Di nuovo, uccidono un Castro

Tra il 1 e il 5 settembre è accaduto esattamente ciò che accade sempre: una bufala è nata a Miami, si è moltiplicata a catena in mezza America Latina e, quando la realtà l’ha smentita con immagini in diretta, non è successo assolutamente nulla. Nessun media si è corretto. Nessuno ha chiesto scusa.

José Enrique González Calvo

È accaduto martedì 1 settembre. Prima è circolata come voce di morte sulle reti sociali — la variante più vecchia della bufala cubana, quella di “è morto e lo stanno nascondendo” —. Ore dopo è mutata in qualcosa con l’apparenza di una notizia seria, con fonte e persino diagnosi: Raúl Castro, 95 anni, avrebbe subito un ictus e sarebbe rimasto, secondo la formula che si è ripetuta di sito in sito, collegato a macchine per essere mantenuto in vita. L’origine di quella frase concreta — quella del supporto vitale, quella che sembra più reale e genera più clic — non è stato un ospedale, né un medico, né un portavoce. È stato un audio anonimo.

Cinque giorni dopo, sabato 5 settembre, la televisione cubana ha mostrato quello stesso uomo — l'”agonizzante” — mentre entrava camminando in una sala di rappresentanza, con vita evidente, alla cerimonia per il 65º anniversario della Direzione di Sicurezza Personale del Ministero dell’Interno, insieme a Miguel Díaz-Canel e a suo nipote Raúl Guillermo Rodríguez Castro, capo della sua sicurezza personale. Nessuno lo sosteneva. Non c’erano siero né barella né camice da ospedale. C’era, ancora una volta, un vecchio rivoluzionario in uniforme, come fa da quasi settant’anni con o senza il permesso dei suoi nemici.

Tra il 1 e il 5 settembre è accaduto esattamente ciò che accade sempre: una bufala è nata a Miami, si è moltiplicata a catena in mezza America Latina e, quando la realtà l’ha smentita con immagini in diretta, non è successo assolutamente nulla. Nessun media si è corretto. Nessuno ha chiesto scusa.

Ma andiamo per ordine, che il fascicolo lo merita.

L’origine: una fonte che nessuno può verificare

Il pezzo che ha acceso la miccia lo ha pubblicato Diario Las Américas, il giornale di Miami diretto da Iliana Lavastida, la mattina del 1 settembre. Secondo quanto raccontato dalla stessa Lavastida a un canale televisivo di quella città, l’informazione è arrivata da “una fonte molto riservata, ma molto attendibile” all’Avana, la cui identità il giornale non ha mai rivelato né può, per definizione, essere verificata da nessun altro. Con quell’unico filo — un messaggio audio, un nome che non si dice, una diagnosi senza medico né ospedale che la sostenga — il giornale ha titolato che Castro era gravissimo e ha riassunto la sua versione nella frase che sarebbe diventata lo slogan della bufala: “non è morto, è gravemente malato”.

Lo stesso Diario Las Américas stava, in teoria, smentendo le voci di morte che già circolavano sulle reti sociali. Ma per smentire una menzogna ha scelto di costruirne un’altra, altrettanto indimostrabile, e l’ha rivestita con il linguaggio della sala di terapia intensiva. La fonte non è mai esistita o semplicemente ha mentito — non abbiamo modo di saperlo, e non ce l’ha nemmeno nessuno al di fuori di quelle quattro mura dove hanno redatto la notizia —, ma c’è qualcosa che non ammette dubbi: un’informazione attribuita a un’unica fonte anonima e non verificabile, pubblicata come certezza medica, è stata smentita cinque giorni dopo dal segnale della televisione cubana.

