Privatizzazione delle guerre

Alberto López Girondo

I dizionari dicono che la parola “mercenario” deriva dal latino merces: salario, paga, ricompensa. Deriverebbe dalla stessa radice, merx, da cui nascono mercede, merce, mercato, che alcuni etimologi fanno risalire a un’origine etrusca. C’è poi chi ipotizza un’origine indoeuropea nella radice merk: prendere, afferrare, impadronirsi. È coerente, in ogni caso, che da lì nasca il nome del dio del commercio, Mercurio. È altrettanto coerente che gli eserciti privati siano i veri signori della guerra nel XXI secolo, tanto segnato quanto è l’Occidente in caduta sotto il dominio dei dèi del mercato. Mercenari, soldati di ventura, contractor, hanno avuto il loro momento di notorietà durante le invasioni in Iraq e Afghanistan, ma poi si sono diffusi in tutto il pianeta — sia per proteggere i profitti delle multinazionali minerarie in Africa, “controllare le bande criminali” ad Haiti o il “narcotraffico” in Ecuador.

Fare ciò che altri non possono o non vogliono

Altri due appunti etimologici, dato che siamo in vena di “spiegazioni per tutti” come si diceva una volta. La parola soldato deriva da solidatus, a sua volta da solidus. Si racconta che nel IV secolo romano la svalutazione della moneta d’argento spinse le truppe a pretendere il pagamento in solidus, cioè oro. Da lì derivano anche soldo e sueldo, ciò che si riceve in cambio di un lavoro. Fortuna, invece, viene da fors, derivazione indoeuropea bher (caricare, portare) e si traduce come “sorte, casualità, qualcosa d’inaspettato, aleatorio”. Qualcosa che può essere buono o cattivo. Forse meglio parlare allora di fortuna nel senso di destino. Ed è questo ciò a cui si affidano i “soldati di ventura”, pronti a entrare in qualunque battaglia purché ci sia una paga certa. Redditizia se si sopravvive; se no, nessuno potrà lamentarsi.

Detto ciò, le truppe a contratto e che combattono per denaro solido non solo fanno ciò che altri non possono o non vogliono. In caso di morte, evento comune e certamente aleatorio, quei sacchi neri non scuoteranno la società, che rifiuta di vedere i propri figli massacrati sui fronti operativi per obbligo civico. Il marchio di vergogna del Vietnam ha segnato profondamente gli USA, e il resto del mondo non vuole sopportare tali “problemi” in casa se possono evitarli, anche a costo di spendere cifre non sempre convenienti sul piano economico, ma certamente vantaggiose in termini politici.

Soldati di ventura ci sono sempre stati, sin dall’antica Grecia e anche prima; solo che non sempre sono rimasti registri come quelli di Erodoto o Tucidide. C’è una canzone dei Deep Purple, composta nel 1974 da David Coverdale e Ritchie Blackmore, in cui il protagonista si descrive come un vagabondo, un viaggiatore solitario, convinto di restare per sempre un soldato di ventura, ma avverte un “eco in lontananza / come il suono / di un mulino a vento che gira”. Si sente un Don Chisciotte? L’immagine del mercenario, comunque, è lontana da quella del romantico combattente per cause perdute.

Sulle nostre coste, durante la guerra tra le Province Unite e l’Impero Brasiliano (1825–1828), furono impiegati mercenari tedeschi, contrattati da Pietro I per difendere gli interessi dei Braganza. A un certo punto, Rio de Janeiro smise di inviare denaro e Manuel Dorrego, governatore della Provincia di Buenos Aires, tentò di arruolarli per la causa rioplatense. Molti si stabilirono ad entrambi i lati della frontiera quando finì la guerra. Ancora si ricorda la crudeltà di Friedrich Rauch contro gli indigeni delle pampas. Augustus Bullrich, nativo di Hannover e fondatore di una dinastia tuttora nota in Argentina, fu uno di quei mercenari e arrivò a Buenos Aires come prigioniero durante la battaglia di Ituzaingó. Poi fece prosperi affari e lasciò un’eredità tuttora significativa. Questa terra è generosa.

Neoliberalismo bellico

Che le società contractor di carne da cannone abbiano prosperato negli ultimi decenni non sorprende. Fa parte dell’ideologia neoliberista di privatizzare tutto ciò che si può, processo che, specialmente dall’amministrazione Clinton, si è esteso negli USA. Con George W. Bush questo fenomeno si è intensificato, soprattutto nelle guerre da lui promosse, sostenuto dallo spirito “imprenditoriale” dei suoi falchi come Dick Cheney, vicepresidente legato all’industria petrolifera tramite Halliburton, e dal segretario della Difesa, Donald Rumsfeld, vicino ai colossi farmaceutici.

