Quando gli strumenti di lavoro, gli archivi e le infrastrutture di sviluppo appartengono a imprese sottoposte a una giurisdizione straniera, quella giurisdizione acquisisce la capacità di condizionare lo sviluppo tecnologico di altri paesi; Cuba non è stata l’eccezione.
Del blocco nordamericano verso Cuba non è terribile solo come ci divora il presente, ma anche quanti futuri ci ha fatto perdere. Vale la pena pensare di tanto in tanto a quante cose avremmo potuto essere senza una politica permanente di sabotaggio alla nostra economia per mezzo secolo. L’intreccio sanzionatorio degli USA contro Cuba costituisce un meccanismo sostenuto di contenimento tecnologico.
Ha sempre mediato la relazione dell’isola con le catene globali di approvvigionamento e oggi, inoltre, agisce sull’infrastruttura digitale. E nonostante Cuba esibisca conquiste memorabili in rami come la medicina e le biotecnologie, è giusto supporre che non esauriscano le possibilità di un paese che ha formato un numero così elevato di scienziati, tecnici e ingegneri.
Due eventi, separati da quasi cinquant’anni, ci ricordano come la politica nordamericana di sabotaggio economico non è iniziata con l’amministrazione Trump, e come ha silurato per lungo tempo le opzioni di sviluppo autonomo del paese. Entrambi i casi rivelano anche come la giurisdizione di una potenza egemonica detti i limiti materiali dell’innovazione per i paesi in via di sviluppo. Il blocco economico adatta i suoi metodi, ma mantiene costante il suo principio di esclusione.
Durante il decennio del 1960, la Rivoluzione Cubana si trovò ad affrontare il compito di automatizzare processi dell’industria nazionale. La gestione delle variabili logistiche nella zafra dello zucchero e la pianificazione economica richiedevano capacità di calcolo. Il blocco USA ostacolava severamente l’acquisizione di equipaggiamento elettronico nei mercati occidentali. Secondo le testimonianze raccolte da Tecno-Historia de Cuba, le imprese si rifiutavano di vendere equipaggiamento agli specialisti cubani, obbligandoli a cercare altre vie di acquisizione.
Verso la fine del 1969, un gruppo di ingegneri e matematici dell’Università de L’Avana assunse il compito di costruire un sistema di elaborazione proprio. Gli specialisti viaggiarono in Giappone con un budget estremamente ristretto. Di fronte alle difficoltà per stabilire relazioni commerciali con imprese occidentali e giapponesi, i tecnici cercarono di acquistare i componenti direttamente nel mercato giapponese.
Con l’aiuto di un funzionario cubano di origine giapponese riuscirono a stabilire contatti con fabbricanti come TDK, Mitsubishi, Toshiba, Hitachi e Nichicon. L’accesso all’infrastruttura di base dipese dalla frammentazione degli acquisti e dal camuffamento commerciale. L’assemblaggio della CID-201 nell’aprile 1970 dimostrò la fattibilità della strategia, e fu il primo computer integralmente cubano.
Per il modello successivo CID-201-A, il gruppo supplì all’assenza di periferiche informatiche di importazione mediante la progettazione di interfacce ibride. Gli ingegneri adattarono un telescrivente della Germania Orientale per l’inserimento dei comandi e impiegarono un registratore audio commerciale per l’archiviazione dei dati. Con un’architettura a dodici bit e capacità per migliaia di operazioni al secondo, la macchina evidenziò che l’accerchiamento corporativo non sopprimeva lo sviluppo locale. Tuttavia, nessuna industria nazionale del calcolo poteva dipendere da questo modo di procurarsi gli input per costruire macchine. L’esperienza non si poté scalare.
Durante i decenni successivi nel mondo la natura del lavoro tecnologico si andò trasformando. L’estrazione di rendite e la produzione di valore si trasferirono dall’assemblaggio di macchine fisiche alla scrittura di codice informatico. Nell’economia digitale attuale, le piattaforme di hosting operano come i veri mezzi di produzione. Il controllo esclusivo sul territorio fisico cessò di essere l’unica garanzia di potere tecnologico. Ora si tratta di dominio sui flussi di informazione. Questo ci porta a un altro episodio di collisione tra innovatori cubani e assedio commerciale.
