La necropolitica della bufala

Ciò che vediamo è il sintomo di un ecosistema mediatico che tempo fa ha deciso che la verità su Cuba è una variabile negoziabile, subordinata a un racconto politico che la precede e la supera. Sabato, Raúl Castro è apparso in televisione e questo è bastato per disattivare, senza alcuno sforzo retorico, un’operazione che aveva occupato i titoli per giorni.

María Teresa Felipe Sosa

Sembrerebbe che esista un modo di uccidere che consiste nell’annunciare la morte prima che avvenga e ripeterla finché la menzogna funzioni come se fosse un fatto compiuto. Quando il bersaglio non è un uomo ma un intero paese, a questo si potrebbe chiamare necropolitica della bufala, l’amministrazione calcolata di una morte che non è ancora avvenuta, messa al servizio di un racconto politico che ha bisogno, per sostenersi, della fragilità o della scomparsa dell’altro. Cuba lo ha rivissuto questa settimana.

“Raúl Castro non è morto, è gravemente malato.” Così ha titolato Diario Las Américas il pezzo che ha aperto quasi una settimana di necrologio anticipato sul capo della Rivoluzione Cubana. Nessun medico lo ha confermato, nessuna fonte identificabile lo ha sostenuto.

L’articolo, che si può ancora leggere intatto sul sito del giornale stesso, non cita un solo nome; si appoggia su “informazioni giunte in redazione” e su “informazioni riservate”, le due formule più logore del mestiere. È il tipo di attribuzione che non attribuisce nulla, che il lettore non può verificare né, sospettosamente, il mezzo che la pubblica. E tuttavia, è bastato.

Il pretesto, anch’esso non verificabile, è stato un dispiegamento di polizia e militari insolito nei dintorni del CIMEQ, l’ospedale militare dell’Avana. Da quel dato ambiguo, decontestualizzato, così comodamente disponibile per qualsiasi lettura, è stata montata in poche ore una narrazione completa, secondo cui Raúl Castro avrebbe subito un ictus e agonizzerebbe con supporto vitale in una sala ospedaliera segreta della capitale.

In poche ore il pezzo è migrato su Univision e il suo servizio N+, sui canali di Telemundo a Miami e Los Angeles, su Spectrum Noticias, su WFLA di Tampa, su Local 10 e NTN24. Da lì la storia è saltata a una costellazione di media latinoamericani che l’hanno riprodotta senza sottoporla a un filtro editoriale proprio.

Sabato 5 settembre, i fatti hanno smentito la bufala senza bisogno di alcun comunicato. Miguel Díaz-Canel ha presieduto, insieme a Raúl Castro, la cerimonia per il sessantacinquesimo anniversario della Direzione di Sicurezza Personale del Ministero dell’Interno, fondata il 6 settembre 1961. Raúl ha partecipato seduto, in prima fila. E questa non era, per lui, una riapparizione qualsiasi; la precedente era stata appena meno di un mese prima, al Teatro Karl Marx dell’Avana, per commemorare il centenario di Fidel.

Quasi nessun media di quelli che giorni prima lo avevano sepolto ha offerto una rettifica con lo stesso dispiegamento dedicato alla menzogna originale. Alcuni hanno persino optato per la formula che esime dalla responsabilità, appendendo titoli come questo: “Riappare in mezzo a voci”, come se quelle voci fossero sorte per generazione spontanea e non dalle loro stesse redazioni.

Questo non è un fenomeno recente né improvvisato; è, a tutti gli effetti, uno strumento tipico e reiterato della guerra non convenzionale che gli USAconducono contro Cuba dal 1959. L’Ufficio delle Trasmissioni per Cuba, che gestisce Radio e Televisione Martí, è un’agenzia del governo USA finanziata con budget federale il cui mandato esplicito è produrre contenuti volti a indebolire lo Stato cubano.

Non è un media indipendente che eventualmente coincide con questa agenda, è un pezzo istituzionale di essa. Nel 2014, l’agenzia Associated Press rivelò che l’USAID aveva progettato e finanziato segretamente ZunZuneo, una rete sociale pensata per operare come “il Twitter cubano”, con l’obiettivo di generare al momento opportuno mobilitazioni capaci di favorire una “primavera cubana”.

Tra l’Operazione Mangosta degli anni Sessanta, che contemplava esplicitamente il sabotaggio informativo come arma di destabilizzazione, e la bufala dell’ictus del settembre 2026, c’è una continuità di metodo. Fabbricare informazioni false sulla salute, la morte o la fragilità della dirigenza cubana è, da più di sessant’anni, uno strumento riconosciuto del repertorio della guerra di quarta generazione contro la Rivoluzione.

Niente di tutto ciò avviene nel vuoto, né è casuale. Il 20 maggio 2026, il Dipartimento di Giustizia USA ha reso pubblica un’accusa sostitutiva contro Raúl Castro e altri cinque dirigenti per l’abbattimento, nel febbraio 1996, di un aereo di Hermanos al Rescate, un fatto di trent’anni fa, resuscitato ora con un’opportunità politica che non richiede troppa perspicacia per essere identificata: quella di fabbricare il pretesto per una possibile invasione militare a Cuba.

