Lo stesso copione che utilizzarono per fare fuori Allende

Intervista al senatore cileno Alexandro Navarro

 

“E’ sabotaggio, la dinamica è la stessa di quella che ha portato al golpe contro Allende nel 1973”. Il senatore cileno Alexandro Navarro, militante del Partito Progressista del Cile, commenta così l’attacco tecnologico che sta rendendo la vita dura al popolo venezuelano: impossibile telefonare, collegarsi a internet, prendere il metro, vedere la televisione… Un gravissimo attacco cibernetico al cervello del sistema elettrico – definito dal governo il più grave subito finora dalla repubblica bolivariana – ha lasciato al buio gran parte del paese.


E’ stato sabotato il sistema di controllo automatizzato che presiede alla centrale di El Guri. Un sistema di controllo installato dall’impresa canadese ABB. Il danno è stato quasi completamente riparato in tutto il paese, ma ecco che sono cominciati i problemi alla rete telefonica, alla televisione nazionale, ecc. Con Navarro abbiamo commentato gli avvenimenti, l’atteggiamento degli Usa e delle destre, e l’arrivo in Venezuela della delegazione inviata dall’Alta Commissaria per i diritti umani Michelle Bachelet, alla quale il governo presenterà una relazione su questo sabotaggio: “I problemi finiranno quando cesserà l’usurpazione”, ha scritto in twitter l’autoproclamato “presidente a interim” Juan Guaidó, passeggiando con il suo striminzito seguito per le vie di Caracas.

Navarro, che è stato parlamentare e senatore per complessivi 28 anni, è venuto molte volte in Venezuela, e tante volte ha testimoniato l’inattaccabilità e la legittimità dei processi elettorali. Iniziamo parlando del suo paese, il cui presidente Sebastian Piñera è in prima linea nell’attacco al socialismo bolivariano, e ha accompagnato l’autoproclamato Guaidó durante il suo show alla frontiera con la Colombia, quando l’imperialismo USA ha cercato l’invasione militare mascherata da “aiuto umanitario”.

Quale politica sta promuovendo il suo partito nello scenario cileno?

Negli ultimi anni, i partiti politici in Cile hanno subito la stessa involuzione verificatasi a livello mondiale, sono stati fortemente messi in causa anche da politiche pubbliche che ne hanno limitato la formazione. Da noi oggi ci sono 15 partiti legali, dopo la riforma del sistema elettorale ce n’erano 36. In quel contesto, il partito País, che dirigevo e che rappresentava il 5% dell’elettorato, si è fuso con il Partito Progressista che oggi ha una forte e ampia base popolare, un solido contingente intellettuale e professionale e mette in campo una combinazione appropriata per affrontare la congiuntura politica, che richiede idee forti ma anche azioni di piazza. E’ un partito di sinistra, solidale con la lotta per la costruzione del socialismo nel mondo e impegnato nella difesa del proceso bolivariano.

Che relazione ha il Partito Progressista con il Partito comunista e con i movimenti sociali?

Da circa sei mesi, abbiamo formato un gruppo unico sia alla Camera che al Senato e abbiamo strutturato una proposta per aprire un dibattito sull’unità della sinistra in Cile. I tempi ci obbligano a lavorare insieme, la destra si è strutturata con un piano di lungo periodo. Piñera ha dichiarato a più riprese che intende governare per tre mandati, e sta cercando di approfittare della dispersione della sinistra e del progressismo. E’ uno dei problemi principali che dobbiamo affrontare.

Il Cile è un paese di grandi disuguaglianze e di forti contraddizioni. Come ha fatto a vincere Sebastian Piñera?

