Anche l’Europa è nostra

Henrik Hernandez

CUBA E IL BLOCCO NORDAMERICANO DELL’EUROPA

Per decenni, il dibattito europeo su Cuba è stato affrontato quasi sempre a partire da una domanda:

Cosa deve fare l’Europa rispetto a Cuba?

Forse è giunto il momento di invertirla:

Cosa deve fare l’Europa per difendere la propria capacità di decidere?

I cubani che viviamo in questo continente abbiamo una ragione in più per partecipare a quella discussione.

Viviamo qui. Lavoriamo qui. Paghiamo le tasse qui. I nostri figli e nipoti crescono qui. Molti di noi sono cittadini europei e altri fanno parte da decenni di queste società.

Anche l’Europa è nostra.

Per questo, quando difendiamo la sovranità europea, non stiamo difendendo uno spazio politico altrui.

Stiamo difendendo il nostro.

E quando mettiamo in discussione l’applicazione extraterritoriale della politica USA contro Cuba, non parliamo solamente come cubani preoccupati per il loro paese d’origine.

Parliamo anche come europei.

La domanda fondamentale è semplice: chi deve decidere le relazioni economiche, commerciali, finanziarie e diplomatiche dell’Europa?

La risposta dovrebbe essere altrettanto semplice: l’Europa deve decidere in Europa.

UNA POLITICA CHE NON FINISCE A CUBA

La politica USA contro Cuba non finisce sulle coste cubane. Parte dei suoi meccanismi possiede una dimensione extraterritoriale capace di colpire aziende, banche, investitori, assicuratori, trasportatori e cittadini di paesi terzi.

La stessa Commissione Europea riconosce espressamente il problema. L’Unione Europea dichiara di non riconoscere l’applicazione extraterritoriale di determinate leggi adottate da paesi terzi e considera questi effetti contrari al diritto internazionale. Il Regolamento (CE) n. 2271/96, noto come Statuto di Blocco, fu adottato nel 1996 proprio come risposta a misure statunitensi relative, tra gli altri paesi, a Cuba.

Ancora di più: il 7 luglio 2026, Stavros Lambrinidis, ambasciatore e capo della Delegazione dell’Unione Europea presso le Nazioni Unite, dichiarò a nome dell’UE e dei suoi Stati membri che le misure extraterritoriali USA contro Cuba colpiscono negativamente gli interessi economici europei e violano regole comunemente accettate del commercio internazionale.

Questo significa che non stiamo inventando un problema politico per costruire uno slogan.

Il conflitto giuridico esiste e l’Europa lo riconosce.

Per questo proponiamo di introdurre nel dibattito un concetto politico: il blocco nordamericano dell’Europa.

Non parliamo di un blocco territoriale contro il continente europeo. Non affermiamo che gli USA abbiano isolato economicamente l’Europa.

Parliamo di altro: dell’estensione verso lo spazio economico europeo degli effetti di decisioni USA contro Cuba, fino al punto di condizionare attività che sono legali secondo le norme europee.

Quando ciò accade, il blocco contro Cuba acquisisce una seconda dimensione: diventa anche una limitazione pratica della sovranità europea.

CHI DECIDE REALMENTE?

Immaginiamo un’azienda francese, svedese, spagnola, italiana o tedesca che scopre un’opportunità commerciale legittima a Cuba.

La legislazione del suo stesso paese non le proibisce di realizzarla.

La legislazione dell’Unione Europea nemmeno.

Cuba autorizza l’operazione.

Tuttavia, l’azienda inizia a chiedersi:

Cosa farà la mia banca?

Cosa accadrà con le mie operazioni negli USA?

Cosa farà la mia assicurazione?

Accetterà l’operazione una banca corrispondente?

Quali rischi assumeranno i miei fornitori?

Può qualche misura USA colpire successivamente altri interessi dell’azienda?

In quel momento, una decisione apparentemente commerciale inizia a prodursi all’interno di un ambiente politico creato fuori dall’Europa.

Può accadere allora che l’operazione venga abbandonata.

Formalmente, nessuna autorità europea la proibì.

Ma materialmente, una decisione presa fuori dall’Europa contribuì a ridurre lo spazio di alternative disponibili per un’azienda europea.

Lì dobbiamo chiederci: chi ha deciso realmente?

IL BLOCCO PRODUCE ANCHE RISCHIO COMMERCIALE

C’è, inoltre, un aspetto che molte volte viene semplificato. Non tutte le aziende che riducono, abbandonano o evitano operazioni con Cuba lo fanno perché hanno ricevuto direttamente una minaccia USA.

Possono esserci difficoltà di pagamento, mancanza di finanziamenti, problemi di trasporto, scarsità di valuta estera, deterioramento delle infrastrutture, ostacoli tecnologici, incertezza commerciale o rischi legati ai fornitori.

Ma sarebbe altrettanto semplicistico presentare tutti questi fattori come fenomeni completamente indipendenti dal blocco.

Dopo più di sei decenni di pressione economica e finanziaria, molte di quelle difficoltà possono essere state create, aggravate o prolungate dalle stesse restrizioni esterne.

Esistono, quindi, almeno due meccanismi che possono agire simultaneamente.

Il primo è diretto: un’azienda, una banca, un’assicurazione o un fornitore europeo teme conseguenze derivanti dalle misure statunitensi.

Il secondo è indiretto: il blocco deteriora o rende più costose le condizioni economiche in cui dovrebbe realizzarsi un’operazione, e quelle stesse difficoltà appaiono successivamente come ragioni commerciali per evitare Cuba.

Entrambi i meccanismi possono rafforzarsi a vicenda.

Un’azienda può dire: “Non operiamo perché esiste troppo rischio commerciale”.

Ma parte di quel rischio può essere stato generato proprio dal sistema di restrizioni che rende difficili i pagamenti, il trasporto, il finanziamento, il trasferimento tecnologico e l’approvvigionamento.

Perciò la domanda giusta non è sempre: “È stato il blocco o è stato un problema commerciale?”.

A volte dobbiamo chiederci: “Fino a che punto il blocco ha contribuito a produrre il problema commerciale che successivamente si presenta come una causa indipendente?”.

UN FENOMENO DOCUMENTATO DALL’EUROPA

La stessa documentazione europea fornisce esempi.

Tra il 1° agosto 2018 e il 1° marzo 2021, la Commissione Europea ha ricevuto 63 notifiche relative a effetti avversi delle legislazioni extraterritoriali comprese nello Statuto di Blocco.

