Fernando Cerimedo è finito a Chonchocoro, ma il Cerimedogate è lungi dal finire. Gli audio che emergono attorno a lui cominciano a mostrare qualcosa di molto più grave della storia di un consulente straniero onnipotente. Mentre Rodrigo Paz cambia più volte la sua versione sull’uomo che prima quasi non conosceva, mentre le registrazioni raccontano un’altra storia.
Fernando Cerimedo è finito dove non voleva: nel carcere di massima sicurezza di Chonchocoro. Per evitare il trasferimento in questo penitenziario ha detto di essere malato, che la sua vita era in pericolo, che il vicepresidente Edman Lara, suo nemico, aveva persuaso il giudice a emettere quell’ordine.
Nulla di tutto ciò gli è servito e il trasferimento è avvenuto comunque, ma in mezzo a privilegi: ha usato l’hangar presidenziale e la cella destinata a Cerimedo è piuttosto ben attrezzata e isolata dagli altri detenuti. Il ministro del Governo, Marco Antonio Oviedo, ha giustificato il fatto, in sintonia con l’argentino, segnalando che la sua vita era in pericolo (senza spiegare quale pericolo).
Cerimedo ha rilasciato una dichiarazione prima di entrare nel penitenziario: ha chiesto perdono a Rodrigo Paz “per non avergli dato retta e per essermi immischiato con quella pazza”.
La pazza è Nadia Beller, la donna che ha ricevuto tre colpi di pistola il 17 agosto, per cui Cerimedo è indagato come presunto mandante di un tentato femminicidio.
Prima Cerimedo ha detto che Beller non era stata la sua compagna ma un'”avventura”; poi è stata la “donna respinta”, la “ossessionata”. Ora è “la pazza”. Cerimedo dice di pentirsi, ma non di ciò che viene indagato, bensì di essersi immischiato con lei. Un’ode al patriarcato.
Ore dopo, il presidente Rodrigo Paz è entrato in un dialogo con il “quasi consigliere” e gli ha risposto pubblicamente: “Mi dispiace che, avendo riposto fiducia in quel signore, quella fiducia non sia stata ricambiata nel senso corretto o non sia stata capita”.
Questo strano scambio tra due uomini feriti fluisce attorno a una donna che ha ricevuto tre proiettili. Cerimedo funzionava come consigliere politico del presidente e ora risulta che Paz funzionava come consigliere sentimentale di Cerimedo: “non immischiarti con quella pazza”.
Ma in questi ultimi giorni è successo qualcosa di più inquietante di questo scambio. Sono apparsi una serie di audio che, al di là dell’informazione che contengono, che è gravissima, danno conto di un possibile metodo di azione.
Una parte delle registrazioni ha una fonte nota: Beller, la quale assicura di aver consegnato le sue informazioni alla Procura. Altre sono state presentate dal vicepresidente Edmand Lara e un altro gruppo da diversi mezzi di comunicazione. Fonti non ufficiali sostengono che vari audio sarebbero usciti dal cellulare di Cerimedo.
Questo dato è allarmante.
In Argentina, Fernando Cerimedo è stato segnalato per la filtrazione di audio compromettenti legati a Karina Milei, la sorella del presidente Javier Milei. Questo antecedente insinua il dubbio sull’origine e sull’uso delle registrazioni che ora appaiono in Bolivia.
Cerimedo registrava le sue conversazioni? Non lo sappiamo. Anche se tutto sembra indicare che fosse così e che questo fosse il suo metodo di azione politica: registrare, conservare, accumulare. Accumulare informazioni per accumulare capacità di negoziazione, influenza e potere.
Il suo avvocato difensore è comparso davanti ai media e ha complicato molto la spiegazione sugli audio. Non li ha negati, non ha detto che erano falsi, non ha detto nulla su una possibile elaborazione con IA né niente del genere. Ciò che ha detto è che l’Iran avrebbe intercettato i telefoni per destabilizzare il governo. Una spiegazione così assurda che è risultata ilare.
Tra tutti gli audio, ce n’è uno particolarmente rivelatore. Una voce attribuita alla prima dama, María Elena “Bibi” Urquidi, conversa con Cerimedo sul cuore stesso del Governo. Parlano dell’allora comandante della Polizia Mirko Sokol, del ministro Oviedo e vagliano chi deve restare e chi deve andarsene. “Con il Tuco Oviedo e con Sokol temo che possano far cadere Rodrigo”, dice la voce attribuita a Urquidi.
