Continua la guerra di Trump 2.0 contro la migrazione venezuelana

Controllo, castigo e propaganda

Misión Verdad

In un nuovo episodio dell’offensiva sistematica condotta dagli USA contro i migranti venezuelani, oltre 50 cittadini di quel Paese sono stati arrestati e incarcerati in El Salvador, nonostante fossero entrati legalmente negli USA e senza aver infranto alcuna legge migratoria.

La notizia, pubblicata dal Cato Institute — un centro studi non certo ostile alla politica estera USA — mette in luce una manovra che va oltre la questione migratoria: rivela l’uso di Paesi terzi come estensioni carcerarie al servizio di Washington.

Questo fatto fa parte di un dispositivo transnazionale di controllo e castigo, nel quale la migrazione venezuelana è ridotta a minaccia e trattata come un crimine. In questa logica, El Salvador opera come un’enclave neocoloniale, mentre il mito del Tren de Aragua si consolida come giustificazione narrativa.

Sparizione forzata, legalità ignorata

 

Il 15 marzo 2024, circa 240 cittadini venezuelani sono stati trasferiti dagli USA a una prigione di massima sicurezza in El Salvador, nota per le denunce di tortura e trattamenti disumani. Successivamente, una lista ottenuta dalla CBS News ha dimostrato che almeno il 75% degli uomini deportati non aveva precedenti penali, né negli USA né altrove. Inoltre, decine di loro non avevano nemmeno violato leggi migratorie.

Le autorità USA non hanno pubblicato un elenco ufficiale dei deportati né fornito informazioni precise alle loro famiglie o ai loro avvocati. Nella maggior parte dei casi, gli interessati non sono stati informati sui motivi della loro detenzione, né sapevano che sarebbero stati inviati in un carcere straniero. Il processo è stato opaco: senza processo, senza accuse e senza possibilità di difesa.

Tra le persone inviate in El Salvador, oltre 50 erano entrate legalmente negli USA, con autorizzazione preventiva, visti temporanei, status di rifugiati approvati o dopo essere ammessi mediante l’applicazione ufficiale CBP One. Di questi, 24 erano stati ammessi con libertà condizionale (parole) e altri 21 erano stati fermati nello stesso punto di frontiera dove era stato autorizzato il loro ingresso. Tutti erano stati controllati, autorizzati e ammessi formalmente. Eppure sono stati fatti sparire dallo stesso Stato che li aveva accolti.

I numeri rivelano la realtà: dozzine di migranti legali sono stati privati dei loro diritti e rinchiusi in un Paese straniero, senza una causa nota né un giusto processo.

I detenuti sono in maggioranza lavoratori di vari settori: edilizia, consegne, cucina, meccanica, arte, sport e servizi. Tra loro ci sono un musicista, un veterinario, un truccatore, un allenatore di calcio. Molti erano già impiegati legalmente negli USA, contribuendo all’economia locale e sostenendo le loro famiglie. Insieme, mantenevano 44 figli minorenni. Nessuna autorità ha informato i familiari della loro detenzione né del loro trasferimento in una prigione straniera.

Il governo USA sostiene che questi uomini siano membri dell’organizzazione criminale Tren de Aragua, ma si è rifiutato di presentare prove. Di fatto, solo due dei più di 240 migranti avevano precedenti penali, entrambi per possesso di droga in piccole quantità. La maggior parte degli arresti si è basata esclusivamente sulla presenza di tatuaggi presumibilmente legati a bande criminali.

Secondo documenti ufficiali, il Dipartimento per la Sicurezza Interna (DHS) ha elaborato una lista di simboli per identificare presunti membri del Tren de Aragua. Nel catalogo compaiono il logo Jordan, un treno, una corona, la parola “hijos”, una maschera antigas e perfino un orologio o una stella. Queste immagini sono state copiate da reti sociali estranee al contesto venezuelano, incluse pagine di fan di Michael Jordan negli USA o tatuatori turchi.

Come documenta l’articolo del Cato Institute, anche tatuaggi personali senza alcuna connotazione criminale — come testi di canzoni, simboli di videogiochi o emblemi sportivi — sono stati utilizzati come presunta prova per incarcerare queste persone.

