Kristi Noem incarna la visione del mondo MAGA che Donald Trump ha convertito a credo ufficiale nel suo secondo mandato. Figlia di agricoltori delle Grandi Pianure, ha costruito la propria identità da “outsider” durante quattro mandati alla Camera dei Rappresentanti (2011‑2019) e si è affermata come governatrice del South Dakota (2019‑2025), dove ha sfidato le misure sanitarie anti-Covid e difeso l’“indipendenza energetica” contro rivali come il Venezuela.
Quel curriculum, unito a una lealtà senza esitazioni, le è valso la conferma al Senato e il giuramento come ottava segretaria del Dipartimento per la Sicurezza Interna.
Da quell’ufficio Noem guida l’offensiva anti-immigrazione della Casa Bianca. Nelle prime settimane ha revocato lo Status di Protezione Temporanea per il Venezuela (TPS), esponendo oltre 350000 persone al rischio di deportazione di massa. Ha immediatamente lanciato una campagna pubblicitaria multimilionaria che invita gli “illegali” all’auto-deportazione o ad affrontare la “caccia” da parte dello Stato.
Forte del terzo bilancio più ampio del governo federale, coordina retate lampo, voli collettivi verso carceri centroamericane e una militarizzazione permanente della frontiera, in collaborazione con governatori alleati. Nella narrazione MAGA, Noem non solo custodisce le porte della nazione: le blinda con la convinzione di essere impegnata in una crociata civilizzatrice.
Il volto istituzionale del trumpismo radicale
Noem ha fatto irruzione nella politica dalla legislatura del South Dakota (2006‑2010), è approdata alla Camera dei Rappresentanti sull’onda del Tea Party (2011‑2019) e, dopo due successi consecutivi alla carica di governatrice (2019‑2025), è stata confermata il 25 gennaio 2025 come ottava segretaria del Dipartimento per la Sicurezza Interna con 59 voti favorevoli al Senato. La sua ascesa si è basata sull’immagine di ranchera inflessibile che obbedisce senza tentennamenti ai dettami di Donald Trump.
Dai suoi primi giorni a Washington è stata portavoce e operatrice del Big Energy. Nel 2012 reagì duramente alla decisione del presidente Barack Obama di cancellare l’oleodotto Keystone XL: “Con questa decisione, il Presidente dice no a un progetto meticolosamente studiato che avrebbe creato 130000 posti di lavoro. Non sbagliamoci: se non collaboriamo con il Canada per usare questa risorsa energetica, lo faranno i cinesi e continueremo a dipendere dalle importazioni di energia da luoghi come il Venezuela e il Medio Oriente”.
Noem sostenne la costruzione accelerata del Keystone XL in una lettera al Comitato di Conciliazione sulla Legge dei Trasporti dello stesso anno. Il suo argomento centrale: ridurre l’influenza economica “di paesi come il Venezuela, e così evitare che i dollari USA sostengano regimi pericolosi come quello di Hugo Chávez”.
La pandemia di Covid-19 proiettò la sua figura sulla scena nazionale. Rifiutò di imporre il confinamento, le mascherine obbligatorie o i limiti di capienza, mantenne aperti i luoghi di culto e autorizzò persino uno spettacolo pirotecnico al Mount Rushmore. Questa posizione rafforzò la sua immagine di paladina della libertà individuale, la rese una stella dei media conservatori e la inserì nella rosa dei potenziali vicepresidenti prima del suo incarico alla Sicurezza Nazionale.
Fu la prima governatrice repubblicana a inviare truppe della Guardia Nazionale alla frontiera con il Texas, sostenendo l’Operazione Stella Solitaria del governatore Greg Abbott. La decisione, poi replicata da Indiana, Oklahoma, Florida, Georgia, Missouri e Arkansas, mirava a “scoraggiare i migranti illegali”.
A metà 2024, Noem figurava tra le principali candidate per affiancare Trump nella corsa presidenziale, ma la pubblicazione delle sue memorie scatenò una tempesta mediatica: in uno dei passaggi più controversi raccontava di aver ucciso un cucciolo che, a suo dire, aveva “comportamenti incontrollabili”. L’aneddoto congelò la sua proiezione come possibile vicepresidente.
