Fernando Buen Abad Domínguez (*)
Difendere un movimento di massa 4T implica combattere la narco-cultura narco-mediatica delle destre. Usano l’espressione “crimine organizzato” per coprire con la maschera del “narcotraffico” il neoliberal-capitalismo, che è una delle canagliate criminali più cruente dedita a rubare il prodotto del lavoro e la materia prima a costo di sangue, sudore e lacrime dei popoli. Non esiste un registro contabile globale del “capitale rubato”; sono stime a partire da dati fiscali, transazioni finanziarie, evasione fiscale, trasferimenti di capitali, ecc. Per esempio, dal 1980-1990, con l’apertura dei mercati, le privatizzazioni, la deregolamentazione finanziaria, si calcola conservativamente la sottrazione accumulata di 300-700 miliardi di dollari.
Dal 1990 al 2000, con l’espansione neoliberista: 0,8-1,5 trilioni di dollari. Tra il 2000 e il 2010: boom del capitale finanziario e crisi globale, 5-10 trilioni di dollari. 2010-2025: 8-15 trilioni sono stati trasferiti dalle economie del Sud a profitti finanziari concentrati. Si potrebbe considerare più di 20 trilioni di dollari, senza contare il valore di quei capitali se fossero rimasti in economie produttive con reinvestimento sociale.
Vivo e vegeto fino ad oggi, il neoliberismo è una macchina di appropriazione del valore prodotto dai popoli, un crimine organizzato che dietro la facciata di mercati “liberi” e “competitivi” nasconde un intreccio delittuoso di saccheggio, spoliazione e controllo simbolico. Ogni indice, ogni segno monetario, ogni indicatore di crescita non è neutro; sono vettori semiotici di sfruttamento che occultano il drenaggio reale del prodotto sociale. La produzione di senso neoliberista funziona come un dispositivo di mascheramento; la sua semiosi non informa, ma normalizza l’appropriazione dell’altrui, configura la percezione dell’inevitabile e riproduce l’obbedienza sociale mediante l’interiorizzazione della disuguaglianza come “legge naturale”.
Al nucleo di questa struttura, la violenza economica si camuffa in modo sottile e simbolico: i tassi di disoccupazione, le privatizzazioni dei beni comuni, la criminalizzazione della povertà, la deregolamentazione dei mercati strategici, l’eliminazione dei diritti lavorativi e il taglio dei servizi essenziali operano come segni di dominazione, il cui effetto non è immediatamente visibile. La semiosfera neoliberista si sostiene mediante la creazione di una narrativa di inevitabilità ed efficienza, che occulta la continuità storica di saccheggio e appropriazione, generando l’illusione che le disuguaglianze siano conseguenza della concorrenza giusta e non di un ordine sistematico di depredazione.
Quel “crimine organizzato” che il neoliberismo incarna si dispiega su molteplici livelli: economico, giuridico, mediatico, culturale e simbolico. Ogni contratto finanziario, ogni riforma legislativa e ogni campagna mediatica costituiscono un segno operativo che articola un intreccio di dominazione. Le istituzioni internazionali, le banche e i grandi consorzi agiscono come nodi semiotici che coordinano la circolazione della ricchezza e l’imposizione di discorsi, generando un flusso continuo di segni che riproduce l’alienazione e la spoliazione. Rete di segni che legittimano l’illegittimo e naturalizzano il criminale.
Dicono che sono il meglio che potesse capitarci. Una macchina di soggettivazione, che non solo sfrutta i corpi e la forza lavoro, deforma il pensiero, le emozioni e la percezione della realtà. Le sue semiosi di mercato introducono nelle coscienze l’idea che la precarietà, la competizione individualista e la privatizzazione della vita sociale siano inevitabili, e che ribellarsi sia irrazionale. Paesaggio semiotico di paura e normalizzazione, dove i discorsi su debito, deficit, produttività ed efficienza sono segni che disciplinano e controllano, mascherando la violenza reale dietro un linguaggio di neutralità tecnica. La sua violenza economica si traduce in fame, malattia, esclusione e migrazione forzata; la violenza simbolica, in paura, colpa e rassegnazione; e entrambe si incrociano nella creazione di semiosfere di obbedienza e dipendenza. Fino ad oggi.
