Washington parla di Cuba, cosa pensa la società statunitense?

Osservatorio dei Media di Cubadebate

Il dibattito dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha lasciato emergere una difficoltà crescente per il discorso delle autorità statunitensi su Cuba: diversi dei suoi principali argomenti non trovano un sostegno equivalente nell’opinione pubblica del proprio paese.

Il 22 settembre, dal podio dell’ONU, il presidente Donald Trump ha nuovamente presentato Cuba come “uno Stato assolutamente fallito”, sottoposto a una pressione senza precedenti e prossimo a un cambio politico: “sta fallendo come mai prima, e cadrà”, ha affermato. La delegazione cubana si è alzata e ha abbandonato l’aula mentre parlava. Washington ha dichiarato apertamente il suo obiettivo di modificare la situazione politica cubana e l’attuale amministrazione ha intensificato in modo significativo la pressione economica sull’Isola, con il blocco alle spedizioni di carburante come elemento centrale.

Tuttavia, i sondaggi realizzati negli USA durante il 2026 mostrano una distanza considerevole tra quella linea e ciò che pensa una parte importante della società statunitense. I dati disponibili rivelano una separazione tra la valutazione che gli statunitensi fanno di Cuba e il loro sostegno alle misure di massima pressione:

61% non si fida di Trump per prendere buone decisioni su Cuba. (Pew Research Center, marzo 2026)

61% sostiene il mantenimento delle relazioni diplomatiche con Cuba. (YouGov, febbraio 2026)

46% disapprova il blocco petrolifero, contro un 28% che lo approva. (YouGov, febbraio 2026)

58% rifiuta di prendere Cuba con la forza, contro un 17% che lo sostiene. (Economist/YouGov, agosto 2026)

Il dibattito delle Nazioni Unite non ha creato quelle tendenze, ma le ha rese più visibili. Mentre dal podio statunitense si recuperavano formulazioni associate al cambio di regime, alla massima pressione e alla caratterizzazione di Cuba come minaccia o “Stato fallito”, una parte considerevole dell’opinione pubblica statunitense appare più incline alla diplomazia, scettica sull’efficacia delle sanzioni e in maggioranza contraria a un intervento militare.

Questo articolo incrocia due fonti di informazione per comprendere quel fenomeno. Da un lato, i sondaggi di opinione pubblica pubblicati negli USA durante il 2026. Dall’altro, il monitoraggio della conversazione su internet e nei media tra l’8 e il 27 settembre, le tre settimane in cui Cuba ha presentato il suo rapporto sui danni del blocco e ha portato i suoi argomenti all’Assemblea Generale e alla stampa statunitense.

La domanda che guida l’analisi è semplice: quali parole usa oggi la società statunitense per parlare di Cuba, e quanto assomigliano a quelle del suo Governo?

Ciò che Washington propone e ciò che pensa la sua società

Un sondaggio di opinione funziona come una fotografia: chiede la stessa cosa a un gruppo ampio di persone scelte per rappresentare l’insieme del paese e permette di sapere quale proporzione è d’accordo o in disaccordo con un’idea.

Quando si mettono una accanto all’altra le domande su Cuba realizzate nel 2026, appare un modello chiaro: in tutte le misure centrali della politica di massima pressione, coloro che le rifiutano superano coloro che le sostengono.

Nelle quattro domande, la posizione contraria alla linea di massima pressione supera quella favorevole. Fonti: YouGov e Economist/YouGov.

La distanza più grande è nella diplomazia: sei statunitensi su dieci vogliono mantenere relazioni con Cuba, e solo uno su dieci si oppone. Qualcosa di simile accade con l’opzione militare: lo stesso sondaggio YouGov di febbraio ha registrato che un 61% si oppone ad attaccare Cuba e un 57% rifiuta di rovesciare il suo Governo. In agosto, con la retorica di “prendere” l’Isola già installata nel discorso ufficiale, il rifiuto rimaneva maggioritario: 58% contro 17%.