I fattori sono numerosi, tra i principali c’è una contraddizione che la sinistra non ha saputo governare. Quando si sono installati i governi democratici che hanno posto fine alla dittatura di Pinochet, in Cile c’era un 43% di poveri e circa un 10% di povertà estrema. In 21 o 22 anni di governi democratici la povertà è scesa al 17%. Il Cile ha incrementato una crescita economica che ha permesso a milioni di cileni di salire di livello sociale, di uscire dalla povertà. Abbiamo però tardato a riconoscere le nuove aspettative sociali, culturali, professionali. Il principale merito di Piñera è stato quello di generare un messaggio di speranza e di crescita personale ancorato al neoliberismo e all’individualismo: “tu puoi fare da solo”. Un messaggio che ha incontrato la domanda di vasti settori di classe media ma anche delle classi popolari. Un altro fattore importante è stata la carenza assoluta di mezzi di comunicazione a favore della sinistra. Se hai un’idea, per quanto buona possa essere, non esiste se non riesci a comunicarla. Oggi la totalità della stampa scritta è di proprietà editoriale della destra, come il 100% delle televisioni. In questo governo di destra, la televisione pubblica e tutti i canali pubblici sono di estrema destra. La proprietà della radio è della destra all’80%. Con solo un margine del 20% dello spettro radioelettrico è difficile promuovere la necessaria battaglia delle idee, e in questo c’è una sottovalutazione originaria fin dai primi governi della concertación che decisero di non sviluppare una politica della comunicazione. Una situazione che stiamo scontando ancora adesso che non solo i media tradizionali ma anche le reti sociali sono influenzate dalla destra, soprattutto dal settore impresariale. In Cile, la maggioranza dei canali appartiene ai proprietari delle banche, ai più grandi imprenditori che dichiarano pubblicamente di averli acquistati per diffondere le proprie idee.

Nelle ultime elezioni, sia comunali che presidenziali, c’è stata un’altissima astensione. Una disaffezione dovuta a un sistema politico ancora bloccato dalla costituzione pinochettista. A che punto è la proposta per un’Assemblea Nazionale Costituente?

Durante la campagna elettorale per il mio secondo periodo da senatore – i senatori durano molti anni in Cile -, ho promesso di impegnarmi per cambiare la costituzione di Pinochet: un vero e proprio scoglio che impedisce la partecipazione popolare, retaggio della dittatura. E’ stata concepita per perpetrare un presidenzialismo di carattere monarchico, che concentra le decisioni nelle mani del presidente e non permette alcuna partecipazione reale dei cittadini. In Cile non c’è referendum, né a livello comunale che regionale, non c’è rappresentazione dei popoli originari. Il presidente è un monarca e a livello municipale i sindaci hanno una funzione feudale. Si tratta di un regime politico che concentra il potere in una sola persona. Questo ha portato la cittadinanza a rifiutare contemporaneamente sia l’impresariato che la politica giacché non vede alcuna possibilità di partecipare alle decisioni. Questa è la ragione di fondo per cui il 45% dei cileni ha disertato le urne alle presidenziali e oltre il 70% non ha votato alle elezioni municipali, dove ci sono stati sindaci eletti con il 20% e con una rappresentatività sociale minima. Non si vuole riconoscere l’esistenza di una grave crisi di legittimità, di partecipazione e di rappresentatività. Una crisi che spinge a farla finita con questa costituzione pinochettista. Il problema è che non c’è consenso sulla centralità di questa battaglia neanche a sinistra. Quando abbiamo posto la necessità di un’assemblea costituente che chiami la popolazione a decidere per una nuova costituzione, il Partito socialista, la sinistra moderata ha obiettato che un’Assemblea nazionale costituente si convoca in tempi di crisi, di caos politico. Noi pensiamo che se oggi si arrivasse a una nuova costituzione ad opera delle élite, non cambierebbe sostanzialmente niente, quindi bisogna continuare a spingere per la convocazione di un’Assemblea costituente che favorisca la più ampia partecipazione dei cittadini e delle cittadine.

Quella cilena è stata una dittatura civico-militare. Quanto ancora pesano quegli interessi nel sistema attuale?