Di queste, 35 erano legate a misure USA contro Cuba.

Tra gli effetti comunicati figuravano difficoltà di accesso a servizi bancari quotidiani, cessazione unilaterale di servizi finanziari e problemi derivanti da decisioni di partner commerciali. La Commissione ha anche registrato casi legati a procedimenti giudiziari.

Siamo, quindi, di fronte a fenomeni documentati dalle stesse istituzioni europee.

Non è solo Cuba a dire che l’Europa risulta colpita.

L’Europa stessa lo ha registrato.

SOVRANITÀ GIURIDICA E SOVRANITÀ MATERIALE

Qui appare probabilmente la questione più importante. L’Europa dispone dal 1996 di uno strumento giuridico destinato a proteggere i suoi operatori da determinate legislazioni extraterritoriali.

Lo Statuto di Blocco può neutralizzare all’interno dell’UE gli effetti di determinate risoluzioni straniere, permettere agli operatori europei di richiedere danni causati dall’applicazione extraterritoriale delle leggi incluse nel suo ambito e, salvo eccezioni autorizzate, proibisce di conformarsi a determinate esigenze derivanti da queste norme.

Questo dimostra che l’Europa possiede una volontà giuridica di sovranità.

Ma avere una norma non significa disporre automaticamente di tutti i meccanismi necessari per rendere effettiva quella sovranità.

Un’impresa può essere giuridicamente protetta in Europa e, simultaneamente, calcolare il rischio di perdere un mercato importante, finanziamenti, servizi bancari, determinati fornitori o relazioni commerciali internazionali.

Qui appare la contraddizione fondamentale: l’Europa può possedere sovranità giuridica e, tuttavia, mancare di sufficiente sovranità materiale per esercitarla pienamente.

La sovranità non consiste solamente nell’approvare leggi.

Consiste nel possedere la capacità effettiva di far sì che le proprie decisioni prevalgano all’interno dello spazio che si governa.

L’Europa può dichiarare: “Queste misure extraterritoriali non sono riconosciute da noi”.

Ma se una società europea continua a considerare economicamente più sicuro modificare la propria condotta di fronte a Washington che rifugiarsi a Bruxelles, esiste un’asimmetria di potere che nessuna dichiarazione giuridica può nascondere.

Il problema cessa allora di essere esclusivamente legale.

È anche economico.

Finanziario.

Tecnologico.

Imprenditoriale.

E, infine, politico.

La domanda che l’Europa deve porsi non è unicamente:

“Disponiamo di leggi per difendere la nostra sovranità?”

Bensì:

“Disponiamo degli strumenti istituzionali e della volontà politica necessari per renderle effettive?”

UN’ALLEANZAA NON ESIGE SUBORDINAZIONE

Difendere un’Europa sovrana non significa trasformare gli USA in nemici. USA ed Europa possono mantenere alleanze, commercio, cooperazione scientifica e relazioni militari, culturali e politiche strette. Ma un’alleanza tra eguali presuppone l’esistenza di due soggetti capaci di decidere.

L’amicizia non esige subordinazione.

Cooperare non significa rinunciare al diritto di decidere.

L’Europa deve essere capace di coincidere con Washington quando i suoi interessi coincidono.

Ma deve essere ugualmente capace di dire “No” quando una misura danneggia interessi europei, quando una legislazione straniera pretende di determinare attività legali all’interno dell’Europa, quando aziende europee perdono opportunità per decisioni che l’Europa non ha adottato.

La capacità di dire “Sì” ha vero valore sovrano solo quando esiste anche la capacità reale di dire “No”.

COSA PERDE L’EUROPA?

Per decenni abbiamo spiegato quanto perde Cuba a causa del blocco statunitense. Questo continua a essere necessario. Ma, per parlare dall’Europa, dobbiamo introdurre un’altra domanda:

Cosa perde l’Europa?

Questa svolta è fondamentale. Non abbiamo bisogno di convincere tutti gli europei che condividano una determinata interpretazione della Rivoluzione cubana. Non abbiamo nemmeno bisogno di trasformare ogni conversazione sull’extraterritorialità in un giudizio sul sistema politico cubano.

Un europeo può mantenere differenze profonde con L’Avana. Può criticare politiche cubane. Può difendere posizioni completamente diverse dalle nostre. Niente di tutto ciò risponde alla questione posta.

La domanda deve essere: “Chi decide in Europa – Washington o Bruxelles? Perché Bruxelles permette a Washington di determinare chi, dall’Europa, può commerciare con Cuba? Deve una politica adottata da un terzo Stato – gli USA – condizionare quali relazioni economiche legali possono sviluppare aziende, banche e cittadini europei?”

Questo è il nucleo del problema.

Lì comincia veramente il dibattito sulla sovranità europea.

Il problema qui non è: “Chi governa Cuba?”

Un altro cambio di prospettiva risulta imprescindibile

Cuba non può apparire permanentemente di fronte all’Europa solamente come vittima.

Cuba può anche presentarsi come socio.

La stessa Commissione Europea segnala attualmente che l’UE è il principale socio commerciale di Cuba e la sua principale fonte di investimenti esteri. Per il periodo 2021-2027 sono stati destinati 125 milioni di euro alla cooperazione con Cuba. Tra le priorità figurano la transizione ecologica, le energie rinnovabili, la modernizzazione economica e la biotecnologia.

La cooperazione energetica include meccanismi destinati a facilitare investimenti europei, cercare soluzioni finanziarie, realizzare studi di fattibilità e connettere università cubane ed europee. In biotecnologia esistono progetti di cooperazione scientifica, regolatoria e industriale, inclusa la produzione di prodotti biotecnologici e vaccini.

Le relazioni economiche esistenti comprendono anche turismo, costruzione, industria leggera, agroindustria, alimenti, prodotti chimici, macchinari e attrezzature di trasporto. Ma tutto questo si trova oggi in attesa.

Per questo abbiamo bisogno di formulare un’altra domanda:

“Quali opportunità economiche, scientifiche e tecnologiche perde l’Europa quando i suoi operatori incontrano ostacoli per sviluppare relazioni legali con Cuba?”

Questa domanda cambia completamente il terreno di discussione. Cuba cessa di apparire esclusivamente come ricevente di solidarietà.

Appare anche come: un’opportunità che l’Europa deve avere libertà di valutare da sola.