El Salvador come enclave carcerario neocoloniale

 

L’incarcerazione massiva di venezuelani in territorio salvadoregno fa parte di un dispositivo transnazionale di punizione, in cui El Salvador agisce come elemento funzionale della struttura di controllo migratorio imposta da Washington. Questo modello opera delegando pratiche repressive a governi alleati con gli interessi USA, permettendo così di attuare misure che, sul suolo USA, sarebbero più visibili o contestabili.

La megacarcere dove sono stati rinchiusi i migranti venezuelani è stata oggetto di denunce da parte di organizzazioni internazionali per le condizioni disumane: isolamento prolungato, sovraffollamento, assenza di garanzie minime e accuse documentate di tortura. Lungi dall’evitare questo contesto, il governo USA finanzia direttamente quello salvadoregno affinché mantenga queste persone in reclusione prolungata. Si tratta di una decisione cosciente, basata sull’efficienza repressiva dell’apparato carcerario del governo di Nayib Bukele.

Operando da Paesi terzi, il controllo diventa più opaco, più efficiente e meno verificabile. In El Salvador l’oscurità è totale: non esistono liste ufficiali dei detenuti, non ci sono processi giudiziari visibili e i trasferimenti avvengono su voli senza registrazione pubblica. Intere famiglie scoprono la sorte dei propri cari tramite fughe di notizie o post spontanei sui social. Di fatto, si tratta di un regime di sparizione organizzata su scala transnazionale.

Il problema risiede nella disponibilità specifica di certi regimi a operare dentro il quadro di subordinazione che gli USA richiedono per eseguire le proprie politiche di contenimento e castigo.

L’esperienza di Guantánamo aveva già rivelato l’interesse USA nel creare spazi giuridici di eccezione fuori dal proprio territorio. Ma ora l’obiettivo non sono più soltanto prigionieri di guerra o presunti terroristi internazionali, bensì migranti latinoamericani, molti dei quali con ingresso legale approvato. L’uso di queste piattaforme consolida un’architettura di punizione extraterritoriale che opera con precisione e totale impunità.

Fabbricazione di una minaccia per criminalizzare e isolare

 

Negli ultimi anni, il nome “Tren de Aragua” è stato elevato dalle autorità e dai media USA al rango di minaccia emisferica. Viene presentato come un’organizzazione criminale di vasta portata, infiltrata in diversi Paesi e direttamente associata alla migrazione venezuelana. Tuttavia, non esistono prove che supportino l’esistenza di tale struttura nei termini in cui viene descritta.

La proliferazione di questa narrativa è alimentata da un ecosistema di media e agenzie orbitanti attorno al Dipartimento di Stato, come Insight Crime e il progetto OCCRP — che include media come CNN, Telemundo e altri grandi conglomerati.

La presunta espansione internazionale della banda non è mai stata dimostrata in alcun foro giudiziario né sostenuta da inchieste indipendenti serie. I rapporti che la collocano operativa in altri Paesi della regione si basano su indizi fragili, ripetizioni mediatiche, fotografie fuori contesto o testimonianze non verificate. Al contrario, quando lo Stato venezuelano è intervenuto nella prigione di Tocorón, nel 2023, smantellando il nucleo operativo della banda, nessuna analisi ufficiale negli USA è stata aggiornata, né è cambiato il trattamento discorsivo sull’argomento.

Questo dimostra che l’obiettivo è consolidare un racconto. Presentando il Tren de Aragua come una megabanda venezuelana estesa in tutto il continente, si attiva un dispositivo che consente di irrigidire il trattamento dei migranti venezuelani, giustificare detenzioni extragiudiziarie e proiettare su di loro un’immagine di pericolosità generalizzata.

L’uso di questo simbolo criminale risponde a una strategia più ampia contro il Venezuela. Si tratta di inserire il discorso del “pericolo migrante” all’interno del pacchetto di pressione politica, collegando lo spostamento dei cittadini venezuelani all’idea di uno Stato fallito e criminale.

Rapporti come quelli del Cato Institute dimostrano che, sotto l’amministrazione Trump 2.0, il fenomeno migratorio viene manipolato come strumento di controllo geopolitico, attraverso una narrazione costruita per giustificare l’assedio contro il Venezuela. Questa operazione discorsiva sostiene sanzioni, isolamento e misure di pressione volte alla destabilizzazione del nostro Paese, facendo della migrazione venezuelana non più un effetto collaterale, bensì come obiettivo.