Proprio ora la rivista Forbes ha pubblicato la classifica degli uomini più ricchi. Il più ricco del Cile è Ponce Lerou, il genero di Pinochet, che ha diretto il processo di tutte le privatizzazioni negli anni ’80, dall’elettricità al litio. Insieme a un gruppo di gestori, si è comprato tutto a prezzo bassissimo e con i prestiti della banca statale che hanno pagato al secondo anno. Si sono arricchiti con il sistema di privatizzazioni forzate della dittatura. Oggi questo signore è l’uomo più ricco del paese e questo succede con molti altri imprenditori. Abbiamo un settore impresariale fortemente legato alla dittatura. E anche quando Piñera dichiara di aver votato No al referendum dell’88 contro Pinochet, non bisogna dimenticare che deve la sua fortuna alla protezione e alle prebende che la dittatura militare ha offerto agli imprenditori durante la decade degli anni ’80. Egli è stato un forte difensore di Pinochet quando era detenuto a Londra e ha spinto per il suo ritorno in Cile. Da senatore ha ostentato un grande “rispetto” per la figura presidenziale di Pinochet in cambio dei favori economici ricevuti durante la dittatura mentre migliaia di cileni venivano detenuti, torturati e assassinati.

Il partito socialista cileno, il partito di Allende, è oggi una parte importante dell’establishment. Quali interessi rappresenta e quali sono i suoi legami con quella vecchia nomenclatura?

Conservo un profondo rispetto per il partito socialista in cui ho militato per 26 anni. Attualmente, questo partito si è allontanato dalla sua origine, quando rappresentava l’avanguardia delle lotte sociali. Per questo ha subito una forte emorragia di militanti e parlamentari. Mi dispiace, perché io sono della generazione degli anni ’80, sono stato dirigente studentesco, mi sono formato nella lotta contro la dittatura e per la democrazia. La direzione politica del partito lo ha guidato verso una corsa al centro che non lo distingue molto dai programmi della destra, e che lo ha portato a sostenere che non vi sia un’alternativa al capitalismo. Ho preso la decisione di uscire dal partito, nel 2008, perché non era più quello di Allende, né quello in cui ho iniziato a militare negli anni ’80. La prova più evidente è che oggi il Partito socialista sostiene l’opposizione in Venezuela, celebra il trionfo dell’autoproclamato Juan Guaidó e degli altri golpisti venezuelani. Un giro di volta che dovrebbe essere analizzato a fondo da quegli stessi militanti che ancora credono alle origini del partito e che riconoscono quanto il processo bolivariano si identifichi con la figura di Allende. La perdita di peso di quei partiti che hanno intrapreso la corsa al centro indica che diluirsi fino ad assomigliare all’avversario e a non avere differenze porta alla sconfitta. Dall’arrivo di Chavez, la sinistra europea ma anche cilena non ha voluto vedere la forte relazione tra il socialismo umanista di Allende e quello venezuelano. Credo che una delle ragioni principali sia stata la lunga permanenza della direzione del Partito socialista cileno in esilio nei paesi europei (anche in Venezuela, naturalmente), ma soprattutto in Italia, in Spagna, dove questa deriva era già evidente. Fatto sta che oggi il Partito socialista cileno si identifica più con il PSOE che con il PSUV, e ha cercato di riprodurre in Cile la visione dei partiti riformisti europei e non quella del socialismo latinoamericano. Una visione che ha permesso a Franco e a Pinochet di morire nel proprio letto. I dirigenti cileni che sono andati in esilio in Spagna si dono adoperati per una transizione regolata e pacifica, hanno fatto da scudo a Pinochet, diluendo ulteriormente la propria identità. Questo oggi è particolarmente evidente nelle questioni internazionali. Il Psc fa parte dell’Internazionale socialista e si è convertito in uno strumento per fustigare i processi latinoamericani di sinistra, in particolare quello bolivariano. Manca una seria riflessione su questi temi e su quanto sta accadendo in America Latina all’interno della globalizzazione capitalista. Manca un dibattito delle idee, una riflessione profonda. Spero che il Partito socialista torni in sé, perché la caduta del governo bolivariano provocherebbe un arretramento pesante, per almeno 20 o trent’anni, di tutta la sinistra latinoamericana. I meccanismi di giudiziarizzazione della politica hanno messo in galera diversi dirigenti latinoamericani, cominciando da Fernando Lugo in Paraguay, a cui ha fatto seguito il golpe contro Zelaya in Honduras, poi è arrivato il golpe istituzionale contro Dilma Rousseff in Brasile e soprattutto l’arresto di Lula, la persecuzione contro Rafael Correa e Jorge Glass in Ecuador e ora quella a Cristina Kirchner in Argentina. Non dobbiamo esitare nel difendere il socialismo bolivariano come ultimo baluardo di resistenza che impedisce all’egemonia USA di estendersi in maniera permanente a tutto il continente.

