Cuba è una nazione libera e sovrana, signor Trump, con lo stesso diritto che ha Washington di scegliere i propri alleati, inclusi tanti governi che voi abbracciate senza chiedere loro conto quando l’affare conviene. Ciò che il suo orgoglio non le perdona non è il presunto pericolo. È la sovranità, così semplice.
Signor Trump: le scrivo questa lettera da L’Avana, senza chiedere permesso a nessuno, come si scrive a chi, senza conoscerci, ha deciso questa mattina, dal podio dell’ONU a New York, di condannare tutto un popolo.
Non vengo a contestarle ciò che ha detto oggi davanti all’Assemblea Generale. Vengo, appena, a raccontarle ciò che siamo, perché sappia che nessun discorso, per quanto lontano venga pronunciato, riesce a spegnere ciò che questo popolo porta dentro.
Ha parlato di pressione, di assedio, di uno Stato che cade a pezzi —e sul discorso dell’assedio, per una volta, non ha mentito: è il più duro della storia, e lo applicano con la stessa freddezza con cui si tagliano l’acqua e la luce a una casa con un’intera famiglia dentro. Si è sbagliato, questo sì, nella conclusione. La pressione non piega un popolo che ha già seppellito i suoi morti per la libertà. Lo indurisce.
Da un lato parla di negoziare; dall’altro annuncia il crollo, come se fosse possibile sedersi al tavolo con una mano mentre con l’altra ci si stringe il collo. Questa non è diplomazia, signor Trump. È la vecchia abitudine di chi si crede in diritto di decidere il destino altrui senza chiedere.
Parla lei di un “rifugio per avversari stranieri” senza mostrare una sola prova, perché non gliene serve nessuna: gli basta che Cuba decida da sola con chi parlare, con chi commerciare, con chi sedersi al tavolo.
Cuba è una nazione libera e sovrana, signor Trump, con lo stesso diritto che ha Washington di scegliere i propri alleati, inclusi tanti governi che voi abbracciate senza chiedere loro conto quando l’affare conviene. Ciò che il suo orgoglio non le perdona non è il presunto pericolo. È la sovranità, così semplice.
E quando non sa cosa rispondere ai suoi stessi cittadini —quelli che non hanno di che pagare un medico, né un impiego dignitoso, né un tetto, né un futuro chiaro—, preferisce indicare una piccola isola piuttosto che spiegare perché il paese più ricco del mondo non risolve loro la vita. È più facile incolpare fuori che guardarsi dentro.
Questa lotta non l’ha iniziata lei, e non la finirà lei nemmeno. È iniziata nel 1868, quando Céspedes liberò i suoi schiavi e mise loro un machete in mano. È continuata con Martí, che morì a Dos Ríos per non accontentarsi di meno dell’indipendenza di questa isola.
Ed è rinata nel 1959, quando questo popolo ha finalmente preso le redini del proprio destino. Lei non sta combattendo contro un governo, signor Trump. Sta combattendo contro una storia che l’ha già sconfitto prima.
Nel 1961, a Girón, la spiaggia si riempì delle sue armi e dei suoi mercenari, ci dissero che saremmo caduti, e non cademmo. Negli anni Novanta, quando la fame ci ha insegnato a pedalare chilometri sotto il sole e il corpo ci è rimasto più magro, anche allora annunciarono la nostra fine, e eccoci ancora qui, in piedi, testardi, interi. Sessant’anni e più di blocco non sono bastati —né basteranno mai— perché questo popolo smetta di decidere, con le proprie mani, il proprio destino.
Non abbiamo paura della sua profezia. L’abbiamo già sentita prima, in altre bocche, con altri accenti, e abbiamo sempre finito per seppellire lei, e non il contrario. Cuba non deve spiegazioni a nessuno per continuare a essere libera. E questo popolo, che ha dimostrato di essere disposto a sostenere quella libertà con tutto ciò che serve, non comincerà oggi a chiedere permesso per esistere.
E se serve dirlo ancora una volta, che sia detto perché nessuno possa sostenere di non averlo sentito: questa è la terra dove i bayamesi diedero fuoco alla propria città piuttosto che cadesse nelle mani degli spagnoli; dove Maceo, liberando l’Isola da un capo all’altro, portò nel corpo ventisette ferite di proiettile; dove Mella, dovettero andare a ucciderlo in una strada del Messico per non essersi mai taciuto, e dove un pugno di ragazzi, quasi bambini, si lanciò contro i muri del Moncada sapendo che la maggior parte non sarebbe tornata.
È palma che l’uragano piega ma non spezza, è radice che affonda più in profondità ogni volta che cercano di strapparla, è fuoco che si ravviva con lo stesso vento che pretende di spegnerlo. Qui non c’è blocco che arrivi, né podio che comprenda, né presidente che pesi abbastanza per torcere centocinquant’anni di dignità. Cuba non cadrà, signor Trump, perché un popolo che ha già deciso di morire in piedi non ha mai imparato a vivere in ginocchio.
