Le doppiezze dell’OSA

Marina Menendez http://www.cubadebate.cu

Rivedendo la storia, chiunque si chiede come l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA) sopravvive se, moralmente e materialmente, sono stati così tanto vilipesi i suoi precetti, e dopo che l’organismo ha dimostrato, a sfare, il suo status di strumento politico, creato e gestito dagli USA per assicurare la sua egemonia nell’emisfero.

E’ vero che i cambi di governo registrati negli ultimi due decenni in America Latina hanno permesso alla sua plenaria di adottare, nel 2009, forse per la prima volta, una decisione tanto giusta come la riparazione, a Cuba, per la sua espulsione, nel gennaio 1962, in un’altra farsa canagliesca.

Può essere che ancora molti dei suoi stati membri continuino a fare il possibile per cambiarla. Ma non potrebbe essere cancellato, in un sol colpo, il discredito di un passato piagato da interventi diretti ed indiretti USA contro i paesi della regione, che si realizzarono sotto il suo silenzio o proprio a causa della sua difesa; né vi è ragione di credere che Washington, suo mentore, non continuerà, non continui spingendo ed invocando l’OSA per imporre le sue aspirazioni.

Tra i suoi principi di fondazione, contenuti in quello che è conosciuta come la Carta dell’OSA, 1948, si parla di “raggiungere un ordine di pace e di giustizia” tra gli stati americani, “promuovere la loro solidarietà, rafforzare la loro collaborazione e difendere la loro sovranità, la loro integrità territoriale e la loro indipendenza”. Tuttavia, la realtà nell’esecuzione dell’organizzazione è ben lontana da questo. Piuttosto è stata il contrario.

Ed ebbe anche momenti di “sincerità” il documento di fondazione dell’OSA. Per esempio, quando al comma b) dell’Articolo 2, segnala come uno dei suoi scopi essenziali quello di “promuovere e consolidare la democrazia rappresentativa’: la scusa che è servita affinché gli USA giustifichino quasi tutte le loro aggressioni nella regione, nonostante -e burlando un altro principio- che la Carta proclami che questo sarebbe stato fatto “nel rispetto della non intervento”.

Naturalmente, bisogna anche aver chiaro ciò che significa democrazia rappresentativa: un modus vivendi degli stati nello stile borghese, dove il potere si deruba al popolo.

L’OSA, su mandato USA, sì, è stata molto fedele a questi disegni.

Nata sotto l’influenza della politica America per gli americani, emanata in quella che è conosciuta come la dottrina Monroe, dal 1823, l’Organizzazione degli Stati Americani fu il corollario degli sforzi per creare un sistema affine a tali prediche e, in qualche modo, strumento preferito per la realizzazione di quel desiderio imperiale.

Così, le dichiarazioni di condanna, invadenti e manipolatrici supervisioni, a seconda delle convenienza, sono circolate per l’America Latina con l’etichetta dell’organizzazione o uno qualsiasi degli organismi creati, come lei, per formare quello che è stato chiamato il Sistema Inter-americano. Ciò, senza contare interventiste forze militari inviate dagli USA, a sua garanzia per, ipoteticamente, salvaguardare l’integrità e la pace …

Allo stesso tempo, garantire un continente a sua immagine e somiglianza, Washington imponeva al resto dei paesi dell’emisfero un modo di essere e di fare segnato dal panamericanismo: un formato di vita per le nostre nazioni progettato per i disegni del Nord come padrone e, per questo, così contrapposto agli ideali di unità e integrazione latinoamericana inalberati da Simon Bolivar e José Martí, che sono quelli che realmente ci integrano e uniscono.

Molte macchie

Di eventi danteschi o subdolamente d’ingerenza che l’OSA avallò o lasciò fare, le su azioni passate, è pieno. Così, come profuse sono state le aggressioni, dirette ed indirette, di Washington nella regione durante l’ultimo più di mezzo secolo.

Possono essere menzionati, al volo, il colpo di stato contro il Governo progressista di Jacobo Arbenz in Guatemala nel 1954; le invasioni yankee di Panama e Repubblica Dominicana nel 1964 e 1965, rispettivamente, realizzate davanti all’inazione, o con misure intempestive dell’organismo … solo per salvare le apparenze.

Si aggiungono anche alle violazioni certificate o permesse alla sua Carta fondativa, l’invio di truppe USA a Granada, nel 1983, dopo il golpe contro Maurice Bishop; la nuova invasione dei marine a Panama, del 1989, con vari pretesti che volevano nascondere l’ansia USA sul canale, il tutto con un bilancio di sangue.