Persino sul terreno economico, dove Washington concentra oggi la sua pressione, la società non accompagna. Il blocco alle spedizioni di petrolio, la misura che ha moltiplicato i blackout sull’Isola, è disapprovato da quasi la metà degli intervistati e approvato da poco più di un quarto. Il blocco commerciale —che il sondaggio chiama “embargo”—, non riesce nemmeno a ottenere una maggioranza a suo favore.

A ciò si aggiunge un dato di fiducia: secondo il Pew Research Center, il 61% degli statunitensi non si fida che Trump prenda buone decisioni su Cuba. Cioè, la maggioranza non solo dissente dalle misure, ma anche da chi le conduce.

La linea dura ha un proprietario: un solo settore politico

Se la maggioranza della società non sostiene la massima pressione, chi la sostiene? I sondaggi permettono di rispondere a questa domanda separando le risposte secondo l’identificazione partitica delle persone.

Il sostegno alle misure di pressione si concentra tra i repubblicani; la diplomazia, invece, è maggioritaria nei tre gruppi. Fonti: YouGov e Economist/YouGov.

Il grafico mostra due comportamenti molto diversi. Le misure di forza —il blocco petrolifero e la presa militare— raccolgono sostegno quasi esclusivamente tra gli elettori repubblicani: il 59% sostiene il blocco petrolifero, contro il 20% degli indipendenti e appena l’8% dei democratici. Quanto all’opzione militare, nemmeno i repubblicani la sostengono in forma maggioritaria: il 33% è a favore e il 30% contro.

La diplomazia, invece, attraversa le frontiere partitiche. Il 69% dei democratici, il 58% degli indipendenti e anche il 57% dei repubblicani sostengono il mantenimento delle relazioni con Cuba. È l’unico punto dell’agenda sul quale la società statunitense è d’accordo nel suo insieme.

Questo non significa che il consenso favorevole alla linea dura sia scomparso. Continua a essere forte in determinati settori cubano-americani, specialmente nel sud della Florida, e nell’ala più radicale del Partito Repubblicano. Ciò che mostrano i dati è un’altra cosa: quel consenso si è andato concentrando in un solo settore politico e trova sempre più difficoltà a convertirsi in una posizione maggioritaria dell’insieme della società.

Tre settimane in cui Cuba ha occupato la conversazione

I sondaggi dicono cosa pensa la società; l’analisi della conversazione pubblica permette di vedere con quali parole si discute il tema. Tra l’8 e il 27 settembre, la base di dati di contenuti associati a Cuba su internet ha registrato 87394 menzioni legate al blocco contro Cuba, il 69% in spagnolo e il 31% in inglese.

La conversazione non si è spenta dopo il lancio: ogni intervista e ogni fatto diplomatico ha generato un nuovo momento di attenzione. Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate.

La curva racconta una storia in tre tappe:

Dall’8 al 14 settembre: il lancio. La presentazione del rapporto sui danni del blocco davanti al corpo diplomatico e alla stampa installa due idee che si ripeteranno tutto il mese: la parola “blocco” e la frase “Cuba non è una minaccia”.

Dal 15 al 21 settembre: il blocco diventa quotidiano. Le interviste di diplomatici cubani nei media USA collegano il blocco a qualcosa che chiunque capisce: blackout, mancanza di carburante, alimenti e acqua.

Dal 22 al 27 settembre: il picco politico. Il discorso di Trump, il ritiro della delegazione cubana dall’aula e l’intervento del cancelliere Bruno Rodríguez all’Assemblea Generale portano la conversazione al suo punto più alto, il 26 settembre.

Il rilevante non è solo il volume, ma la continuità: il tema non è dipeso da un unico avvenimento, ma si è alimentato di una sequenza di fatti diplomatici e mediatici che hanno mantenuto Cuba nell’agenda per tre settimane consecutive.

La battaglia per le parole: “blocco” contro “embargo”

Le parole non sono neutrali. Per decenni, il discorso ufficiale statunitense ha chiamato “embargo” la politica contro Cuba, un termine che suggerisce una restrizione commerciale limitata. Cuba la chiama “blocco”, perché abbraccia il commercio, le finanze, il trasporto, il carburante e colpisce anche paesi terzi. Scegliere una o l’altra parola è, in sé stesso, prendere posizione su ciò che sta accadendo.