GitHub si consolidò nell’ultimo decennio come l’infrastruttura primaria per lo sviluppo di software collaborativo. Milioni di programmatori integrano i loro archivi nei server di questa azienda per auditare codice, gestire versioni e distribuire applicazioni. La connessione fluida a questo ambiente risulta imprescindibile per intervenire nell’ecosistema informatico contemporaneo. Rimanere fuori da questa rete equivale all’espulsione dallo spazio produttivo centrale della modernità. Tuttavia, le piattaforme dall’apparenza aperta nascondono strutture rigorose di monopolio infrastrutturale.
Nel 2019, GitHub cominciò ad applicare restrizioni a utenti situati a Cuba e in altri territori sottoposti a controlli commerciali USA. Le misure, sebbene non equivalessero alla scomparsa completa di GitHub per tutti gli sviluppatori cubani, colpirono specialmente l’accesso ad archivi privati e servizi a pagamento. Microsoft, corporazione che esercita la proprietà sulla piattaforma, eseguì la restrizione massiccia di account originati in territorio cubano. L’impresa nordamericana giustificò il blocco come un’azione di adempimento tecnico delle leggi di controllo delle esportazioni del suo paese d’origine. La normativa extraterritoriale USA si tradusse in protocolli di rete automatici.
In quel momento, la misura corporativa disarticolò intere catene di produzione intellettuale e lavoro cooperativo sull’isola. Gli sviluppatori indipendenti e i gruppi istituzionali persero l’accesso ai propri archivi privati e a strumenti di integrazione continua. Non dimentichiamo che fu proprio nel 2019 quando la prima amministrazione Trump recuperò la politica di massima pressione verso l’isola dopo il riavvicinamento del periodo Obama.
A differenza dell’embargo di pezzi fisici, questo tipo di assedio digitale agisce con effetto immediato e portata retroattiva. La centralizzazione del cloud permette al fornitore di revocare il diritto d’uso con una semplice alterazione nella configurazione del server. Il potere statale nordamericano delega l’esecuzione della sua politica estera rispetto a questi temi all’architettura privata delle imprese tecnologiche.
Una vulnerabilità del settore informatico nelle nazioni periferiche risiede nella sua dipendenza costitutiva da infrastrutture straniere. Il computer CID-201 rappresentò un esercizio di sovranità materiale perché Cuba riuscì a progettare e fabbricare localmente l’equipo a partire da componenti acquistati all’estero. Al contrario, l’integrazione attuale alle catene globali di valore tecnologico può imporre una dipendenza ancora più profonda.
Quando gli strumenti di lavoro, gli archivi e le infrastrutture di sviluppo appartengono a imprese sottoposte a una giurisdizione straniera, quella giurisdizione acquisisce la capacità di condizionare lo sviluppo tecnologico di altri paesi. Il problema non è esclusivamente cubano. È una vulnerabilità che colpisce qualsiasi nazione del Sud senza sovranità sulle infrastrutture dalle quali dipende la sua produzione tecnologica.
L’impatto reale di queste misure punitive va oltre il semplice ritardo produttivo. Le sanzioni impongono un logoramento sulle risorse cognitive e sulla capacità di organizzazione dei professionisti cubani. Una parte dei loro sforzi deve orientarsi a risolvere problemi che, in condizioni normali, non dovrebbero esistere: procurarsi componenti, trovare fornitori, aggirare restrizioni finanziarie o cercare alternative a piattaforme e servizi inaccessibili. Risorse che potrebbero essere dedicate a ricercare, produrre e innovare finiscono per essere impiegate nel costruire le condizioni materiali per poterlo fare.
È qui che i due episodi rivelano un altro significato. Nel 1970, gli ingegneri cubani dovettero girare mezzo mondo per procurarsi i componenti con cui costruire un computer. Mezzo secolo dopo, uno sviluppatore può aver bisogno di trovare vie alternative per accedere a un’infrastruttura digitale dalla quale dipende il suo lavoro. Le tecnologie sono cambiate; la relazione di dipendenza rimane.
Per questo, parlare del blocco unicamente come una somma di merci che Cuba non può comprare risulta insufficiente. Bisognerebbe anche chiedersi per le tecnologie che non sono arrivate, per le ricerche che sono state ritardate, per le imprese che non hanno mai potuto stabilirsi e per il tempo di lavoro che si è dovuto dedicare ad aggirare restrizioni invece di produrre conoscenza. Questi sono alcuni dei futuri perduti che risulta impossibile contabilizzare in una lista di sanzioni.
