Radiografia della classe dominante e il rischio che Noboa la faccia esplodere.
«Il nuovo Ecuador», recita lo slogan adottato dal governo di Daniel Noboa, ed è impossibile non notare la sfolgorante paradossalità dell’affermazione perché poche cose sono tanto vecchie, in quel paese, quanto le oligarchie agro-esportatrici a cui appartiene lo stesso presidente.
La famiglia Noboa è tra le più potenti delle oligarchie bananiere. La sua ascesa è avvenuta grazie al boom della banana che il paese visse a partire dalla fine degli anni 40 e che, come sottolinea un ormai classico studio sull’argomento, El banano en el Ecuador, curato da Carlos Larrea, si concluse nel 1964, provocando una crisi del settore che si trasformò in una crisi economica generale. La ricerca di Larrea e colleghi evidenzia che, nel periodo di crisi, due imprese concentrarono circa due terzi del mercato delle esportazioni: la Standard Fruit e la Corporación Noboa. Così, negli anni 80, l’azienda bananiera della famiglia si era notevolmente rafforzata, nonostante la banana avesse cessato di essere centrale nella struttura delle esportazioni del paese, dal momento che negli anni 70 erano iniziate le esportazioni di petrolio, aprendo così un ciclo completamente nuovo di accumulazione capitalista dipendente.
Il boom bananiero portò con sé una delle poche fasi di modernizzazione e stabilità politica vissute dal paese. La coincidenza è notevole: tra il 1948 e il 1960 si mantenne una stabilità democratica che permise una continuità costituzionale senza precedenti tra quattro governi di partiti diversi. Tutti essi promossero politiche di sviluppo che miravano a capitalizzare la rendita proveniente dalle esportazioni di banane. Questo sviluppo conservatore fu segnato da una sorta di “patto di classe” tra tre settori: gli oligarchi agro-esportatori della costa, i latifondisti della zona andina — che avevano abbracciato un progetto di modernizzazione — e una debole borghesia industriale, subordinata e solitamente derivata dagli stessi gruppi terrieri costieri e dell’altopiano. Ma, senza dubbio, il settore dominante all’interno del patto fu quello bananiero. Ciò rese il nonno dell’attuale presidente, Luis Noboa Naranjo, uno degli uomini più potenti dell’Ecuador.
Nel corso dei decenni successivi, la famiglia Noboa accumulò ingenti quantità di capitale. Negli anni 90 costituiva uno dei conglomerati imprenditoriali più potenti del paese, con investimenti nei settori alimentare, automobilistico, bancario, alberghiero, tra altri. E, naturalmente, avevano intrecciato solidi legami con i settori politici che ne rappresentavano gli interessi. Negli anni 80, Luis Noboa Naranjo, il nonno di Daniel, fece del Partito Social Cristiano e in particolare del suo storico dirigente León Febres Cordero – uno dei massimi dirigenti delle sue aziende – il proprio portavoce.
Negli anni 90, Álvaro Noboa Pontón, il padre, rafforzò i suoi rapporti con il Partito Roldosista Ecuadoriano, arrivando persino a essere il suo candidato presidenziale nel 1998. Successivamente fondò un proprio partito, una macchina elettorale come quelle cui ci hanno abituato molti imprenditori in America Latina: l’organizzazione inizialmente denominata Partido Renovador Institucional Álvaro Noboa (PRIAN), poi rinominata Partido Renovador Institucional Acción Nacional. Con questo partito si candidò alla presidenza nelle elezioni del 2002, 2006, 2009 e 2013. In tutte queste elezioni fu sconfitto.