La catena di sempre: chi ha ripetuto la storia senza fare una sola domanda

Ciò che è accaduto dopo è, forse, più rivelatore della bufala stessa. Nel giro di poche ore, decine di media dell’America Latina hanno riprodotto l’articolo di Diario Las Américas quasi parola per parola, citandolo come unica fonte e senza aggiungere una verifica propria. Tra quelli che lo hanno replicato quello stesso 1 e 2 settembre ci sono La Prensa del Nicaragua, Vanguardia ed El Colombiano in Colombia, El Heraldo del Messico e La Aurora del Messico, e l’ecuadoriana Teleamazonas. Ma dove la bufala ha trovato il suo pubblico più fedele è stato in Argentina: dai grandi — Clarín, La Nación, Perfil — fino a un piccolo esercito di portali più piccoli — BAE Negocios, El Canciller, Canal 26, Hoy Día, LM Neuquén, NoticiasNQN, Gente de Salta, Metadata —, che in apparenza non hanno nemmeno gareggiato per il dato: si sono limitati a copiare la stessa struttura, gli stessi paragrafi, fino alla stessa citazione di Lavastida. E naturalmente, non sono rimasti indietro i media nordamericani come N+ Univisión, Telemundo 51, CBS News.

Un giorno dopo si è aggiunto Reporte Confidencial, che ancora il 3 settembre parlava dell’ictus come un fatto “ufficioso” ma indiscutibile, e vi ha aggiunto un dato di contesto: ha ricordato che nel 2021 — nel suo testo originale lo citano del 2001, e dopo aver verificato, in realtà è del 2021 — il giornale spagnolo ABC aveva pubblicato, citando “fonti anonime vicine al regime”, che “Raúl soffriva di cancro all’esofago e al retto, oltre a una cirrosi epatica attribuita a una dipendenza dall’alcol”. Cinque anni dopo, senza una sola nuova conferma di mezzo, gli avevano già trovato persino la causa retroattiva del presunto ictus.

Per quanto ho potuto rintracciare, nessuno di quei media ha chiamato Cuba, uno specialista o una seconda fonte prima di pubblicare. Tutti hanno citato Diario Las Américas, che a sua volta citava un anonimo. E fino alla chiusura di questo testo non ho trovato che nessuno di loro abbia pubblicato una rettifica, un’errata corrige o una scusa dopo il 5 settembre, quando è stato dimostrato che l’informazione era falsa.

Il 5 settembre: la risposta che non ha avuto bisogno di comunicato

Cuba, che raramente emette bollettini medici sui suoi dirigenti storici — e tanto meno di fronte a bufale e falsità di sempre —, non è uscita a smentire con un comunicato stampa. Si è smentita da sola con una trasmissione del Noticiero Estelar: la cerimonia per il 65º anniversario della Direzione di Sicurezza Personale — la struttura che protegge le figure più importanti del governo cubano — ha mostrato Raúl Castro presente, cosciente, che camminava, parlava, con il corpo eretto e la mente lucida, accompagnato da Díaz-Canel, il presidente della Repubblica. Non è stata una foto d’archivio riscaldata né un’immagine ambigua per alimentare ulteriori dubbi: è stata un’apparizione pubblica, in diretta, il tipo di prova che nessun editore onesto può continuare a ignorare.

Dopo la prova, la figuraccia: la risposta di Diario Las Américas

La sera dello stesso sabato 5, appena poche ore dopo la trasmissione ufficiale, Diario Las Américas ha pubblicato un articolo firmato da Iliana Lavastida e Carlos Armando Cabrera che merita di essere letto per intero, perché è un catalogo quasi perfetto di come sostenere una versione dopo che la realtà l’ha contraddetta in diretta nazionale.

La cosa logica, dopo aver visto in vita l’uomo che cinque giorni prima descrivevano collegato a supporto vitale, sarebbe stata una linea semplice: ci siamo sbagliati, o ci hanno mentito. Questo non è accaduto. L’articolo afferma, con un’onestà involontaria che rasenta la commedia, che il giornale “non si ritratta di quanto riportato fino a oggi” perché conserva i messaggi ricevuti dall’Avana. Cioè: la prova che qualcosa è vero non è più la realtà che si può vedere in televisione, è il messaggio anonimo che la contraddice.

