli si nega, all’origine, la possibilità di una vita dignitosa mediante sanzioni che erodono il necessario, e gli si nega, a destinazione, il riconoscimento che quella fuga è conseguenza diretta di una politica di Stato estranea alla sua volontà. La detenzione e la deportazione non sono fatti isolati dal blocco, ma piuttosto la sua logica conclusione: lo stesso attore che genera la causa si erge a giudice dei suoi effetti, castigando chi è stato spinto a fuggire mentre insiste che la responsabilità è interamente cubana.
Qui risiede il nucleo del doppio standard: gli USA si attribuiscono simultaneamente il ruolo di agente causale e quello di arbitro morale che decide chi merita asilo e chi è “solo” un migrante economico deportabile, senza che entrambe le posizioni possano essere sostenute contemporaneamente con coerenza intellettuale. Ciò mette a nudo un’architettura di potere in cui la potenza che strangola un’economia si riserva inoltre il diritto di definire, senza apparente contraddizione, chi ha legittimo diritto di fuggire dalle rovine che ha contribuito a creare.
Una sola direzione non basta per raccontare il dolore
Gli USA accusano Cuba di generare una crisi migratoria che la loro stessa frontiera meridionale, le loro stesse agenzie e le reti finanziate dalla Florida hanno contribuito a incubare durante anni di inazione documentata. E quando quegli stessi cubani arrivano, si stabiliscono, chiedono asilo o semplicemente tentano di ricostruire una vita, lo Stato che si presenta come garante della loro libertà li riceve con manette, centri di detenzione e, nei casi più estremi, voli che finiscono in un hotel sorvegliato dell’Africa subsahariana.
Qui risiede l’ipocrisia di fondo di Washington: può indicare, con l’autorità morale che rivendica, il modo in cui un governo tratta la sua gente dall’altra parte dello Stretto della Florida, mentre opera — con nome, sigle e budget propri — un sistema che rinchiude, trasferisce e bandisce quella stessa gente appena cade sotto la sua giurisdizione. Non è sostenibile, simultaneamente, ritenere Cuba responsabile dell’emigrazione dei suoi cittadini e trattare quegli stessi cittadini come una minaccia da cacciare, rinchiudere e inviare in un terzo continente quando arrivano. Gli USA stanno facendo ciò che sanno fare bene, ovvero utilizzare la sofferenza e i bisogni del popolo cubano per ragioni politiche, applicate secondo quanto convenga al calcolo elettorale o diplomatico del momento. E finché gli USA continueranno a scrivere questa storia a propria misura, accusando fuori ciò che praticano dentro, mancano di qualsiasi autorità morale per impartire lezioni di libertà a chiunque.
La frontera de la conveniencia: apuntes sobre el doble rasero migratorio de Washington
Estados Unidos, está haciendo lo que bien sabe hacer, que es utilizar el sufrimiento y las necesidades del pueblo cubano por razones políticas, aplicada según convenga al cálculo electoral o diplomático del momento
Hay una frase que resume mejor que cualquier estadística el estado actual de la política migratoria estadounidense hacia Cuba. La pronunció, en agosto de 2026, un hombre llamado Carlos Rodríguez López, encerrado junto a otros dos compatriotas, Darwin Hernández y Emilio Destrade Correoso, en un hotel de Malabo, Guinea Ecuatorial, custodiado por agentes armados: “Nos sentimos secuestrados porque no podemos salir de aquí. No sabemos qué hacer.” Los tres habían sido subidos, junto a un grupo mayor de deportados, a un vuelo con destino a Monrovia, Liberia, un país con el que jamás tuvieron vínculo alguno y que tampoco los quiso recibir. Ante la negativa liberiana, se les prometió el regreso a Estados Unidos. En su lugar, el avión cambió de rumbo y los dejó en Guinea Ecuatorial, donde medio centenar de hombres armados y encapuchados los trasladó, esposados, a un hotel convertido de facto en centro de reclusión.
Un Estado ha decidido, unilateralmente y sin el consentimiento de la persona deportada, en qué continente debe transcurrir su cautiverio. Ese episodio es parte de un programa de deportaciones a “terceros países” que la administración Trump ha construido mediante acuerdos reservados con más de treinta naciones, y por el cual paga a Liberia cinco millones de dólares a cambio de aceptar hasta 1.200 deportados anuales. Es la forma más nítida que ha tomado, hasta ahora, una contradicción que Washington arrastra desde hace años, la de un país que se presentó al mundo, durante generaciones, como el refugio natural del exiliado cubano, y que hoy dispone del cuerpo de esos mismos exiliados con la frialdad, maldad y falta de principios que caracteriza a esta administración.
Pues, esa contradicción no nace en 2026. Tiene una genealogía, y entenderla exige mirar más atrás de lo que el relato dominante —“la crisis migratoria es un problema cubano”— está dispuesto a admitir.