Cerimedo risponde: “Il Tuco deve andarsene”. E su Sokol è ancora più esplicito: “Se non caccia Sokol noi non possiamo avanzare”. (Sokol è uscito di scena quando questo scandalo era già scoppiato. Il governo lo ha attribuito a una “dimissione”).
Il rilevante di questo scambio è che in esso si discute la permanenza di autorità e la possibilità che il Governo avanzi o cada a seconda di chi occupi determinati incarichi.
Chi siamo “noi” di cui parla l’argentino in questo audio?
Lo stesso Cerimedo risponde più avanti: “Zamora (ministro delle Opere Pubbliche) e Aramayo (ministro della Presidenza), siamo noi quattro quelli che stanno lottando perché questo non cada”.
La frase mostra che Cerimedo è parte di un gruppo che agisce per “sostenere” il Governo, è qualcosa di più di un consulente politico di campagna. C’è una frase ancora più importante: Cerimedo annuncia che andrà a vedere il Presidente dopo il gabinetto perché Paz gli ha chiesto che gli racconti “come va l’operativo, di quello che stiamo facendo”.
La conversazione non solo lo colloca molto vicino al Presidente. Lo mette come qualcuno che informa direttamente su operazioni in corso (chissà quali sarebbero queste) e che partecipa delle più alte decisioni del potere.
La prima dama racconta che Óscar Mario Justiniano (ministro dello Sviluppo Sostenibile), Mauricio Zamora ed Ernesto Justiniano (ministro della Difesa) condividerebbero le loro preoccupazioni, ma “nessuno ha il coraggio di dirglielo” a Paz.
Lei parla con Cerimedo; Cerimedo parla con Paz. Quindi la catena di comando finisce per essere la seguente: coloro che non hanno il coraggio di parlare direttamente con il Presidente si rivolgono alla prima dama, questa conversa con Cerimedo, e Cerimedo annuncia che andrà a prospettare la questione a Paz.
Un’analisi indipendente ha concluso che l’audio era autentico, anche se la perizia giudiziaria è ancora pendente.
Non bisogna essere un genio per dedurre che per un operatore il cui potere dipendeva dall’accesso e dall’informazione risultava utile costruire un archivio che a un certo punto gli sarebbe servito come riserva di potere.
Pensiamo un po’ a ciò che è successo in Argentina: l’ipotesi della motivazione che Cerimedo avrebbe avuto per filtrare gli audio era liberare dai sospetti la sua ex moglie Natalia Basil e portare lo sguardo pubblico verso Karina Milei. Altri parlano di regolare i conti nell’interno di Libertad Avanza.
Possiamo dedurre allora che l’accumulo di audio potrebbe essere il modo di Cerimedo di costruire una posizione propria all’interno dei governi: sapere cosa si è detto, chi ha chiesto cosa, chi voleva licenziare chi e chi aveva bisogno che tale conversazione rimanesse segreta. È un’arma super potente.
Un altro audio rivelato nella settimana è stata una presunta conversazione tra Cerimedo e Marco Antonio Oviedo, ministro del Governo (Sicurezza) sul blocco delle strade nella popolazione cruceña di San Julián nel quadro del “conflitto dei 53 giorni” avvenuto tra maggio e giugno scorsi.
Nella registrazione si parla di detenere persone: “devono esistere necessariamente dei detenuti” dice una delle voci. “Bisogna tagliare l’elettricità e l’Internet alla popolazione”, dice la voce che si attribuisce a Cerimedo. Se la perizia conferma la sua autenticità, ci sarebbero motivi per denunciare per terrorismo di Stato.
Punire collettivamente una popolazione, isolarla e incomunicarla, è un estremo inammissibile in democrazia e che deve essere penalizzato. Dal Chapare, bastione territoriale di Evo Morales, sono stati denunciati procedimenti simili nelle stesse date. Due territori altamente mobilitati, entrambi noti per la loro tendenza politica “evista”.
Nel frattempo, Paz continua a modificare la propria versione su Cerimedo. Prima non rappresentava il Governo; poi era un consulente comunicazionale lontano; ora, dopo la pubblicazione di decine di fotografie di Paz con il presunto “consulente assente”, il Presidente riconosce che ha aiutato a “mettere la Bolivia nel mondo”. Questa dichiarazione è risultata indignante per molti.
Paz ha inventato una storia senza alcun fondamento reale: “La Bolivia era isolata e grazie a Cerimedo il presidente boliviano si riunisce con altri presidenti”. È uno sguardo offensivo del paese che gli tocca condurre. La Bolivia non è mai stata isolata. Anzi, della gestione di Evo Morales, al di là dei gusti o disgusti per questo personaggio politico, deve essere riconosciuta un’espansione delle relazioni bilaterali molto importante.