Deportazioni, carceri-spettacolo e lusso a 50000 piedi
Appena insediata alla guida del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Kristi Noem applicò alla lettera la massima trumpista: “chiudere la porta e buttare la chiave”. Il 1º febbraio 2025 firmò l’ordine che revocava il TPS per i venezuelani, programma che dal 2023 coinvolge circa 350000 persone; la misura fissava il 7 aprile come termine ultimo per lasciare il Paese, pena l’espulsione immediata.
Tuttavia, tale scadenza non verrà rispettata. Il giudice federale Edward Chen, del Distretto Nord della California, ha disposto la sospensione della decisione: “I beneficiari venezuelani attuali del TPS potranno continuare a godere dei propri diritti fino al 2 ottobre 2026”, ha stabilito il magistrato, congelando di fatto l’attuazione delle espulsioni di massa.
Poche settimane dopo, Noem ha visitato il mega-carcere CECOT di El Salvador, dove il governo di Nayib Bukele rinchiude migliaia di deportati, tra cui centinaia di venezuelani falsamente etichettati come membri della banda criminale Tren de Aragua. Con le telecamere allineate e i detenuti seminudi sullo sfondo, la segretaria ha proclamato che quel modello “dimostra come contenere il crimine prima che attraversi la nostra frontiera”.
Per rafforzare la narrazione della “meritocrazia migratoria”, Noem avrebbe approvato l’idea di un reality show intitolato The American, in cui gruppi di richiedenti asilo competono in prove fisiche, quiz di educazione civica e “simulazioni di frontiera” per conquistare un pugno di green card.
Il rigore verso i migranti contrasta con i comfort che pretende per sé: nella richiesta di bilancio per il 2026, la segretaria ha incluso 50 milioni di $ per l’acquisto di un jet Gulfstream a lungo raggio, giustificandolo con l’affermazione che l’attuale aereo “manca di autonomia e sicurezza” per le rotte internazionali previste dalla sua agenda.
Insieme, queste posizioni —revoca della protezione, esibizione di carceri straniere, ludicizzazione della cittadinanza e lusso ad alta quota— delineano la logica di Noem: un mix di severità simbolica, propaganda mediatica e privilegio personale che rafforza la narrativa con cui il trumpismo giustifica la propria agenda per l’intero emisfero.
Il Venezuela come capro espiatorio
Sin dai tempi del Congresso, Kristi Noem ha inserito il Venezuela in un racconto di minaccia tripla. In un comunicato del 2014 avvertiva che “senza l’indipendenza energetica del Nord America, paesi come Iran, Russia e Venezuela possono manipolare il mercato usando l’energia come arma politica contro di noi e i nostri alleati”. Ripeté quella tesi da governatrice mentre le sanzioni contro Caracas si intensificavano.
Nel 2023 firmò l’Ordine Esecutivo 2023‑02, che vietava contratti statali con imprese legate a “governi stranieri malvagi”, lista che includeva Caracas e L’Avana.
Ora, la sua azione nel secondo mandato di Donald Trump rivela una strategia deliberata per costruire simbolicamente il Venezuela come nemico funzionale al progetto MAGA. In quella narrazione il nostro Paese è un vettore onnipresente di destabilizzazione emisferica, la cui minaccia giustifica la linea dura in politica migratoria e internazionale.
Il potere del Dipartimento per la Sicurezza Nazionale risiede nella sua portata trasversale: creato nel 2002 in risposta agli eventi dell’11 settembre, assorbe funzioni che spaziano dalla lotta al terrorismo all’ordine pubblico, dalla guardia costiera alla cyber sicurezza. La sua ampiezza lo rende la terza agenzia federale per importanza, dopo Difesa e Affari dei Veterani, conferendogli un peso decisivo nell’amministrazione di politiche interne a rilevanza internazionale.