Questo è, forse, uno dei limiti più profondi che il blocco ha imposto allo sviluppo cubano: non solo rende più difficile vivere, ma ha obbligato per decenni a immaginare lo sviluppo dalla scarsità e dall’eccezione.
Dos veces (de tantas) en que EEUU fue contra el desarrollo tecnológico cubano
Cuando las herramientas de trabajo, los repositorios y las infraestructuras de desarrollo pertenecen a empresas sometidas a una jurisdicción extranjera, esa jurisdicción adquiere capacidad para condicionar el desarrollo tecnológico de otros países; Cuba no fue la excepción
Del bloqueo norteamericano hacia Cuba no solo es terrible cómo nos devora el presente, sino también cuántos futuros nos ha hecho perder. Vale la pena pensar de vez en cuando cuántas cosas podríamos haber sido sin una política permanente de sabotaje a nuestra economía durante medio siglo. El entramado sancionatorio de Estados Unidos contra Cuba constituye un mecanismo sostenido de contención tecnológica.
Ha mediado siempre la relación de la isla con las cadenas globales de suministro y hoy en día, además actúa sobre la infraestructura digital. Y a pesar de que Cuba exhibe logros memorables en ramas como la medicina y la biotecnología, es justo suponer que no agotan las posibilidades de un país que ha formado un número tan elevado de científicos, técnicos e ingenieros.
Dos eventos, separados por casi cincuenta años, nos recuerdan cómo la política norteamericana de sabotaje económico no comenzó con la administración Trump, y cómo ha torpedeado durante largo tiempo las opciones de desarrollo autónomo del país. Ambos casos revelan también cómo la jurisdicción de una potencia hegemónica dicta los límites materiales de la innovación para países en vías de desarrollo. El bloqueo económico adapta sus métodos, pero mantiene constante su principio de exclusión.
Durante la década de 1960, La Revolución Cubana se enfrentó a la tarea de automatizar procesos de la industria nacional. El manejo de variables logísticas en la zafra azucarera y la planificación económica requerían capacidad de cómputo. El bloqueo estadounidense dificultaba severamente la adquisición de equipamiento electrónico en los mercados occidentales. Según los testimonios recogidos por Tecno-Historia de Cuba, las empresas se negaban a vender equipamiento a los especialistas cubanos, obligándolos a buscar otras vías de adquisición.
Hacia finales de 1969, un grupo de ingenieros y matemáticos de la Universidad de La Habana asumió la tarea de construir un equipo de procesamiento propio. Los especialistas viajaron a Japón con un presupuesto sumamente restringido. Ante las dificultades para establecer relaciones comerciales con empresas occidentales y japonesas, los técnicos buscaron adquirir los componentes directamente en el mercado japonés.
Con ayuda de un funcionario cubano de origen japonés lograron establecer contactos con fabricantes como TDK, Mitsubishi, Toshiba, Hitachi y Nichicon. El acceso a la infraestructura básica dependió de la fragmentación de las compras y el camuflaje comercial. El ensamblaje de la CID-201 en abril de 1970 demostró la viabilidad de la estrategia, y fue la primera computadora íntegramente cubana.
Para el modelo siguiente CID-201-A, el equipo suplió la ausencia de periféricos informáticos de importación mediante el diseño de interfaces híbridas. Los ingenieros adaptaron un teletipo de Alemania Oriental para el ingreso de comandos y emplearon una grabadora de audio comercial para el almacenamiento de datos. Con una arquitectura de doce bits y capacidad para miles de operaciones por segundo, la máquina evidenció que el cerco corporativo no suprimía el desarrollo local. Sin embargo, ninguna industria nacional del cómputo podría depender de este modo de hacerse con los insumos para construir máquinas. La experiencia no se pudo escalar.
Durante las décadas posteriores en el mundo la naturaleza del trabajo tecnológico se fue transformando. La extracción de rentas y la producción de valor se trasladaron del ensamblaje de máquinas físicas a la escritura de código informático. En la economía digital actual, las plataformas de alojamiento operan como los verdaderos medios de producción. El control exclusivo sobre el territorio físico dejó de ser la única garantía de poder tecnológico. Ahora se trata de dominio sobre los flujos de información. Esto nos lleva a otro episodio de colisión entre innovadores cubanos y cerco comercial.
