Neppure un tantino così

Francisco Arias Fernández

Mentre a Washington e Miami si tramano le più oscure e spregiudicate azioni per cercare di stringere il cappio al collo dei cubani con una combinazione di misure coercitive di massima pressione economica, muri contro le famiglie e contro i migranti, politiche di azzeramento delle rimesse e dei viaggi, persecuzioni politiche e razziste, l’ambasciata USA all’Avana – storico strumento di sovversione – tenta, con le sue provocazioni, di diventare il detonatore di una crisi bilaterale che sfoci nella rottura delle “relazioni diplomatiche” tra i due Paesi.

Se durante la sua prima amministrazione Trump  fece irruzione con i falsi “attacchi sonici” per distruggere ogni avanzamento civile nei legami bilaterali raggiunto sotto l’amministrazione di Barack Obama, l’esperimento o operazione “Hammer”, di cui siamo testimoni nelle ultime settimane, punta a un nuovo episodio di avvelenamento premeditato, mediante l’ingerenza più grossolana ed eloquente, che non nasconde né l’autore né il sostegno del Segretario di Stato Marco Rubio, reo confesso del proprio ruolo da protagonista in ogni “progresso” delle misure di strangolamento attuate nei primi quattro anni del suo ex-rivale.

Coloro che sono stati definiti traditori dalla stessa comunità cubana residente negli USA – che li hanno esposti su cartelloni lungo le arterie principali di Miami per il loro sostegno alla politica anti-migrante – sono stati criticati da cubani e latinoamericani per essere complici di deportazioni di massa, detenzioni arbitrarie, incarcerazioni e rimpatri di persone con lo status di residenti, tra altri abusi e violazioni dei diritti umani.

Ma sono anche disprezzati per essersi espressi a favore di azioni violente e punitive contro il popolo cubano, nel tentativo di generare una situazione socioeconomica insostenibile che porti allo scontro interno e persino a un intervento militare USA.

Mentre i congressisti traditori Carlos Giménez, Mario Díaz-Balart e María Elvira Salazar svolgono i compiti affidati da Rubio, alla ricerca di nuovi passi verso l’asfissia, all’Avana il loro incaricato d’affari posa per i media digitali sovversivi lasciati da USAID e NED, come un diplomatico in libera uscita, corriere di pacchi, dispensatore di promesse e denaro in cambio di servilismo e conflitto con il governo.

Il suo capo lo ha detto chiaramente e l’ambasciata yankee a Cuba lo ripete: “I visti per gli USA sono un privilegio, non un diritto…”. Per questo, mentre ostacola le normali pratiche migratorie, va in giro a vendere privilegi in cambio di informazioni sensibili, reclutamenti, posizioni annessioniste e mercenarie in settori accuratamente selezionati tra i bersagli prediletti dei più di 400 programmi sovversivi dell’amministrazione Trump contro il popolo cubano.

“Mantenere una relazione stretta con la cittadinanza cubana” – dice – sarebbe lo scopo del suo andare e venire furtivo, come chi nasconde vere intenzioni e si atteggia a vittima.

Così si è presentato in una recente rendicontazione a Miami davanti a giornalisti anticubani, dove ancora una volta ha rivelato la propria posizione fascistoide, difendendo i mercenari della sede diplomatica e lamentandosi per il trattamento “antidemocratico” a loro riservato.

Eppure, subito dopo, è stato categorico nel dichiararsi apertamente anticomunista, senza lasciare spazio alla convivenza, alla tolleranza, alla libertà di scelta ideologica – lui che si proclama difensore del popolo cubano o prescelto per il caso Cuba.

“Stiamo rafforzando le leggi USA che impediscono il rilascio di visti ai membri del Partito Comunista che abbiano ricoperto alte cariche o che ne abbiano fatto parte negli ultimi anni” – ha dichiarato con tono compiaciuto davanti agli odiatori della Florida in cerca di applausi.

E Cuba lo sa bene: i suoi atleti lo subiscono ogni volta che viene loro impedito di partecipare a eventi internazionali negli USA, a causa del rifiuto o del ritardo intenzionale nel rilascio dei visti, oppure quando le autorità del Comitato Olimpico Cubano vengono private del diritto di partecipare a convegni ospitati da quel Paese.

Nel recente show di Miami non ha potuto nascondere la sua vera missione: “L’amministrazione Trump avrà una politica dura verso Cuba” – forse è stata la sua unica verità.

E poi, la grande menzogna: “Sosterremo chiaramente e continuamente il popolo cubano”. Come? Con più blocchi, restrizioni, senza rimesse né viaggi, senza alcun legame tra famiglie, ostacolando la migrazione sicura, legale e ordinata, fomentando l’odio e spingendo il popolo in strada?

Cuba ha già sconfitto esperimenti precedenti, compreso quello del caporale tristemente celebre che ora si tenta di imitare con l’ambasciatore di Miami.

La dignità del popolo cubano non è in vendita. Non è merce né privilegio. È un valore intrinseco alla stirpe mambisa, erede dell’indipendentismo e dell’anti-imperialismo di Martí e Fidel. Per questo, di fronte alle provocazioni dell’ambasciata USA, torna l’ammonimento storico del Che a non abbassare mai la guardia: non ci si può fidare dell’imperialismo, neppure un tantino così.