In rosso, il vocabolario proposto da Cuba; in blu, il vocabolario ufficiale di Washington. Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate

Il risultato è schiacciante: “blocco” (o blockade, in inglese) è apparso 49707 volte, il 56,9% di tutte le menzioni analizzate. “Embargo” è apparso 2742 volte, appena il 3,1%. Per ogni volta che si è parlato di embargo, si è parlato diciotto volte di blocco.

Seguono la frase “Cuba non è una minaccia” (20.306 apparizioni, 23,2%) e i riferimenti alle conseguenze umanitarie —blackout, elettricità, alimenti, acqua, trasporto, ospedali—, con 13679 apparizioni (15,7%). Il termine “sanzioni”, il preferito da Washington insieme a “embargo”, si mantiene attivo con 7440 apparizioni, soprattutto nella copertura di nuove misure e nella stampa economica. Entrambi i vocabolari convivono, ma quello di blocco occupa oggi uno spazio molto maggiore.

E negli USA?

La domanda chiave è se questo vocabolario arriva alla stessa società statunitense. Nelle circa 7931 menzioni localizzate negli USA, la risposta è affermativa.

Dentro gli USA, “blocco” si usa più di “sanzioni” ed “embargo” insieme. Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate

“Blocco” registra 2058 apparizioni nella conversazione statunitense, più di “sanzioni” (825) ed “embargo” (359) sommati. Al secondo posto appaiono le conseguenze umanitarie (1577), il che conferma qualcosa di importante: il pubblico USA si interessa a Cuba soprattutto quando si parla di come vivono le persone.

Quando il giornalista adotta la parola

Che un media intervisti un funzionario cubano e ne riproduca le dichiarazioni è importante. Ma il cambio più profondo avviene quando il giornalista stesso, conduttore o editore usa quelle parole per spiegare ciò che accade, senza virgolette e con la propria voce. Durante settembre si sono registrati vari casi di questo tipo in media che parlano direttamente alla società USA.

In rosso, media che hanno usato il termine con la propria voce; in blu, media che hanno riprodotto la formulazione cubana come citazione. Fonte: Osservatorio dei Media di Cubadebate.

Alcuni esempi permettono di vedere quel salto con chiarezza:

PBS NewsHour, 16 settembre. Nel presentare l’intervista con Carlos Fernández de Cossío, la televisione pubblica statunitense ha spiegato che “a de facto oil blockade now means hours of blackouts” (“un blocco petrolifero de facto significa ora ore di blackout”). La frase non è una citazione del diplomatico cubano: è la voce del programma stesso.

Democracy Now!, 22 settembre. Il programma ha titolato: “U.S. Fuel Blockade Aims to ‘Asphyxiate’ Island” (“Il blocco di carburante degli USA cerca di ‘asfissiare’ l’Isola”).

Al Jazeera, Dallas Morning News, Just the News, CNN en Español e Bloomberg hanno incorporato tra il 19 e il 25 settembre espressioni come “energy blockade”, “fuel blockade”, “oil blockade” o “bloqueo petrolero” per descrivere la situazione energetica cubana.

Associated Press ha diffuso, a partire dalla sua intervista con il cancelliere Bruno Rodríguez, la denuncia di un “assedio petrolifero totale” equivalente a un blocco navale. Per la sua portata come agenzia, quella formulazione è stata replicata in decine di media.

“Castigo collettivo” (collective punishment), con 4236 apparizioni, è entrato verso la fine del periodo in titoli di media come l’Orlando Sentinel e Yahoo, ancora attribuito alle autorità cubane, ma già presente nello spazio informativo statunitense.

Il percorso che seguono queste parole è riconoscibile: un portavoce cubano propone un concetto in un’intervista, il media pubblica frammenti e citazioni, altri media li riproducono e, infine, il concetto si incorpora al racconto giornalistico.

