Dalla dottrina Spykman al corollario Donroe

Carlos Fazio

Il Brasile è il primo dei tre anelli che restano a Donald Trump per stabilire un dominio praticamente totale sull’America Latina. E lì ha messo tutta la carne al fuoco.

Nel 1942, il teorico geopolitico statunitense Nicholas Spykman collocò il Messico dentro il “Mediterraneo americano”, insieme all’America Centrale, alla Colombia, al Venezuela e alla cintura di isole dei Caraibi, Cuba inclusa (il confine tra Nord e Sudamerica non stava a Panama, ma nel sud della Colombia e del Venezuela). Per il suo predecessore, Alfred Mahan, rinnovatore della visione espansionista del destino manifesto, quella regione era “vitale” per gli USA e doveva rimanere sotto la sua esclusiva e indiscussa tutela. “Ciò implica per Messico, Colombia e Venezuela una situazione di assoluta dipendenza rispetto agli Stati Uniti, di libertà meramente nominale”, aggiunse allora Spykman.

Nel 1973, in seguito alla guerra dello Yom Kippur tra Israele e vari Stati arabi, i paesi dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio decretarono un boicottaggio petrolifero agli USA per il loro sostegno al regime israeliano durante il conflitto. Washington scoprì allora la sua dipendenza dagli idrocarburi, si voltò verso il subcontinente e cominciò a progettare piani per garantire la fornitura di due dei suoi rifornitori tradizionali insieme all’Arabia Saudita: Messico e Venezuela.

Dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, nel 1989, seguita dall’invasione USA di Panama e dal pacchetto di riforme strutturali orientate al libero mercato del Consenso di Washington quello stesso anno, l’instabile equilibrio per l’esistenza di due sistemi economici antagonisti non lasciò il posto a una pretesa egemonia economica di Washington. Al contrario, installò una multipolarità diffusa manifestata nella competizione tra tre grandi blocchi: l’Asia-Pacifico, con il Giappone, le cosiddette tigri asiatiche e la Cina come incipiente nuovo attore emergente; la Comunità Europea, con Germania e Francia come USA Uniti e Messico nel quadro del Trattato di Libero Commercio del Nord America (NAFTA), del 1994.

Dodici anni dopo, l’attentato terroristico contro le emblematiche torri gemelle del World Trade Center di New York (l’11 settembre 2001) avrebbe segnato un punto di svolta: in nome della sicurezza nazionale, il presidente George Bush Jr. avrebbe lanciato la cosiddetta guerra globale contro il terrorismo, che, come spiegò in quei giorni Alain Joxe, era una forma di violenza politica e non un avversario la cui soppressione si possa raggiungere con una vittoria militare seguita da una pace o un armistizio. Con la guerra al terrorismo riapparvero tre vecchie nozioni: guerra preventiva, spazio vitale (lebensraum, di chiara reminiscenza espansionista nazista) e la categoria imperialismo. Con asse sull’autodifesa anticipatoria, la guerra preventiva di Bush avrebbe retrodatato la situazione internazionale all’ordine delle cose anteriore alla Pace di Westfalia (1648), fondamento del sistema internazionale che in modo meramente formale arriva fino ai nostri giorni; il che implicò, di passaggio, un disprezzo per la Carta delle Nazioni Unite. Il sociologo USA James Petras la qualificò in tempo reale come una “dottrina estremista” basata su una “visione totalitaria”. A sua volta, il messicano Pablo González Casanova definì il nuovo ordine emergente come un “neoliberismo di guerra, colonialista e imperialista”, e argomentò che con ciò gli USA pretendevano consolidare la loro egemonia militare e il neomercantilismo delle mega-imprese con sede negli USA, anticipando precocemente che avrebbe potuto derivare in “ideologie politiche cinicamente escludenti e repressive, caratteristiche di un nuovo tipo di colonialismo globale e di fascismo neoliberista”.