In contrapposizione, l’inazione fu totale e non si ascoltò la voce dei leader di turno dell’Organizzazione durante i tre giorni che durò il fallito golpe nel Venezuela di Hugo Chavez, aprile 2002; così come potrebbe considerarsi tardiva e poco energica la sua risposta al golpe che rimosse Manuel Zelaya dalla presidenza dell’ Honduras, nel 2009, e che l’OSA dopo risolse con la sospensione temporanea di Tegucigalpa dai suoi membri.

Tuttavia, è possibile che non sia esistito fino ad ora un evento che più scandalosamente assestasse un colpo morale all’organismo, che il sostegno USA all’aggressione armata con cui la Gran Bretagna calpestò la sovranità dell’Argentina sulle Isole Malvinas, nel marzo 1982.

No era solo che, per la prima volta nella storia continentale, gli USA davano il loro appoggio, senza arrossire, a duna potenza straniera contro una nazione dell’emisfero, e persino si sporcavano le mani fornendo il suo territorio come trampolino di lancio contro il vicino aggredito.

E’ che, in tal modo, calpestava i principi dell’Organizzazione degli Stati Americani Stati Americani e del Trattato Inter-Americano di Assistenza Reciproca (TIAR), nato nel 1947, prima dell’istituzione stessa, e nella cui costituzione si propugna che “un attacco armato da un qualunque Stato contro uno Stato americano sarà considerato come un attacco contro tutti Stati Americani”.

La OSA, e molti implicati già lo riconoscono, da anni è un organismo in crisi di credibilità.

I documenti sporchi contro Cuba

Ma, semmai di qualcosa si potesse blasonare gli USA è del ruolo svolto dall’organismo, in campo diplomatico, come strumento della politica aggressiva di Washington contro Cuba, come punta di lancia che porrebbe corollario all’aggressione militare diretta e a quella economica.

Un’altra volta avrebbero brandito la menzogna. Sì, perché se qualcosa ha questa saga, è un sacco di ipocrisia, e negli anni ’60, con gli USA in cerca di rivitalizzare le sue relazioni con l’America Latina, era anche necessario per la Casa Bianca limitare l’esempio che l’indipendente isola rivoluzionaria rappresentava.

Nel 1960, ha nel suo libro ‘Itinerario di una farsa’ lo scomparso diplomatico Carlos Lechuga (ambasciatore di Cuba all’OSA al momento della sua espulsione) già il governo USA di Dwight D. Eisenhower aveva portato i ministri degli esteri dei paesi latinoamericani a due riunioni dell’OSA per isolare Cuba.

Con gli USA in piena campagna elettorale, John F. Kennedy, che avrebbe vinto infine le elezioni contro Richard Nixon, mostrava che avrebbe proseguito, in materia, la strategia del suo predecessore, e affermava: “Nel problema Cuba credo che dobbiamo lavorare con altri. Con l’OSA dobbiamo non solamente isolare Cuba, ma dobbiamo cercare di isolare la Rivoluzione cubana dal resto del Sud America”.

“I piani avviati da Eisenhower nel campo diplomatico -narra Lechuga nel suo libro- in campo militare e in quello del blocco economico, l’avrebbe proseguito il governo democratico che lo sostituì. Nixon avrebbe fatto lo stesso in quelle circostanze perché tutto era parte della stessa farsa, lo stesso inganno sia dell’opinione pubblica dei paesi latino-americani che della stessa opinione pubblica USA”.

Il 3 gennaio 1961, giorni prima di traslocare dalla Casa Bianca, Eisenhower ruppe le relazioni diplomatiche con Cuba. Tre mesi dopo il suo insediamento, Kennedy autorizzò l’invasione dei mercenari (Playa Giron). Durante il 1961 la nuova amministrazione democratica completò il blocco economico e commerciale, e preparò l’altra Riunione Inter-Americana di Consultazione dei Cancellieri in cui si separò Cuba dall’OSA, con la peregrina tesi dell’incompatibilità di un regime marxista-leninista con il Sistema Inter-americano che ignorò il principio del pluralismo sancito nella Carta delle Nazioni Unite”.

L’accaduto nel Vertice di Punta del Este, in cui si concretò l’espulsione di Cuba, negli ultimi giorni di gennaio 1962, risultò, inoltre, un insidioso stratagemma, un’altra violazione giuridica della Carta, perché come spiega l’autore, questa non contempla la figura della separazione.

Fue così che si concretizzò l’abbietta manovra che pretese asfissiare, completamente, la Cuba rivoluzionaria, isolandola dal suo ambiente naturale nella regione.