Da lì, il testo dispiega non una, ma tre teorie alternative, ciascuna più rocambolesca della precedente, per non dover accettare l’ovvio:

  • L’immagine sarebbe vecchia. Suggeriscono che il video di sabato potrebbe essere, in realtà, un montaggio della cerimonia di giugno per l’anniversario del Ministero dell’Interno. L’argomento cade con una semplice ricerca: quella cerimonia di giugno si è tenuta al Teatro Karl Marx, gremito di ufficiali del MININT, e le sue stesse immagini — dove si vede anche Raúl camminare e con la mente lucida — sono disponibili e perfettamente verificabili.
  • Potrebbe essere un sosia. L’articolo invoca fonti legate a lavori di intelligence — anonime, come tutta questa storia dal primo giorno — per sostenere che Raúl Castro disporrebbe di diversi sosia e che il regime ne avrebbe usato uno per l’occasione. Lo stesso articolo che un paragrafo prima descrive un Raúl Castro visibilmente debole, come si conviene a un uomo di 95 anni, vuole farci credere, allo stesso tempo, che quell’uomo fragile sia in realtà un attore addestrato a sostituirlo. So che può sembrare una battuta, ma in Diario Las Américas lo raccontano con tutta serietà.
  • E, per non far mancare nulla, sarebbe un’operazione di intelligence cubana. Il testo conclude insinuando che la stessa fuga di notizie sarebbe stata progettata dalla Sicurezza dello Stato per seminare confusione e fratturare i consensi all’interno dell’esilio. Con quest’ultimo pezzo il cerchio si chiude perfettamente: se Castro appare vivo, è una trappola del regime; se fosse apparso morto, sarebbe stata la conferma dell’esclusiva. Non esiste risultato possibile che obblighi Diario Las Américas ad ammettere un errore, perché qualsiasi esito viene riprocessato come prova della cospirazione originale.

L’articolo arriva persino a insinuare che le agenzie di stampa che hanno coperto la riapparizione non hanno pubblicato foto della cerimonia, come se quell’assenza in certe agenzie pesasse più della trasmissione completa del Noticiero Nacional cubano. Il dato è più fragile dell’argomento stesso: altri media che hanno coperto quella stessa sera hanno invece pubblicato screenshot del segnale di Cubavisión. Quando la difesa dipende dal fatto che il lettore non apra una seconda scheda, non è più prudenza giornalistica: è scommettere che nessuno verificherà il verificatore.

Cinque giorni di bufala sono finiti, per il mezzo che l’ha originata, non in una scusa ma in tre ipotesi d’emergenza e una chiusura che riassume tutto senza volerlo: l’articolo assicura che il caso rimane, parole più, parole meno, una notizia in evoluzione. In evoluzione. Come se la prova di vita di un anziano di 95 anni fosse una serie in attesa della sua prossima stagione.

Questo lo abbiamo già visto, e non è la prima volta quest’anno

Chi segue da un po’ la politica cubana sa che questo copione ha repliche frequenti. Nel settembre 2025 è circolata un’altra ondata di voci sulla morte di Raúl Castro che, secondo quanto ricostruito poi dal sito messicano Infodemia, è nata da un account che si presentava come “parodia” ed è stata amplificata, senza verificare nulla, da utenti reali di una certa influenza. Un mese dopo, nell’ottobre 2025, è tornata a circolare la versione del suo decesso, e si è sgonfiata di nuovo quando è riapparso a una cerimonia per l’anniversario del Comitato Centrale del Partito Comunista e del giornale Granma. Nel 2026, inoltre, la salute di Raúl Castro è diventata notizia in un contesto molto concreto: a maggio, la giustizia statunitense ha avviato un’accusa formale contro di lui per l’abbattimento degli aerei di Hermanos al Rescate nel 1996, e lo scorso 26 luglio è mancato, per la prima volta in tre decenni, alla cerimonia centrale per l’anniversario dell’assalto al Moncada. Ogni assenza è diventata una pista; ogni pista, una bufala.

E questo, naturalmente, non è iniziato con Raúl. A suo fratello Fidel lo “uccisero” così tante volte nella stampa internazionale che lui stesso finì per scherzarci sopra: nell’ottobre 2012, dopo settimane di voci sulla sua morte, Granma pubblicò foto sue mentre leggeva il giornale e un testo in cui, con il suo stile abituale, attribuiva le versioni sul suo decesso alla propaganda dei suoi avversari e assicurava di sentirsi perfettamente. Non fu né la prima né l’ultima volta: l’obitorio di Fidel Castro fu scritto, messo nel cassetto e tirato fuori da lì così tante volte che finì per essere, letteralmente, un genere giornalistico a sé stante.