Un altro fattore di rifiuto da parte degli intellettuali della sinistra cilena nei confronti del Venezuela è stata l’incomprensione dell’unione civico-militare. A vent’anni di distanza le cose restano uguali?

Le Forze armate cilene hanno una formazione prussiana, preparata alla Escuela de las Americas prima del golpe contro Allende. Il generale René Schneider è stato assassinato nell’ottobre del 1970, poco dopo la vittoria di Allende, per impedire che il Congresso retificasse la sua elezione. Le nostre Forze Armate sono forze d’élite. La borghesia sempre ha piazzato uno dei figli nelle alte gerarchie ecclesiastiche, un altro come generale delle Forze armate, un altro al Senato o nei circoli della politica che contano. La maggior parte dei cognomi delle Forze Armate cilene è di origine europea. Gli strati popolari non avevano accesso alla scuola ufficiali fino a sei anni fa, quando ho presentato un progetto di legge, sono profondamente orgoglioso di aver che permette anche al figlio di un operaio di poter arrivare a essere generale o ammiraglio della Repubblica. Oggi in Cile, oltre il 40% degli allievi ufficiali è di estrazione popolare. Si è avviato un lento processo di democratizzazione delle Forze Armate, si entra per merito e non per censo. Per la sinistra cilena è risultato per lungo tempo incomprensibile che si potesse appoggiare un governo diretto da un militare. Il profilo di Chavez, la sua traiettoria politica ha fatto in modo che le cose oggi siano un po’ diverse, ma ora assistiamo a un paradosso, molti di quelli che odiavano Chavez e che hanno dovuto riconoscere quale grande dirigente politico e stratega militare fosse, oggi disprezzano il governo di Nicolas Maduro dicendo la fatidica frase: “Maduro non è Chavez”, quando Maduro ha mostrato la intelligenza e la capacità di resistenza di un leader mondiale a fronte di tutti gli attacchi subiti.

Che ruolo può giocare Michelle Bachelet, oggi alta Commissaria per i diritti umani all’ONU? Maduro l’ha invitata a visitare il paese.

Bachelet continua a essere una figura importante nella politica nazionale. E’ stata la prima ministra della Difesa della storia cilena, un incarico di straordinario significato simbolico: lei, figlia di un generale dell’aviazione torturato e assassinato dai suoi stessi commilitoni dell’aviazione durante la dittatura, arrivò a essere ministra della Difesa anche di coloro che avevano partecipato all’omicidio del padre (allora vi erano indagini in corso); e poi è stata la prima presidente della Repubblica, rieletta, e ha ancora un forte gradimento popolare: anche perché ha sostenuto i diritti della donna, possiamo dire che con lei c’è stato un prima e un dopo per la condizione delle donne cilene che hanno alzato la testa per chiedere un trattamento paritario di fronte allo Stato e alla società. Oggi, nel suo ruolo all’ONU deve subire sia gli attacchi della destra cilena, ove Piñera mira a costituire una leadership latinoamericana guidata da Trump, che le pressioni degli USA: sappiamo che nessuno può essere eletto a quell’incarico senza l’appoggio nordamericano. Bachelet, per la quale nutro un profondo affetto, ha inviato una delegazione in Venezuela, ma speriamo che venga lei stessa. Maduro le ha offerto tutte le garanzie, e la sua presenza potrebbe appoggiare il rifiuto all’intervento armato di Trump contro il Venezuela. Lei ha conosciuto personalmente Chavez, io l’ho accompagnata durante quella visita nel 2006, penso abbia compreso che il suo ruolo era altamente positivo per il Venezuela e non costituiva affatto un ritorno indietro. Dopotutto, Bachelet aveva gli strumenti per comprenderlo, avendo avuto un padre militare. Oggi avrebbe modo di verificare l’inconsistenza di tutte le menzogne deliranti che si diffondono sul socialismo bolivariano. Ogni volta che un parlamentare della destra interviene per denunciare presunte violazioni dei diritti umani in Venezuela, io lo invito a portare le prove, a fare nomi, ma questo non avviene mai perché sono denunce prive di fondamento. Durante le guarimbas il 70% dei morti si è avuto nel campo chavista. Un piano destabilizzante appoggiato internazionalmente, che continua con maggior forza anche in questi giorni, è stato presentato come una rivolta popolare contro la dittatura.