GitHub se consolidó en la última década como la infraestructura primaria para el desarrollo de software colaborativo. Millones de programadores integran sus repositorios en los servidores de esta empresa para auditar código, gestionar versiones y desplegar aplicaciones. La conexión fluida a este entorno resulta imprescindible para intervenir en el ecosistema informático contemporáneo. Permanecer fuera de esta red equivale a la expulsión del espacio productivo central de la modernidad. No obstante, las plataformas de apariencia abierta esconden estructuras estrictas de monopolio infraestructural.
En 2019, GitHub comenzó a aplicar restricciones a usuarios situados en Cuba y otros territorios sometidos a controles comerciales estadounidenses. Las medidas, si bien aunque no equivalieron a la desaparición completa de GitHub para todos los desarrolladores cubanos, afectaron especialmente el acceso a repositorios privados y servicios de pago. Microsoft, corporación que ejerce la propiedad sobre la plataforma, ejecutó la restricción masiva de cuentas originadas en territorio cubano. La empresa norteamericana justificó el bloqueo como una acción de cumplimiento técnico de las leyes de control de exportaciones de su país de origen. La normativa extraterritorial estadounidense se tradujo en protocolos de red automáticos.
En ese momento, la medida corporativa desarticuló cadenas enteras de producción intelectual y trabajo cooperativo en la isla. Los desarrolladores independientes y los equipos institucionales perdieron el acceso a sus propios repositorios privados y a herramientas de integración continua. No olvidemos que fue justo en 2019 cuando la primera administración Trump recuperó la política de máxima presión hacia la isla luego del acercamiento del período Obama.
A diferencia del embargo de piezas físicas, este tipo de cerco digital actúa con efecto inmediato y alcance retroactivo. La centralización de la nube permite al proveedor revocar el derecho de uso con una simple alteración en la configuración del servidor. El poder estatal norteamericano delega la ejecución de su política exterior respecto a estos temas en la arquitectura privada de las empresas tecnológicas.
Una vulnerabilidad del sector informático en las naciones periféricas reside en su dependencia constitutiva de infraestructuras foráneas. La computadora CID-201 representó un ejercicio de soberanía material porque Cuba consiguió diseñar y fabricar localmente el equipo a partir de componentes adquiridos en el exterior. Por el contrario, la integración actual a las cadenas globales de valor tecnológico puede imponer una dependencia todavía más profunda.
Cuando las herramientas de trabajo, los repositorios y las infraestructuras de desarrollo pertenecen a empresas sometidas a una jurisdicción extranjera, esa jurisdicción adquiere capacidad para condicionar el desarrollo tecnológico de otros países. El problema no es exclusivamente cubano. Es una vulnerabilidad que afecta a cualquier nación del Sur sin soberanía sobre las infraestructuras de las que depende su producción tecnológica.
El impacto real de estas medidas punitivas va más allá del simple retraso productivo. Las sanciones imponen un desgaste sobre los recursos cognitivos y la capacidad de organización de los profesionales cubanos. Una parte de sus esfuerzos debe orientarse a resolver problemas que, en condiciones normales, no tendrían por qué existir: conseguir componentes, encontrar proveedores, sortear restricciones financieras o buscar alternativas a plataformas y servicios inaccesibles. Recursos que podrían dedicarse a investigar, producir e innovar terminan empleados en construir las condiciones materiales para poder hacerlo.
Es aquí donde los dos episodios revelan otro significado. En 1970, los ingenieros cubanos tuvieron que recorrer medio mundo para conseguir los componentes con los que construir una computadora. Medio siglo después, un desarrollador puede necesitar encontrar vías alternativas para acceder a una infraestructura digital de la que depende su trabajo. Las tecnologías han cambiado; la relación de dependencia permanece.
Por eso, hablar del bloqueo únicamente como una suma de mercancías que Cuba no puede comprar resulta insuficiente. También habría que preguntarse por las tecnologías que no llegaron, por las investigaciones que se retrasaron, por las empresas que nunca pudieron establecerse y por el tiempo de trabajo que tuvo que dedicarse a sortear restricciones en lugar de producir conocimiento. Esos son algunos de los futuros perdidos que resulta imposible contabilizar en una lista de sanciones.
Ese es, quizá, uno de los límites más profundos que el bloqueo ha impuesto al desarrollo cubano: no solo hace más difícil vivir, sino que ha obligado durante décadas a imaginar el desarrollo desde la escasez y la excepción.