PARLARE DALL’EUROPA

La solidarietà con Cuba è legittima. Ma la nostra proposta deve andare oltre. Non possiamo rimanere eternamente di fronte alle istituzioni europee dicendo:

“Aiutate Cuba”. “Abbasso il blocco USA a Cuba”.

C’è qualcosa di molto più profondo che possiamo proporre: “Difendiamo insieme la nostra capacità europea di decidere”.

Allora cambia la nostra posizione. Non siamo più solamente cubani che chiedono solidarietà dall’esterno. Siamo persone che fanno parte di queste società e stanno difendendo un principio che appartiene anche a noi.

I cubani residenti in Europa non esistiamo unicamente in funzione della nostra relazione con Cuba. Siamo lavoratori, professionisti, imprenditori, studenti, sindacalisti, contribuenti, vicini, elettori e cittadini.

Facciamo parte del tessuto delle nostre rispettive società.

Per questo dobbiamo smettere di pensare esclusivamente come: cubani che parlano di fronte all’Europa.

Possiamo cominciare a pensare anche come: cubani che parlano dall’Europa. E molti di noi possono farlo, inoltre, come europei di origine cubana.

Un cubano residente in Svezia può scrivere al governo svedese e chiedergli come protegge gli interessi e l’autonomia delle aziende svedesi. Uno residente in Francia può rivolgersi alle istituzioni francesi. Un altro in Spagna può chiedere quali opportunità spagnole si perdono. Un altro in Italia può porre la questione dagli interessi italiani. Un altro in Belgio può portare la questione allo spazio politico europeo. Ogni persona agisce dalla sua società.

Ma tutti possiamo condividere un principio: l’Europa deve poter decidere sovranamente le sue relazioni con Cuba e con qualsiasi altro paese.

DALLA SOLIDARIETÀ ALLA CITTADINANZA POLITICAMENTE ATTIVA

Questo cambiamento implica trasformare anche il nostro modo di agire. Non si tratta di abbandonare la solidarietà. Si tratta di superarla come unico modello di partecipazione. Abbiamo bisogno di avanzare verso una cittadinanza attiva, volontaria e decentralizzata.

Immaginiamo, solamente per visualizzare l’idea, 3500 cubani politicamente attivi in Europa.

Non 3500 persone che pensano esattamente allo stesso modo.

Non 3500 militanti di un’organizzazione.

Non 3500 persone subordinate a partiti, governi, ambasciate, associazioni o istituzioni.

Non 3500 persone in attesa di istruzioni.

Parliamo di cubani che, per decisione propria e a titolo personale, esercitano i loro diritti cittadini all’interno delle società europee dove vivono.

Ognuno decide come partecipare. Una persona può scrivere a un parlamentare. Un’altra può interrogare un ministro. Un’altra può chiedere a un partito politico qual è la sua posizione. Un’altra può contattare un sindacato o un’altra può rivolgersi a un’organizzazione umanitaria. Un’altra può scrivere a un’università, un’azienda, un mezzo di comunicazione o un’associazione.

Altri possono investigare, scrivere articoli, creare video, podcast, canzoni o materiali educativi.

Altri possono semplicemente conversare con colleghi di lavoro, vicini, familiari o amici su sovranità europea ed extraterritorialità.

Le organizzazioni, i sindacati, i partiti, le università, le aziende, i media o le istituzioni non dirigono questa partecipazione. Sono spazi della società europea verso i quali qualsiasi cittadino può rivolgersi liberamente.

La forza starebbe proprio nel carattere: volontario, personale, pluralistico e decentralizzato.

Non serve un centro che ordini cosa fare. Può e deve bastare un’idea condivisa:

L’EUROPA DEVE POTER DECIDERE DA SOLA.

Nota: La cifra di 3500 cubani politicamente attivi in Europa viene utilizzata unicamente come esempio illustrativo per mostrare la dimensione che potrebbe raggiungere una partecipazione cittadina volontaria e decentralizzata. Non costituisce un obiettivo formale, un calcolo statistico, una struttura organizzativa né una proposta di affiliazione. L’idea centrale è mostrare che anche una frazione piccola della comunità cubana residente in Europa, agendo liberamente e a titolo personale, potrebbe generare una presenza sociale e politica significativa.

OGNI CITTADINO PUÒ DIVENTARE UN NODO

Un cubano residente in Europa non vive isolato: ha colleghi di lavoro, vicini, familiari, amici. Partecipa ad associazioni, sindacati, comunità professionali, università, comunità religiose o reti digitali.

Ogni persona appartiene simultaneamente a diversi spazi sociali.

Per questo può diventare volontariamente un nodo di comunicazione tra diverse esperienze, idee e settori dell’Europa.

Una persona parla con cinque.

Cinque parlano con altre.

Una lettera genera una risposta.

Una risposta si trasforma in documento.

Un documento può diventare articolo.

Un articolo arriva a un’altra città.

Un altro cittadino formula una domanda.

L’influenza non ha bisogno di avanzare mediante una struttura verticale.

Può farlo mediante migliaia di iniziative individuali collegate da una stessa preoccupazione.

Produrre conoscenza

Abbiamo anche bisogno dei nostri strumenti.

Un articolo può spiegare un meccanismo giuridico.

Un’indagine può documentare come un’azienda europea è stata colpita.

Una lettera a un ministro può generare una risposta ufficiale.

Quella risposta diventa documento.

Il documento può produrre un altro articolo.

Un giornalista può trovarlo.

Un altro cittadino può utilizzarlo.

Un deputato può riceverlo.

Un’informazione prodotta inizialmente da una sola persona comincia così a circolare in diversi spazi.

Lì media come Tocororo Cubano, canali digitali, podcast, pubblicazioni e progetti sviluppati da altri cubani possono acquisire una funzione nuova.

Non solamente informare su Cuba.

Anche: produrre conoscenza europea su sovranità, extraterritorialità e relazioni tra Cuba e Europa. Abbiamo bisogno di passare dal consumare argomenti a produrli su larga scala. Non perché tutti ripetano esattamente la stessa cosa. Ma per offrire informazioni, documenti, esperienze e domande che ogni cittadino possa utilizzare liberamente.

UN CONCETTO POLITICO

Possiamo ora definire meglio il concetto. “Blocco nordamericano dell’Europa” non è una categoria giuridica.