L’asse sulla sicurezza

Dall’inizio del XXI secolo, la relazione tra USA, Canada e Messico sarebbe stata segnata dalla sicurezza. Più concretamente, dal 23 marzo 2005, dall’Alleanza per la Sicurezza e la Prosperità del Nord America (ASPAN), sottoscritta da Bush Jr., dal presidente messicano Vicente Fox e dal primo ministro canadese Paul Martin. A sua volta, nel quadro della competizione tra le potenze per il controllo dei mercati mondiali e l’accesso alle materie prime, l’amministrazione Bush Jr. avrebbe lanciato anche l’Area di Libero Commercio delle Americhe. Questa nuova istanza era concepita come una versione ampliata —e persino, sebbene non esplicitamente, militarizzata— del NAFTA per la ricolonizzazione dei paesi dell’America Latina, con il terrorismo come sostituto del vecchio fantasma della Guerra Fredda, il comunismo di Mosca. Con la scusa della guerra contro un nuovo “nemico interno” diffuso, si doveva sfociare nella costituzione di un esercito transnazionale per composizione e sovranazionale per comando. Cioè, il Pentagono nel suo ruolo di stato maggiore e comando unificato, e le forze armate dell’area in funzioni di “polizia interna”, concentrate in compiti di supporto con focus sull’intelligence e il trattamento di informazioni, e il controllo (o interdizione) di movimenti aerei, marittimi e terrestri.

L’ASPAN avrebbe funzionato con un “governo ombra” delle corporazioni economiche e militari USA e dei loro soci vernacolari in Messico e Canada. L’alleanza incluse un’integrazione energetica transfrontaliera (petrolio, gas naturale, elettricità) subordinata a Washington e megaprogetti di capitale transnazionale. Nel 2007, il Piano Messico (o Iniziativa Mérida), sottoscritto da Bush Jr. e Felipe Calderón, fu progettato come un pacchetto di assistenza militare in natura per far fronte a “minacce comuni” asimmetriche, identificate come organizzazioni transnazionali del crimine organizzato, in particolare quelle dedite al narcotraffico.

In sintesi, gli elementi centrali di quei successivi posizionamenti USA sono stati il controllo emisferico, con asse su politiche di sicurezza militarizzate con la scusa del “nemico interno” (oggi i cartelli tipizzati da Washington come organizzazioni terroristiche straniere e terroristi globali specialmente designati), e l’accesso alle materie prime (in particolare gli idrocarburi, i minerali critici e le terre rare). Quegli elementi si sono mantenuti fino al presente, ma la Strategia di Sicurezza Nazionale 2025 degli Stati Uniti, con il cosiddetto “corollario Trump” alla dottrina Monroe, avrebbe segnato un altro punto di svolta.

Il consolidamento

Con l’arrivo di Nasry Asfura, Rodrigo Paz, Abelardo de la Espriella e Keiko Fujimori ai governi di Honduras, Bolivia, Colombia e Perù, rispettivamente, sommati a quelli di Nayib Bukele, Javier Milei, Daniel Noboa e José Antonio Katz, in El Salvador, Argentina, Ecuador e Cile, oltre all’invasione del Venezuela e al sequestro del presidente Nicolás Maduro e all’assedio navale energetico genocida su Cuba, nella fase iniziale del suo secondo mandato Donald Trump è andato ponendo le basi di una nuova forma di dominazione emisferica. Una nuova forma che si è concretizzata anche per via elettorale, attraverso metodi informatici truffaldini e fraudolenti, come si è visto in vari dei paesi della regione e è rimasto allo scoperto con la detenzione dell’operatore dell’estrema destra Fernando Cerimedo. Il cosiddetto Scudo delle Americhe costituito per iniziativa di Washington con il pretesto del combattimento al narcotraffico viene a funzionare come un vettore di controllo geopolitico per subordinare le forze militari e di intelligence della regione ai comandi USA.

