Pedro Santander Molina www.cubadebate.cu
Chi a Cuba, Venezuela, Bolivia o Nicaragua non ha sentito parlare di “matrici di opinione”? Quelle che si montano attraverso i media e le reti sociali nei laboratori del nemico e attaccano i processi sociali trasformatori. Non è forse abbastanza comune nell’analisi della piazza, nelle colonne di opinione, nelle denunce pubbliche e nelle discussioni politiche commentare e denunciare “matrici di opinione” che si montano contro i governi e i popoli di questi paesi? Certamente è così.
Ma – soprattutto dopo il 15N a Cuba – credo sia necessario formulare un paio di domande. In primo luogo, cos’è una matrice di opinione? a cosa ci riferiamo quando usiamo quel sintagma? La prima volta che ho letto una definizione che denota uno sforzo interessante e intellettualmente creativo, è stato in Granma. Lo propone la psicologa cubana Karima Oliva, lei afferma: “Una matrice di opinione è una rappresentazione parziale della realtà di impronta ideologica che risponde agli interessi di un certo gruppo di potere e si fabbrica con l’intenzione di produrre o mantenere l’egemonia e dominare l’opinione pubblica su una questione. Le matrici di opinione cercano di creare condizioni soggettive favorevoli per intervenire o amministrare i processi politici. Si gestiscono tenendo conto delle caratteristiche dei pubblici a cui sono destinati».
Questa proposta contribuisce a colmare un vuoto di definizione che abbiamo nel campo rivoluzionario riguardo ad un concetto che usiamo spesso, rispetto al quale siamo sempre in allerta (“attenzione, che ci stanno montando una matrice di opinione”), in relazione al quale agiamo (“accidenti, dobbiamo combattere quella matrice”), ecc. La definizione di Oliva dà una caratteristica ideologica ed operativa alle matrici di opinione, anche una direzione (i pubblici) e un proposito (intervenire nei processi politici”).
Karima Oliva affronta questo vuoto dalla prospettiva che focalizza il suo sguardo nell’obbligatoria diagnosi che dobbiamo sempre fare del nemico, delle sue procedure e dei suoi meccanismi. Tale necessaria descrizione che realizza può essere completata con uno sguardo che ponga anche il focus nella nostra parte e, da lì, porci domande come quelle che seguono.
Solo coloro che avversano i processi rivoluzionari costruiscono e mettono in circolazione matrici di opinione? Solo la classe dominante ha la capacità di costruire matrici? Solo coloro che controllano i mezzi di produzione mondiale della comunicazione possono posizionarsi nel polo della produzione delle matrici? Se così fosse, allora nel campo rivoluzionario ci limiteremmo solo a rilevare e denunciare quelle del nemico, e ciò sarebbe tutto.
In tal senso, per non essere condannati a ciò, vale la pena fare un serio cambiamento metodologico in relazione a un atteggiamento così tipico della nostra pratica politica di lotta e resistenza: parlare sempre del nemico e di ciò che ci fa.
Chiaramente, intorno all’appello controrivoluzionario del 15N si è dispiegata tutta una battaglia sul piano semio-comunicativo. Ciò ha incluso le reti sociali (tendenze, fake news, bot, attività organica, guerre di etichette, ecc.), i media mondiali (prima che avvenisse quella marcia che non c’è mai stata, era già titolo nella CNN; El País, EFE, ecc.), i media nazionali (che, ad esempio, hanno informato sul rapporto del principale organizzatore della marcia con il terrorismo di Miami), ma anche il passaparola, la comunicazione diretta, i rumors, ecc. Indubbiamente, la nostra militanza ha osservato con attenzione ciò che il nemico, in questa fase acuta di attacco comunicativo, ha fatto a livello di matrici di opinione contro Cuba.
E in questi giorni cosa ci è successo? Abbiamo costruito matrici? Se sì, quali? Come si sono costruite, quali sono state i loro principali canali di circolazione, come si sono installate nell’opinione pubblica, quali formati si sono rivelati i più efficaci per il campo rivoluzionario, quali programmi o iniziative comunicative, quali portavoce sono riusciti a darle voce a tali matrici, eccetera?
Non ho risposte chiare, sì la necessità di avvertire riguardo l’urgenza di osservare, analizzare e apprendere dalle nostre esperienze di successo. Quella del 15N sicuramente lo è stata.