È risaputo che Evo e persino Luis Arce hanno sostenuto relazioni non solo cordiali ma di lavoro coordinato con i loro vicini e con vari pari di tutti i continenti.
Ciò che Cerimedo sì ha apportato alla Bolivia è uno scandalo transnazionale che ha installato il Governo boliviano nella cloaca della volgarità e della menzogna, e nel fango della corruzione.
E allora è esplosa Viacha
La tragedia in questo municipio vicino alla città di La Paz ha spostato momentaneamente Cerimedo dal centro della conversazione pubblica. Nove persone sono morte e decine sono rimaste ferite per l’esplosione di un deposito militare in cui c’era polvere da sparo accumulata.
Prima ancora di conoscere le cause, il Presidente ha introdotto un’ipotesi politica: ha chiesto di indagare se si trattava di un “attentato”. Poi, il suo Ministro del Governo (Sicurezza) ha dovuto chiarire che ancora non esistevano elementi per affermare qualcosa di questa portata.
È in questo punto che le due storie tornano a incontrarsi.
In un altro audio in attesa di perizia una voce attribuita a Rodrigo Paz conversa con Cerimedo su come amministrare politicamente il conflitto dei 53 giorni: “La narrativa la costruiamo noi”, dice. Bisogna “progettare con immaginazione il romanzo” e “usare questo per dividere”.
Se l’audio è autentico svela la concezione del potere del Mandatario boliviano: non basta amministrare i fatti, bisogna “fabbricare” una narrativa che darà senso politico a tutto ciò che accade. Questo non sarebbe drammatico, così funziona il potere.
Il dramma è l’idea che questa narrativa debba “servire a dividere”. Il conflitto sociale, allora, non è una crisi che deve essere risolta ma un fatto che può essere organizzato, narrato e utilizzato per dividere. Fa rizzare i capelli l’indolenza rispetto alla cura del tessuto sociale, all’unità di una nazione così ferita dalle sue differenze politiche.
Nel caso di Viacha, incorporare la narrativa dell’attentato ha l’obiettivo marcato di cambiare l’asse della discussione politica. Smettiamo di parlare di Cerimedo per cominciare a dibattere chi ha potuto attentare contro una popolazione innocente. Nasconde anche le responsabilità dei militari, la mancanza di perizia nella gestione amministrativa dell’Esercito che non ha rispettato i protocolli basilari della gestione degli esplosivi.
È vergognoso doverlo dire, ma Viacha meritava lutto, indagine e risposte. Non diventare il nuovo “romanzo”.
“No te metas con esa loca”. El Cerimedogate continúa
Fernando Cerimedo terminó en Chonchocoro, pero el Cerimedogate está lejos de terminar. Los audios que aparecen alrededor suyo empiezan a mostrar algo bastante más grave que la historia de un consultor extranjero todopoderoso. Mientras Rodrigo Paz cambia una y otra vez su versión sobre el hombre que primero casi no conocía, mientras las grabaciones cuentan otra historia
Fernando Cerimedo terminó donde no quería: en la cárcel de alta seguridad de Chonchocoro. Para evitar su traslado a esta prisión dijo que estaba enfermo, que su vida corría peligro, que el vicepresidente Edman Lara, enemigo suyo, persuadió al juez de que diera esa orden.
Nada de esto le sirvió y el traslado se produjo de todas maneras pero en medio de privilegios: usó el hangar presidencial y la celda destinada a Cerimedo está bastante bien equipada y aislada de los demás presos. El ministro de Gobierno, Marco Antonio Oviedo, justificó el hecho, en sintonía con el argentino, señalando que la vida de este corría peligro (sin explicar qué peligro).
Cerimedo hizo una declaración antes de ingresar al penal: pidió perdón a Rodrigo Paz “por no haberle hecho caso y meterme con esa loca”.
La loca es Nadia Beller, la mujer que recibió tres disparos el 17 de agosto, por lo que Cerimedo está siendo investigado como presunto autor intelectual de una tentativa de feminicidio.
Antes Cerimedo dijo que Beller no había sido su pareja sino una “aventura”; después fue la “mujer despechada”, la “obsesionada”. Ahora es “la loca”. Cerimedo dice que se arrepiente, pero no de lo que se investiga sino de haberse metido con ella. Una oda al patriarcado.