È un concetto politico che descrive gli effetti che la proiezione extraterritoriale di determinate misure statunitensi contro Cuba produce sulla capacità effettiva di attori europei di sviluppare attività che l’ordinamento europeo stesso considera legali.

Non sostituisce concetti giuridici come extraterritorialità. Li rende politicamente comprensibili.

Il meccanismo può essere riassunto così: Washington adotta una misura contro determinati soggetti e proietta i suoi effetti fuori dagli Stati Uniti con l’argomento politico di isolare Cuba.

La misura raggiunge o condiziona attori situati fuori dagli Stati Uniti. Un operatore europeo modifica la sua condotta. L’Europa mantiene formalmente la legalità dell’operazione. Ma l’operazione non si realizza.

Allora appare una distanza tra: ciò che l’Europa ha diritto di fare e ciò che l’Europa può fare effettivamente.

In quella distanza si trova il problema di sovranità che dobbiamo studiare.

CUBA COME SPECCHIO DELL’EUROPA

Cuba può essere il nostro primo grande caso educativo. Ma la questione è molto più grande di Cuba.

Viviamo in un mondo dove monete, mercati, piattaforme tecnologiche, sistemi finanziari, catene di approvvigionamento e grandi centri di potere permettono agli Stati Uniti d’America di proiettare decisioni molto al di là dei loro confini. Per questo la sovranità del XXI secolo non può essere misurata solamente dall’esistenza di una bandiera, un territorio, un parlamento, un esercito o una moneta.

Deve essere misurata anche dalla: capacità effettiva di prendere decisioni senza che un altro attore possa imporre indirettamente un costo sufficiente per annullarle.

Lì Cuba diventa specchio.

L’Europa può guardarsi in esso e chiedersi: “Siamo veramente liberi e sovrani di decidere?”

Se esistono ancora ambiti dove una decisione presa a Washington pesa più su un’azienda europea di una decisione adottata in Europa, allora abbiamo un problema europeo.

Non solamente cubano.

L’INCONTRO DI PARIGI

I cubani che ci incontreremo a Parigi possiamo utilizzare quello spazio per proporre una discussione diversa.

Non solamente: “Cosa possiamo fare per Cuba?”

Ma anche: “Cosa possiamo fare, come cubani che vivono in Europa e come europei di origine cubana, per la sovranità dell’Europa?”

Possiamo apportare qualcosa di particolare. Conosciamo Cuba. Conosciamo gli effetti della politica statunitense su Cuba.

Ma conosciamo anche l’Europa dall’interno. Possiamo trasformare questa doppia esperienza in uno strumento educativo.

Possiamo spiegare, documentare, investigare, proporre, dialogare e portare queste domande verso spazi molto più ampi dei cerchi tradizionali di solidarietà.

Non mediante una struttura che ci dica cosa pensare o cosa fare.

Ma mediante l’iniziativa volontaria e coordinata di persone consapevoli che anche loro fanno parte dell’Europa.

Perché la sovranità europea non appartiene alla sinistra né alla destra. Non appartiene a una nazionalità determinata. Non appartiene unicamente a chi simpatizza con Cuba, né nemmeno a chi la usa come tribuna con discorsi altrui.

È un problema di tutti gli europei. Anche noi. Anche l’Europa è nostra. I cubani che viviamo qui non dobbiamo chiedere permesso per preoccuparci del futuro dell’Europa.

Il nostro lavoro è qui, le nostre famiglie sono qui, parte della nostra storia è qui, il nostro futuro è anche legato a questo continente. Per questo difendere la sovranità europea non costituisce una deviazione dei nostri interessi.

È difenderli.

Vogliamo un’Europa capace di relazionarsi con Cuba perché lo decide. Un’Europa capace di cooperare con gli Stati Uniti perché lo decide. Un’Europa capace di dissentire dagli Stati Uniti quando i suoi stessi interessi lo esigono. Un’Europa capace di commerciare, investire, investigare e cooperare senza che una legislazione straniera sostituisca in pratica quella europea.

Non vogliamo un’Europa contro gli Stati Uniti. Non vogliamo un’Europa contro nessuno. Vogliamo un’Europa padrona delle proprie decisioni, capace di dire sì o no.

Un’Europa libera di scegliere le sue relazioni. Un’Europa dove la sovranità giuridica conti anche con gli strumenti istituzionali e la volontà politica necessari per diventare sovranità effettiva.

Vogliamo e abbiamo bisogno di un’Europa veramente sovrana.

Per Cuba, sì, ma anche per noi perché viviamo qui e facciamo parte di queste società e per questo siamo anche europei. Perché anche l’Europa è nostra.

GLOSSARIO DEI TERMINI CHIAVE:

  • Blocco nordamericano dell’Europa: concetto politico utilizzato in questo articolo per descrivere gli effetti che la proiezione extraterritoriale di determinate misure statunitensi contro Cuba può esercitare su decisioni legali di aziende, banche, cittadini e istituzioni europee. Non costituisce una categoria giuridica ufficiale né significa che esista un blocco territoriale statunitense contro l’Europa.
  • Extraterritorialità: proiezione di una norma o misura adottata da uno Stato su persone, aziende o attività situate fuori dal suo territorio o giurisdizione ordinaria.
  • Statuto di Blocco dell’Unione Europea: nome abituale del Regolamento (CE) n. 2271/96, creato per proteggere gli operatori europei dagli effetti di determinate legislazioni extraterritoriali di paesi terzi.
  • Sovranità giuridica: capacità formale di un’entità politica di approvare le proprie norme e decidere quali attività sono legali all’interno della sua giurisdizione.
  • Sovranità materiale o effettiva: capacità reale di far prevalere queste decisioni di fronte a pressioni economiche, finanziarie, tecnologiche o politiche esterne.
  • Strumenti istituzionali: insieme di meccanismi giuridici, finanziari, amministrativi e politici mediante i quali le istituzioni europee possono trasformare una decisione formale in capacità effettiva di azione e protezione.
  • Autonomia strategica europea: capacità dell’Europa di adottare ed eseguire decisioni proprie disponendo di sufficienti strumenti economici, politici, tecnologici, finanziari e diplomatici.
  • Effetto diretto del blocco: situazione in cui un’azienda, banca, assicurazione o altro operatore europeo modifica la sua condotta per timore di conseguenze direttamente legate a misure statunitensi contro Cuba.
  • Effetto indiretto del blocco: situazione in cui determinate restrizioni contribuiscono a rendere più costose, deteriorare o rendere difficili le condizioni economiche a Cuba e queste difficoltà passano successivamente a far parte del calcolo commerciale di operatori stranieri.
  • Cittadinanza attiva: partecipazione libera delle persone alle questioni delle società dove vivono mediante l’esercizio volontario dei loro diritti cittadini.
  • Partecipazione decentralizzata: forma di partecipazione nella quale ogni individuo decide liberamente come agire, senza necessità di appartenere a una struttura centrale, ricevere istruzioni né integrarsi in un’organizzazione determinata.