Abbiamo potuto osservare che esiste una truppa digitale rivoluzionaria, che si è attivata organicamente e attivamente in quei giorni e in modalità multipiattaforma. Si è apprezzata un’incipiente risposta sistemica tra mondo digitale e analogico, tra media tradizionali, digitali e portavoce per affrontare una battaglia come quella che stava per arrivare. Abbiamo visto forza comunicativa propria, nonostante l’asimmetria. Abbiamo visto intuizione e assertività operativa, abbiamo visto, nel quadro di uno scenario asimmetrico, l’importanza di scommettere su variabili qualitative piuttosto che su quelle quantitative. Un esempio apparentemente banale al riguardo: alle fake news, alle bot farm dell’imperialismo, ai benefici algoritmici di cui godono i portavoce peteyankee, e alla loro attività inorganica e monetariamente gonfiata, la nostra truppa ha risposto con artiglierie di meme che hanno convocato tanto genialità umoristica e hanno provocato così tante autentiche risate che già alcuni stanno chiedendo di nominare il 15N come Giornata Nazionale del Meme a Cuba.
Qualche intellettuale, col volto serio, potrebbe rimproverarmi ingenuità, nell’esempio, “che ingenuità politica” mi direbbe quest’uomo serio, “mettere i meme nella lotta rivoluzionaria… che banalità”. Per rispondere basta solo ricordare l’importanza dell’umorismo politico nella nostra tradizione che, oggi, senza dubbio, si manifesta nel formato “meme” che, peraltro, è il formato più votato alla viralizzazione e che si collega ad un ampio pubblico giovanile, quello che non crede ai volti cupi. Aggiungete anche quanto sia importante ridere e, ancor di più, prendersi gioco del nemico e ridere di lui nei momenti chiave, come una battaglia vinta che aveva giorno e ora fissata dall’avversario e ciò, inoltre, in un periodo in cui lo scoraggiamento è la macro-matrice dell’imperialismo per demoralizzarci e minarci dall’interno.
Torniamo alle matrici. E oso affermare che l’imperialismo ha, ben definita, una macro-strategia: provocare lo scoraggiamento permanente delle forze rivoluzionarie. Da lì emanano, semio-comunicativamente parlando, una miriade di matrici di opinioni che la sostengono, la nutrono e nel loro dispiegamento ci danneggiano e influenzano la correlazione di forza.
È il momento della controffensiva comunicativa dopo il fiasco, di Miami, del 15 N, ma con quali matrici di opinioni? Analizziamo la nostra forza e i nostri trionfi e sapremo rispondere a questa domanda. E sapendo rispondere a questa domanda, sapremo meglio lottare nella battaglia comunicativa.
15N: ¿Cuáles son nuestras matrices de opinión?
Por: Pedro Santander Molina
¿Quién en Cuba, Venezuela, Bolivia o Nicaragua no ha escuchado hablar de las “matrices de opinión”? Esas que se montan a través de los medios de comunicación y las redes sociales en laboratorios del enemigo y atacan los procesos sociales transformadores. ¿No es acaso bastante común en los análisis de la plaza, en las columnas de opinión, en las denuncias públicas y discusiones políticas comentar y denunciar “matrices de opinión” que se montan contra los gobiernos y pueblos de estos países? Sin duda que así es.
Pero – sobre todo después del 15N en Cuba – creo necesario formular un par de preguntas. En primer lugar, ¿qué es una matriz de opinión? ¿a qué nos referimos cuando usamos ese sintagma? La primera vez que leí una definición que denota un esfuerzo interesante e intelectualmente creativo, fue en Granma. La propone la sicóloga cubana Karima Oliva, dice ella: “Una matriz de opinión es una representación parcial de la realidad de impronta ideológica que responde a los intereses de determinado grupo de poder y se fabrica con la intención de producir o mantener la hegemonía y dominar la opinión pública respecto a un tema. Las matrices de opinión intentan crear condiciones subjetivas favorables para intervenir o administrar los procesos políticos. Se gestionan tomando en cuenta las características de los públicos a los que van destinadas.”
Esta propuesta contribuye a llenar un vacío definicional que tenemos en el campo revolucionario respecto de un concepto que usamos a cada rato, respecto del cual siempre estamos alertando (“ojo, que nos están montando una matriz de opinión”), en relación al cual actuamos (“epa, hay que combatir esa matriz”), etc. La definición de Oliva le da una característica ideológica y operativa a las matrices de opinión, también una dirección (los públicos) y un propósito (intervenir en procesos políticos”).
Karima Oliva aborda este vacío desde la perspectiva que centra su mirada en el obligatorio diagnóstico que siempre debemos realizar del enemigo, de sus procedimientos y mecanismos. Esa necesaria descripción que realiza puede ser complementada con una mirada que también ponga el foco en nuestros propio bando y, desde ahí, formularnos preguntas como las que siguen.