Ogni notizia sulla crescita economica, ogni grafico sugli indici finanziari, ogni titolo mediatico che celebra privatizzazioni o flessibilizzazioni lavorative funziona come un segno che rafforza la narrativa di legittimità, occultando i crimini strutturali: espropriazione della ricchezza sociale, concentrazione di capitale, distruzione di comunità e sterminio silenzioso dei più vulnerabili. Inoltre, stabilisce gerarchie semiotiche: certe voci, simboli e narrative si promuovono mentre altre si disarticolano o si rendono invisibili.
I suoi media, centri studi, pubblicazioni accademiche e piattaforme di “reti sociali” funzionano come nodi di senso, che consolidano l’egemonia. In questo senso, si può parlare di un ordine criminale semiotico, dove la semiosi si usa come arma per garantire la riproduzione sociale di privilegi e disuguaglianze. La guerra cognitiva non si limita a informazioni false, ma alla saturazione di significati, alla frammentazione di interpretazioni e alla creazione di confusione, che converte la coscienza sociale in terreno di appropriazione simbolica costante.
Con un’analisi semiotica del neoliberismo si rivela la sua struttura come crimine organizzato di mercato, debito, privatizzazione e flessibilizzazione; ognuno funziona come vettore di estrazione di valore, perpetuando un ordine criminale che si sostiene nella percezione di inevitabilità e legittimità. Così, la vera battaglia non si combatte solo nell’economia né nella politica, ma nel terreno dei segni e del senso.
Ogni disputa consapevole per il senso, ogni narrazione alternativa, ogni ricombinazione semiotica di resistenza costituisce un’arma contro la criminalità strutturale che il neoliberismo rappresenta. Così, il combattimento semiotico diventa una strategia essenziale per evidenziare l’invisibile, denunciare l’appropriazione sistematica di ricchezza, esporre la violenza simbolica e ricostituire i sensi sociali perché la produzione del lavoro, la cultura e la vita stessa dei popoli smetta di essere oggetto di estrazione e dominazione.
(*) Fernando Buen Abad, Specialista in Filosofia dell’Immagine, Filosofia della Comunicazione, Critica della Cultura, Estetica e Semiotica. È Direttore di Cinema laureato alla New York University, Laureato in Scienze della Comunicazione, Master in Filosofia Politica e Dottore in Filosofia. Membro del Consiglio Consultivo di TeleSur. Membro dell’Associazione Mondiale di Studi Semiotici. Membro della Rete di Intellettuali e Artisti in Difesa dell’Umanità. Membro del Movimento Internazionale di Documentaristi. (Città del Messico, 1956).
Semiótica del “Crimen Organizado”
Por Fernando Buen Abad Domínguez (*)
Defender un movimiento de masas 4T implica combatir la narco-cultura narco-mediática de las derechas. Usan la expresión “crimen organizado” para tapar con máscara de “narcotráfico” al neoliberal-capitalismo, que es una de las canalladas criminales más cruentas dedicada a robar el producto del trabajo y la materia prima a costa de sangre, sudor y lágrimas de los pueblos. No existe registro contable global del “capital robado”; son estimaciones a partir de datos fiscales, transacciones financieras, evasión fiscal, transferencias de capitales, etc. Por ejemplo, desde 1980-1990, con la apertura de mercados, privatizaciones, desregulación financiera, se calcula conservadoramente la sustracción acumulada de 300 a 700 mil millones de dólares.
De 1990 a 2000, con la expansión neoliberal: 0.8 – 1.5 billones de dólares. Entre 2000 y 2010: Auge de capital financiero y crisis global, $5 y $10 billones. 2010 – 2025: $8 – 15 billones han sido transferidos desde economías del Sur a beneficios financieros concentrados. Podría considerarse más de 20 billones de dólares, sin contar el valor de esos capitales si hubieran permanecido en economías productivas con reinversión social.
Vivito y coleando hasta la fecha, el neoliberalismo es una maquinaria de apropiación del valor producido por los pueblos, un crimen organizado que tras la fachada de mercados “libres” y “competitivos” oculta un entramado delictivo de saqueo, despojo y control simbólico. Cada índice, cada signo monetario, cada indicador de crecimiento no es neutro; son vectores semióticos de explotación que ocultan el drenaje real del producto social. La producción de sentido neoliberal funciona como un dispositivo de enmascaramiento; su semiosis no informa, sino que normaliza la apropiación de lo ajeno, configura la percepción de lo inevitable y reproduce la obediencia social mediante la internalización de la desigualdad como “ley natural”.