Noem, alla guida di questo organo, contribuisce a fornire il quadro discorsivo che legittima sanzioni, retate e detenzioni sommarie, trasferendo il dossier venezuelano dalla retorica elettorale alla macchina burocratica dello Stato, sotto il mantello della sicurezza nazionale.
Conociendo al enemigo: Kristi Noem
Kristi Noem encarna la cosmovisión MAGA que Donald Trump ha convertido en credo oficial en su segundo mandato. Hija de granjeros de las grandes llanuras, forjó su identidad de “outsider” en cuatro periodos en la Cámara de Representantes (2011‑2019) y se proyectó como gobernadora de Dakota del Sur (2019‑2025), donde desafió los mandatos sanitarios y defendió la “independencia energética” frente a rivales como Venezuela.
Ese currículum, y una lealtad sin fisuras, le valieron una confirmación en el Senado y el juramento como octava secretaria del Departamento de Seguridad Nacional.
Desde ese despacho Noem dirige la ofensiva antiinmigrante de la Casa Blanca. En sus primeras semanas eliminó el Estatus de Protección Temporal para Venezuela (TPS), decisión con la cual expuso a más de 350 mil personas al borde de la deportación masiva. De inmediato lanzó una campaña publicitaria multimillonaria que conmina a los “ilegales” a autodeportarse o ser “cazados” por el Estado.
Respaldada por el tercer presupuesto más grande del gobierno federal, coordina redadas exprés, vuelos colectivos hacia prisiones centroamericanas y la militarización permanente de la frontera en alianza con gobernadores afines. Para la narrativa MAGA Noem no solo custodia las puertas de la nación: las blinda con la convicción de estar librando una cruzada civilizatoria.
El rostro institucional del trumpismo radical
Noem irrumpió en la política desde la legislatura de Dakota del Sur (2006‑2010), saltó a la Cámara de Representantes en plena ola Tea Party (2011‑2019) y, tras dos triunfos consecutivos en la gobernación (2019‑2025), fue confirmada el 25 de enero de 2025 como octava secretaria del Departamento de Seguridad Nacional con 59 votos a favor en el Senado. Su ascenso se cimentó sobre la imagen de ranchera inflexible que obedece sin titubeos los dictados de Donald Trump.
Desde sus primeros días en Washington ha sido portavoz y operadora del Big Energy. En 2012 reaccionó negativamente ante la decisión del entonces presidente Barack Obama de cancelar el oleoducto Keystone XL: “Con esta decisión el Presidente dice no a un proyecto minuciosamente estudiado que crearía 130 mil puestos de trabajo. No nos equivoquemos: si no trabajamos con Canadá para utilizar este recurso energético, lo harán los chinos y seguiremos siendo tan dependientes como siempre de las importaciones de energía de lugares como Venezuela y Oriente Medio”.
Noem se pronunció a favor de la construcción acelerada del Keystone XL en una carta destinada al Comité de Conferencia sobre la Ley de Transporte ese mismo año. Su argumento central: reducir la influencia económica “de países como Venezuela, y así evitar que los dólares estadounidenses apuntalen regímenes peligrosos como el de Hugo Chávez”.
La pandemia de covid-19 catapultó su figura nacional. Se negó a imponer confinamientos, mascarillas obligatorias o límites de aforo, mantuvo abiertos centros religiosos y hasta un espectáculo de fuegos artificiales en Mount Rushmore. Esa postura reforzó su aura de defensora de la libertad individual, la convirtió en estrella de los medios conservadores y la puso en la baraja de posibles vicepresidencias antes de su fichaje para el Departamento de Seguridad Nacional.
Fue la primera gobernadora republicana en enviar tropas de la Guardia Nacional a la frontera con Texas, lo cual respaldó la Operación Estrella Solitaria del gobernador Greg Abbott. La decisión, replicada luego por Indiana, Oklahoma, Florida, Georgia, Missouri y Arkansas, buscaba “desalentar a los migrantes ilegales”.
A mediados de 2024 Noem figuraba como una de las principales candidatas a integrar la fórmula presidencial de Trump, pero la publicación de sus memorias desató una tormenta mediática: en uno de los pasajes más controversiales narraba cómo mató a un cachorro que, según ella, tenía “comportamientos incontrolables”. La anécdota congeló su proyección como posible vicepresidenta.
