Tartufo non è morto: l’ipocrisia ai tempi dell’algoritmo

L’ipocrisia ha trovato nelle reti sociali e negli algoritmi il suo ecosistema perfetto

Raúl Antonio Capote

Tartufo, il personaggio che Molière creò nel 1664 per denunciare la falsa devozione e la doppiezza, è ancora vivo. Forse non prega più né sermoneggia; ora pubblica, posta, predica nei podcast, gestisce il suo marchio personale e la sua carriera politica utilizzando le stesse risorse del suo archetipo letterario.

L’ipocrisia ha trovato nelle reti sociali e negli algoritmi il suo ecosistema perfetto; uno spazio dove la virtù si esibisce, l’indignazione si monetizza e la coerenza si sacrifica in favore della portata.

Poco è cambiato nel prototipo dell’ipocrita. Tartufo non era un bugiardo volgare. Un imbroglione nega un fatto, un ipocrita inventa un personaggio e lo sostiene con un linguaggio che nessuno può discutere senza sembrare egli stesso un cinico.

La sua arma non è la falsità sfacciata, ma l’appropriazione della virtù altrui. Parla in nome di Dio, del popolo, della scienza o della giustizia, perché qualsiasi critica contro di lui suoni come un sacrilegio.

Le reti sociali non hanno inventato quella strategia, ma le hanno dato scala industriale, in un ambiente che premia l’attenzione e non la coerenza, tanto meno la verità. Il tartufo contemporaneo impara che l’indignazione genera clic, che la modestia finta costruisce autorità e che la virtù esibita si converte in capitale.

Così, il devoto di Molière si ricicla in dirigente politico, guru del benessere, imprenditore sostenibile o influencer. Tutti parlano di servire, tutti accumulano potere, basta uno sguardo a nord dell’arcipelago cubano. La questione, allora, non è più se Tartufo sia ancora vivo, lo è, è cosa siamo disposti a consegnargli questa volta.

Dopo il celebre personaggio ne sono arrivati altri, ognuno con la sua maschera e la sua epoca. Uriah Heep, l’impiegato che si dichiara umile fino alla nausea mentre cospira per rovinare il suo benefattore, è il tartufo dell’ufficio che striscia per arrampicarsi, forse il Marco Rubio di Donald Trump.

O il Pavel Čičikov di Anime morte, un truffatore che compra servi morti per migliorare il suo status, descritto come «carismatico, ipocrita, manipolatore».

Un Julien Sorel, che finge pietà per ascendere in una società che lo disprezza, incarna il tartufo dell’ambizione moderna; non crede in nulla tranne che nella propria ascesa. Elmer Gantry, un predicatore dal fervore calcolato e dagli appetiti disordinati, la reincarnazione di Tartufo nell’era dei media.

È nato un Mr. Pecksniff, avvolto in benevolenza e moralismo, è il tartufo della «rispettabilità» che sorride mentre ruba. Tutti condividono lo stesso DNA: non mentono su fatti concreti, mentono su se stessi, costruiscono un’identità pubblica che non resiste alla minima verifica, ma che nessuno osa contestare, perché farlo implica rompere il patto sociale della cortesia, o per semplice convenienza o paura.

Ed è lì, precisamente lì, che l’algoritmo trova il suo miglior terreno; uno spazio dove la facciata conta più della sostanza, dove la reputazione si fabbrica con pubblicazioni e non con atti, e dove il tartufo di turno può reinventarsi ogni mattina con un nuovo reel o short. Molière l’avrebbe riconosciuto all’istante e avrebbe sorriso con amarezza.

Conviene fermarsi qui, anche solo per un istante. La domanda scomoda non è dove sia Tartufo, ma chi lo sostiene, perché Molière non scrisse solo un’opera su un impostore, scrisse un’opera su una famiglia che aveva bisogno di credergli.

Orgón non era uno sciocco; era un uomo stanco di dubitare, desideroso di consegnare la sua fiducia a qualcuno che gli promettesse ordine, senso; certezza, questa è la vera scoperta del drammaturgo, e anche il suo avvertimento più amaro: l’ipocrita non arriva al potere per la sua astuzia, ma per la fame di salvatori che trova attorno a sé.

Oggi quella fame non è diminuita, l’abbiamo trasferita agli schermi, ai guru che ci vendono l’anima. Ogni volta che preferiamo la retorica all’atto, ogni volta che perdoniamo l’incoerenza per il carisma, ogni volta che applaudiamo la maschera senza guardare sotto, consegniamo, come Orgón, le chiavi di casa nostra.