Europa también es nuestra

por Henrik Hernandez

 

Cuba y el bloqueo norteamericano de Europa

Durante décadas, el debate europeo sobre Cuba se ha planteado casi siempre desde una pregunta:

¿Qué debe hacer Europa respecto a Cuba?

Quizás ha llegado el momento de invertirla:

¿Qué debe hacer Europa para defender su propia capacidad de decidir?

Los cubanos que vivimos en este continente tenemos una razón adicional para participar en esa discusión.

Vivimos aquí. Trabajamos aquí. Pagamos impuestos aquí. Nuestros hijos y nietos crecen aquí. Muchos somos ciudadanos europeos y otros formamos desde hace décadas parte de estas sociedades.

Europa también es nuestra.

Por eso, cuando defendemos la soberanía europea, no estamos defendiendo un espacio político ajeno.

Estamos defendiendo el nuestro.

Y cuando cuestionamos la aplicación extraterritorial de la política estadounidense contra Cuba, no hablamos solamente como cubanos preocupados por su país de origen.

Hablamos también como europeos.

La pregunta fundamental es sencilla: ¿Quién debe decidir las relaciones económicas, comerciales, financieras y diplomáticas de Europa?

La respuesta debería ser igualmente sencilla: Europa debe decidir en Europa. 

Una política que no termina en Cuba

La política de Estados Unidos contra Cuba no termina en las costas cubanas. Parte de sus mecanismos posee una dimensión extraterritorial capaz de afectar a empresas, bancos, inversionistas, aseguradoras, transportistas y ciudadanos de terceros países.

La propia Comisión Europea reconoce expresamente el problema. La Unión Europea declara que no reconoce la aplicación extraterritorial de determinadas leyes adoptadas por terceros países y considera esos efectos contrarios al derecho internacional. El Reglamento (CE) n.º 2271/96, conocido como Estatuto de Bloqueo, fue adoptado en 1996 precisamente como respuesta a medidas estadounidenses relacionadas, entre otros países, con Cuba.

Más aún: el 7 de julio de 2026, Stavros Lambrinidis, embajador y jefe de la Delegación de la Unión Europea ante las Naciones Unidas, declaró en nombre de la UE y de sus Estados miembros que las medidas extraterritoriales estadounidenses contra Cuba afectan negativamente los intereses económicos europeos y vulneran reglas comúnmente aceptadas del comercio internacional.

Esto significa que no estamos inventando un problema político para construir una consigna.

El conflicto jurídico existe y Europa lo reconoce.

Por eso proponemos introducir en el debate un concepto político: el bloqueo norteamericano de Europa.

No hablamos de un bloqueo territorial contra el continente europeo. No afirmamos que Estados Unidos haya aislado económicamente a Europa.

Hablamos de otra cosa: de la extensión hacia el espacio económico europeo de los efectos de decisiones estadounidenses contra Cuba, hasta el punto de condicionar actividades que son legales según las normas europeas.

Cuando eso ocurre, el bloqueo contra Cuba adquiere una segunda dimensión: se convierte también en una limitación práctica de la soberanía europea.

¿Quién decide realmente?

Imaginemos una empresa francesa, sueca, española, italiana o alemana que descubre una oportunidad comercial legítima en Cuba.

La legislación de su propio país no le prohíbe realizarla.

La legislación de la Unión Europea tampoco.

Cuba autoriza la operación.

Sin embargo, la empresa comienza a preguntarse:

¿Qué hará mi banco?

¿Qué ocurrirá con mis operaciones en Estados Unidos?

¿Qué hará mi aseguradora?

¿Aceptará la operación un banco corresponsal?

¿Qué riesgos asumirán mis proveedores?

¿Puede alguna medida estadounidense afectar posteriormente otros intereses de la empresa?

En ese momento, una decisión aparentemente comercial comienza a producirse dentro de un entorno político creado fuera de Europa.

Puede suceder entonces que la operación sea abandonada.

Formalmente, ninguna autoridad europea la prohibió.

Pero materialmente, una decisión tomada fuera de Europa contribuyó a reducir el espacio de alternativas disponibles para una empresa europea.

Ahí debemos preguntar: ¿Quién decidió realmente? 

El bloqueo también produce riesgo comercial

Hay, además, un aspecto que muchas veces se simplifica. No todas las empresas que reducen, abandonan o evitan operaciones con Cuba lo hacen porque hayan recibido directamente una amenaza estadounidense.

Puede haber dificultades de pago, falta de financiación, problemas de transporte, escasez de divisas, deterioro de infraestructuras, obstáculos tecnológicos, incertidumbre comercial o riesgos relacionados con proveedores.

Pero sería igualmente simplificador presentar todos esos factores como fenómenos completamente independientes del bloqueo.

Después de más de seis décadas de presión económica y financiera, muchas de esas dificultades pueden haber sido creadas, agravadas o prolongadas por las propias restricciones externas.

Existen, por tanto, al menos dos mecanismos que pueden actuar simultáneamente.

El primero es directo: una empresa, un banco, una aseguradora o un proveedor europeo teme consecuencias derivadas de las medidas estadounidenses.

El segundo es indirecto: el bloqueo deteriora o encarece las condiciones económicas en las que debería realizarse una operación, y esas mismas dificultades aparecen posteriormente como razones comerciales para evitar Cuba.

Ambos mecanismos pueden reforzarse.

Una empresa puede decir: “No operamos porque existe demasiado riesgo comercial”. 

Pero parte de ese riesgo puede haber sido generado precisamente por el sistema de restricciones que dificulta los pagos, el transporte, la financiación, la transferencia tecnológica y el abastecimiento. Por eso la pregunta correcta no siempre es: ¿Fue el bloqueo o fue un problema comercial?

A veces debemos preguntar: ¿Hasta qué punto el bloqueo contribuyó a producir el problema comercial que posteriormente se presenta como una causa independiente? 