La arquitectura de una negligencia anunciada
El 13 de agosto de 2026, el viceministro de Relaciones Exteriores de Cuba, Carlos Fernández de Cossío, publicó en el portal oficial Cubadebate un artículo que reconstruye cuatro décadas de un vínculo migratorio que Estados Unidos prefiere presentar como unilateral. Cuba y Estados Unidos mantienen vigentes, desde 1984, acuerdos migratorios que exigen cooperación recíproca para funcionar. Sostenerlos ha significado reuniones bilaterales periódicas entre la Cancillería cubana y el Departamento de Estado, con participación de los órganos migratorios y de aplicación de la ley de ambos países. Solo entre 2022 y 2024, el período de mayor éxodo cubano hacia Estados Unidos de la historia reciente, se celebraron seis de esos encuentros, tres en Washington y tres en La Habana.
Según relató el propio Fernández de Cossío, en varias de esas reuniones, incluida la de diciembre de 2024 en La Habana, la delegación cubana alertó formalmente a su contraparte estadounidense sobre el auge de un negocio de tráfico de personas que trasladaba cubanos hacia territorio de Estados Unidos por vías irregulares. El viceministro cifró el costo de esa operación entre 7.000 y 15.000 dólares por migrante y señaló que, multiplicado por los más de 100.000 cubanos que cruzaban anualmente la frontera sur, el fenómeno dejaba de ser un goteo individual para convertirse en una industria. Y fue más allá, identificó el sur de la Florida como la sede desde donde esas redes se organizaban, se gestionaban, se financiaban y hacia donde regresaban las ganancias, garantizando en muchos casos transporte, alojamiento, apoyo financiero, comunicaciones y hasta asistencia legal al migrante en cada tramo de su travesía.
La pregunta que plantea Fernández de Cossío, y que Washington jamás ha respondido con datos propios, es simple: ¿cómo pudo el gobierno estadounidense ignorar, durante años, un negocio de esa escala operando en su propio territorio, financiado desde una de sus ciudades más vigiladas, mientras su frontera sur registraba una entrada masiva y descontrolada de cubanos? La conclusión que ofrece el texto oficial cubano no deja mucho espacio para la ambigüedad: si Estados Unidos no actuó pese a las alertas reiteradas de La Habana, solo caben tres explicaciones, negligencia, complicidad, diseño político o alguna combinación de ellas. Ninguna es compatible con la autoridad moral que Washington se atribuye hoy para juzgar la política migratoria cubana.
El bloqueo que empuja y la puerta que se cierra: la doble condena de la migración cubana
En el caso de la emigración cubana, el bloqueo tiene una función fundamental, ya que no opera únicamente como una herramienta de presión diplomática, funciona, en la práctica, como un mecanismo de producción de desplazamiento forzado. Washington al asfixiar sistemáticamente la capacidad de un país de importar combustible, financiarse o comerciar libremente, vuelve la permanencia insostenible para millones de personas. En ese sentido, el éxodo de más de 850.000 cubanos desde 2022, el mayor de la historia de la isla, no puede leerse como una simple decisión individual desconectada de la política exterior estadounidense porque es, en buena medida, su producto.
El migrante cubano queda así atrapado en una doble imputación, se le niega, en origen, la posibilidad de una vida digna mediante sanciones que erosionan lo básico, y se le niega, en destino, el reconocimiento de que esa huida es consecuencia directa de una política de Estado ajena a su voluntad. La detención y la deportación no son hechos aislados del bloqueo, más bien son, su cierre lógico, el mismo actor que genera la causa se erige en juez de sus efectos, castigando a quien fue empujado a huir mientras insiste en que la responsabilidad es enteramente cubana.
Ahí reside el núcleo del doble rasero, Estados Unidos se atribuye simultáneamente el papel de agente causal y el de árbitro moral que decide quién merece asilo y quién es “solo” un migrante económico deportable, sin que ambas posiciones puedan sostenerse a la vez con coherencia intelectual. Esto desnuda una arquitectura de poder en la que la potencia que estrangula una economía se reserva además el derecho de definir, sin contradicción aparente, quién tiene legítimo derecho a escapar de las ruinas que ayudó a crear.
Una sola dirección no alcanza para contar el dolor
Estados Unidos acusa a Cuba de generar una crisis migratoria que su propia frontera sur, sus propias agencias y las redes financiadas desde la Florida ayudaron a incubar durante años de inacción documentada. Y cuando esos mismos cubanos llegan, se establecen, solicitan asilo o simplemente intentan reconstruir una vida, el Estado que se presenta como garante de su libertad los recibe con esposas, centros de detención y, en los casos más extremos, vuelos que terminan en un hotel vigilado del África subsahariana.
Ahí reside la hipocresía de fondo de Washington, puede señalar, con la autoridad moral que reclama, la manera en que un gobierno trata a su gente al otro lado del Estrecho de la Florida, mientras opera —con nombre, siglas y presupuesto propios— un sistema que encierra, traslada y destierra a esa misma gente en cuanto queda bajo su jurisdicción. No es sostenible, simultáneamente, responsabilizar a Cuba por la emigración de sus ciudadanos y tratar a esos mismos ciudadanos como una amenaza que hay que cazar, encerrar y enviar a un tercer continente cuando llegan. Estados Unidos, está haciendo lo que bien sabe hacer, que es utilizar el sufrimiento y las necesidades del pueblo cubano por razones políticas, aplicada según convenga al cálculo electoral o diplomático del momento. Y mientras Estados Unidos siga escribiendo esa historia a su propia medida acusando afuera lo que practica adentro, carece de cualquier autoridad moral para impartir lecciones de libertad a nadie.

