Venezuela. Exxon Mobile manda in campo il suo uomo

di Geraldina Colotti* – Il Manifesto

Da domani (oggi ndr) al 21 si svolge a Cancun, in Messico, il vertice dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa), presieduta dall’uruguayano Luis Almagro. In primo piano, di nuovo il Venezuela. Almagro ha fissato una riunione dei ministri degli Esteri per chiedere l’applicazione della Carta democratica, ovvero un pacchetto di sanzioni sul modello del blocco imposto a Cuba e l’obbligo di un’agenda elettorale diversa da quella prevista nel paese caraibico.

In Venezuela, il Consejo Nacional Electoral sta esaminando le candidature per l’Assemblea nazionale costituente, fissata per il 30 luglio. Poi vi sarà un referendum per approvare alcune modifiche costituzionali tese a “blindare” le conquiste sociali realizzate in 18 anni di chavismo e ad aggiungere nella Carta magna quei diritti – come l’aborto e il matrimonio gay – che non fu possibile includere nel 1999 per l’opposizione della chiesa cattolica. A seguire, le elezioni regionali il 10 dicembre e quelle presidenziali un anno dopo.

La maggioranza dell’opposizione venezuelana, però, rifiuta entrambi gli appuntamenti, che pure erano stati fortemente richiesti da molti dei suoi leader. L’arrivo di Trump ha cambiato i dati del problema, e ha convinto la Mesa de la unidad democratica (Mud) a puntare esclusivamente sulle violenze di piazza, come nel 2014 con la campagna “la salida” (la cacciata di Maduro dal governo).

Allora, in tre mesi di “guarimbas”, i morti (quasi tutti forze dell’ordine, chavisti e passanti) sono stati 43 e oltre 800 i feriti.

Adesso, in un mese e mezzo le vittime sono già oltre 70, attribuite a un unico campo – quello governativo – da una martellante propaganda mediatica internazionale: anche se i dati mostrano una realtà differente e anche se le forze dell’ordine possono solo usare idranti e lacrimogeni.

Dopo la vittoria alle parlamentari del 2015, l’opposizione ha tentato di sovvertire la democrazia venezuelana destabilizzando l’equilibrio dei 5 poteri e screditando il Tribunal Supremo de Justicia (Tsj) che ne è l’arbitro. Sostiene di avere ormai la maggioranza nel paese, però non spiega perché allora rifiuta di mettersi a verifica tramite il voto: perché – afferma il chavismo – la vera posta in gioco non è il governo, ma l’abolizione della Costituzione bolivariana, che non consente di privatizzare il paese come invece vorrebbero le destre.

Un articolo del New York Times mostra i termini del problema: lo scontro di modelli in atto in un paese che custodisce le prime riserve al mondo di petrolio e di oro, e poi di coltan, di acque e risorse naturali. In sintesi, il Nyt spiega che uno stato così ricco di risorse non può essere governato dal municipalismo, perché “lo Stato delle comunas” è troppo simile a quello dei soviet nell’Unione sovietica di Lenin. Quindi, anche se questo fosse il volere della popolazione venezuelana, non è opportuno.

Ci vuole, invece, una figura ben posizionata nella linea di Romulo Betancourt, che dopo aver suscitato le speranze di un cambiamento radicale, dopo la cacciata del dittatore Marco Pérez Jimenez (1958) ha optato per la via voluta dagli Usa con il Patto di Punto Fijo: l’alternanza tra centro-destra e centrosinistra con l’esclusione dei comunisti, durata fino alla vittoria di Chavez alle elezioni del 1998.

Uno schema ben più rassicurante anche nel mondo del post-novecento in cui a parlare di “terra, casa e lavoro” sembra rimasto solo il papa Bergoglio.

Per questo, dall’Europa agli Usa c’è chi prepara una “transizione” sul modello nicaraguense, magari con la Procuratrice generale Luisa Ortega (ora critica del chavismo) come nuova Violeta Chamorro. Intanto, Trump non l’ha inclusa nella lista dei funzionari sanzionati, pronta per essere ampliata.

Un dato non di poco conto può aiutare a capire. Nei giorni scorsi, ad attaccare in Parlamento l’ambasciatore del Venezuela in Italia, Isaias Rodriguez, è stato un gruppo di imprenditori italo-venezuelani che ha fatto fortuna a Caracas, che ora finanzia l’estrema destra venezuelana (Voluntad Popular di Leopoldo Lopez) e però qui sostiene il Pd: e dunque anche i fascisti di Vp diventano pacifici perseguitati politici.

E così si nasconde che, per quanti errori, azzardi e approssimazioni abbia potuto compiere il chavismo, sono proprio i grandi gruppi privati e i loro terminali multinazionali ad aver imposto sabotaggi economici, traffici e accaparramenti a un paese petrolifero messo alla corda dalla drastica caduta del prezzo del barile. Piaccia o meno, lo schema è il medesimo messo in campo contro Allende in Cile, moltiplicato dalle dinamiche attuali del capitalismo finanziario a livello globale.

Questa volta, gli Usa e i loro alleati – Europa compresa – sembrano decisi a farla finita con il “laboratorio bolivariano” per rimettere nuovamente in riga l’ex cortile di casa. Trump ha mandato a Cancun il suo segretario di Stato Rex Tillerson, ex direttore esecutivo della multinazionale petrolifera Exxon Mobil, che ha un contenzioso aperto con Caracas: a partire dalle nazionalizzazioni decise da Chavez fino alla decisione di installare una piattaforma petrolifera nelle acque dell’Esequibo, contese da Venezuela e Guyana.

Dopo il ritorno indietro di Trump su Cuba e l’annuncio di nuove sanzioni al Venezuela, gli Usa starebbero per decidere il blocco delle importazioni petrolifere dal Venezuela. Tillerson lo ha già lasciato intendere. Il blocco potrebbe estendersi anche ad altri derivati del petrolio, pari a 85.000 barili al giorno, che servono a Caracas per compare alimenti e generi che non si producono nel paese.

Da anni, il Venezuela è uno dei principali fornitori di petrolio agli Usa e, tramite le tre raffinerie dell’impresa Citgo sussidiate da Pdvsa negli Stati uniti, fornisce anche petrolio gratuito ai poveri del Bronx. Nel 2016, le importazioni quotidiane di petrolio venezuelano agli Usa è stato di 741.000 barili al giorno, pari a 32,2 milioni di dollari.

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