Perché con Cuba funziona sempre?

Io vado da anni a L’Avana con visitatori da mezzo mondo, raccontando loro la storia di questa Rivoluzione dalle guerre d’indipendenza a oggi, e posso dire con totale onestà che non sono poche le visite in cui qualcuno non mi abbia chiesto, a un certo punto, se “sono già morti i Castro”. La domanda non nasce dalla malizia del turista: nasce da un’industria mediatica che da più di sessant’anni addestra il suo pubblico ad aspettarsi quella morte come chi aspetta un film. Come se la storia stessa di Cuba dipendesse da “i Castro”.

Ci sono, credo, due ingredienti chiave che rendono Cuba il terreno perfetto per questo tipo di bufala. Il primo è il desiderio: per una parte dell’esilio storico e della destra miamense, la morte di un Castro non è solo una notizia, è una promessa mantenuta, il lieto fine di un racconto che vanno ripetendosi dal 1959. Quando uno desidera così tanto qualcosa, è facile confondere il desiderio con la fonte. E il secondo è puramente economico: un titolo su un Castro agonizzante genera più clic in quaranta minuti che mesi di copertura seria su riforme economiche, dibattiti popolari o il blocco. La pigrizia editoriale fa il resto: copiare e incollare è gratis; verificare costa tempo e, soprattutto, contatti in un paese verso cui molti di quei media non inviano nemmeno corrispondenti.

Tutto questo accade, inoltre, su un telone di fondo molto reale: la politica di “massima pressione” del governo di Donald Trump contro Cuba, il blocco energetico che ha aggravato la crisi elettrica dell’isola da gennaio, e un’offensiva di sanzioni contro dirigenti, istituzioni e aziende cubane che non si è fermata per tutto il 2026. In questo clima, ogni voce sulla salute di un capo storico della Rivoluzione non è un dato isolato: è un tassello di più di una guerra che ormai non si combatte solo con le sanzioni, ma anche con i titoli.

La verità non è più il prodotto; la narrazione sì

La cosa più triste di questo episodio non è che sia stata inventata — o replicata senza verificare, che per il lettore è esattamente la stessa cosa — una menzogna sulla salute di un uomo di 95 anni. La cosa più triste è che a nessuno, nelle redazioni che l’hanno diffusa, sembrava importare molto se fosse vera. Quello che importava era che fosse credibile, che si adattasse a ciò che il pubblico voleva già sentire, che generasse la reazione attesa: paura, incertezza, la sensazione che “questo sta finendo”, o la speranza di chi crede che il destino di Cuba sia nelle mani di un cognome. Questo è il vero prodotto che si vende oggi su Cuba: non informazione, ma la promessa di una fine. E siccome la narrazione è il prodotto, la correzione di quella narrazione — anche se arriva con immagini in diretta, in diretta nazionale, senza alcuna ambiguità — non ha alcun valore commerciale. Per questo non ci sono rettifiche. Non è che quei media si siano dimenticati di correggere: è che correggere non vende nulla.

Immagino un redattore che controlla una cartella chiamata “Castro — obitorio”, a ogni anniversario, a ogni 26 luglio, a ogni assenza sospetta di Raúl, con la stessa fede con cui altri controllano la lotteria: “questa volta sì”. Immagino la delusione di settembre, mascherata in fretta con la notizia successiva, perché ammettere la delusione ad alta voce significherebbe ammettere che da sessantasette anni desiderano qualcosa che la biologia cubana, testarda, continua a negare loro in tempo utile. Non hanno bisogno che i Castro muoiano per scrivere la notizia; basta che ne sentano il bisogno. Ed è qui, forse, la spiegazione più onesta di tutto questo: quando la realtà non coopera con i tuoi desideri, c’è sempre l’opzione di inventarti una realtà che lo faccia.