Control, castigo y propaganda

Continúa la guerra de Trump 2.0 contra la migración venezolana

 

En un nuevo episodio de la ofensiva sistemática que libra Estados Unidos contra los migrantes venezolanos, más de 50 ciudadanos de ese país fueron detenidos y encarcelados en El Salvador, tras haber ingresado legalmente al territorio estadounidense y sin haber infringido ninguna ley migratoria.

La información, publicada por el Cato Institute, un think tank no precisamente hostil a la política exterior estadounidense, expone una maniobra que va más allá de la migración: revela el uso de terceros países como extensiones carcelarias al servicio de Washington.

Este hecho forma parte de un dispositivo transnacional de control y castigo, en el que la migración venezolana es reducida a una amenaza y procesada como crimen. En esta lógica, El Salvador opera como enclave neocolonial, mientras el mito del Tren de Aragua se consolida como justificación narrativa.

Desaparición forzada, legalidad ignorada

El 15 de marzo de 2024 aproximadamente 240 ciudadanos venezolanos fueron trasladados desde Estados Unidos a una prisión de máxima seguridad en El Salvador, conocida por denuncias de tortura y tratos inhumanos. Posteriormente, una lista obtenida por CBS News demostró que al menos 75% de los hombres deportados no tenía antecedentes penales, ni en Estados Unidos ni en el extranjero. Además, docenas de ellos ni siquiera habían violado leyes migratorias.

Las autoridades estadounidenses no han publicado una lista oficial de los deportados, ni han proporcionado información precisa a sus familias o abogados. En la mayoría de los casos los afectados nunca fueron informados de las razones de su detención, ni sabían que serían enviados a una cárcel extranjera. El proceso ha sido opaco, sin juicio, sin cargos y sin la posibilidad de defensa.

Entre las personas enviadas a El Salvador, más de 50 ingresaron legalmente a Estados Unidos, con autorización previa, visados temporales, estatus de refugiados aprobados o tras ser admitidos mediante la aplicación oficial CBP One. De estos, 24 fueron admitidos bajo libertad condicional (parole) y otros 21 fueron detenidos en el mismo puerto fronterizo donde se les autorizó el ingreso. Todos fueron revisados, autorizados y admitidos formalmente. Aun así, fueron desaparecidos por el mismo Estado que los había recibido.

Las cifras desnudan la realidad: docenas de inmigrantes legales fueron despojadas de sus derechos y recluidas en un país extranjero, sin causa conocida ni debido proceso.

Los detenidos son, en su mayoría, trabajadores con oficios diversos: construcción, reparto, cocina, mecánica, arte, deporte y servicios. Entre ellos hay un músico, un veterinario, un maquillador, un entrenador de fútbol. Varios ya se encontraban empleados legalmente en Estados Unidos aportando a la economía local y cumpliendo con sus responsabilidades familiares. En conjunto sostenían a 44 hijos menores de edad. Ninguna autoridad notificó a sus familiares sobre su detención ni su traslado hacia una prisión extranjera.

El gobierno estadounidense sostiene que estos hombres son miembros de la organización criminal Tren de Aragua, pero se ha negado a presentar pruebas. De hecho, solo dos de los más de 240 migrantes tenían alguna condena penal previa, ambas por posesión de drogas en pequeñas cantidades. La mayoría de las aprehensiones se justificó únicamente por la presencia de tatuajes supuestamente vinculados con pandillas.

Según documentos oficiales, el Departamento de Seguridad Nacional (DHS, por sus siglas en inglés) elaboró una lista de símbolos para identificar a supuestos miembros del Tren de Aragua. En el catálogo figuran el logo de Jordan, un tren, una corona, la palabra “hijos”, una máscara antigás e, incluso, un reloj o una estrella. Estas imágenes fueron copiadas de redes sociales ajenas al contexto venezolano, incluidas cuentas de fans de Michael Jordan en EE.UU. o tatuadores turcos.

Tal como documenta el artículo del Cato Institute, incluso tatuajes personales sin connotación criminal, como letras de canciones, símbolos de videojuegos o emblemas deportivos, fueron utilizados como supuesta evidencia para encarcelar a estas personas.