Horas después, el presidente Rodrigo Paz entró en un diálogo con el “casi asesor” y le respondió públicamente: “Me apena que, habiendo depositado confianza en ese caballero, esa confianza no se haya retribuido en el sentido correcto o no se haya entendido”.
Este extraño intercambio entre dos hombres dolidos fluye alrededor de una mujer que recibió tres balazos. Cerimedo funcionaba como el consejero político del presidente y ahora resulta que Paz funcionaba como el consejero sentimental Cerimedo: “no te metas con esa loca”.
Pero en estos últimos días sucedió algo más inquietante que este intercambio. Aparecieron una serie de audios que, más allá de la información que contienen, que es gravísima, dan cuenta de un posible método de actuación.
Una parte de las grabaciones tiene una fuente conocida: Beller, quien asegura haber entregado su información a la Fiscalía. Otros fueron presentadas por el vicepresidente Edmand Lara y otro grupo por diferentes medios de comunicación. Fuentes no oficiales sostienen que varios de los audios habrían salido del celular de Cerimedo.
Ese dato es alarmante
En Argentina, Fernando Cerimedo fue señalado por la filtración de audios comprometedores relacionados con Karina Milei, la hermana del presidente Javier Milei. Este antecedente siembra la duda sobre el origen y el uso de las grabaciones que ahora aparecen en Bolivia.
¿Cerimedo grababa sus conversaciones? No lo sabemos. Aunque todo parece indicar que así era y que este era su método de acción política: registrar, guardar, acumular. Acumular información para acumular capacidad de negociación, influencia y poder.
Su abogado defensor compareció ante los medios y complicó mucho la explicación sobre los audios. No los negó, no dijo que eran falsos, no dijo nada sobre una posible elaboración con IA ni nada de eso. Lo que dijo es que Irán habría pinchado los teléfonos para así desestabilizar al gobierno. Una explicación tan descabellada que resultó hilarante.
Entre todos los audios, existe uno particularmente revelador. Una voz atribuida a la primera dama, María Elena “Bibi” Urquidi, conversa con Cerimedo sobre el corazón mismo del Gobierno. Hablan del entonces comandante de la Policía Mirko Sokol, del ministro Oviedo y barajan quién debe quedarse y quién debe irse. “Con el Tuco Oviedo y con el Sokol me temo que lo pueden voltear a Rodrigo”, dice la voz atribuida a Urquidi.
Cerimedo responde: “El Tuco tiene que irse”. Y sobre Sokol es todavía más explícito: “Si no saca a Sokol no podemos avanzar”. (Sokol terminó saliendo cuando este escándalo ya se había desatado. El gobierno lo atribuyó a una “renuncia”).
Lo relevante de este intercambio es que en él se discute la permanencia de autoridades y la posibilidad de que el Gobierno avance o se caiga según quién ocupe determinados cargos.
¿Quiénes somos “nosotros” de los habla el argentino es este audio?
El propio Cerimedo lo responde más adelante: “Zamora (ministro de Obras Públicas) y Aramayo (ministro de la Presidencia), somos nosotros cuatro los que estamos luchando para que esto no se caiga”.
La frase muestra que Cerimedo es parte de un grupo que actúa para “sostener” al Gobierno, es algo más que un consultor político de campaña. Hay una frase aún más importante: Cerimedo anuncia que irá a ver al Presidente después del gabinete porque Paz le pidió que le cuente “cómo va lo del operativo, de lo que estamos haciendo”.
La conversación no solo lo ubica muy cerca del Presidente. Lo pone como alguien que informa directamente sobre operaciones en curso (vaya a saber cuáles serían estas) y que participa de las más altas decisiones del poder.
La primera dama cuenta que Óscar Mario Justiniano (ministro de Desarrollo Sostenible), Mauricio Zamora y Ernesto Justiniano (ministro de Defensa) compartirían sus preocupaciones, pero “nadie se anima a decirle” a Paz.
Ella habla con Cerimedo; Cerimedo habla con Paz. Entonces la cadena de mando termina siendo la siguiente: quienes no se animan a hablar directamente con el Presidente recurren a la primera dama; la primera dama conversa con Cerimedo, y Cerimedo anuncia que irá a plantearle el asunto a Paz.
Un análisis independiente concluyó que el audio era auténtico, aunque la pericia judicial todavía está pendiente.
No hay que ser una luz para deducir que para un operador cuyo poder dependía del acceso y la información resultaba útil construir un archivo que en algún momento le serviría como reserva de poder.