Un fenómeno documentado por Europa

La propia documentación europea proporciona ejemplos.

Entre el 1 de agosto de 2018 y el 1 de marzo de 2021, la Comisión Europea recibió 63 notificaciones relacionadas con efectos adversos de las legislaciones extraterritoriales comprendidas por el Estatuto de Bloqueo.

De ellas, 35 estaban relacionadas con medidas estadounidenses contra Cuba.

Entre los efectos comunicados figuraban dificultades para acceder a servicios bancarios cotidianos, terminación unilateral de servicios financieros y problemas derivados de decisiones de socios comerciales. La Comisión también registró casos relacionados con procedimientos judiciales.

Estamos, por tanto, ante fenómenos documentados por las propias instituciones europeas.

No es únicamente Cuba diciendo que Europa resulta afectada.

Europa misma lo ha registrado. 

Soberanía jurídica y soberanía material

Aquí aparece probablemente la cuestión más importante. Europa dispone desde 1996 de un instrumento jurídico destinado a proteger a sus operadores frente a determinadas legislaciones extraterritoriales.

El Estatuto de Bloqueo puede neutralizar dentro de la UE los efectos de determinadas resoluciones extranjeras, permitir a operadores europeos reclamar daños ocasionados por la aplicación extraterritorial de las leyes incluidas en su ámbito y, salvo excepciones autorizadas, prohíbe cumplir determinadas exigencias derivadas de esas normas.

Eso demuestra que Europa posee una voluntad jurídica de soberanía.

Pero tener una norma no significa disponer automáticamente de todos los mecanismos necesarios para hacer efectiva esa soberanía.

Una empresa puede estar jurídicamente protegida en Europa y, simultáneamente, calcular el riesgo de perder un mercado importante, financiación, servicios bancarios, determinados proveedores o relaciones empresariales internacionales.

Aquí aparece la contradicción fundamental: Europa puede poseer soberanía jurídica y, sin embargo, carecer de suficiente soberanía material para ejercerla plenamente.

La soberanía no consiste solamente en aprobar leyes.

Consiste en poseer la capacidad efectiva para hacer que las decisiones propias prevalezcan dentro del espacio que se gobierna.

Europa puede declarar: “Estas medidas extraterritoriales no son reconocidas por nosotros”.

Pero si una empresa europea continúa considerando económicamente más seguro modificar su conducta ante Washington que ampararse en Bruselas, existe una asimetría de poder que ninguna declaración jurídica puede ocultar.

El problema deja entonces de ser exclusivamente legal.

Es también económico.

Financiero.

Tecnológico.

Empresarial.

Y, finalmente, político.

La pregunta que Europa debe hacerse no es únicamente: 

¿Tenemos leyes para defender nuestra soberanía?

Sino:

¿Tenemos los instrumentos institucionales y la voluntad política necesarios para hacerlas efectivas?

Una alianza no exige subordinación

Defender una Europa soberana no significa convertir a Estados Unidos en enemigo Estados Unidos y Europa pueden mantener alianzas, comercio, cooperación científica y relaciones militares, culturales y políticas estrechas. Pero una alianza entre iguales presupone la existencia de dos sujetos capaces de decidir.

La amistad no exige subordinación.

Cooperar no significa entregar el derecho a decidir.

Europa debe ser capaz de coincidir con Washington cuando sus intereses coincidan.

Pero debe ser igualmente capaz de decir: No, cuando una medida perjudique intereses europeos, cuando una legislación extranjera pretenda determinar actividades legales dentro de Europa, cuando empresas europeas pierdan oportunidades por decisiones que Europa no adoptó.

La capacidad de decir sí solamente tiene verdadero valor soberano cuando existe también la capacidad real de decir no. 

¿Qué pierde Europa?

Durante décadas hemos explicado cuánto pierde Cuba debido al bloqueo estadounidense. Eso continúa siendo necesario. Pero, para hablar desde Europa, debemos introducir otra pregunta:

¿Qué pierde Europa?

Ese giro es fundamental. No necesitamos convencer a todos los europeos de que compartan una determinada interpretación de la Revolución cubana. Tampoco necesitamos convertir cada conversación sobre extraterritorialidad en un juicio sobre el sistema político cubano.

Un europeo puede mantener diferencias profundas con La Habana. Puede criticar políticas cubanas. Puede defender posiciones completamente distintas de las nuestras. Nada de eso responde a la cuestión planteada.

La pregunta debe ser: ¿Quién decide en Europa – Washington o Bruselas? ¿Por qué permite Bruselas que Washington determine quién, desde Europa, puede comerciar con Cuba? ¿Debe una política adoptada por un tercer Estado – EE. UU. – condicionar qué relaciones económicas legales pueden desarrollar empresas, bancos y ciudadanos europeos?

Ese es el núcleo del problema. 

Ahí comienza verdaderamente el debate sobre soberanía europea.

El problema aquí no es: ¿Quién gobierna Cuba?

Otro cambio de perspectiva resulta imprescindible. Cuba no puede aparecer permanentemente ante Europa solamente como víctima.

Cuba también puede presentarse como socio.

La propia Comisión Europea señala actualmente que la UE es el principal socio comercial de Cuba y su principal fuente de inversión extranjera. Para el período 2021–2027 fueron destinados 125 millones de euros a la cooperación con Cuba. Entre las prioridades figuran la transición ecológica, las energías renovables, la modernización económica y la biotecnología.

La cooperación energética incluye mecanismos destinados a facilitar inversiones europeas, buscar soluciones financieras, realizar estudios de viabilidad y conectar universidades cubanas y europeas. En biotecnología existen proyectos de cooperación científica, regulatoria e industrial, incluida la producción de productos biotecnológicos y vacunas.

Las relaciones económicas existentes abarcan también turismo, construcción, industria ligera, agroindustria, alimentos, productos químicos, maquinaria y equipos de transporte. Pero todos eso se encuentra hoy en el banco de espera.

Por eso necesitamos formular otra pregunta:

¿Qué oportunidades económicas, científicas y tecnológicas pierde Europa cuando sus operadores encuentran obstáculos para desarrollar relaciones legales con Cuba?

Esta pregunta cambia completamente el terreno de discusión. Cuba deja de aparecer exclusivamente como receptora de solidaridad.

Aparece también como: una oportunidad que Europa debe tener libertad para evaluar por sí misma. 