Tutti quei fattori delineano una accelerata implementazione della dottrina di sicurezza nazionale USA nell’area.

Davanti al larvato declino dell’egemonia USA, sfidata dalla Cina; erosa in modo crescente la “dittatura del dollaro” (per lo scambio commerciale nelle loro valute nazionali tra vari paesi del blocco BRICS); con la caduta al suo livello più basso dal 1982 della Riserva Strategica di Petrolio degli USA, e Trump impantanato in Medio Oriente e nella penisola arabica dopo la sua guerra di aggressione contro l’Iran per l’oro nero, nella sua svolta strategica tendente alla costruzione di ciò che si è venuto a chiamare la fortezza America (Fortress America), restano solo due paesi importanti che sfuggono alla totale tutela e sottomissione di Washington nell’area: Messico e Brasile.

Se questo mese sarà sconfitto in Brasile il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, Trump avrà le mani libere per pretendere di dare scacco matto alla regina, la presidentessa messicana Claudia Sheinbaum, incalzata senza pausa dall’inquilino della Casa Bianca. E sebbene il mondo e la regione siano cambiati in modo drastico negli ultimi 80 anni, Messico e la assediata Cuba sarebbero gli ultimi due anelli che mancherebbero perché si consumassero i disegni di Nicholas Spykman.

Nemmeno il Brasile è lo stesso. Con grandi riserve di uranio e petrolio, per mano di Lula il colosso sudamericano è diventato uno dei motori dei BRICS nell’impulso della multipolarità, del multilateralismo e della difesa della Carta delle Nazioni Unite davanti a un Consiglio di Sicurezza che mantiene il resto del mondo ostaggio. La settimana scorsa, nel respingere le ingerenze USA a sud del Rio Bravo, Lula ha detto davanti all’81ª Assemblea Generale dell’organizzazione che “il Brasile non entra nel cortile di casa di nessuno”. Avrà gli antidoti per far fronte ai metodi di coercizione e al cumulo di dispositivi di penetrazione, aperti e coperti, utilizzati dall’amministrazione Trump nel suo “cortile di casa”? È la domanda che si pone in vista di queste elezioni.


De la doctrina Spykman al corolario Donroe

Por: Carlos Fazio

Brasil es el primero de los tres eslabones que le quedan a Donald Trump para establecer un dominio prácticamente total sobre América Latina. Y ahí ha puesto toda la carne en el asador.

En 1942, el teórico geopolítico estadounidense Nicholas Spykman ubicó a México dentro del “Mediterráneo americano”, junto con Centroamérica, Colombia, Venezuela y el cinturón de islas del Caribe, Cuba incluida (el linde entre Norte y Sudamérica no estaba en Panamá, sino en el sur de Colombia y Venezuela). Para su antecesor, Alfred Mahan, renovador de la visión expansionista del destino manifiesto, esa región era “vital” para Estados Unidos y debía permanecer bajo su exclusiva e indisputada tutoría. “Eso implica para México, Colombia y Venezuela una situación de absoluta dependencia con respecto a Estados Unidos, de libertad meramente nominal”, añadió Spykman entonces.

En 1973, a raíz de la guerra de Yom Kipur entre Israel y varios Estados árabes, los países de la Organización de Países Exportadores de Petróleo decretaron un boicot petrolero a Estados Unidos por su apoyo al régimen israelí durante el conflicto. Washington descubrió entonces su dependencia de los hidrocarburos, volteó hacia el subcontinente y comenzó a diseñar planes para garantizar el suministro de dos de sus abastecedores tradicionales junto con Arabia Saudita: México y Venezuela.