Il cancelliere Bruno Rodríguez ha aportato scala e autorità, con 5377 menzioni nel periodo; il viceministro Fernández de Cossío, con sette interviste in media statunitensi —Breaking Points, PBS, MS NOW, CBS, Democracy Now!, Bloomberg e C-SPAN—, ha aportato profondità e vari dei casi più chiari di adozione.

Conclusioni

La società USA non accompagna la massima pressione. Nel 2026, la maggioranza degli statunitensi sostiene il mantenimento delle relazioni diplomatiche con Cuba, disapprova il blocco petrolifero, rifiuta un intervento militare e non si fida del suo presidente per decidere sull’Isola. Il discorso pronunciato all’ONU parla a nome degli USA, ma non riflette ciò che pensa la maggior parte della sua popolazione.

La linea dura è diventata una posizione di settore. Il sostegno alle misure di forza si concentra nell’elettorato repubblicano e in determinati settori cubano-americani. La diplomazia, invece, è maggioritaria nei tre grandi gruppi politici, inclusi i repubblicani stessi.

Le parole stanno cambiando. Nella conversazione di settembre, “blocco” ha superato “embargo” per 18 a 1, e dentro gli USA si è usato più di “sanzioni” ed “embargo” insieme. Media come PBS, Democracy Now!, Bloomberg e Al Jazeera hanno iniziato a descrivere la situazione cubana con espressioni come “blocco petrolifero” o “blocco di carburante” con la propria voce.

Il concreto apre porte. Gli argomenti che meglio attraversano le barriere politiche ed editoriali sono quelli che parlano della vita quotidiana: ore di blackout, scarsità di carburante, acqua, alimenti e ospedali. Lì l’esperienza del popolo cubano diventa comprensibile per qualsiasi pubblico, al di là della sua posizione politica.

Il dibattito dell’Assemblea Generale non ha inventato queste tendenze, ma le ha messe in vista. Mentre la Casa Bianca insiste sul linguaggio dello “Stato fallito” e del cambio di regime, una società statunitense in maggioranza incline al dialogo inizia a contare su parole nuove per capire ciò che accade a Cuba.

Quella coincidenza apre una strada: continuare ad associare il blocco alle sue conseguenze umane concrete, sommare più voci cubane capaci di dialogare con pubblici statunitensi e sostenere la presenza in media nazionali, economici e regionali di quel paese.

Se le parole che oggi iniziano a circolare si rafforzano, la distanza tra Washington e la sua stessa società sarà sempre più difficile da ignorare, e lo spazio per una relazione basata sul rispetto e il dialogo, sempre più ampio.

Nota metodologica

Questo articolo combina due tipi di informazione.

Sondaggi di opinione pubblica. Sono stati utilizzati sondaggi pubblicati negli USA durante il 2026 dal Pew Research Center (lavoro sul campo dal 23 al 29 marzo, 3.507 persone adulte), YouGov (25 al 27 febbraio, 1.094 persone adulte) e The Economist/YouGov (14 al 17 agosto). Le percentuali corrispondono a quelle pubblicate da ciascun istituto; in ogni domanda, la differenza fino al 100% corrisponde a persone che non sanno o non rispondono.

Analisi della conversazione pubblica. Sono state rilevate, attraverso una base di dati, 87394 menzioni su internet —media di comunicazione, portali e reti sociali— pubblicate tra l’8 e il 27 settembre 2026 che contenevano parole chiave legate al blocco, in spagnolo e in inglese. È stata contabilizzata l’apparizione di ogni termine o idea (“bloqueo/blockade”, “embargo”, “sanciones/sanctions”, “Cuba no es una amenaza/Cuba is not a threat”, “castigo colectivo/collective punishment”, varianti di blocco energetico o petrolifero, conseguenze umanitarie, extraterritorialità e trasformazioni economiche). Una stessa menzione può contenere vari termini, per cui le percentuali non sommano 100. La localizzazione negli USA è stata determinata a partire dai dati geografici di ciascuna pubblicazione. La curva giornaliera è espressa come indice, in cui il giorno di maggiore volume equivale a 100. I casi di adozione del vocabolario da parte dei media sono stati identificati mediante la lettura dei testi, distinguendo tra l’uso del termine nella voce del media stesso e la sua riproduzione come citazione di autorità cubane.