Álvaro Noboa è stato un personaggio pittoresco della politica nazionale, convertendosi alla fine in un meme. Non si è distinto per intelligenza e sono comuni le sue esibizioni stentoree e stravaganti. Per molte generazioni più giovani è un tipo bonaccione, buffo e quasi affettuoso. Questo aspetto è stato ben sfruttato da Daniel Noboa nella sua precedente campagna presidenziale. Tuttavia, Álvaro Noboa incarna le pratiche oligarchiche più deplorevoli: sfruttamento dei lavoratori nelle sue piantagioni, evasione fiscale, uso patrimoniale dello Stato e perfino oscure manovre legali per accaparrarsi l’eredità del padre fanno parte del repertorio di queste pratiche. Pertanto, il legame dei Noboa con le alte sfere del potere politico è stato costante e sempre meno mediato.
Un’altra realtà economica e politica
Nelle prime decadi del XXI secolo, la struttura delle classi dominanti si è modificata significativamente ed il posto dei Noboa ha cessato di essere preponderante. Il punto di svolta fu la crisi finanziaria del 1999, che rese possibile l’ascesa di gruppi bancari privi di legami organici con le borghesie agro-esportatrici e attivi in altri settori dell’economia. Uno studio di Carlos Pástor, Los grupos económicos en el Ecuador, segnala che nelle ultime decadi l’egemonia economica degli agro-esportatori ha lasciato il passo a nuovi gruppi, i cui nuclei di accumulazione si trovano nella finanza, nel commercio interno e nell’edilizia. Questa ricomposizione si è riflessa anche sul piano politico: i partiti tradizionali della destra ecuadoriana sono crollati in modo irreversibile, lasciando un vuoto di rappresentanza che ha aperto le porte a espressioni politiche lontane dalla matrice imprenditoriale, rendendo possibile che tra il 2007 e il 2017 governasse la Revolución Ciudadana di Rafael Correa.
In questo scenario di ricomposizione delle strutture di dominio, sorto da quel vuoto politico, si inserisce Daniel Noboa. Principalmente come espressione del recupero del controllo oligarchico del potere politico dopo la parentesi rappresentata dal correismo. Tuttavia, questo ritorno all’«ordine imprenditoriale» dello Stato presenta una novità di estrema importanza: negli ultimi anni si è costituito in Ecuador un blocco di potere in senso stretto. Prima del correismo, una caratteristica fondamentale delle classi dominanti era la loro frammentazione e la loro incapacità di raggiungere una coesione organica a livello nazionale, il che conferiva allo Stato una cronica debolezza, rendendo possibili la mediazione e l’equilibrio tra le diverse frazioni di classe. Questo è ciò che è cambiato sostanzialmente negli ultimi anni: un più solido accordo tra élite ha permesso di smantellare gli avanzamenti verso una statualità democratica compiuti sotto il correismo e le mediazioni istituzionali che limitavano il controllo dell’élite sullo
Stato. Il “blocco di potere” ha incorporato élite statali, in particolare degli apparati repressivi e del sistema giudiziario, i grandi media di destra che esercitano un’egemonia mediatica assoluta, e l’ambasciata degli USA. Questo ha permesso di rafforzare la loro strategia ideologica fondamentale: il lawfare contro il correismo. Tutto ciò in un contesto di disgregazione sociale generalizzata, la cui massima espressione è la terrificante esplosione della violenza criminale legata al narcotraffico, che ha finito per penetrare le strutture statali con una rapidità inaudita.
Autoritarismo esacerbato
La strategia è stata profondamente autoritaria, con una concentrazione inedita del potere statale attorno a quel patto di élite, senza alcun rispetto per l’ordine costituzionale e legale. Ma questo autoritarismo non si è limitato all’esercizio del potere politico: si è esteso alla società attraverso la pietra angolare dell’anticorreismo, che ha generato un’identità politica dai tratti fortemente autoritari, impregnata di un rifiuto infermo verso le sinistre, di classismo, razzismo, xenofobia e maschilismo. Un’ideologia pratica esacerbata dalla crisi economica, dalla pandemia e dalla violenza degli ultimi anni. Tuttavia, questa rappresentazione ideologica, per quanto diffusa, non trovava una chiara espressione politica: nessuna figura pubblica né alcuna organizzazione politica riusciva ad articolare tale rappresentazione.