Ni tantico así

Por: Francisco Arias Fernández

 

Mientras en Washington y Miami se traman las más oscuras acciones inescrupulosas para tratar de apretar el cuello de los cubanos con la combinación de medidas coercitivas de máxima presión económica, muros antifamiliares, anti-inmigrantes, políticas de cero remesas y viajes, persecución política y racista, la embajada estadounidense en La Habana, histórico instrumento de subversión, trata de convertirse con sus provocaciones, en el detonante de una crisis bilateral que desencadene en la ruptura de las “relaciones diplomáticas” entre los dos países.

Si la primera temporada Trump irrumpió con los falsos “ataques sónicos” para derribar cualquier avance civilizado en los vínculos bilaterales durante la administración de Barack Obama, el experimento o la operación “Hammer” de la cual somos testigos en las últimas semanas apunta a un nuevo episodio de enrarecimiento premeditado mediante el injerencismo más burdo y elocuente, que no oculta la autoría y apoyo del Secretario de Estado Marco Rubio, confeso de su protagonismo en cuanto “avance” de las medidas de estrangulamiento alcanzó en los primeros cuatro años de su ex rival.

Los denominados traidores por la propia comunidad cubana radicada en Estados Unidos que los colocaron en vallas en arterias principales de Miami, a partir de su apoyo a la política anti-inmigrantes, han sido cuestionados por cubanos y latinos por ser cómplices de las deportaciones masivas, las detenciones arbitrarias, el encarcelamiento y repatriación de personas con la condición de residentes, entre otros abusos y violaciones de los derechos humanos.

Pero también son repudiados por pronunciarse a favor de acciones violentas y de castigo contra el pueblo cubano para tratar de generar una situación socioeconómica insostenible que provoque la confrontación interna e incluso una intervención militar de Estados Unidos.

Mientras los congresistas traidores Carlos Giménez, Mario Díaz-Balart y María Elvira Salazar hacen la tarea a Rubio, buscando nuevos pasos de asfixia, en La Habana su encargado del negocio posa para los medios subversivos digitales que nos dejó la USAID y la NED, como un diploviajero sin control, mensajero de paquetería, repartidor de promesas y dineros a cambio de servilismo y confrontación con el gobierno.

Su jefe lo dijo y la embajada yanqui en Cuba lo repite: “Las visas para Estados Unidos son un privilegio, no un derecho…”. Por ello mientras pone zancadillas a trámites migratorios normales, anda vendiendo privilegios a cambio de información de interés, reclutamiento, posiciones anexionistas y mercenarismo en sectores rigurosamente seleccionados entre los blancos predilectos de los más de 400 programas subversivos de la administración Trump contra el pueblo cubano.

“Mantener una relación cercana con la ciudadanía cubana” dice que es el propósito de su ir y venir sigiloso, como quien esconde verdaderas intenciones y se victimiza.

Así se presentó en una reciente rendición de cuentas en Miami, ante periodistas anticubanos, donde una vez más fue revelador de sus posiciones fascistoides, al defender a los mercenarios de la sede diplomática y quejarse del tratamiento “antidemocrático” que se les dispensa.

Sin embargo, a renglón seguido, fue categórico en su declarada definición anticomunista y no dejó espacio a la convivencia, la tolerancia, a la libertad de escoger una posición ideológica, alguien que se proclama su defensor o elegido para el caso Cuba.

“Estamos reforzando las leyes estadounidenses que previenen que se le otorguen visas a miembros del Partido Comunista que han tenido altos cargos y que hayan sido miembros hasta los últimos años”, declaró en tono complaciente a odiadores de la Florida a la caza de aplausos.

Y a Cuba le consta,  sus deportistas lo sufren cuando se les impide participar en eventos internacionales en territorio de EE.UU. al no otorgárseles o demorarles intencionalmente las visas o a las autoridades del Comité Olímpico Cubano se les priva del derecho a participar en cónclaves que tienen por sede ese país.

En el reciente show de Miami no pudo ocultar su verdadera misión: “la Administración Trump tendrá una política dura hacia Cuba”, posiblemente fue su única verdad.

Y más adelante, la gran mentira: “apoyará claramente, continuamente al pueblo cubano”. ¿Cómo, con más bloqueo, restricciones, sin remesas ni viajes, sin vínculo de ningún tipo entre familias, obstruyendo la migración segura, legal y ordenada, estimulando el odio y lanzando al pueblo para la calle?

Cuba ha derrotado experimentos anteriores, incluyendo al cabo tristemente célebre que trata de ser imitado ahora por el embajador de Miami.

La dignidad del pueblo cubano no está en venta. No es mercancía ni privilegio. Es un valor intrínseco a la estirpe mambisa, heredera del independentismo y el antiimperialismo de Martí y Fidel. Por ello, ante la provocación de la embajada de EE.UU. vuelve la advertencia histórica del Che para no bajar la guardia jamás, de que no se puede confiar en el imperialismo ni tantico así.

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