En el núcleo de esta estructura, la violencia económica se camufla de manera sutil y simbólica: las cifras de desempleo, las privatizaciones de bienes comunes, la criminalización de la pobreza, la desregulación de mercados estratégicos, la eliminación de derechos laborales y el recorte de servicios esenciales operan como signos de dominación, cuyo efecto no es inmediatamente visible. La semiósfera neoliberal se sostiene mediante la creación de una narrativa de inevitabilidad y eficiencia, que oculta la continuidad histórica de saqueo y apropiación, generando la ilusión de que las desigualdades son consecuencia de la competencia justa y no de un orden sistemático de depredación.
Ese “crimen organizado” que el neoliberalismo encarna se despliega en múltiples niveles: económico, jurídico, mediático, cultural y simbólico. Cada contrato financiero, cada reforma legislativa y cada campaña mediática constituyen un signo operativo que articula un entramado de dominación. Las instituciones internacionales, los bancos y los grandes consorcios actúan como nódulos semióticos que coordinan la circulación de riqueza y la imposición de discursos, generando un flujo continuo de signos que reproduce la alienación y el despojo. Red de signos que legitiman lo ilegítimo y naturalizan lo criminal.
Dicen que son lo mejor que pudo pasarnos. Una máquina de subjetivación, que no sólo explota los cuerpos y la fuerza de trabajo, deforma el pensamiento, las emociones y la percepción de la realidad. Sus semiosis de mercado introducen en las conciencias la idea de que la precariedad, la competencia individualista y la privatización de la vida social son inevitables, y que rebelarse es irracional. Paisaje semiótico de miedo y normalización, donde los discursos sobre deuda, déficit, productividad y eficiencia son signos que disciplinan y controlan, enmascarando la violencia real detrás de un lenguaje de neutralidad técnica. Su violencia económica se traduce en hambre, enfermedad, exclusión y migración forzada; la violencia simbólica, en miedo, culpa y resignación; y ambas se cruzan en la creación de semiosferas de obediencia y dependencia. Hasta la fecha.
Cada noticia sobre crecimiento económico, cada gráfico sobre índices financieros, cada titular mediático que celebra privatizaciones o flexibilizaciones laborales funciona como un signo que refuerza la narrativa de legitimidad, ocultando los crímenes estructurales: expropiación de la riqueza social, concentración de capital, destrucción de comunidades y exterminio silencioso de los más vulnerables. Además, establece jerarquías semióticas: ciertas voces, símbolos y narrativas se promueven mientras otras se desarticulan o se invisibilizan.
Sus medios de comunicación, think tanks, publicaciones académicas y plataformas de “redes sociales” funcionan como nódulos de sentido, que consolidan la hegemonía. En este sentido, se puede hablar de un orden criminal semiótico, donde la semiosis se usa como arma para garantizar la reproducción social de privilegios y desigualdades. La guerra cognitiva no se limita a información falsa, sino a la saturación de significados, la fragmentación de interpretaciones y la creación de confusión, que convierte la conciencia social en terreno de apropiación simbólica constante.
Con un análisis semiótico del neoliberalismo se revela su estructura como crimen organizado de mercado, deuda, privatización y flexibilización; cada uno funciona como vector de extracción de valor, perpetuando un orden criminal que se sostiene en la percepción de inevitabilidad y legitimidad. Así, la verdadera batalla no se libra sólo en la economía ni en la política, sino en el terreno de los signos y del sentido.
Cada disputa consciente por el sentido, cada narración alternativa, cada recombinación semiótica de resistencia constituye un arma contra la criminalidad estructural que el neoliberalismo representa. Así, el combate semiótico se convierte en una estrategia esencial para evidenciar lo invisible, denunciar la apropiación sistemática de riqueza, exponer la violencia simbólica y reconstituir los sentidos sociales para que la producción del trabajo, la cultura y la vida misma de los pueblos deje de ser objeto de extracción y dominación.
(*) Fernando Buen Abad, Especialista en Filosofía de la Imagen, Filosofía de la Comunicación, Crítica de la Cultura, Estética y Semiótica. Es Director de Cine egresado de New York University, Licenciado en Ciencias de la Comunicación, Máster en Filosofía Política y Doctor en Filosofía. Miembro del Consejo Consultivo de TeleSur. Miembro de la Asociación Mundial de Estudios Semióticos. Miembro de la Red de Intelectuales y Artistas en Defensa de la Humanidad. Miembro del Movimiento Internacional de Documentalistas. (Ciudad de México, 1956).

