Guyana, vincono i comunisti. Quale futuro per il petrolio?

di Lorenzo Poli  www.ilperiodista.it

Dopo un riconteggio dei voti durato mesi, l’esito delle elezioni sorride al Partito progressista del popolo, di stampo marxista-leninista: il nuovo presidente della Guyana è Mohamed Irfaan Ali. Una storia tormentata, quella dell’ex colonia britannica, tra scontri etnici e brogli anti-comunisti. Ma dopo la recente scoperta del petrolio (che porterà un boom economico), la partita si sposta sulla gestione delle risorse. E le intenzioni del nuovo governo spaventano le multinazionali. A partire da ExxonMobil, che teme di perdere i sostanziosi profitti derivanti dall’oro nero

Dopo un riconteggio dei voti durato mesi, la vittoria alle elezioni presidenziali del 2 marzo in Guyana è stata infine assegnata all’opposizione.

Domenica 9 agosto, con il giuramento come presidente da parte di Mohamed Irfaan Ali, a vincere sono stati ufficialmente i comunisti del Ppp/c (People’s Progressive Party/Civic).

L’ex presidente David Granger aveva inizialmente rivendicato la vittoria elettorale, salvo poi venire costretto ad accettare il riconteggio, tra sospetti di frode.

Ora dice di rispettare l’annuncio della Commissione elettorale nazionale (Gecom), ma anche che impugnerà il risultato in «modo pacifico e legale».

L’esito è stato incerto fino all’ultimo, dato che il partito di Granger aveva cercato di bloccare l’annuncio dei risultati definitivi, mentre i propri attivisti avevano minacciato di rendere il Paese ingovernabile per Ali e per il Partito progressista del popolo.

Poi finalmente sono stati diffusi i dati reali delle elezioni, vinte, con il 50,59% dei voti e 33 seggi conquistati, dal Ppp, il partito di stampo marxista-leninista che aderisce all’Incontro internazionale dei partiti comunisti e operai.

Scontri etnici e brogli anti-comunisti nella ex colonia britannica

Il Ppp ha trovato ostacoli nella vita politica guyanese fin dalla sua fondazione, con una forte componente che si è sempre opposta al colonialismo britannico e all’imperialismo statunitense. In seguito alla vittoria delle elezioni del 1953, il partito propose una serie di riforme sociali radicali programmate dal leader Cheddi Jagan. Riforme ostacolate dal governo inglese, che rispose con un’invasione militare per fermare la minaccia di una rivoluzione comunista e con la nomina del Consiglio legislativo interinale, che sostituì il governo e la Camera dell’Assemblea, eletta dal popolo.

Nel 1957 il partito, dichiaratamente marxista e antirazzista, visse la scissione proposta da Forbes Burnham, il quale istituì il Congresso nazionale del popolo (Pnc), cercando consenso tra gli afrodiscendenti guyanesi e introducendo così una divisione etnica tra le classi popolari. Questo evento fu l’inizio di tutte le crisi sociali generate da scontri interrazziali, razziali ed etnici all’interno del territorio guyanese dopo qualsiasi elezione democratica.

Dopo la vittoria elettorale del 1961, ci furono ancora scontri sociali di stampo razziale istigati dal Regno Unito e dall’amministrazione Kennedy che, per mano della CIA, sostennero i conservatori e i lealisti di Forbes Burnham nell’intento di rovesciare il governo del Ppp.

Dopo la dichiarazione d’indipendenza della Guyana dall’Inghilterra, le elezioni del 1968 vennero vinte con brogli dal Pnc: i violenti dissidi etnici che ne conseguirono si aggravarono nel 1979 con la fondazione dell’Alleanza del popolo lavoratore di Walter Rodney, che si proponeva di difendere gli interessi dei lavoratori bianchi.

Nel frattempo il Ppp, sempre più caratterizzato da una forte identità antimperialista e anticoloniale, cresceva nei consensi ma, nonostante fosse il primo partito, non vinse le elezioni del 1973, del 1980 e del 1985, che vennero truccate ad hoc dal Pnc – sempre più potente – con l’aiuto statunitense. Solo nel 1992 si stabilì che le precedenti elezioni non erano state regolari e si fecero libere elezioni in cui vinse Cheddi Jagan, leader comunista.

Una scoperta che cambia tutto

Nonostante il partito sia stato al potere fino al 2015 con la maggioranza dei voti, la possibilità di una manipolazione esterna delle elezioni non è mai stata esclusa.

Il 2 marzo 2020, il Ppp aveva subito denunciato le frodi elettorali messe in atto dal governo filo-statunitense per impedire che i comunisti vincessero le elezioni a Georgetown dopo la scoperta del petrolio nel sottosuolo guyanese.

Confinante con Venezuela, Brasile e Suriname, la Guyana ha 780mila abitanti che vivono in un territorio in larga parte costituito da foresta amazzonica di fronte all’Oceano Atlantico, con immensi giacimenti petroliferi ancora da sfruttare.