Questa volta non lo hanno ucciso nemmeno. Il 5 settembre Raúl Castro è apparso, vecchio e vivo, circondato dalla gente che lo protegge — lui e la Rivoluzione che ha contribuito a fare — da 65 anni. La bufala, nel frattempo, continua a circolare negli archivi di una dozzina di portali che non la cancelleranno né correggeranno mai, aspettando tranquillamente la prossima assenza, il prossimo anniversario, la prossima fonte che nessuno potrà mai verificare. Perché in questa guerra mediatica, come in tutte, non è necessario vincere la battaglia dei fatti. Basta vincere quella della narrazione.

Lascerò alcuni screenshot dei titoli di vari media che ho menzionato sopra. Anche le immagini tratte dal servizio di ieri 5 settembre sulla televisione cubana, anche se lascerò il link YouTube di quel servizio.


De nuevo, matan a un Castro

Entre el 1 y el 5 de septiembre pasó exactamente lo que siempre pasa: un bulo nació en Miami, se multiplicó en cadena por media Latinoamérica y, cuando la realidad lo desmintió con imágenes en directo, no pasó absolutamente nada. Ningún medio se corrigió. Nadie pidió disculpas

José Enrique González Calvo

Ocurrió el martes 1 de septiembre. Primero corrió como rumor de muerte en redes sociales —la variante más vieja del bulo cubano, la de “se murió y lo están escondiendo”—. Horas después mutó en algo con apariencia de noticia seria, con fuente y hasta diagnóstico: Raúl Castro, de 95 años, habría sufrido un accidente cerebrovascular y permanecería, según la fórmula que se repitió de sitio en sitio, conectado a equipos para mantenerse con vida. El origen de esa frase concreta —la del soporte vital, la que más parece real y más clics genera— no fue un hospital, ni un médico, ni un vocero. Fue un audio anónimo.

Cinco días después, el sábado 5 de septiembre, la televisión cubana mostró a ese mismo hombre —el “agonizante”— entrando caminando a un salón de actos, con vida evidente, en el acto por el 65 aniversario de la Dirección de Seguridad Personal del Ministerio del Interior, junto a Miguel Díaz-Canel y a su nieto Raúl Guillermo Rodríguez Castro, jefe de su seguridad personal. Nadie lo sostenía. No había suero ni camilla ni bata de hospital. Había, otra vez, un viejo revolucionario de uniforme, como lleva haciendo con o sin el permiso de sus enemigos desde hace casi setenta años.

Entre el 1 y el 5 de septiembre pasó exactamente lo que siempre pasa: un bulo nació en Miami, se multiplicó en cadena por media Latinoamérica y, cuando la realidad lo desmintió con imágenes en directo, no pasó absolutamente nada. Ningún medio se corrigió. Nadie pidió disculpas.

Pero vamos por partes, que el expediente lo merece.

El origen: una fuente que nadie puede verificar

La pieza que encendió la mecha la publicó Diario Las Américas, el periódico de Miami que dirige Iliana Lavastida, en la mañana del 1 de septiembre. Según contó la propia Lavastida a un canal de televisión de esa ciudad, la información llegó de “una fuente muy confidencial, pero muy fidedigna” en La Habana, cuya identidad el periódico nunca reveló ni puede, por definición, ser verificada por nadie más. Con ese único hilo —un mensaje de audio, un nombre que no se dice, un diagnóstico sin médico ni hospital que lo respalde— el diario tituló que Castro estaba gravísimo y resumió su versión en la frase que se convertiría en el eslogan del bulo: “no ha muerto, está gravemente enfermo”.

El propio Diario Las Américas estaba, en teoría, desmintiendo los rumores de muerte que ya circulaban por redes sociales. Pero para desmentir una mentira eligió construir otra, igual de indemostrable, y la vistió con el lenguaje de la sala de terapia intensiva. La fuente nunca existió o simplemente les mintió —no tenemos forma de saberlo, y tampoco la tiene nadie fuera de esas cuatro paredes donde redactaron la noticia—, pero hay algo que no admite duda: una información atribuida a una única fuente anónima y no verificable, publicada como certeza médica, terminó desmentida cinco días después por la señal de la televisión cubana.