Tartufo è ancora in scena. L’unica cosa che importa è se questa volta il pubblico, noi, imparerà a riconoscerlo prima dell’ultimo atto.


Tartufo no ha muerto: la hipocresía en tiempos de algoritmo 

La hipocresía ha encontrado en las redes sociales y los algoritmos su ecosistema perfecto

Autor: Raúl Antonio Capote

Tartufo, el personaje que Molière creó en 1664 para denunciar la falsa devoción y la doblez, sigue vivo. Quizá ya no reza y sermonea; ahora publica, postea, predica en pódcast, gestiona su marca personal y su carrera política utilizando los mismos recursos de su arquetipo literario.

La hipocresía ha encontrado en las redes sociales y los algoritmos su ecosistema perfecto; un espacio donde la virtud se exhibe, la indignación se monetiza y la coherencia se sacrifica en favor del alcance.

Poco ha cambiado el prototipo del hipócrita. Tartufo no era un mentiroso vulgar. Un embustero niega un hecho, un hipócrita inventa un personaje y lo sostiene con un lenguaje que nadie puede discutir sin parecer él mismo un cínico.

Su arma no es la falsedad descarada, sino la apropiación de la virtud ajena. Habla en nombre de Dios, del pueblo, de la ciencia o de la justicia, para que cualquier crítica contra él suene a sacrilegio.

Las redes sociales no inventaron esa estrategia, pero le dieron escala industrial, en un entorno que premia la atención y no la coherencia, menos aún la verdad. El tartufo contemporáneo aprende que la indignación genera clics, que la modestia fingida construye autoridad y que la virtud exhibida se convierte en capital.

Así, el devoto de Molière se recicla en líder político, gurú de bienestar, empresario sostenible o influencer.  Todos hablan de servir, todos acumulan poder, solo basta una mirada al norte del archipiélago cubano.  La cuestión, entonces, ya no es si Tartufo sigue vivo, lo está, es qué estamos dispuestos a entregarle esta vez.

Después del célebre personaje llegaron otros, cada uno con su máscara y su época. Uriah Heep, el empleado que se declara humilde hasta la náusea mientras conspira para arruinar a su benefactor, es el tartufo de la oficina que se arrastra para trepar, quizá el Marco Rubio de Donald Trump.

O el Pável Chíchikov de Almas muertas, un estafador que compra siervos muertos para mejorar su estatus, descrito como «carismático, hipócrita, manipulador».

Un Julien Sorel, que finge piedad para ascender en una sociedad que le desprecia, encarna al tartufo de la ambición moderna; no cree en nada salvo en su propio ascenso. Elmer Gantry, un predicador de fervor calculado y apetitos desordenados, la reencarnación de Tartufo en la era de los medios de comunicación.

Nació un Mr. Pecksniff, envuelto en benevolencia y moralina, es el tartufo de la «respetabilidad» que sonríe mientras roba. Todos comparten un mismo ADN, no mienten sobre hechos concretos, mienten sobre sí mismos, construyen una identidad pública que no resiste la mínima verificación, pero que nadie se atreve a cuestionar, porque hacerlo implica romper el pacto social de la cortesía, o por simple conveniencia o miedo.

Y ahí, precisamente ahí, es donde el algoritmo encuentra su mejor terreno; un espacio donde la fachada importa más que el fondo, donde la reputación se fabrica con publicaciones y no con actos, y donde el tartufo de turno puede reinventarse cada mañana con un nuevo reel o short. Molière lo habría reconocido al instante y sonreiría con amargura.

Conviene detenerse aquí, aunque sea un instante. La pregunta incómoda no es dónde está Tartufo, sino quién lo sostiene, porque Molière no escribió solo una obra sobre un impostor, escribió una obra sobre una familia que necesitaba creerle.

Orgón no era un necio; era un hombre cansado de dudar, deseoso de entregar su confianza a alguien que le prometiera orden, sentido; certeza, ese es el verdadero hallazgo del dramaturgo, y también su advertencia más amarga: el hipócrita no llega al poder por su astucia, sino por el hambre de salvadores que encuentra a su alrededor.

Hoy esa hambre no ha disminuido, la hemos trasladado a las pantallas, a los gurús que nos venden el alma. Cada vez que preferimos la retórica al acto, cada vez que perdonamos la incoherencia por el carisma, cada vez que aplaudimos la máscara sin mirar debajo, entregamos, como Orgón, las llaves de nuestra propia casa.

Tartufo sigue en escena. Lo único que importa es si esta vez el público, nosotros, aprenderá a reconocerlo antes del último acto.

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