Washington habla de Cuba, ¿qué piensa la sociedad estadounidense?

Por: Observatorio de Medios de Cubadebate

El debate de la Asamblea General de las Naciones Unidas dejó ver una dificultad creciente para el discurso de las autoridades estadounidenses sobre Cuba: varios de sus principales argumentos no encuentran un respaldo equivalente en la opinión pública de su propio país.

El 22 de septiembre, desde la tribuna de la ONU, el presidente Donald Trump volvió a presentar a Cuba como “un Estado absolutamente fracasado”, sometido a una presión sin precedentes y próximo a un cambio político: “está fallando como nunca antes, y va a caer”, afirmó. La delegación cubana se levantó y abandonó la sala mientras hablaba. Washington ha declarado abiertamente su objetivo de modificar la situación política cubana y la actual administración ha intensificado de manera significativa la presión económica sobre la Isla, con el bloqueo a los envíos de combustible como pieza central.

Sin embargo, las encuestas realizadas en Estados Unidos durante 2026 muestran una distancia considerable entre esa línea y lo que piensa una parte importante de la sociedad estadounidense. Los datos disponibles revelan una separación entre la valoración que los estadounidenses hacen de Cuba y su respaldo a las medidas de máxima presión:

61 % no confía en Trump para tomar buenas decisiones sobre Cuba. (Pew Research Center, marzo de 2026)

61 % apoya mantener relaciones diplomáticas con Cuba. (YouGov, febrero de 2026)

46 % desaprueba el bloqueo petrolero, frente a un 28 % que lo aprueba. (YouGov, febrero de 2026)

58 % rechaza tomar Cuba mediante la fuerza, frente a un 17 % que lo apoya. (Economist/YouGov, agosto de 2026)

El debate de Naciones Unidas no creó esas tendencias, pero sí las hizo más visibles. Mientras desde la tribuna estadounidense se recuperaban formulaciones asociadas al cambio de régimen, la máxima presión y la caracterización de Cuba como amenaza o “Estado fracasado”, una parte considerable de la opinión pública estadounidense aparece más inclinada hacia la diplomacia, escéptica ante la eficacia de las sanciones y mayoritariamente contraria a una intervención militar.

Este artículo cruza dos fuentes de información para comprender ese fenómeno. Por un lado, las encuestas de opinión pública publicadas en Estados Unidos durante 2026. Por otro, el seguimiento de la conversación en internet y en los medios entre el 8 y el 27 de septiembre, las tres semanas en que Cuba presentó su informe sobre los daños del bloqueo y llevó sus argumentos a la Asamblea General y a la prensa estadounidense.

La pregunta que guía el análisis es sencilla: ¿qué palabras usa hoy la sociedad estadounidense para hablar de Cuba, y cuánto se parecen a las de su Gobierno?

Lo que Washington propone y lo que opina su sociedad

Una encuesta de opinión funciona como una fotografía: pregunta lo mismo a un grupo amplio de personas elegidas para representar al conjunto del país y permite saber qué proporción está de acuerdo o en desacuerdo con una idea.

Cuando se ponen una al lado de la otra las preguntas sobre Cuba realizadas en 2026, aparece un patrón claro: en todas las medidas centrales de la política de máxima presión, quienes las rechazan superan a quienes las apoyan.

En las cuatro preguntas, la posición contraria a la línea de máxima presión supera a la favorable. Fuentes: YouGov y Economist/YouGov.

La distancia más grande está en la diplomacia: seis de cada diez estadounidenses quieren mantener relaciones con Cuba, y solo uno de cada diez se opone. Algo similar ocurre con la opción militar: la misma encuesta de YouGov de febrero registró que un 61 % se opone a atacar Cuba y un 57 % rechaza derrocar a su Gobierno. En agosto, con la retórica de “tomar” la Isla ya instalada en el discurso oficial, el rechazo seguía siendo mayoritario: 58 % frente a 17 %.