La cadena de siempre: quién repitió la historia sin hacer una sola pregunta

Lo que ocurrió después es, quizás, más revelador que el bulo mismo. En cuestión de horas, decenas de medios de América Latina reprodujeron la nota de Diario Las Américas casi palabra por palabra, citándola como única fuente y sin sumar una verificación propia. Entre los que la replicaron ese mismo 1 y 2 de septiembre están La Prensa de Nicaragua, Vanguardia y El Colombiano en Colombia, El Heraldo de México y La Aurora de México, y la ecuatoriana Teleamazonas. Pero donde el bulo encontró a su público más fiel fue en Argentina: desde los grandes —Clarín, La Nación, Perfil— hasta un pequeño ejército de portales más chicos —BAE Negocios, El Canciller, Canal 26, Hoy Día, LM Neuquén, NoticiasNQN, Gente de Salta, Metadata—, que en apariencia ni siquiera compitieron por el dato: se limitaron a copiar la misma estructura, los mismos párrafos, hasta la misma cita de Lavastida. Y claro, no se quedaron atrás medios norteamericanos como N+ Univisión, Telemundo 51, CBS News.

Un día después se sumó Reporte Confidencial, que todavía el 3 de septiembre hablaba del ACV como un hecho “extraoficial” pero indiscutido, y le agregó un dato de contexto: recordó que en 2021 —en su texto original lo citan del 2001, y luego de verificarlo, realmente es del 2021— el diario español ABC había publicado, citando “fuentes anónimas cercanas al régimen”, que “Raúl padecía cáncer de esófago y de recto, además de una cirrosis hepática atribuida a una adicción al alcohol”. Cinco años después, sin una sola confirmación nueva de por medio, ya le habían encontrado hasta la causa retroactiva al supuesto ACV.

Hasta donde he podido rastrear, ninguno de esos medios llamó a Cuba, a un especialista o a una segunda fuente antes de publicar. Todos citaron a Diario Las Américas, que a su vez citaba a un anónimo. Y hasta el cierre de este texto no he encontrado que ninguno de ellos haya publicado una rectificación, una fe de erratas o una disculpa después del 5 de septiembre, cuando quedó demostrado que la información era falsa.

El 5 de septiembre: la respuesta que no necesitó comunicado

Cuba, que rara vez emite partes médicos sobre sus dirigentes históricos —y mucho menos ante bulos y falsedades de siempre—, no salió a desmentir con un comunicado de prensa. Se desmintió sola con una transmisión del Noticiero Estelar: el acto por el 65 aniversario de la Dirección de Seguridad Personal —la estructura que protege a las figuras más importantes del gobierno cubano— mostró a Raúl Castro presente, consciente, caminando, hablando, con el cuerpo erguido y la mente clara, acompañado de Díaz-Canel, el presidente de la República. No fue una foto de archivo recalentada ni una imagen ambigua para alimentar más dudas: fue una aparición pública, en directo, el tipo de prueba que ningún editor honesto puede seguir ignorando.

Después de la prueba, el papelón: la respuesta de Diario Las Américas

La noche del propio sábado 5, apenas horas después de la transmisión oficial, Diario Las Américas publicó una nota firmada por Iliana Lavastida y Carlos Armando Cabrera que merece leerse completa, porque es un catálogo casi perfecto de cómo sostener una versión después de que la realidad la contradijo en cadena nacional. 

Lo lógico, después de ver con vida al hombre que cinco días antes describían conectado a soporte vital, habría sido una línea sencilla: nos equivocamos, o nos mintieron. Eso no ocurrió. La nota afirma, con una honestidad involuntaria que roza la comedia, que el periódico “no se retracta de lo reseñado hasta el día de hoy” porque conserva los mensajes recibidos desde La Habana. Es decir: la prueba de que algo es cierto ya no es la realidad que uno puede ver por televisión, es el mensaje anónimo que la contradice.

A partir de ahí, el texto despliega no una, sino tres teorías alternativas, cada una más rocambolesca que la anterior, para no tener que aceptar lo obvio:

La imagen sería vieja. Sugieren que el video del sábado podría ser, en realidad, una edición del acto de junio por el aniversario del Ministerio del Interior. El argumento se cae con una simple búsqueda: ese acto de junio fue en el Teatro Karl Marx, abarrotado de oficiales del MININT, y sus propias imágenes —donde también se ve a Raúl caminando y con la mente clara— están disponibles y son perfectamente verificables.