Daniel Noboa è il risultato logico di questo processo di ricostituzione del potere dei settori dominanti. Il suo successo politico risiede nel fatto che è riuscito a incanalare quella sensibilità politica diffusa nella società e ad assumerla attivamente, radicalizzando al contempo le tendenze autoritarie degli ultimi anni. Si può concludere che questa concentrazione del potere politico in Daniel Noboa ha permesso all’oligarchia agro-esportatrice di tornare a contendersi un posto nel blocco di potere. Naturalmente, non vi è alcuna sottigliezza in questo recupero di spazio, poiché si presenta chiaramente come un assalto allo Stato: numerosi contratti pubblici dell’attuale governo sono stati assegnati in modo opaco a imprese del suo gruppo familiare. In sintesi, le stesse pratiche delle vecchie oligarchie, rinnovate nella giovinezza e nella spavalderia dei loro eredi.
È possibile che il ritorno oligarchico rappresentato da Noboa, nel tentativo di modificare i rapporti di forza all’interno del blocco di potere, finisca per incrinarlo. Le elezioni in corso, nelle quali il presidente cercherà la rielezione il 13 aprile sfidando la correista Luisa González, potrebbero indicare che sia l’egemonia raggiunta dai settori imprenditoriali nel campo delle classi dominanti, sia quella consolidata nelle identità politiche della popolazione, mostrino segni di esaurimento. La disastrosa gestione portata avanti dai governi imprenditoriali degli ultimi anni e i terribili risultati dell’applicazione del loro modello neoliberista e autoritario hanno condotto l’Ecuador a un punto critico della sua esistenza come repubblica. Il contrasto con questa realtà potrebbe star disgregando l’enorme struttura di potere antidemocratico che le élite hanno consolidato in questo ultimo periodo. E potrebbe anche accadere che sia proprio Noboa, apparso come il campione definitivo del blocco di potere, a farlo esplodere.
Questo articolo è stato pubblicato originariamente sul sito Tektónikos il 9 aprile 2025.
El eterno retorno oligárquico en Ecuador
David Chávez
Radiografía de la clase dominante y el riesgo de que Noboa la haga estallar.
“El nuevo Ecuador”, reza el eslogan utilizado por el gobierno de Daniel Noboa, y es inevitable no reparar en la deslumbrante paradoja que entraña porque pocas cosas son tan viejas en ese país como las oligarquías agroexportadoras a las que pertenece el presidente.
La familia Noboa es de la más poderosas de las oligarquías bananeras. Su ascenso ocurrió gracias al boom bananero que el país experimentó desde fines de la década de 1949 y que, tal como lo señala un estudio ya clásico sobre el tema, El banano en el Ecuador, editado por Carlos Larrea, concluyó en 1964, lo que produjo una crisis del sector que se transformó en una crisis económica general. La investigación de Larrea y sus colegas señala que durante el período de crisis dos empresas concentraron el mercado de exportación del rubro en aproximadamente dos tercios: Standard Fruit y Corporación Noboa. De modo que, hacia los años ochenta, la empresa bananera de esta familia se había fortalecido notablemente a pesar de que el fruto había dejado de ser central en la estructura de exportaciones del país a partir de que en los setenta iniciaron las exportaciones de petróleo y, con ello, un ciclo completamente nuevo de acumulación capitalista dependiente.