Incluso en el terreno económico, donde Washington concentra hoy su presión, la sociedad no acompaña. El bloqueo a los envíos de petróleo, la medida que ha multiplicado los apagones en la Isla, es desaprobado por casi la mitad de los encuestados y aprobado por poco más de un cuarto. El bloqueo comercial —que la encuesta denomina “embargo”—, tampoco logra una mayoría a su favor.

A esto se suma un dato de confianza: según el Pew Research Center, el 61 % de los estadounidenses no confía en que Trump tome buenas decisiones sobre Cuba. Es decir, la mayoría no solo discrepa con las medidas, sino también con quien las conduce.

La línea dura tiene dueño: un solo sector político

Si la mayoría de la sociedad no respalda la máxima presión, ¿quién la sostiene? Las encuestas permiten responder a esa pregunta al separar las respuestas según la identificación partidaria de las personas.

El apoyo a las medidas de presión se concentra entre los republicanos; la diplomacia, en cambio, es mayoritaria en los tres grupos. Fuentes: YouGov y Economist/YouGov.

El gráfico muestra dos comportamientos muy distintos. Las medidas de fuerza —el bloqueo petrolero y la toma militar— reúnen apoyo casi exclusivamente entre los votantes republicanos: el 59 % respalda el bloqueo petrolero, frente a 20 % de los independientes y apenas 8 % de los demócratas. En cuanto a la opción militar, ni siquiera los republicanos la apoyan de forma mayoritaria: el 33 % está a favor y el 30 % en contra.

La diplomacia, en cambio, atraviesa las fronteras partidarias. El 69 % de los demócratas, el 58 % de los independientes y también el 57 % de los republicanos apoyan mantener relaciones con Cuba. Es el único punto de la agenda en el que la sociedad estadounidense está de acuerdo en su conjunto.

Esto no significa que el consenso favorable a la línea dura haya desaparecido. Continúa siendo fuerte en determinados sectores cubanoamericanos, especialmente en el sur de Florida, y en el ala más radical del Partido Republicano. Lo que muestran los datos es otra cosa: ese consenso se ha ido concentrando en un solo sector político y encuentra cada vez más dificultades para convertirse en una posición mayoritaria del conjunto de la sociedad.

Tres semanas en que Cuba ocupó la conversación

Las encuestas dicen qué piensa la sociedad; el análisis de la conversación pública permite ver con qué palabras se discute el tema. Entre el 8 y el 27 de septiembre, la base de datos de contenidos asociados a Cuba en internet registró 87.394 menciones vinculadas al bloqueo contra Cuba, el 69 % en español y el 31 % en inglés.

La conversación no se apagó después del lanzamiento: cada entrevista y cada hecho diplomático generó un nuevo momento de atención. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate.

La curva cuenta una historia en tres etapas:

Del 8 al 14 de septiembre: el lanzamiento. La presentación del informe sobre los daños del bloqueo ante el cuerpo diplomático y la prensa instala dos ideas que se repetirán todo el mes: la palabra “bloqueo” y la frase “Cuba no es una amenaza”.

Del 15 al 21 de septiembre: el bloqueo se vuelve cotidiano. Las entrevistas de diplomáticos cubanos en medios estadounidenses conectan el bloqueo con algo que cualquier persona entiende: apagones, falta de combustible, alimentos y agua.

Del 22 al 27 de septiembre: el pico político. El discurso de Trump, el retiro de la delegación cubana de la sala y la intervención del canciller Bruno Rodríguez en la Asamblea General llevan la conversación a su punto más alto, el 26 de septiembre.

Lo relevante no es solo el volumen, sino la continuidad: el tema no dependió de un único acontecimiento, sino que se alimentó de una secuencia de hechos diplomáticos y mediáticos que mantuvieron a Cuba en la agenda durante tres semanas consecutivas.

La batalla por las palabras: “bloqueo” frente a “embargo”

Las palabras no son neutrales. Durante décadas, el discurso oficial estadounidense ha llamado “embargo” a la política contra Cuba, un término que sugiere una restricción comercial acotada. Cuba la llama “bloqueo”, porque abarca el comercio, las finanzas, el transporte, el combustible y afecta también a terceros países. Elegir una u otra palabra es, en sí mismo, tomar una posición sobre lo que está ocurriendo.