El Salvador como enclave carcelario neocolonial

El encarcelamiento masivo de venezolanos en territorio salvadoreño forma parte de un dispositivo transnacional de castigo en el que El Salvador actúa como una pieza funcional en la estructura de control migratorio impuesta desde Washington. Este modelo opera a través de la delegación de prácticas represivas a gobiernos aliados con los intereses estadounidenses y permiten ejecutar medidas que serían más visibles o impugnables dentro de su propio territorio.

La megacárcel donde fueron encerrados los migrantes venezolanos ha sido señalada por organizaciones internacionales debido a las condiciones inhumanas que allí prevalecen: incomunicación prolongada, hacinamiento, ausencia de garantías básicas y denuncias documentadas de tortura. Lejos de evitar ese contexto, el gobierno estadounidense financia directamente al salvadoreño para que mantenga a estas personas en reclusión prolongada. Es una decisión consciente que se apoya en la eficacia represiva del aparato carcelario del gobierno de Nayib Bukele.

Al operar desde terceros países el control se vuelve más difuso, más eficiente y menos verificable. En El Salvador la opacidad es total. No hay listas oficiales de detenidos, no hay procesos judiciales visibles y los traslados se realizan en vuelos sin registro público. Familias enteras descubren la situación de sus seres queridos a través de filtraciones o publicaciones espontáneas en redes sociales. En los hechos, se trata de un régimen de desaparición organizada a escala transnacional.

El problema radica en la disposición específica de ciertos regímenes a operar dentro del marco de subordinación que Estados Unidos necesita para ejecutar sus políticas de contención y castigo.

La experiencia de Guantánamo ya había revelado el interés de EE.UU. en crear espacios jurídicos de excepción fuera de su territorio. Pero, ahora, el objetivo no son solo prisioneros de guerra ni supuestos sospechosos de terrorismo internacional, sino migrantes latinoamericanos, muchos de ellos con ingreso legal aprobado. El uso de estas plataformas consolida una arquitectura de castigo extraterritorial que opera con precisión y total impunidad.

Fabricación de una amenaza para criminalizar y cercar

En los últimos años el nombre “Tren de Aragua” ha sido elevado por las autoridades y medios estadounidenses al rango de amenaza hemisférica. Se presenta como una organización criminal de gran alcance, infiltrada en múltiples países y asociada directamente con la migración venezolana. Sin embargo, no existen pruebas que respalden la existencia de esta estructura en los términos en que es descrita.

La proliferación de esta narrativa es impulsada desde un ecosistema de medios y agencias que giran en torno al Departamento de Estado, como Insight Crime y el proyecto OCCRP —conformado por medios como CNN, Telemundo y otros grandes conglomerados—.

La supuesta expansión internacional de la banda no ha sido demostrada en ningún foro judicial ni sustentada por investigaciones independientes serias. Los reportes que la ubican operando en países de la región se basan en indicios frágiles sin conexión con otros contextos, repeticiones mediáticas, fotografías tomadas fuera de contexto o testimonios no verificados. En contraste, cuando el Estado venezolano intervino en la cárcel de Tocorón en 2023 y desmateló la organización criminal en su núcleo operativo, no se actualizó ningún análisis oficial en EE.UU., ni se modificó el tratamiento discursivo sobre el tema.

Esto demuestra que el objetivo es consolidar un relato. Al presentar el Tren de Aragua como una megabanda venezolana extendida por el continente, se activa un dispositivo que permite endurecer el trato hacia los migrantes venezolanos, justificar detenciones extrajudiciales y proyectar sobre ellos una imagen de peligrosidad generalizada.

El uso de este símbolo criminal responde a una estrategia más amplia contra Venezuela. Se trata de insertar el discurso del “peligro migrante” dentro del paquete de presión política, conectando el desplazamiento de ciudadanos venezolanos con la idea de un Estado fallido y criminal.

Informes como los del Cato Institute evidencian que, bajo la administración Trump 2.0, el fenómeno migratorio se manipula como una herramienta de control geopolítico, mediante una narrativa construida para justificar el cerco sobre Venezuela. Esta operación discursiva sostiene sanciones, aislamiento y medidas de presión dirigidas a la desestabilización de nuestro país, operando mecanismos de guerra en múltiples sectores, incluida la migración venezolana ya no de manera colateral, sino como objetivo.

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