Tras la implosión de la Unión Soviética, en 1989, seguida de la invasión de Estados Unidos a Panamá y del paquete de reformas estructurales orientadas al libre mercado del Consenso de Washington ese mismo año, el inestable equilibrio por la existencia de dos sistemas económicos antagónicos en la forma no dio paso a una pretendida hegemonía económica de Washington. Por el contrario, instaló una multipolaridad difusa manifestada en la competencia entre tres grandes bloques: el Asia-Pacífico, con Japón, los llamados tigres asiáticos y China como incipiente nuevo actor emergente; la Comunidad Europea, con Alemania y Francia como motores, y el conformado por Canadá, Estados Unidos y México en el marco del Tratado de Libre Comercio de América del Norte (TLCAN), de 1994.

Doce años después, el atentado terrorista contra las emblemáticas torres gemelas del World Trade Center de Nueva York (el 11 de setiembre de 2001) marcaría un punto de inflexión: en nombre de la seguridad nacional, el presidente George Bush Jr. lanzaría la llamada guerra global contra el terrorismo, que, como explicó por aquellos días Alain Joxe, era una forma de violencia política y no un adversario cuya supresión se pueda alcanzar con una victoria militar seguida de una paz o un armisticio. Con la guerra al terrorismo reaparecerían tres viejas nociones: guerra preventiva, espacio vital (lebensraum, de clara reminiscencia expansionista nazi) y la categoría imperialismo. Con eje en la autodefensa anticipatoria, la guerra preventiva de Bush retrotraería la situación internacional al orden de cosas anterior a la Paz de Westfalia (1648), fundamento del sistema internacional que de manera meramente formal llega hasta nuestros días; lo que implicó, de paso, un desprecio a la Carta de las Naciones Unidas. El sociólogo estadounidense James Petras la calificó en tiempo real como una “doctrina extremista” basada en una “visión totalitaria”. A su vez, el mexicano Pablo González Casanova definió el nuevo orden emergente como un “neoliberalismo de guerra, colonialista e imperialista”, y argumentó que con ello Estados Unidos pretendía consolidar su hegemonía militar y el neomercantilismo de las megaempresas con casa matriz en Estados Unidos, adelantando de manera temprana que podría derivar en “ideologías políticas cínicamente excluyentes y represivas, características de un nuevo tipo de colonialismo global y de fascismo neoliberal”.

El eje en la seguridad

Desde comienzos del siglo XXI, la relación entre Estados Unidos, Canadá y México estaría signada por la seguridad. Más concretamente, a partir del 23 de marzo de 2005, por la Alianza para la Seguridad y la Prosperidad de América del Norte (Aspan), suscrita por Bush Jr., el presidente mexicano Vicente Fox y el primer ministro canadiense Paul Martin. A su vez, en el marco de la competencia entre las potencias por el control de los mercados mundiales y el acceso a las materias primas, la administración Bush Jr. lanzaría también el Área de Libre Comercio de las Américas. Esta nueva instancia era concebida como una versión ampliada –e incluso, aunque no explícitamente, militarizada– del TLCAN para la recolonización de los países de Latinoamérica, con el terrorismo como sustituto del viejo fantasma de la Guerra Fría, el comunismo de Moscú. Con la excusa de la guerra contra un nuevo “enemigo interno” difuso, se debía desembocar en la constitución de un ejército transnacional por su composición y supranacional por su mando. Es decir, el Pentágono en su papel de estado mayor y mando unificado, y las fuerzas armadas del área en funciones de “policía interna”, concentradas en tareas de apoyo con foco en la inteligencia y el procesamiento de información, y el control (o interdicción) de movimientos aéreos, marítimos y terrestres.

La Aspan funcionaría con un “gobierno sombra” de las corporaciones económicas y militares de Estados Unidos y sus socios vernáculos en México y Canadá. La alianza incluyó una integración energética transfronteriza (petróleo, gas natural, electricidad) subordinada a Washington y megaproyectos de capital transnacional. En 2007, el Plan México (o Iniciativa Mérida), suscrito por Bush Jr. y Felipe Calderón, fue diseñado como un paquete de asistencia militar en especie para hacer frente a “amenazas comunes” asimétricas, identificadas como organizaciones transnacionales del crimen organizado, en particular, las dedicadas al narcotráfico.