Risultò un altro colpo che si ritorse contro gli USA: oggi Cuba gode di prestigio, rispetto, ed ha rapporti con tutti i paesi latino-americani, e le politiche imperiali e la OSA sono sommersi dal discredito

(Juventud Rebelde)

 


Los dobleces de la OEA

Por: Marina Menéndez

Revisando la historia, cualquiera se pregunta cómo la Organización de Estados Americanos (OEA) sobrevive si moralmente y materialmente han sido tan vapuleados sus preceptos, y después que el organismo ha demostrado con creces su condición de instrumento político, creado y manejado por Estados Unidos para asegurar su hegemonía en el hemisferio.

Cierto es que los cambios de gobierno registrados las dos últimas décadas en Latinoamérica posibilitaron a su plenario adoptar en el año 2009, tal vez por primera vez, una decisión tan justa como el desagravio a Cuba por su expulsión en enero de 1962, en otra farsa canallesca.

Puede que todavía muchos de sus estados miembros sigan bregando por cambiarla. Pero no podría borrarse de un plumazo el descrédito de un pasado plagado de intervenciones directas e indirectas de EE. UU. contra los países de la región, que se realizaron bajo su silencio o precisamente gracias a su amparo; ni hay motivos para pensar que Washington, su mentor, no seguirá, no sigue pujando e invocando a la OEA para imponer sus designios.

Entre sus principios fundacionales, recogidos en lo que se conoce como la Carta de la OEA, de 1948, se habla de «lograr un orden de paz y de justicia» entre los estados americanos, «fomentar su solidaridad, robustecer su colaboración y defender su soberanía, su integridad territorial y su independencia». Sin embargo, la realidad en la ejecutoria de la organización ha estado bien lejos de eso. Más bien ha sido al contrario.

Y es que también tuvo momentos de «sinceridad» el documento fundacional de la OEA. Por ejemplo, cuando en el inciso b) de su Artículo 2, señala como uno de sus propósitos esenciales el de «promover y consolidar la democracia representativa»: la excusa que ha servido para que EE. UU. justifique casi todas sus agresiones en la región, a pesar —y viene otro principio burlado— de que la Carta proclama que ello se haría «dentro del respeto a la no intervención».

Desde luego, hay que tener claro también lo que significa democracia representativa: un modus vivendi de los estados al estilo burgués, donde el poder se le escamotea al pueblo.

La OEA, mandatada por Estados Unidos, sí ha sido muy fiel a esos designios.

Nacida bajo el influjo de la política de América para los americanos, promulgada en lo que se conoce como la Doctrina Monroe desde 1823, la Organización de Estados Americanos fue el corolario de los esfuerzos por crear un sistema afín a tales prédicas y, de algún modo, herramienta preferencial para la concreción de ese imperial anhelo.

Así, declaraciones condenatorias, o entrometidas y manipuladoras supervisiones, según convenga, han circulado por América Latina con el rótulo de la organización o de cualquiera de los organismos creados, como ella, para conformar lo que ha dado en llamarse el Sistema Interamericano. Eso, sin contar intervencionistas fuerzas militares enviadas por EE. UU. a su resguardo para, supuestamente, salvaguardar la integridad y la paz…

Al mismo tiempo de asegurar un continente a su imagen y semejanza, Washington imponía al resto de los países del hemisferio un modo de ser y de hacer marcado por el panamericanismo: un formato de vida para nuestras naciones diseñado por los designios del Norte en calidad de amo, y tan contrapuesto, por eso a los ideales de unidad e integración latinoamericanas enarbolados por Simón Bolívar y José Martí, que son los que realmente nos integran y unen.

Muchas manchas

De sucesos dantescos o solapadamente injerencistas que la OEA avaló o dejó hacer, su ejecutoria está llena. Tanto, como profusas han sido las agresiones directas e indirectas de Washington en la región durante el último más de medio siglo.

Pueden mencionarse, al vuelo, el golpe de Estado contra el Gobierno progresista del guatemalteco Jacobo Árbenz, en 1954; las invasiones yanquis a Panamá y República Dominicana en 1964 y 1965, respectivamente, realizadas ante la inacción, o con medidas a destiempo del organismo… solo para cubrir las apariencias.

También se suman a las violaciones certificadas o permitidas a su Carta fundacional, el envío de tropas de EE. UU. a Granada, en 1983, luego del golpe de Estado contra Maurice Bishop; la nueva invasión de los marines a Panamá de 1989, con variados pretextos que pretendían esconder el ansia estadounidense sobre el Canal, todas con un saldo sangriento.