L’isola ha risposto qualificando l’accusa come un atto di provocazione politica e ha ricordato che l’organizzazione aveva commesso più di venticinque gravi e deliberate violazioni dello spazio aereo cubano tra il 1994 e il 1996, denunciate all’epoca al Dipartimento di Stato, alla FAA e all’Organizzazione dell’Aviazione Civile Internazionale, in un atto che L’Avana sostiene essere amparato dal diritto alla legittima difesa riconosciuto dalla Carta delle Nazioni Unite.

Settimane dopo, in coincidenza con il novantacinquesimo compleanno di Raúl Castro, era già in circolazione una prima campagna mediatica sulla sua salute. A settembre è tornata, identica, la stessa operazione, e si è svolta a appena quarantotto ore da quando Washington ha sanzionato suo nipote, Fidel Ernesto Castro Calis, e il Banco Exterior de Cuba insieme ad altre quattro entità del tessuto economico del paese. Due fronti della stessa offensiva, dispiegati quasi nello stesso momento.

Tutto questo si inscrive, in ultima analisi, in un’offensiva ad ampio spettro che lo stesso Stato cubano ha segnalato senza mezzi termini. Il blocco energetico che Washington mantiene contro l’isola, caratterizzato ufficialmente dall’Avana, e da molti analisti internazionali, come ingiusto e genocida, ha prodotto, nel corso del 2026, blackout che in più di sei occasioni hanno lasciato senza elettricità contemporaneamente un intero paese.

Si tratta di un’architettura di ingerenza che combina sanzioni economiche, blocco energetico, castigo collettivo contro un intero popolo, contenzioso extraterritoriale per fatti di tre decenni fa e guerra psicologica; tutto orientato a un medesimo fine: quello di spezzare per esaurimento la capacità di resistenza di un progetto politico che Washington non è mai riuscita a sconfiggere per via frontale.

Ciò che vediamo, allora, è il sintomo di un ecosistema mediatico che tempo fa ha deciso che la verità su Cuba è una variabile negoziabile, subordinata a un racconto politico che la precede e la supera. Sabato, Raúl Castro è apparso in televisione e questo è bastato per disattivare, senza alcuno sforzo retorico, un’operazione che aveva occupato i titoli per giorni.

Ma il dispositivo che l’ha prodotta rimane intatto, perciò conviene porsi la seguente domanda: per quanto tempo ancora l’opinione pubblica emisferica tollererà che la disinformazione continui a funzionare come arma di guerra non convenzionale, con totale impunità, contro un paese che da sessantacinque anni si limita a esistere contro i pronostici di coloro che insistono, ancora e ancora, nel darlo per morto?

La necropolítica del bulo

Lo que vemos, es el síntoma de un ecosistema mediático que hace tiempo decidió que la verdad sobre Cuba es una variable negociable, subordinada a un relato político que la precede y la excede. El sábado, Raúl Castro apareció en televisión y con eso bastó para desactivar, sin esfuerzo retórico alguno, una operación que había ocupado titulares durante días

María Teresa Felipe Sosa

Pareciera que hay una forma de matar que consiste en anunciar la muerte antes de que ocurra y repetirla hasta que la mentira funcione como si fuera un hecho consumado. Cuando el blanco no es un hombre sino un país entero, a eso se le podría llamar necropolítica del bulo, la administración calculada de una muerte que todavía no ha sucedido, puesta al servicio de un relato político que necesita, para sostenerse, la fragilidad o la desaparición del otro. Cuba lo volvió a vivir esta semana.

“Raúl Castro no ha muerto, está gravemente enfermo.” Así tituló Diario Las Américas la pieza que abrió casi una semana de necrológica anticipada sobre el líder de la Revolución Cubana. Ningún médico lo confirmó, ninguna fuente identificable lo sostuvo.

El artículo, que todavía puede leerse intacto en el sitio del propio diario, no cita un solo nombre; se ampara en “informes llegados a la redacción” y en “información confidencial”, las dos fórmulas más gastadas del oficio. Es el tipo de atribución que no atribuye nada, que no puede verificar el lector ni, sospechosamente, tampoco el medio que la publica. Y sin embargo, bastó.

El pretexto, tampoco verificable, fue un despliegue policial y militar poco habitual en los alrededores del CIMEQ, el hospital militar de La Habana. De ese dato ambiguo, descontextualizado, tan cómodamente disponible para cualquier lectura, se montó en cuestión de horas una narrativa completa, la de que Raúl Castro habría sufrido un accidente cerebrovascular y agonizaría con soporte vital en una sala de hospital secreta de la capital.

En cuestión de horas la pieza migró a Univision y su servicio N+, a las señales de Telemundo en Miami y Los Ángeles, a Spectrum Noticias, a WFLA de Tampa, a Local 10 y NTN24. De ahí la historia saltó a una constelación de medios latinoamericanos que la reprodujeron sin someterla a filtro editorial propio.