Deportaciones, cárcel-espectáculo y lujos a 50 mil pies
Nada más desembarcar en el órgano federal de seguridad interna, Kristi Noem aplicó la máxima trumpista de “cerrar la puerta y tirar la llave”. El 1 de febrero de 2025 firmó la orden que revocó el TPS para venezolanos, programa que involucra a unas 350 mil personas desde 2023; la medida fijó el 7 de abril como fecha límite para abandonar el país, o enfrentar la expulsión expedita.
Sin embargo, esto no se aplicará en los plazos pretendidos. El juez federal Edward Chen, del Distrito Norte de California, falló a favor de posponer la decisión. “Los actuales beneficiarios venezolanos del TPS podrán contar con sus beneficios de forma válida hasta el 2 de octubre del 2026”, dictó el magistrado, decisión que dejó en suspenso la aplicación de las expulsiones masivas.
Semanas después Noem viajó a la megacárcel Cecot de El Salvador, donde el gobierno de Nayib Bukele encierra a miles de deportados, incluidos centenares de venezolanos etiquetados falsamente de pertenecer a la banda criminal el Tren de Aragua. Con cámaras alineadas y reclusos semidesnudos al fondo, la secretaria proclamó que aquel modelo “demuestra cómo se contiene el crimen antes de que cruce nuestra frontera”.
Para cimentar el relato de la “meritocracia migratoria”, Noem presuntamente habría avalado la idea de un reality show titulado The American, en el que la propuesta es que grupos de solicitantes compitan entre pruebas físicas, trivias de civismo y “simulacros de frontera” por un puñado de green cards.
El rigor con los migrantes contrasta con la comodidad que busca para sí misma: en la petición presupuestaria de 2026 la secretaria incluyó 50 millones de dólares para un jet Gulfstream de largo alcance, basada en el argumento de que el actual avión “carece de autonomía y seguridad” para las rutas internacionales que exige su agenda.
En conjunto estas posturas —revocar protección, exhibir prisiones extranjeras, gamificar la ciudadanía y volar en un jet de lujo— dibujan la lógica de Noem: una mezcla de severidad simbólica, propaganda mediática y privilegio personal que refuerza la narrativa con la que el trumpismo justifica su agenda hemisférica.
Venezuela como chivo expiatorio
Desde su época de congresista Kristi Noem ha tejido a Venezuela en un relato de amenaza triple. En un boletín de 2014 advirtió que, “sin la independencia energética de Norteamérica, países como Irán, Rusia y Venezuela pueden manipular el mercado usando la energía como arma política contra nosotros y nuestros aliados”. Repitió esa línea como gobernadora cuando las sanciones contra el país se intensificaban.
En 2023 dictó la Orden Ejecutiva 2023-02, que vetó contratos estatales con empresas ligadas a “gobiernos extranjeros malvados”, lista que incluyó Caracas y La Habana.
Ahora su accionar en el segundo mandato de Donald Trump revela una estrategia deliberada de construcción simbólica de Venezuela como un enemigo funcional al proyecto MAGA. En esa narrativa nuestro país es un vector omnipresente de desestabilización hemisférica cuya amenaza justifica la línea dura en política migratoria y exterior.
El poder del Departamento de Seguridad Nacional radica en su alcance transversal: creado en 2002 como respuesta a los eventos del 11 de septiembre, absorbe funciones que van desde la lucha antiterrorista, pasando por orden público, guardias costeras y ciberseguridad. Su magnitud lo ubica como la tercera agencia federal, solo detrás de Defensa y Asuntos de Veteranos, lo que le otorga un peso decisivo en la administración de políticas internas con proyección internacional.
Noem, al frente de este órgano, ayuda a proveer el marco discursivo que legitima sanciones, redadas y detenciones sumarias, trasladando el expediente venezolano de la retórica de campaña a la maquinaria burocrática del Estado, bajo el paraguas de la seguridad nacional.