¿Sólo quienes adversan los procesos revolucionarios construyen y ponen en circulación matrices de opinión? ¿Sólo la clase dominante tiene la capacidad de construir matrices? ¿sólo quienes controlan los medios de producción mundial de comunicación pueden posicionarse en el polo de la producción de las matrices? Si así fuera, entonces en el campo revolucionario solo nos limitaríamos a detectar y denunciar las del enemigo, y eso sería todo.
En ese sentido, para no estar condenado a aquello, vale la pena realizar en serio un viraje metodológico en relación con una actitud tan propia de nuestra práctica política de lucha y resistencia: estar siempre hablando del enemigo y de lo que éste nos hace.
Claramente, en torno al llamado contrarrevolucionario del 15N se desplegó toda una batalla en el plano semio-comunicacional. Ésta incluyó las redes sociales (tendencias, fake news, bots, actividad orgánica, guerra de etiquetas , etc.), los medios mundiales (antes que ocurriera esa marcha que nunca ocurrió ya era titular en CNN; El País, EFE, etc.), los medios nacionales (que, por ejemplo, informaron acerca de la relación del principal convocante a la marcha con el terrorismo de Miami), pero también el boca a boca, la comunicación directa, el rumor, etc. Sin duda, nuestra militancia ha observado con atención lo que el enemigo en esta fase aguda de ataque comunicacional hizo en el plano de las matrices de opinión contra Cuba.
Y por estos días ¿qué pasó con nosotros/as? ¿construimos matrices?, si es así, ¿cuáles? ¿cómo se construyeron, cuáles fueron sus canales de circulación principales, cómo se instalaron en la opinión pública, qué formatos se mostraron como los más efectivos para el campo revolucionario, que programas o iniciativas comunicacionales, qué voceros/as lograron darle voz a esas matrices, etc.?
No tengo las respuestas claras, sí la necesidad de advertir acerca de la urgencia de observar, analizar y aprender de nuestras propias experiencias exitosas. La del 15N sin duda la fue.
Pudimos observar que hay tropa digital revolucionaria, que se activó orgánica y activamente por esos días y en modo multiplataforma. Se apreció una incipiente respuesta sistémica entre mundo digital y el analógico, entre medios tradicionales, digitales y vocerías para enfrentar una batalla como la que se avecinaba. Vimos fuerza comunicacional propia, a pesar de la asimetría. Vimos intuición y asertividad operativa, vimos, en el marco de un escenario asimétrico, la importancia de apostar a variables cualitativas más que a las cuantitativas. Un ejemplo aparentemente nimio al respecto: a las fake news, a las granjas de bots del imperialismo, a los beneficios algorítmicos de los que disfrutan los voceros peteyankees y a su actividad inorgánica y monetariamente inflada, nuestra tropa respondió con artillería de memes que convocaron tanta genialidad humorística y provocaron tanta carcajada auténtica que ya algunos están pidiendo nombrar el 15N como el Día Nacional del Meme en Cuba.
Algún intelectual de rostro grave me podría reprochar candidez en el ejemplo, “qué ingenuidad política” me diría este hombre serio, “meter los memes en la lucha revolucionaria…qué banal”. Para responder sólo basta recordar la importancia del humor político en nuestra tradición que hoy, sin duda, se manifiesta en el formato “meme”, que, además, es el formato más dado a la viralización y que conecta con una amplia audiencia juvenil, esa que descree de los rostros adustos. También agregar lo importante que es la risa y, más aún, burlarse del enemigo y reírse de éste en momentos clave, como una batalla ganada que tenía día y hora fijada por el adversario, y eso, además, en un período en que el desaliento es la macro-matriz del imperialismo para desmoralizarnos y socavarnos por dentro.
Volvimos a las matrices. Y me atrevo a afirmar que el imperialismo tiene bien definida una macro-estrategia: provocar el desaliento permanente de las fuerzas revolucionarias. Desde ahí emanan, semio-comunicacionalmente hablando- un sinnúmero de matrices de opinión que la sustentan, la nutren, y en su despliegue nos hacen daño y afectan la correlación de fuerza.
Es el momento de la contraofensiva comunicacional después del fiasco mayamero del 15 N, pero ¿con qué matrices de opinión? Analicemos nuestra fuerza y triunfos, y sabremos responder a esa pregunta. Y sabiendo responder a esa pregunta, sabremos dar mejor contienda en la batalla comunicacional.