El boom bananero trajo consigo una de las escasas etapas de modernización y estabilidad política que ha experimentado el país. La coincidencia es notable: entre 1948 y 1960 se mantuvo una estabilidad democrática que permitió una continuidad constitucional nunca vista entre cuatro gobiernos de distintos partidos. Todos ellos impulsaron políticas desarrollistas que buscaban una capitalización de la renta proveniente de las exportaciones bananeras. Este desarrollismo conservador estuvo marcado por una especie de “pacto de clase” entre tres sectores: los oligarcas agroexportadores de la costa, los terratenientes de la zona andina —que habían asumido un proyecto de modernización— y una burguesía industrial débil, subordinada y usualmente derivada de los propios grupos terratenientes costeños y serranos. Pero, sin duda, el sector dominante dentro del pacto fue el sector bananero. Eso hizo del abuelo del actual presidente, Luis Noboa Naranjo, uno de los hombres más poderosos de Ecuador.
Durante las décadas siguientes la familia Noboa concentró ingentes cantidades de capital. Hacia los años de 1990 constituía uno de los más poderosos conglomerados empresariales del país, con inversiones en sectores como el alimenticio, el automotriz, bancario, hotelero, entre otros. Y, por supuesto, habían tejido nexos muy sólidos con sectores políticos que representaban sus intereses. En los ochenta Luis Noboa Naranjo, el abuelo de Daniel, hizo del Partido Social Cristiano, especialmente de su líder histórico León Febres Cordero —quien fue uno de los altos gerentes de sus empresas— su vocero.
Y en los noventa Álvaro Noboa Pontón, el padre, logró afianzar sus relaciones con el Partido Roldosista Ecuatoriano, llegando inclusive a ser su candidato presidencial en 1998. Posteriormente creó su propio partido, una maquinaria electoral de esas a las que nos tienen muy acostumbrados los empresarios en América Latina, la organización que inicialmente se denominó Partido Renovador Institucional Álvaro Noboa (Prian), para luego cambiar su nombre por Partido Renovador Institucional Acción Nacional. Con este partido corrió para la presidencia en las elecciones de 2002, 2006, 2009, 2013. En todas sus postulaciones fue derrotado.
Álvaro Noboa ha sido un pintoresco personaje de la política nacional, que terminó convirtiéndose en un meme. No destaca precisamente por su inteligencia y son comunes sus exhibiciones estentóreas y estrafalarias. Para buena parte de las generaciones jóvenes es un tipo bonachón que resulta gracioso y entrañable. Esto fue muy bien aprovechado por Daniel Noboa en su anterior campaña presidencial. Sin embargo, Álvaro Noboa encarna las prácticas oligárquicas más deplorables. Explotación laboral en sus haciendas bananeras, evasión de impuestos, el uso patrimonial del Estado e, incluso, oscuras estratagemas legales para quedarse con la herencia de su padre son parte del inventario de esas prácticas. Por tanto, el vínculo de los Noboa con las altas esferas del poder político ha sido permanente y cada vez ha sido menos mediada.
Otra realidad económica y política
En las primeras décadas del siglo XXI la estructura de las clases dominantes se modificó significativamente y el lugar de los Noboa dejó de ser preponderante. El punto de inflexión de esas transformaciones fue la crisis financiera acaecida en 1999, la cual viabilizó el ascenso de grupos de la banca sin vínculos orgánicos con las burguesías agroexportadoras y de otras ramas de la economía. En un estudio de Carlos Pástor titulado Los grupos económicos en el Ecuador se advierte que, en las últimas décadas, la hegemonía económica de los agroexportadores cedió el paso a nuevos grupos cuyos núcleos de acumulación se centran en las finanzas, el comercio del mercado interno y la construcción. Esta recomposición también se expresó en el campo político, los partidos tradicionales de la derecha ecuatoriana se derrumbaron irremisiblemente y dejaron un vacío de representación que abrió las puertas a expresiones políticas alejadas de la impronta empresarial, lo cual hizo posible que entre 2007 y 2017 gobernara la Revolución Ciudadana de Rafael Correa.