Hablar desde Europa

La solidaridad con Cuba es legítima. Pero nuestra propuesta debe ir más allá. No podemos permanecer eternamente ante las instituciones europeas diciendo:

“Ayuden a Cuba”. “Abajo el bloque de EE. UU. a Cuba”.

Hay algo mucho más profundo que podemos plantear: “Defendamos juntos nuestra capacidad europea de decidir”.

Entonces cambia nuestra posición. Ya no somos solamente cubanos solicitando solidaridad desde fuera. Somos personas que forman parte de estas sociedades y estamos defendiendo un principio que también nos pertenece.

Los cubanos residentes en Europa no existimos únicamente en función de nuestra relación con Cuba. Somos trabajadores, profesionales, empresarios, estudiantes, sindicalistas, contribuyentes, vecinos, electores y ciudadanos.

Formamos parte del tejido de nuestras respectivas sociedades.

Por eso debemos dejar de pensar exclusivamente como: cubanos hablando ante Europa.

Podemos comenzar a pensar también como: cubanos hablando desde Europa. Y muchos podemos hacerlo, además, como europeos de origen cubano.

Un cubano residente en Suecia puede escribir al Gobierno sueco y preguntarle cómo protege los intereses y la autonomía de las empresas suecas. Uno residente en Francia puede dirigirse a las instituciones francesas. Otro en España puede preguntar qué oportunidades españolas se pierden. Otro en Italia puede plantearlo desde los intereses italianos. Otro en Bélgica puede llevar la cuestión al espacio político europeo. Cada persona actúa desde su sociedad.

Pero todos podemos compartir un principio: Europa debe poder decidir soberanamente sus relaciones con Cuba y con cualquier otro país. 

De la solidaridad a la ciudadanía políticamente activa

Ese cambio implica transformar también nuestra forma de actuar. No se trata de abandonar la solidaridad. Se trata de superarla como único modelo de participación. Necesitamos avanzar hacia una ciudadanía activa, voluntaria y descentralizada.

Imaginemos, solamente para visualizar la idea, 3.500 cubanos políticamente activos en Europa.

No 3.500 personas pensando exactamente igual.

No 3.500 militantes de una organización.

No 3.500 personas subordinadas a partidos, gobiernos, embajadas, asociaciones o instituciones.

No 3.500 personas esperando instrucciones.

Hablamos de cubanos que, por decisión propia y a título personal, ejercen sus derechos ciudadanos dentro de las sociedades europeas donde viven.

Cada uno decide cómo participar. Una persona puede escribir a un parlamentario. Otra puede interpelar a un ministro. Otra puede preguntar a un partido político cuál es su posición. Otra puede contactar con un sindicato u otra puede dirigirse a una organización humanitaria. Otra puede escribir a una universidad, una empresa, un medio de comunicación o una asociación.

Otros pueden investigar, escribir artículos, crear videos, podcasts, canciones o materiales educativos.

Otros pueden simplemente conversar con compañeros de trabajo, vecinos, familiares o amigos sobre soberanía europea y extraterritorialidad.

Las organizaciones, sindicatos, partidos, universidades, empresas, medios o instituciones no dirigen esa participación. Son espacios de la sociedad europea hacia los cuales cualquier ciudadano puede dirigirse libremente.

La fuerza estaría precisamente en el carácter: voluntario, personal, plural y descentralizado.

No hace falta un centro que ordene qué hacer. Puede y debe bastar una idea compartida:

Europa debe poder decidir por sí misma.

Nota: La cifra de 3.500 cubanos políticamente activos en Europa se utiliza únicamente como ejemplo ilustrativo para mostrar la dimensión que podría alcanzar una participación ciudadana voluntaria y descentralizada. No constituye una meta formal, un cálculo estadístico, una estructura organizativa ni una propuesta de afiliación. La idea central es mostrar que incluso una fracción pequeña de la comunidad cubana residente en Europa, actuando libremente y a título personal, podría generar una presencia social y política significativa. 

Cada ciudadano puede convertirse en un nodo

Un cubano residente en Europa no vive aislado, tiene compañeros de trabajo, vecinos, familiares, amigos. Participa en asociaciones, sindicatos, comunidades profesionales, universidades, comunidades religiosas o redes digitales.

Cada persona pertenece simultáneamente a diferentes espacios sociales.

Por eso puede convertirse voluntariamente en un nodo de comunicación entre distintas experiencias, ideas y sectores de Europa.

Una persona habla con cinco.

Cinco hablan con otras.

Una carta genera una respuesta.

Una respuesta se transforma en documento.

Un documento puede convertirse en artículo.

Un artículo llega a otra ciudad.

Otro ciudadano formula una pregunta.

La influencia no necesita avanzar mediante una estructura vertical.

Puede hacerlo mediante miles de iniciativas individuales conectadas por una misma preocupación.

Producir conocimiento

También necesitamos nuestros propios instrumentos.

Un artículo puede explicar un mecanismo jurídico.

Una investigación puede documentar cómo una empresa europea resultó afectada.

Una carta a un ministro puede generar una respuesta oficial.

Esa respuesta se convierte en documento.

El documento puede producir otro artículo.

Un periodista puede encontrarlo.

Otro ciudadano puede utilizarlo.

Un diputado puede recibirlo.

Una información producida inicialmente por una sola persona comienza así a circular por diferentes espacios.

Ahí medios como Tocororo Cubano, canales digitales, podcasts, publicaciones y proyectos desarrollados por otros cubanos pueden adquirir una función nueva.

No solamente informar sobre Cuba.

También: producir conocimiento europeo sobre soberanía, extraterritorialidad y relaciones entre Cuba y Europa. Necesitamos pasar de consumir argumentos a producirlos a mayor escala. No para que todos repitan exactamente lo mismo. Sino para ofrecer información, documentos, experiencias y preguntas que cada ciudadano pueda utilizar libremente. 

Un concepto político

Podemos ahora definir mejor el concepto. “Bloqueo norteamericano de Europa” no es una categoría jurídica.

Es un concepto político que describe los efectos que la proyección extraterritorial de determinadas medidas estadounidenses contra Cuba produce sobre la capacidad efectiva de actores europeos para desarrollar actividades que el propio ordenamiento europeo considera legales.

No reemplaza conceptos jurídicos como extraterritorialidad. Los hace comprensibles políticamente.