Non c’è niente da recriminare, dato che imprenditorialità e iniziativa individuale sono parte del DNA USA. A questo si aggiunge una certa sfiducia generalizzata verso lo Stato federale, che si è manifestato durante la guerra civile e che è sempre rimasto dietro le quinte. Se no, non si capirebbe il brutale attentato all’ Edificio Federale Alfred P. Murrah di Oklahoma City, del 19 aprile 1995, con 168 morti, non opera di terroristi islamici stranieri, come fu affrettatamente sostenuto da media e politici, ma di fanatici interni: Timothy McVeigh e Terry Nichols.

“Immediatamente dopo l’attentato contro il World Trade Center di New York, due anni prima, i media e molti statunitensi attribuirono immediatamente il colpo ai terroristi del Medio Oriente”, afferma il rapporto dell’FBI sui fatti. Si tratta dell’attacco-  all’edificio che sparirà l’11-S 2001- verificatosi il 26 febbraio 1993, quando una bomba esplose nel parcheggio delle Torri Gemelle, causnado 6 morti e circa 1000 feriti. Gli autori furono individuati in due cittadini iracheni.

Si dice che McVeigh avesse prestato servizio durante l’operazione Desert Storm, nel 1991, contro l’Iraq, ma che dopo questo impiego fu respinto da una selezione per entrare nelle Forze Speciali (Boinas Verdes). Una spiegazione riduttiva è che questo ha scatenato la propria tormenta psicologica che avrebbe avuto origine nei maltrattamenti subiti nell’infanzia, ciò però non basta a giustificare la radicalizzazione suprematista dell’uomo, né il suo odio verso lo Stato. In questo primo quarto del XXI secolo sarebbe nel suo elemento.

“(Gli agenti) scoprirono le ideologie estremiste di McVeigh e la sua rabbia per gli eventi di Waco due anni prima. Scoprirono che un amico di McVeigh, chiamato Terry Nichols, lo aiutò a costruire la bomba e che un altro uomo, Michael Fortier, era a conoscenza del complotto (…) il governo che McVeigh odiava e sperava di rovesciare lo catturò rapidamente e condannò in modo convincente sia lui che i suoi complici”, si legge nel rapporto dell’FBI.

Il 19 aprile 1993 truppe dell’esercito USA e forze locali del Texas lanciarono l’attacco finale contro una fattoria nella contea di McLennan, dove si trovava una setta, i Davidiani, guidata da David Koresh, accusato di abusi sessuali, riduzione in schiavitù, possesso illegale di armi da fuoco e altre violazioni. Il luogo era stato assediato per oltre 50 giorni nel tentativo di ottenere la resa. Nell’attacco morirono 82 membri della setta e 4 agenti federali.

Quel fatto avrebbe profondamente scosso McVeigh. Quando fu arrestato, indossava una maglietta bianca con l’immagine di Abramo Lincoln e sotto la scritta: sic semper tyrannis, “così sempre ai tiranni”, frase che Marco Giunio Bruto avrebbe pronunciato mentre pugnalava Giulio Cesare durante le idi di marzo del 44 a.C. Pare che anche John Wilkes Booth l’abbia gridata dopo aver assassinato Lincoln al teatro Ford di Washington, il 15 aprile 1865.

Questa svolta di McVeigh rimanda a un altro collegamento, anch’esso legato a tutto ciò di cui si è parlato. Ci fu un tentativo di magnicidio contro Lincoln nel 1861 a Baltimora, Maryland. Qui entra in gioco Allan Pinkerton, uno scozzese in cerca di fortuna che era emigrato negli USA nel 1842. Ebbe la brillante idea di fondare un’agenzia investigativa a Chicago, nel 1850, che chiamò North-Western Police Agency, poi ribattezzata Pinkerton & Co., successivamente Pinkerton National Detective Agency, che dal 1999 è una sussidiaria della Securitas AB, un’impresa svedese.