De manera contrapuesta, la inacción fue total y no se oyó la voz de los líderes de turno de la Organización durante los tres días que duró el frustrado golpe de Estado a la Venezuela de Hugo Chávez, en abril de 2002; así como pudiera considerarse tardía y poco enérgica su respuesta al golpe de Estado que demovió a Manuel Zelaya de la presidencia de Honduras en 2009, y que la OEA resolvió después con la suspensión temporal de Tegucigalpa de su membresía.

Sin embargo, puede que no haya existido hasta ahora un suceso que de manera más escandalosa le asestara un golpe moral al organismo, que el apoyo estadounidense a la agresión armada con que Gran Bretaña pisoteó la soberanía de Argentina sobre las Islas Malvinas, en marzo de 1982.

No se trataba solo de que, por primera vez en la historia continental, EE. UU. daba su respaldo, sin sonrojos a una potencia extranjera frente a una nación del hemisferio, y hasta se ensuciaba las manos al brindar su territorio como rampa de lanzamiento contra el vecino agredido.

Es que, al hacerlo, pisoteaba los postulados de la Organización de Estados Americanos y del Tratado Interamericano de Asistencia Recíproca (TIAR), que había nacido en 1947 antes que la propia entidad, y en cuya constitución se propugna que «un ataque armado por cualquier Estado contra un Estado americano, será considerado como un ataque contra todos los Estados Americanos».

La OEA, y muchos implicados ya lo reconocen, hace años es un organismo en crisis de credibilidad.

Las cartas sucias contra Cuba

Pero, si de algo pudiera blasonar Estados Unidos es del rol desempeñado por el organismo, en el campo diplomático, como instrumento de la política agresiva de Washington contra Cuba, como una punta de lanza que pondría corolario a la agresión militar directa y a la económica.

Otra vez esgrimirían la mentira. Sí, porque si algo tiene esta saga, es mucho de hipocresía, y en los años de 1960, con EE. UU. en busca de revitalizar sus relaciones con América Latina, también era menester para la Casa Blanca cercenar el ejemplo que la independiente Isla revolucionaria representaba.

Para 1960, cuenta en su libro Itinerario de una farsa el desaparecido diplomático Carlos Lechuga (embajador de Cuba ante la OEA al momento de su expulsión) ya el gobierno estadounidense de Dwight D. Eisenhower había llevado a los cancilleres de los países latinoamericanos a dos reuniones de la OEA para aislar a Cuba.

Con Estados Unidos en plena campaña electoral, John F. Kennedy, quien ganaría finalmente las elecciones frente a Richard Nixon, dejaba ver que seguiría, en el tema, la estrategia de su antecesor, y afirmaba: «En el problema de Cuba creo que debemos trabajar con otros. Con la OEA debemos no solamente aislar a Cuba sino que debemos tratar de aislar a la Revolución Cubana del resto de la América del Sur».

«Los planes iniciados por Eisenhower en el terreno diplomático —narra Lechuga en su libro—, en el militar y en el del bloqueo económico, lo seguiría el gobierno Demócrata que lo sustituyó. Nixon hubiera hecho lo mismo en aquellas circunstancias porque todo era parte de la misma farsa, del mismo engaño tanto a la opinión pública de los países latinoamericanos como a la propia opinión pública de Estados Unidos.

«El 3 de enero de 1961, días antes de mudarse de la Casa Blanca, Eisenhower rompió relaciones diplomáticas con Cuba. Tres meses después de su toma de posesión, Kennedy autorizó la invasión de los mercenarios (Playa Girón). Durante el año 1961, la nueva Administración demócrata completó el bloqueo económico y comercial, y preparó la otra Reunión Interamericana de Consulta de Cancilleres en la que se separó a Cuba de la OEA, con la peregrina tesis de la incompatibilidad de un régimen marxista-leninista con el Sistema Interamericano que desconoció el principio del pluralismo consagrado en la Carta de Naciones Unidas».

Lo acontecido en la cita de Punta del Este en la que se concretó la expulsión de Cuba, en los días finales de enero de 1962 resultó, además de una estratagema alevosa, otra violación jurídica de la Carta pues, según explica el autor, esta no contemplaba la figura de la separación.

Fue de ese modo que se concretó la abyecta maniobra que pretendió asfixiar completamente a la Cuba revolucionaria, aislándola de su entorno natural en la región.

Resultó otro tiro que le salió por la culata a Estados Unidos: hoy Cuba goza de ascendencia, respeto, y tiene relaciones con todos los países de Latinoamérica, y las políticas imperiales y la OEA están sumidas en el desprestigio.

(Tomado de Juventud Rebelde)

 

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