Il ruolo di ExxonMobil

Il mandato di Ali durerà fino al 2025, anno in cui la compagnia statunitense ExxonMobil conta di raggiungere un output di 750mila barili al giorno dal blocco offshore di Stabroek, situato nelle acque della Guyana, dove la produzione è stata avviata nel dicembre scorso insieme ai suoi partner Hess Corporation e China National Offshore Oil Corporation (Cnooc).

L’output nel campo Liza è attualmente di 100mila barili al giorno, mentre nel mese di agosto dovrebbe salire a 120mila. Secondo le stime sono previste una “fase 2” in cui il petrolio estratto a Liza dovrebbe aggiungere altri 220mila barili al giorno per il 2022, e successivamente in egual modo nella “fase 3”.

Non a caso, proprio a fine luglio, la multinazionale statunitense ExxonMobil aveva annunciato di aver concluso con successo la fase di esplorazione nel blocco Stabroek. Operazione che è stata eseguita attraverso la compagnia americana Ocean Infinity, specializzata in robotica nautica, il cui principale obiettivo era quello di acquisire dati geofisici e geotecnici utilizzando gli Auv, sottomarini a guida autonoma che per mesi hanno perlustrato i fondali marini a una profondità compresa tra 70 e 2.150 metri su una superficie di 3.120 chilometri quadrati.

La compagnia petrolifera ha subito imbastito una campagna pubblicitaria, diffondendo messaggi rassicuranti sui media internazionali riguardo a quanto fosse «green» il suo operato, sempre più attento al «progresso ecosostenibile» e avvalorato dalla presenza di mini sommergibili che hanno permesso di «ridurre in un modo significativo l’impatto sulla fauna acquatica». Scenario alquanto distopico, dal momento che Exxon è famosa per la devastazione ambientale, aggiudicandosi un posto nella black list delle multinazionali più inquinanti al mondo e responsabili del cambiamento climatico d’origine artificiale.

Nella classifica delle compagnie attive nelle fonti fossili che inquinano di più al mondo, stilata dal Climate Accountability Institute, ExxonMobil è risultata la quarta nel pianeta, con emissioni di 41,90 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente dal 1965.

Nei tre anni successivi all’Accordo di Parigi sul Clima (del 2015), inoltre, ha investito più di un miliardo di dollari per finanziare campagne di branding e attività di lobbying per screditare l’emergenza climatica, insieme a Royal Dutch Shell, Chevron, BP e Total.

La ExxonMobil, multinazionale petrolifera statunitense, negli ultimi cinque anni ha controllato de facto la politica nazionale della Guyana, ricevendo concessioni dal precedente governo “socialdemocratico” e rimanendo una roccaforte Usa, che puntava al controllo delle ricche riserve petrolifere del Paese sudamericano.

Le paure delle multinazionali

Le corporations, ora, temono che lo sviluppo delle risorse petrolifere della Guyana possa rallentare a causa della nuova amministrazione.

La reale preoccupazione delle multinazionali sta nell’incerto rinnovo dei contratti, nella nomina del nuovo ministro delle Risorse naturali e di tutto il nuovo governo progressista di sinistra che, come già dichiarato, avrà un atteggiamento completamente diverso dal precedente nelle concessioni a privati e nella gestione del petrolio.

Il Partito progressista del popolo aveva infatti criticato il contratto firmato dal governo Granger con ExxonMobil, che contempla un tasso di royalties al 2% e una divisione dei profitti tra pubblico e privato al 50%, accusando il governo di svendere il Paese «all’imperialismo nordamericano» e giudicando il contratto svantaggioso e contro l’interesse pubblico.

Quale futuro?

Nel blocco Stabroek sono state trovate riserve recuperabili di greggio per otto miliardi di barili equivalenti e, qualora venissero provate, sarebbero delle riserve petrolifere più grandi di quelle di Messico e Colombia (dati Centre for Strategic and International Studies), in grado di stravolgere l’economia della Guyana, che oggi si basa sulla coltivazione di riso, di zucchero e sull’estrazione di bauxite.

Le prime stime affermano che le riserve di petrolio del giacimento Stabroek sarebbero di 5mila milioni di barili. Secondo i dati della Banca Mondiale, considerando che la Guyana ha una superficie di 214.000 km2, una popolazione di nemmeno 800mila abitanti e un PIL di 6100 milioni di dollari, in questo Paese ci sarà una forte crescita economica e in dieci anni si triplicherà il PIL pro capite, che ora è di appena 5500 dollari.

Ovviamente la gestione delle risorse petrolifere del nuovo presidente Mohamed Irfaan Ali, laureato in Pianificazione urbana, non sarà facile poiché dovrà affrontare molte contraddizioni che la Guyana presenta, tra istituzioni molto deboli, estrema povertà e scontri politici di stampo etnico.

Secondo alcuni analisti, con la vittoria di Ali si rischia di andare incontro a una crisi sociale a causa dell’appoggio politico a Granger da parte della comunità afrodiscendente, mentre la maggioranza guyanese d’origine indiana appoggia Ali.

Senza contare i rischi, temuti dai sostenitori di Ali, di progetti di destabilizzazione nel prossimo futuro: eventualità da non scartare, se gli interessi nazionali cozzeranno con quelli di ExxonMobil e di potenze come gli Usa.

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