Una da romanzo poliziesco

Pinkerton divenne celebre perché lì lavorò uno dei creatori del romanzo noir, Dashiell Hammett, che fu nell’organico tra il 1915 e il 1922. Alcune delle sue storie sarebbero nate in quel periodo. Lo stesso Pinkerton si cimentò nella narrativa poliziesca, anche se ci sono molti dubbi sulla reale paternità delle opere firmate da lui. Ma nella classe lavoratrice USA era noto per motivi meno lusinghieri: l’agenzia non si dedicava in origine a compiti di indagine poliziesca, bensì alla sicurezza e protezione per le più potenti imprese industriali degli USA. Spezzando scioperi e portando “crumiri” che introduceva nelle fabbriche con estrema violenza. Quello era in realtà il suo modus operandi. Non “collaborava” con la giustizia nel modo romantico dei detective raccontati tanto da Hammett quanto da Raymond Chandler e dai loro epigoni.

In una di quelle società, una ferroviaria per la precisione, si dice che giunse all’orecchio di Pinkerton la notizia che si stava preparando un attentato contro Lincoln. Il presidente eletto stava per compiere il suo ultimo tour prima di insediarsi, e il proprietario della compagnia ferroviaria aveva sentito una voce. Ma capì che ci sarebbe stato un attacco contro uno dei treni della rete Filadelfia, Wilmington e Baltimora, e decise di ingaggiare Pinkerton, che gli aveva già dimostrato efficacia in alcuni focolai di sciopero degli operai sottopagati in un’epoca in cui la posa del “cavallo di ferro” avveniva a colpi di piccone e pala. L’agenzia si era anche occupata di risolvere la questione con le popolazioni indigene che non volevano lasciare le loro terre ancestrali per la posa della rete.

Pinkerton “la capì” quando si rese conto che l’attacco era rivolto al presidente della Nazione, che non si era ancora insediato ma aveva già accumulato nemici nel Sud per ciò che intendeva fare con la schiavitù. Il rischio per quelle élite non erano le sue promesse elettorali, bensì che le mantenesse. Per lo scozzese era l’occasione di ottenere un contratto con lo Stato. Si mise in atto un’operazione di protezione di Lincoln, che fu fatto scendere dal vagone presidenziale prima di arrivare a destinazione travestito da donna e su una sedia a rotelle, l’11 febbraio 1861, tredici giorni prima dell’insediamento. La leggenda vuole che Pinkerton guadagnò fama ma non ottenne il contratto, e quando il 16° presidente USA fu assassinato, lui non era al suo fianco per proteggerlo. Diffuse questa informazione per mantenere intatto e limpido il suo prestigio.

Acqua nera

Pinkerton era in pratica un’agenzia di mercenari, esattamente come quelle che nei primi anni di questo secolo pullulavano nelle operazioni militari occidentali come parte insostituibile dell’offensiva nelle invasioni in Medio Oriente allargato. Una di queste fu la statunitense Blackwater, un altro nome che ha un certo peso (letteralmente “acqua nera”, acqua di fogna?). Fondata dall’ex ufficiale della Marina USA, Erik Prince, nel 1997, l’agenzia ottenne contratti con tutti i governi da George W. Bush in avanti, finché cadde in disgrazia nel settembre 2007 quando alcuni dei suoi soldati furono riconosciuti colpevoli della brutale uccisione di 14 civili in Iraq. A seguito di questo fatto, il governo iracheno chiese che i “contractor” fossero ritirati dal paese. L’azienda, allora, cambiò nome: prima Xe Services, poi Academi, finché nel 2014 si fuse con altre del settore come Triple Canopy in Constellis Holdings.

Prince arrivò a diventare personaggio della rivista Vanity Fair, e in un lungo reportage vantò i meriti del suo lavoro e della sua visione del mondo. “Credo nel libero mercato, perciò non credo che il governo sia in grado di offrire soluzioni. Alcuni pensano che possa risolvere i problemi della società. Io tendo a pensare che le organizzazioni private e caritative offrano soluzioni migliori”.

In realtà, Prince aveva sempre mantenuto un basso profilo per ovvi motivi, ma si capisce che cercò quell’intervista, infastidito contro l’amministrazione Obama, che lo aveva esposto quando scoppiarono gli scandali legati alla sorveglianza privata e al sistema di spionaggio statale proliferato dopo l’11 settembre grazie alle leggi “Patriot”.

«Misi me stesso e la mia azienda a disposizione della CIA per alcune missioni molto rischiose», esordisce testualmente quell’articolo, del gennaio 2010, firmato da Adam Ciralsky. «Ma quando divenne politicamente conveniente farlo, qualcuno mi buttò sotto l’autobus», prosegue. Qualche mese prima, il nuovo direttore della CIA aveva ammesso al comitato bicamerale di Intelligence del Congresso l’esistenza di piani segreti del governo Bush Jr. realizzati tramite Blackwater in Afghanistan.