En rojo, el vocabulario propuesto por Cuba; en azul, el vocabulario oficial de Washington. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate

El resultado es contundente: “bloqueo” (o blockade, en inglés) apareció 49.707 veces, el 56,9 % de todas las menciones analizadas. “Embargo” apareció 2.742 veces, apenas el 3,1 %. Por cada vez que se habló de embargo, se habló dieciocho veces de bloqueo.

Le siguen la frase “Cuba no es una amenaza” (20.306 apariciones, 23,2 %) y las referencias a las consecuencias humanitarias —apagones, electricidad, alimentos, agua, transporte, hospitales—, con 13.679 apariciones (15,7 %). El término “sanciones”, el preferido por Washington junto con “embargo”, se mantiene activo con 7.440 apariciones, sobre todo en la cobertura de nuevas medidas y en la prensa económica. Ambos vocabularios conviven, pero el de bloqueo ocupa hoy un espacio mucho mayor.

¿Y en Estados Unidos?

La pregunta clave es si este vocabulario llega a la propia sociedad estadounidense. En las cerca de 7.931 menciones ubicadas en Estados Unidos, la respuesta es afirmativa.

Dentro de Estados Unidos, “bloqueo” se usa más que “sanciones” y “embargo” juntos. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate

“Bloqueo” registra 2.058 apariciones en la conversación estadounidense, más que “sanciones” (825) y “embargo” (359) sumados. En segundo lugar aparecen las consecuencias humanitarias (1.577), lo que confirma algo importante: el público estadounidense se interesa por Cuba sobre todo cuando se habla de cómo viven las personas.

Cuando el periodista adopta la palabra

Que un medio entreviste a un funcionario cubano y reproduzca sus declaraciones es importante. Pero el cambio más profundo ocurre cuando el propio periodista, presentador o editor utiliza esas palabras para explicar lo que sucede, sin comillas y con su propia voz. Durante septiembre se registraron varios casos de ese tipo en medios que le hablan directamente a la sociedad estadounidense.

En rojo, medios que usaron el término con su propia voz; en azul, medios que reprodujeron la formulación cubana como cita. Fuente: Observatorio de Medios de Cubadebate.

Algunos ejemplos permiten ver ese salto con claridad:

PBS NewsHour, 16 de septiembre. Al presentar la entrevista con Carlos Fernández de Cossío, la televisión pública estadounidense explicó que “a de facto oil blockade now means hours of blackouts” (“un bloqueo petrolero de facto significa ahora horas de apagones”). La frase no es una cita del diplomático cubano: es la voz del propio programa.

Democracy Now!, 22 de septiembre. El programa tituló: “U.S. Fuel Blockade Aims to “Asphyxiate” Island»” (“El bloqueo de combustible de EE. UU. busca “asfixiar” a la Isla”).

Al Jazeera, Dallas Morning News, Just the News, CNN en Español y Bloomberg incorporaron entre el 19 y el 25 de septiembre expresiones como “energy blockade”, “fuel blockade”, “oil blockade” o “bloqueo petrolero” para describir la situación energética cubana.

Associated Press difundió, a partir de su entrevista con el canciller Bruno Rodríguez, la denuncia de un “cerco petrolero total” equivalente a un bloqueo naval. Por su alcance como agencia, esa formulación se replicó en decenas de medios.

“Castigo colectivo” (collective punishment), con 4.236 apariciones, entró hacia el final del período en titulares de medios como el Orlando Sentinel y Yahoo, todavía atribuido a las autoridades cubanas, pero ya presente en el espacio informativo estadounidense.

El recorrido que siguen estas palabras es reconocible: un vocero cubano plantea un concepto en una entrevista, el medio publica fragmentos y citas, otros medios los reproducen y, finalmente, el concepto se incorpora al relato periodístico.