En resumen, los elementos centrales de esos sucesivos posicionamientos estadounidenses han sido el control hemisférico, con eje en políticas de seguridad militarizadas con la excusa del “enemigo interno” (hoy los cárteles tipificados por Washington como organizaciones terroristas extranjeras y terroristas globales especialmente designados), y el acceso a las materias primas (en particular los hidrocarburos, los minerales críticos y las tierras raras). Esos elementos se han mantenido hasta el presente, pero la Estrategia de Seguridad Nacional 2025 de Estados Unidos, con el llamado “corolario Trump” a la doctrina Monroe, marcaría otro punto de inflexión.

La consolidación

Con la llegada de Nasry Asfura, Rodrigo Paz, Abelardo de la Espriella y Keiko Fujimori a los gobiernos de Honduras, Bolivia, Colombia y Perú, respectivamente, sumados a los de Nayib Bukele, Javier Milei, Daniel Noboa y José Antonio Katz, en El Salvador, Argentina, Ecuador y Chile, además de la invasión a Venezuela y del secuestro del presidente Nicolás Maduro y el cerco naval energético genocida sobre Cuba, en la fase inicial de su segundo mandato Donald Trump ha ido sentando las bases de una nueva forma de dominación hemisférica. Una nueva forma que se ha concretado también por la vía electoral, a través de métodos informáticos tramposos y fraudulentos, como se ha visto en varios de los países de la región y ha quedado al descubierto con la detención del operador de la ultraderecha Fernando Cerimedo. El llamado Escudo de las Américas constituido por iniciativa de Washington con el pretexto del combate al narcotráfico viene a funcionar como un vector de control geopolítico para subordinar las fuerzas militares y de inteligencia de la región a los mandos estadounidenses.

Todos esos factores perfilan una acelerada implantación de la doctrina de seguridad nacional de Estados Unidos en el área.

Ante el larvado declive de la hegemonía estadounidense, desafiada por China; erosionada de manera creciente la “dictadura del dólar” (por el intercambio comercial en sus monedas nacionales entre varios países del bloque Brics); con la caída a su nivel más bajo desde 1982 de la Reserva Estratégica de Petróleo de Estados Unidos, y empantanado Trump en Oriente Medio y la península arábiga tras su guerra de agresión contra Irán por el oro negro, en su viraje estratégico tendente a la construcción de lo que se ha dado en llamar la fortaleza América (Fortress America), solo quedan dos países importantes que escapan a la total tutela y sumisión de Washington en el área: México y Brasil.

Si este mes es derrotado en Brasil el presidente Luiz Inácio Lula da Silva, Trump tendrá las manos libres para pretender darle jaque mate a la reina, la presidenta mexicana Claudia Sheinbaum, acosada sin pausa por el inquilino de la Casa Blanca. Y si bien el mundo y la región cambiaron de forma drástica en los últimos 80 años, México y la asediada Cuba serían los dos últimos eslabones que faltarían para que se consumaran los designios de Nicholas Spykman.

Tampoco Brasil es el mismo. Con grandes reservas de uranio y petróleo, de la mano de Lula el coloso sudamericano se ha convertido en uno de los motores del Brics en el impulso de la multipolaridad, el multilateralismo y la defensa de la Carta de las Naciones Unidas ante un Consejo de Seguridad que mantiene al resto del mundo rehén. La semana pasada, al rechazar las injerencias de Estados Unidos al sur del río Bravo, Lula dijo ante la 81.a Asamblea General de la organización que “Brasil no cabe en el patio trasero de nadie”. ¿Tendrá los antídotos para hacer frente a los métodos de coacción y al cúmulo de dispositivos de penetración, abiertos y encubiertos, utilizados por la administración Trump en su “patio trasero”? Es la pregunta que se plantea de cara a estas elecciones.

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