Patria o morte: vinceremo.
Cuba no caerá: carta abierta a Trump
Cuba es una nación libre y soberana, señor Trump, con el mismo derecho que tiene Washington de escoger sus aliados, incluidos tantos gobiernos que ustedes abrazan sin pedirles cuentas cuando el negocio conviene. Lo que a usted no le perdona el orgullo no es el supuesto peligro. Es la soberanía, así de simple
Señor Trump: le escribo esta carta desde La Habana, sin pedirle permiso a nadie, como se le escribe a quien, sin conocernos, decidió esta mañana, desde la tribuna de la ONU en Nueva York, sentenciar a todo un pueblo.
No vengo a discutirle lo que dijo hoy ante la Asamblea General. Vengo, apenas, a contarle lo que somos, para que sepa que ningún discurso, por lejos que se pronuncie, alcanza a apagar lo que este pueblo lleva dentro.
Habló de presión, de cerco, de un Estado que se cae a pedazos —y en lo del cerco, por una vez, no mintió: es el más duro de la historia, y lo aplican con la misma frialdad con que se le corta el agua y la luz a una casa con toda una familia adentro. Se equivocó, eso sí, en la conclusión. La presión no doblega a un pueblo que ya enterró a sus muertos por la libertad. Lo endurece.
Por un lado habla de negociar; por el otro, anuncia el derrumbe, como si fuera posible sentarse a la mesa con una mano mientras con la otra se nos aprieta el cuello. Eso no es diplomacia, señor Trump. Es la vieja costumbre de quien se cree con derecho a decidir el destino ajeno sin preguntar.
Habla usted de un “refugio para adversarios extranjeros” sin mostrar una sola prueba, porque no le hace falta ninguna: le basta con que Cuba decida sola con quién habla, con quién comercia, con quién se sienta a la mesa.
Cuba es una nación libre y soberana, señor Trump, con el mismo derecho que tiene Washington de escoger sus aliados, incluidos tantos gobiernos que ustedes abrazan sin pedirles cuentas cuando el negocio conviene. Lo que a usted no le perdona el orgullo no es el supuesto peligro. Es la soberanía, así de simple.
Y cuando no sabe qué responderles a sus propios ciudadanos —los que no tienen con qué pagar un médico, ni un empleo digno, ni un techo, ni un futuro claro—, prefiere señalar a una isla pequeña antes que explicar por qué el país más rico del mundo no les resuelve la vida. Es más fácil culpar afuera que mirarse por dentro.
Esta lucha no la empezó usted, y no la va a terminar usted tampoco. Empezó en 1868, cuando Céspedes liberó a sus esclavos y les puso un machete en la mano. Siguió con Martí, que murió en Dos Ríos por no conformarse con menos que la independencia de esta isla.
Y volvió a nacer en 1959, cuando este pueblo tomó por fin las riendas de su propio destino. Usted no está peleando contra un gobierno, señor Trump. Está peleando contra una historia que ya lo ha derrotado antes.
En 1961, en Girón, la playa se llenó de sus armas y sus mercenarios, nos dijeron que caeríamos, y no caímos. En los años noventa, cuando el hambre nos enseñó a pedalear kilómetros bajo el sol y el cuerpo se nos quedó más delgado, también anunciaron nuestro final, y aquí seguimos, de pie, tercos, enteros. Sesenta y tantos años de bloqueo no han bastado —ni bastarán jamás— para que este pueblo deje de decidir, con sus propias manos, su propio destino.
No le tenemos miedo a su profecía. Ya la hemos oído antes, en otras bocas, con otros acentos, y siempre hemos terminado enterrándola nosotros a ella, y no al revés. Cuba no le debe explicaciones a nadie por seguir siendo libre. Y este pueblo, que ha probado estar dispuesto a sostener esa libertad con lo que haga falta, no va a empezar hoy a pedir permiso para existir.
Y si hace falta decirlo una vez más, que quede dicho para que nadie alegue no haberlo escuchado: esta es la tierra donde los bayameses prendieron fuego a su propio pueblo antes que caer en manos de españoles; donde Maceo, liberando la Isla de punta a punta, guardó en el cuerpo veintisiete heridas de bala; donde Mella, tuvieron que ir a matarlo en una calle de México por no callarse nunca, y donde un puñado de muchachos, casi niños, se lanzó contra los muros del Moncada sabiendo que la mayoría no iba a volver.
Es palma que el huracán dobla pero no quiebra, es raíz que se hunde más hondo cada vez que intentan arrancarla, es fuego que se aviva con el mismo viento que pretende apagarlo. Aquí no hay bloqueo que alcance, ni tribuna que abarque, ni presidente que pese lo suficiente para torcer ciento cincuenta años de dignidad. Cuba no caerá, señor Trump, porque un pueblo que ya decidió morir de pie jamás ha aprendido a vivir de rodillas.
Patria o muerte: venceremos.


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