El canciller Bruno Rodríguez aportó escala y autoridad, con 5.377 menciones en el período; el viceministro Fernández de Cossío, con siete entrevistas en medios estadounidenses —Breaking Points, PBS, MS NOW, CBS, Democracy Now!, Bloomberg y C-SPAN—, aportó profundidad y varios de los casos más claros de adopción.

Conclusiones

La sociedad estadounidense no acompaña la máxima presión. En 2026, la mayoría de los estadounidenses apoya mantener relaciones diplomáticas con Cuba, desaprueba el bloqueo petrolero, rechaza una intervención militar y no confía en su presidente para decidir sobre la Isla. El discurso pronunciado en la ONU habla en nombre de Estados Unidos, pero no refleja lo que opina la mayor parte de su población.

La línea dura se ha vuelto una posición de sector. El apoyo a las medidas de fuerza se concentra en el electorado republicano y en determinados sectores cubanoamericanos. La diplomacia, en cambio, es mayoritaria en los tres grandes grupos políticos, incluidos los propios republicanos.

Las palabras están cambiando. En la conversación de septiembre, “bloqueo” superó a “embargo” por 18 a 1, y dentro de Estados Unidos se usó más que “sanciones” y “embargo” juntos. Medios como PBS, Democracy Now!, Bloomberg y Al Jazeera comenzaron a describir la situación cubana con expresiones como “bloqueo petrolero” o “bloqueo de combustible” en su propia voz.

Lo concreto abre puertas. Los argumentos que mejor atraviesan las barreras políticas y editoriales son los que hablan de la vida cotidiana: horas de apagón, escasez de combustible, agua, alimentos y hospitales. Allí la experiencia del pueblo cubano se vuelve comprensible para cualquier audiencia, más allá de su posición política.

El debate de la Asamblea General no inventó estas tendencias, pero las puso a la vista. Mientras la Casa Blanca insiste en el lenguaje del “Estado fracasado” y del cambio de régimen, una sociedad estadounidense mayoritariamente inclinada al diálogo empieza a contar con palabras nuevas para entender lo que ocurre en Cuba.

Esa coincidencia abre un camino: seguir asociando el bloqueo a sus consecuencias humanas concretas, sumar más voces cubanas capaces de dialogar con públicos estadounidenses y sostener la presencia en medios nacionales, económicos y regionales de ese país.

Si las palabras que hoy empiezan a circular se afianzan, la distancia entre Washington y su propia sociedad será cada vez más difícil de ignorar, y el espacio para una relación basada en el respeto y el diálogo, cada vez más amplio.

Nota metodológica

Este artículo combina dos tipos de información.

Encuestas de opinión pública. Se utilizaron sondeos publicados en Estados Unidos durante 2026 por el Pew Research Center (trabajo de campo del 23 al 29 de marzo, 3.507 personas adultas), YouGov (25 al 27 de febrero, 1.094 personas adultas) y The Economist/YouGov (14 al 17 de agosto). Los porcentajes corresponden a los publicados por cada encuestadora; en cada pregunta, la diferencia hasta el 100 % corresponde a personas que no saben o no responden.

Análisis de la conversación pública. Se relevaron, a través de una base de datos, 87.394 menciones en internet —medios de comunicación, portales y redes sociales— publicadas entre el 8 y el 27 de septiembre de 2026 que contenían palabras clave vinculadas al bloqueo, en español y en inglés. Se contabilizó la aparición de cada término o idea (“bloqueo/blockade”, “embargo”, “sanciones/sanctions”, “Cuba no es una amenaza/Cuba is not a threat”, “castigo colectivo/collective punishment”, variantes de bloqueo energético o petrolero, consecuencias humanitarias, extraterritorialidad y transformaciones económicas). Una misma mención puede contener varios términos, por lo que los porcentajes no suman 100. La ubicación en Estados Unidos se determinó a partir de los datos geográficos de cada publicación. La curva diaria se expresa como índice, en el que el día de mayor volumen equivale a 100. Los casos de adopción del vocabulario por parte de medios se identificaron mediante la lectura de los textos, distinguiendo entre el uso del término en la voz del propio medio y su reproducción como cita de autoridades cubanas.

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