Qual è la tua lettura di quel che sta passando il Venezuela?

Quando Allende è diventato presidente, avevo 11 anni , ne avevo 14 quando c’è stato il bombardamento della Moneda, vicino a casa mia. Ho sentito le esplosioni, ho visto le colonne di fumo e ho ascoltato alla radio le ultime parole del presidente. C’è una frase che mi è rimasta sempre impressa: il seme che abbiamo seminato darà i suoi frutti. L’idea di Allende era quella di un socialismo democratico che potesse imporsi attraverso le elezioni. Fu il primo presidente di formazione marxista-leninista che è andato al governo attraverso elezioni democratiche e popolare. La sua visione fu anche contestata da altre componenti comuniste. Le condizioni che hanno portato alla caduta del suo governo sono molto simili a quelle che si vedono contro il governo Maduro in Venezuela. Il golpe cileno è stato preceduto da sabotaggi ai gasdotti, attentati ai tralicci, gli agricoltori del sud, che erano di estrema destra, buttavano il latte. Si contaminava la farina con il petrolio, si bloccava la vendita del rame all’estero. L’impresa di rame più grande del Cile era infiltrata da gruppi pagati dalla Cia. Non lo dico io, risulta dagli archivi desecretati dal Senato Usa. Nel 2000 vi compare chiaramente il piano di Nixon e Kissinger per “far urlare l’economia cilena”. Oggi vediamo lo stesso tipo di sanzioni, sabotaggi e piani destabilizzanti contro il Venezuela bolivariano. A questo bisogna aggiungere il ruolo delle gerarchie ecclesiastiche che in Venezuela agiscono come un vero e proprio partito politico. In Cile il ruolo della chiesa cattolica fu terribile. A parte alcuni cardinali, sostenne fattivamente il golpe, mentre al contempo costituiva anche un rifugio. Alla chiesa politica non piace la destra, ma condivide gli obiettivi della destra contro il socialismo. In Venezuela vediamo una dinamica analoga, un atteggiamento che sta provocando molta disaffezione da parte dei fedeli di origine popolare. Un altro attore fondamentale nella destabilizzazione contro il Venezuela sono le grandi ONG. Sempre negli archivi desecretati, vi sono nomi e cognomi di quanti hanno partecipato al golpe in Cile con i finanziamenti della CIA e sotto l’apparenza di difensori dei diritti umani. Lo stesso padre di Piñera era un informatore della CIA. Queste grandi multinazionali dell’umanitarismo non hanno a cuore i diritti umani dei venezuelani, ma il petrolio del Venezuela. Sono organismi di facciata e centri di orientamento, e se si investiga dietro la facciata, si scoprirà il loro vero volto e il loro vero obiettivo.

La sinistra dovrebbe imparare la lezione del golpe cileno. Maduro oggi, ha ancora più consenso di Allende e il processo bolivariano può contare sull’unione civico-militare. Per la sinistra non è più tempo di mezze misure o di discorsi titubanti. Abbiamo un debito con il Venezuela bolivariano ed è venuto il momento di saldarlo raddoppiando la nostra solidarietà.

Share Button

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.