Podría ser un doble. El artículo invoca a fuentes vinculadas con labores de inteligencia —anónimas, como toda esta historia desde el primer día— para plantear que Raúl Castro dispondría de varios dobles y que el régimen habría usado a uno de ellos para la ocasión. La misma nota que un párrafo antes describe a un Raúl Castro visiblemente débil, como corresponde a un hombre de 95 años, quiere hacernos creer, al mismo tiempo, que ese hombre frágil es en realidad un actor entrenado para sustituirlo. Sé que esto puede sonar a chiste, pero en Diario Las Américas lo cuentan con toda seriedad.

Y, por si faltaba algo, sería una operación de inteligencia cubana. El texto remata insinuando que la propia filtración habría sido diseñada por la Seguridad del Estado para sembrar confusión y fracturar los consensos dentro del exilio. Con esta última pieza el círculo queda perfectamente cerrado: si Castro aparece vivo, es una trampa del régimen; si hubiera aparecido muerto, habría sido la confirmación de la exclusiva. No existe resultado posible que obligue a Diario Las Américas a admitir un error, porque cualquier desenlace se reprocesa como prueba de la conspiración original.

El artículo llega, incluso, a insinuar que las agencias de prensa que cubrieron la reaparición no publicaron fotos del acto, como si esa ausencia en ciertas agencias pesara más que la transmisión completa del Noticiero Nacional cubano. El dato es más frágil que el propio argumento: otros medios que cubrieron esa misma noche sí publicaron capturas de la señal de Cubavisión. Cuando la defensa depende de que el lector no abra una segunda pestaña, ya no es cautela periodística: es apostar a que nadie va a verificar al verificador.

Cinco días de bulo terminaron, para el medio que lo originó, no en una disculpa sino en tres hipótesis de emergencia y un cierre que lo resume todo sin querer: la nota asegura que el caso sigue siendo, palabras más, palabras menos, una noticia en desarrollo. En desarrollo. Como si la prueba de vida de un anciano de 95 años fuera una serie a la espera de su próxima temporada.

Esto ya lo vimos, y no es la primera vez este mismo año

Quien lleva un rato siguiendo la política cubana sabe que este guion tiene reposiciones frecuentes. En septiembre de 2025 circuló otra ola de rumores sobre la muerte de Raúl Castro que, según reconstruyó después el sitio mexicano Infodemia, nació en una cuenta que se presentaba como “parodia” y fue amplificada, sin verificar nada, por usuarios reales de cierta influencia. Un mes después, en octubre de 2025, volvió a circular la versión de su fallecimiento, y volvió a desinflarse cuando reapareció en un acto por el aniversario del Comité Central del Partido Comunista y del periódico Granma. Este 2026, además, la salud de Raúl Castro se volvió noticia en un contexto muy concreto: en mayo, la justicia estadounidense avanzó una acusación formal en su contra por el derribo de las avionetas de Hermanos al Rescate en 1996, y el pasado 26 de julio faltó, por primera vez en tres décadas, al acto central por el aniversario del asalto al Moncada. Cada ausencia se convirtió en pista; cada pista, en bulo.

Y esto, por supuesto, no empezó con Raúl. A su hermano Fidel lo “mataron” tantas veces en la prensa internacional que él mismo terminó bromeando al respecto: en octubre de 2012, tras semanas de rumores sobre su muerte, Granma publicó fotos suyas leyendo el propio periódico y un texto en el que, con su estilo habitual, atribuyó las versiones sobre su fallecimiento a la propaganda de sus adversarios y aseguró sentirse perfectamente. No fue la primera vez ni la última: el obituario de Fidel Castro se escribió, se guardó en el cajón y se sacó de ahí tantas veces que terminó siendo, literalmente, un género periodístico propio.

¿Por qué con Cuba siempre funciona?