Pensemos un poco lo que sucedió en Argentina: la hipótesis de la motivación que hubiera tenido Cerimedo para filtrar los audios era liberar de sospechas a su ex esposa Natalia Basil y llevar la mirada pública hacia Karina Milei. Otros hablan de contar facturas en la interna en la Libertad Avanza.
Podemos deducir entonces que la acumulación de audios podría ser la forma de Cerimedo de construir una posición propia dentro de los gobiernos: saber qué se dijo, quién pidió qué, quién quería despedir a quién y quién necesitaba que tal conversación permaneciera en secreto. Es un arma súper poderosa.
Otro audio revelado en la semana fue una supuesta conversación entre Cerimedo y Marco Antonio Oviedo, ministro de Gobierno (Seguridad) sobre el bloqueo de caminos en la población cruceña de San Julián en el marco del “conflicto de los 53 días” sucedido entre mayo y junio pasado.
En la grabación se habla de detener personas: “deben existir necesariamente detenidos” dice una de las voces. “Hay que cortar la electricidad y el Internet a la población”, dice la voz que se atribuye a Cerimedo. Si la pericia confirma su autenticidad, habría motivos para demandar por terrorismo de Estado.
Castigar colectivamente a una población, aislarla e incomunicarla, es un extremo inadmisible en democracia y que debe ser penado. Desde el Chapare, bastión territorial de Evo Morales, se denunció procedimientos similares en las mismas fechas. Dos territorios altamente movilizados, ambos conocidos por su tendencia política “evista”.
Mientras tanto, Paz continúa modificando su propia versión sobre Cerimedo. Primero no representaba al Gobierno; después era un asesor comunicacional alejado; ahora, luego de la publicación de decenas de fotografías de Paz con el supuesto “asesor ausente”, el Presidente reconoce que ayudó a “poner a Bolivia en el mundo”. Esta declaración resultó indignante para muchos.
Paz inventó una historia sin ningún asidero real: “Bolivia estaba aislada y gracias a Cerimedo el presidente boliviano se reúne con otros presidentes”. Es una mirada ofensiva del país que le toca conducir. Bolivia no estuvo asilada nunca. De hecho, de la gestión de Evo Morales, más allá de los gustos o disgustos por este personaje político, debe reconocerse una expansión de las relaciones bilaterales muy importante.
Es consabido que Evo e incluso Luis Arce sostuvieron relaciones no sólo cordiales sino de trabajo coordinado con sus vecinos y con varios pares de todos los continentes.
Lo que Cerimedo sí le aportó a Bolivia fue un escándalo trasnacional que ha instalado la Gobierno boliviano en la cloaca de la vulgaridad y de la mentira, y en el fango de la corrupción.
Y entonces explotó Viacha
La tragedia en este municipio cercano a la ciudad de La Paz desplazó momentáneamente a Cerimedo del centro de la conversación pública. Nueve personas murieron y decenas quedaron heridas por la explosión de un depósito militar en el que había pólvora acumulada.
Antes siquiera de conocer las causas, el Presidente introdujo una hipótesis política: pidió investigar si se trataba de un “atentado”. Después, su Ministro de Gobierno (Seguridad) tuvo que aclarar que todavía no existían elementos para afirmar algo de este tamaño.
Es en este punto donde las dos historias vuelven a encontrarse.
En otro audio pendiente de peritaje una voz atribuida a Rodrigo Paz conversa con Cerimedo sobre cómo administrar políticamente el conflicto de los 53 días: “La narrativa la armamos nosotros”, dice. Hay que “diseñar con imaginación la novela” y “usar esto para dividir”.
Si el audio es auténtico desnuda la concepción del poder del Mandatario boliviano: no basta administrar los hechos, hay que “fabricar” una narrativa que le dará sentido político a todo lo que sucede. Esto no sería dramático, así funciona el poder.
El drama es la idea de que esta narrativa debe “servir para dividir”. El conflicto social, entonces, no es una crisis que debe resolverse sino un hecho que puede organizarse, narrarse y utilizarse para dividir. Eriza la indolencia respecto al cuidado del tejido social, a la unidad de una nación tan lastimada por sus diferencias políticas.
En el caso de Viacha, incorporar la narrativa del atentado tiene el objetivo marcado de cambiar el eje de la discusión política. Dejemos de hablar de Cerimedo para empezar a debatir quién pudo atentar contra una población inocente. Oculta también las responsabilidades de los militares, la falta de pericia en la gestión administrativa del Ejército que no cumplió protocolos básicos del manejo de explosivos.
Es vergonzoso tener que decirlo, pero Viacha merecía duelo, investigación y respuestas. No convertirse en la nueva “novela”.