El mecanismo puede resumirse así: Washington adopta una medida contra determinados sujetos y proyecta sus efectos fuera de Estados Unidos bajo el argumento político de aislar a Cuba.

La medida alcanza o condiciona a actores situados fuera de Estados Unidos. Un operador europeo modifica su conducta. Europa mantiene formalmente la legalidad de la operación. Pero la operación no ocurre.

Entonces aparece una distancia entre: lo que Europa tiene derecho a hacer y lo que Europa puede hacer efectivamente.

En esa distancia se encuentra el problema de soberanía que debemos estudiar. 

Cuba como espejo de Europa

Cuba puede ser nuestro primer gran caso educativo. Pero la cuestión es mucho mayor que Cuba.

Vivimos en un mundo donde monedas, mercados, plataformas tecnológicas, sistemas financieros, cadenas de suministro y grandes centros de poder permiten a Estados Unidos de Norteamérica proyectar decisiones mucho más allá de sus fronteras. Por eso la soberanía del siglo XXI no puede medirse solamente por la existencia de una bandera, un territorio, un parlamento, un ejército o una moneda.

Debe medirse también por la: capacidad efectiva de tomar decisiones sin que otro actor pueda imponer indirectamente un coste suficiente para anularlas.

Ahí Cuba se convierte en espejo.

Europa puede mirarse en él y preguntarse: ¿Somos realmente libres y soberanos  para decidir?

Si todavía existen ámbitos donde una decisión tomada en Washington pesa más sobre una empresa europea que una decisión adoptada en Europa, entonces tenemos un problema europeo.

No solamente cubano.

El encuentro de París

Los cubanos que nos encontraremos en París podemos utilizar ese espacio para plantear una discusión distinta.

No solamente: ¿Qué podemos hacer por Cuba?

Sino también: ¿Qué podemos hacer, como cubanos que vivimos en Europa y como europeos de origen cubano, por la soberanía de Europa?

Podemos aportar algo particular. Conocemos Cuba. Conocemos los efectos de la política estadounidense sobre Cuba.

Pero también conocemos Europa desde dentro. Podemos transformar esa doble experiencia en una herramienta educativa.

Podemos explicar, documentar, investigar, proponer, dialogar y llevar estas preguntas hacia espacios mucho más amplios que los círculos tradicionales de solidaridad.

No mediante una estructura que nos diga qué pensar o qué hacer.

Sino mediante la iniciativa voluntaria y coordinada de personas conscientes de que también forman parte de Europa.

Porque la soberanía europea no pertenece a la izquierda ni a la derecha. No pertenece a una nacionalidad determinada. No pertenece únicamente a quienes simpatizan con Cuba, ni tampoco a quienes la toman de podio con discursivas ajenas.

Es un problema de todos los europeos. Inclusive nosotros. Europa también es nuestra. Los cubanos que vivimos aquí no tenemos que pedir permiso para preocuparnos por el futuro de Europa.

Nuestro trabajo está aquí, nuestras familias están aquí, parte de nuestra historia está aquí, nuestro futuro también está ligado a este continente. Por eso defender la soberanía europea no constituye una desviación de nuestros intereses.

Es defenderlos.

Queremos una Europa capaz de relacionarse con Cuba porque así lo decide. Una Europa capaz de cooperar con Estados Unidos porque así lo decide. Una Europa capaz de disentir de Estados Unidos cuando sus propios intereses lo exijan. Una Europa capaz de comerciar, invertir, investigar y cooperar sin que una legislación extranjera sustituya en la práctica a la europea.

No queremos una Europa contra Estados Unidos. No queremos una Europa contra nadie. Queremos una Europa dueña de sus propias decisiones, capaz de decir sí o  no.

Una Europa libre para escoger sus relaciones. Una Europa donde la soberanía jurídica cuente también con los instrumentos institucionales y la voluntad política necesarios para convertirse en soberanía efectiva.

Queremos y necesitamos una Europa verdaderamente soberana.

Por Cuba, sí, pero también por nosotros porque vivimos aquí y formamos parte de estas sociedades y por ello también somos europeos. Porque Europa también es nuestra. 

Glosario de términos clave:

Bloqueo norteamericano a (de) Europa:

Concepto político utilizado en este artículo para describir los efectos que la proyección extraterritorial de determinadas medidas estadounidenses contra Cuba puede ejercer sobre decisiones legales de empresas, bancos, ciudadanos e instituciones europeas. No constituye una categoría jurídica oficial ni significa que exista un bloqueo territorial estadounidense contra Europa.

Extraterritorialidad:

Proyección de una norma o medida adoptada por un Estado sobre personas, empresas o actividades situadas fuera de su territorio o jurisdicción ordinaria.

Estatuto de Bloqueo de la Unión Europea:

Nombre habitual del Reglamento (CE) n.º 2271/96, creado para proteger a operadores europeos frente a los efectos de determinadas legislaciones extraterritoriales de terceros países.

Soberanía jurídica:

Capacidad formal de una entidad política para aprobar sus propias normas y decidir qué actividades son legales dentro de su jurisdicción.

Soberanía material o efectiva:Capacidad real para hacer prevalecer esas decisiones frente a presiones económicas, financieras, tecnológicas o políticas externas.

Instrumentos institucionales:

Conjunto de mecanismos jurídicos, financieros, administrativos y políticos mediante los cuales las instituciones europeas pueden convertir una decisión formal en capacidad efectiva de actuación y protección.

Autonomía estratégica europea:

Capacidad de Europa para adoptar y ejecutar decisiones propias disponiendo de suficientes instrumentos económicos, políticos, tecnológicos, financieros y diplomáticos.

Efecto directo del bloqueo:

Situación en la que una empresa, banco, aseguradora u otro operador europeo modifica su conducta por temor a consecuencias directamente relacionadas con medidas estadounidenses contra Cuba.

Efecto indirecto del bloqueo:

Situación en la que determinadas restricciones contribuyen a encarecer, deteriorar o dificultar las condiciones económicas en Cuba y esas dificultades pasan posteriormente a formar parte del cálculo comercial de operadores extranjeros.

Ciudadanía activa:

Participación libre de las personas en los asuntos de las sociedades donde viven mediante el ejercicio voluntario de sus derechos ciudadanos.

Participación descentralizada:

Forma de participación en la cual cada individuo decide libremente cómo actuar, sin necesidad de pertenecer a una estructura central, recibir instrucciones ni integrarse en una organización determinada.

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