Yo llevo años caminando La Habana con visitantes de medio mundo, contándoles la historia de esta Revolución desde las guerras de independencia hasta hoy, y puedo decir con total honestidad que no son pocos los recorridos en los que alguien no me haya preguntado, en algún momento, si “ya se murieron los Castro”. La pregunta no nace de la malicia del turista: nace de una industria mediática que lleva más de sesenta años entrenando a su audiencia para esperar esa muerte como quien espera un estreno. Como si la historia misma de Cuba dependiera de “los Castro”.

Hay, creo, dos ingredientes claves que hacen de Cuba el terreno perfecto para este tipo de bulo. El primero es el deseo: para una parte del exilio histórico y de la derecha miamense, la muerte de un Castro no es solo una noticia, es una promesa cumplida, el final feliz de un relato que llevan repitiéndose desde 1959. Cuando uno desea tanto algo, es fácil confundir el deseo con la fuente. Y el segundo es puramente económico: un titular sobre un Castro agonizante genera más clics en cuarenta minutos que meses de cobertura seria sobre reformas económicas, debates populares o el bloqueo. La pereza editorial hace el resto: copiar y pegar es gratis; verificar cuesta tiempo y, sobre todo, contactos en un país al que muchos de esos medios ni siquiera envían corresponsales.

Todo esto ocurre, además, sobre un telón de fondo muy real: la política de “máxima presión” del gobierno de Donald Trump contra Cuba, el bloqueo energético que agravó la crisis eléctrica de la isla desde enero, y una ofensiva de sanciones contra dirigentes, instituciones y empresas cubanas que no se ha detenido en todo 2026. En ese clima, cada rumor sobre la salud de un histórico de la Revolución no es un dato aislado: es una pieza más de una guerra que ya no se libra solo con sanciones, sino también con titulares.

La verdad ya no es el producto; el relato sí

Lo más triste de este episodio no es que se haya inventado —o replicado sin verificar, que para el lector es exactamente lo mismo— una mentira sobre la salud de un hombre de 95 años. Lo más triste es que a nadie, en las redacciones que la propagaron, pareció importarle demasiado si era cierta. Lo que importaba era que fuera creíble, que encajara con lo que la audiencia ya quería escuchar, que generara la reacción esperada: miedo, incertidumbre, la sensación de que “esto ya se acaba”, o la esperanza de quienes asumen que el destino de Cuba está en manos de un apellido. Ese es el verdadero producto que se vende hoy sobre Cuba: no información, sino la promesa de un final. Y como el relato es el producto, la corrección de ese relato —aunque llegue con imágenes en vivo, en cadena nacional, sin ambigüedad posible— no tiene ningún valor comercial. Por eso no hay rectificaciones. No es que a esos medios se les haya olvidado corregir: es que corregir no vende nada.

Imagino a un redactor revisando una carpeta llamada “Castro — obituario”, en cada aniversario, en cada 26 de julio, en cada ausencia sospechosa de Raúl, con la misma fe con la que otros revisan la lotería: “esta vez sí”. Imagino la desilusión de septiembre, disimulada rápido con la siguiente noticia, porque admitir la desilusión en voz alta implicaría admitir que llevan sesenta y siete años deseando algo que la biología cubana, tozuda, se sigue negando a darles a tiempo. No necesitan que se mueran los Castro para escribir la noticia; les basta con necesitarlo. Y ahí está, quizás, la explicación más honesta de todo esto: cuando la realidad no coopera con tus deseos, siempre queda la opción de inventarte una realidad que sí lo haga.

Esta vez tampoco lo mataron. El 5 de septiembre Raúl Castro apareció, viejo y vivo, rodeado de la gente que lleva protegiéndolo —a él y a la Revolución que ayudó a hacer— desde hace 65 años. El bulo, mientras tanto, sigue circulando en los archivos de una docena de portales que jamás lo van a bajar ni a corregir, esperando tranquilamente a la próxima ausencia, al próximo aniversario, a la próxima fuente que nadie podrá nunca verificar. Porque en esta guerra mediática, como en todas, no se necesita ganar la batalla de los hechos. Basta con ganar la del relato.

Dejaré algunas capturas de los titulares de varios medios que menciono arriba. También las imágenes tomadas del reportaje de ayer 5 de septiembre en la televisión cubana, aunque dejaré el link de YouTube de dicho reportaje.

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