En este escenario de recomposición de las estructuras de dominación que resultó de ese vacío político es donde aparece Daniel Noboa. Principalmente, de la recuperación del control oligárquico del poder político luego del paréntesis que significó el gobierno correísta. Pero esta vuelta al “orden empresarial” del Estado presenta una novedad sumamente importante: a lo largo de estos últimos años, en Ecuador se ha constituido un “bloque de poder” en el sentido estricto. Hasta antes del correísmo, una característica fundamental de las clases dominantes era su fragmentación y su incapacidad por alcanzar una integración orgánica nacional, lo cual le imprimió al Estado central una debilidad crónica que hacía posible la solución de disputas y el equilibrio de poder entre fracciones de clase. Es esto lo que se alteró de modo sustancial en los años recientes, un acuerdo de élites muy sólido sirvió para desmantelar los avances de estatalidad democrática del correísmo y las mediaciones institucionales que limitaban su control sobre el Estado. El “bloque de poder” sumó a élites del Estado, especialmente de los aparatos represivos y del sistema judicial, a los grandes medios de comunicación de derechas que tienen una absoluta hegemonía mediática y a la embajada de Estados Unidos. Esto sirvió para apuntalar su estrategia ideológica fundamental: el lawfare contra el correísmo. Todo esto, en medio de una descomposición social generalizada, cuya mayor expresión es el desate de una escalofriante violencia criminal relacionada con el narcotráfico que ha terminado penetrando las estructuras estatales con inusitada rapidez.
Autoritarismo exacerbado
La estrategia ha sido profundamente autoritaria, una concentración inédita del poder estatal en torno a ese pacto de élites sin respeto por el orden constitucional y legal. Pero ese autoritarismo no se limitó al ejercicio del poder político, se extendió hacia la sociedad mediante la piedra angular del anticorreísmo, que fue generando una identidad política con profundos rasgos autoritarios, cargada de un rechazo enfermizo hacia las izquierdas, de clasismo, racismo, xenofobia y machismo. Una ideología práctica que fue exacerbada por la crisis económica, la pandemia y la violencia de los últimos años. Sin embargo, esta representación ideológica, bastante extendida, no alcanzaba una expresión política clara, ninguna figura pública ni tampoco ninguna organización política lograba articular tal representación.
Daniel Noboa es el resultado lógico de este proceso de reconstitución del poder de los sectores dominantes. Su éxito político radica en que fue él quien logró canalizar esa sensibilidad política extendida en la sociedad y asumirla de forma activa, al tiempo que radicalizó las tendencias autoritarias de los últimos años. Se puede colegir que esta condensación del poder político en Daniel Noboa le ha permitido a la oligarquía agroexportadora disputar su lugar en el bloque de poder. Por supuesto, no hay ninguna sutileza en esa recuperación de espacio puesto que se presenta a todas luces como un asalto al Estado, varios contratos públicos del actual gobierno han sido entregados en operaciones opacas a empresas de su grupo familiar. En suma, las mismas prácticas de las viejas oligarquías remozadas en la juventud y el desenfado de sus herederos.
Es posible que el retorno oligárquico que representa Noboa, que busca cambiar la correlación de fuerzas interna del bloque de poder, termine por resquebrajarlo. Los actuales comicios, en los que el presidente buscará ser reelecto el 13 de abril en disputa con la correísta Luisa González, podrían sugerir que tanto la hegemonía que alcanzaron los sectores empresariales en el plano de las clases dominantes como la que lograron en las identidades políticas de la población muestran signos de agotamiento. La desastrosa gestión llevada a cabo por los gobiernos empresariales de los últimos años y los terribles resultados de la aplicación de su modelo neoliberal y autoritario han conducido a Ecuador a un punto crítico de su existencia como república. El contraste con esta realidad podría estar desconfigurando la desmesurada estructura de poder antidemocrático que las élites consolidaron en este último tiempo. Y bien podría ser que Noboa, quien aparecía como el adalid definitivo del bloque de poder, sea quien termine por hacerlo saltar en pedazos.
Este artículo fue publicado originalmente en el medio Tektónikos el 9 de abril de 2025.