El sábado 5 de septiembre, los hechos desmintieron el bulo sin necesidad de comunicado alguno. Miguel Díaz-Canel presidió, junto a Raúl Castro, el acto por el sesenta y cinco aniversario de la Dirección de Seguridad Personal del Ministerio del Interior, fundada un 6 de septiembre de 1961. Raúl asistió sentado, en primera fila. Y esta no era, para él, una reaparición cualquiera, la anterior había sido apenas menos de un mes antes, en el Teatro Karl Marx de La Habana, para conmemorar el centenario de Fidel.

Casi ningún medio de los que días antes lo habían sepultado ofreció una rectificación con el mismo despliegue dedicado a la mentira original. Algunos incluso, optaron por la fórmula que exime de responsabilidad, colgando titulares como estos: ”Reaparece en medio de rumores”, como si esos rumores hubieran surgido por generación espontánea y no de sus propias redacciones.

Esto no es un fenómeno reciente ni improvisado; es, con toda propiedad, un recurso típico y reiterado de la guerra no convencional que Estados Unidos sostiene contra Cuba desde 1959. La Oficina de Transmisiones para Cuba, que opera Radio y Televisión Martí, es una agencia del gobierno estadounidense financiada con presupuesto federal cuyo mandato explícito es producir contenido dirigido a debilitar al Estado cubano.

No es un medio independiente que eventualmente coincide con esa agenda, es una pieza institucional de ella. En 2014, la agencia Associated Press reveló que la USAID había diseñado y financiado en secreto ZunZuneo, una red social pensada para operar como “el Twitter cubano”, con el objetivo de generar en el momento oportuno movilizaciones capaces de propiciar una “primavera cubana”. 

Entre la Operación Mangosta de los años sesenta, que contempló explícitamente el sabotaje informativo como arma de desestabilización y el bulo del accidente cerebrovascular de septiembre de 2026, hay una continuidad de método. Fabricar información falsa sobre la salud, la muerte o la fragilidad del liderazgo cubano es, desde hace más de sesenta años, un instrumento reconocido del repertorio de la guerra de cuarta generación contra la Revolución.

Nada de esto ocurre en el vacío, ni es casual. El 20 de mayo de 2026, el Departamento de Justicia estadounidense hizo pública una acusación sustitutiva contra Raúl Castro y otros cinco dirigentes por el derribo, en febrero de 1996, de una avioneta de Hermanos al Rescate, un hecho de hace treinta años, resucitado ahora con una oportunidad política que no requiere demasiada perspicacia para identificar, la de fabricar el pretexto para una posible invasión militar a Cuba.

La isla respondió calificando la acusación como un acto de provocación política y recordó que la organización había cometido más de veinticinco violaciones graves y deliberadas del espacio aéreo cubano entre 1994 y 1996, denunciadas en su momento ante el Departamento de Estado, la FAA y la Organización de Aviación Civil Internacional, en un acto que La Habana sostiene amparado en el derecho a la legítima defensa reconocido por la Carta de las Naciones Unidas.

Semanas más tarde, coincidiendo con el nonagésimo quinto cumpleaños de Raúl Castro, ya circulaba una primera campaña mediática sobre su salud. En septiembre volvió, calcada, la misma operación, y se hizo a apenas cuarenta y ocho horas de que Washington sancionara a su nieto, Fidel Ernesto Castro Calis, y al Banco Exterior de Cuba junto a otras cuatro entidades del entramado económico del país. Dos frentes de la misma ofensiva, desplegados casi al mismo tiempo.

Todo esto se inscribe, en última instancia, en una ofensiva de espectro amplio que el propio Estado cubano ha señalado sin ambages. El bloqueo energético que Washington sostiene contra la isla, caracterizado oficialmente por La Habana, y por muchos analistas internacionales, como injusto y genocida, produjo, a lo largo de 2026, apagones que en más de seis ocasiones han dejado sin electricidad simultánea a todo un país.

Se trata de una arquitectura de injerencia que combina sanciones económicas, bloqueo energético, castigo colectivo contra todo un pueblo, litigación extraterritorial por hechos de hace tres décadas y guerra psicológica; todo orientado a un mismo fin, el de quebrar por agotamiento la capacidad de resistencia de un proyecto político que Washington nunca ha logrado derrotar por la vía frontal.

Lo que vemos, entonces, es el síntoma de un ecosistema mediático que hace tiempo decidió que la verdad sobre Cuba es una variable negociable, subordinada a un relato político que la precede y la excede. El sábado, Raúl Castro apareció en televisión y con eso bastó para desactivar, sin esfuerzo retórico alguno, una operación que había ocupado titulares durante días.

Pero el dispositivo que la produjo sigue intacto por lo que conviene hacerse la siguiente pregunta: ¿cuánto tiempo más va a tolerar la opinión pública hemisférica que la desinformación siga funcionando como arma de guerra no convencional, con total impunidad, contra un país que hace sesenta y cinco años se limita a existir en contra de los pronósticos de quienes insisten, una y otra vez, en darlo por muerto?

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