I media egemonici USA non tardarono a rivelare quanto emerso da quegli incontri con titoli sensazionalistici. Il New York Times pubblicò un articolo intitolato: “La CIA cercò l’aiuto di Blackwater per uccidere jihadisti”. Il Washington Post fu d’accordo: “La CIA ha assunto una società per un programma di assassinii”.

Professore di Storia degli USA all’Università di Buenos Aires, Pablo Pozzi dichiarava in un’intervista alla rivista Acción, del gennaio 2010, quando Barack Obama aveva appena ricevuto il Nobel per la Pace, che “a quasi 30 anni da Ronald Reagan, non si deve perdere di vista che in questo periodo è cambiato il governo federale negli USA, che è fortemente privatizzato e non ha potere decisionale in gran parte dei temi in discussione. Basti pensare semplicemente che il numero di mercenari in Iraq e in Afghanistan è quasi il doppio di quello dei soldati USA”.

A rivelare tutta quella rete di operazioni private fu il giornalista USA Jeremy Scahill in inchieste pubblicate sulla rivista The Nation e poi nel libro ‘Blackwater: The Rise of the World’s Most Powerful Mercenary Army’ (Blackwater: L’ascesa dell’esercito mercenario più potente del mondo). Secondo Scahill, le operazioni di Blackwater in Pakistan non avvenivano tramite contratti del Dipartimento di Stato o contratti di difesa pubblici identificabili. “Blackwater opera attraverso il Comando Congiunto per le Operazioni Speciali (JSOC), con un contratto classificato e approvato su solide basi”.

L’autore afferma che il primo contratto conosciuto dell’impresa di Prince con la CIA per operazioni risale al 2002 e copriva attività lungo il confine tra Afghanistan e Pakistan. Secondo Scahill, Blackwater realizzò “missioni mortali di azione diretta” tramite contratti segreti con il JSOC, ma utilizzò anche droni per determinate attività in Uzbekistan.

Secondo quanto puntualizza il brasiliano Pepe Escobar, Prince vendette personalmente alla CIA il progetto di creare un esercito mercenario per condurre operazioni di guerra ibrida e/o guerriglia segreta contro la Russia in Ucraina. Si lamentava regolarmente del fatto che, da quando era caduto in disgrazia —un modo per dire che era stato costretto a uscire dall’anonimato—, “il mio nome è diventato un’esca per attirare clic (visibilità sui social) per persone a cui piace elaborare teorie del complotto”.

Il fatto è che già nel 2011, il New York Times assicurava che aveva firmato un contratto da 529 milioni di $ con la monarchia emiratina per creare un esercito segreto di 800 mercenari, e veniva associato al rifornimento di droni al maresciallo Khalifa Haftar, uno dei contendenti nella guerra civile libica. Nel 2017, il Washington Post lo collocava come intermediario in un canale segreto di comunicazione tra Trump e Putin tramite una gestione degli Emirati Arabi Uniti. “Se Roosevelt poté lavorare con Stalin per sconfiggere i nazisti, allora Trump sicuramente poteva lavorare con Putin per sconfiggere il fascismo islamico”, si difese. Non solo: nel marzo 2025, in una conferenza all’Hillsdale College del Michigan, non smise di lodare l’efficacia delle forze russe in Ucraina. “Non ascoltate quei politici idioti che dicono: ‘Sì, abbiamo indebolito l’esercito russo’. No, abbiamo solo distrutto un sacco di materiale. L’esercito russo è diventato infinitamente più intelligente”, e consigliò agli ucraini di dimenticare la riconquista dei territori persi dal 22 febbraio 2022.

Nel maggio 2025 il NYT ha rivelato che “il governo di Haiti ha usato i servizi di appaltatori USA, tra cui Prince, per lavorare in un gruppo operativo segreto destinato al dispiegamento di droni per uccidere membri di gang”, e precisa che “il team di Prince opera con i droni da marzo, ma le autorità non hanno ancora annunciato la morte o la cattura di un solo bersaglio di alto valore”.

Un mese prima, il 5 aprile, a Quito i ministri della Difesa, Gian Carlo Loffredo, e dell’Interno, John Reimberg, hanno informato di una vasta operazione contro bande di narcotrafficanti a Guayaquil, una delle città più violente del paese sudamericano, con l’irruzione in 10 abitazioni e l’arresto di 40 persone. “Dalle prime ore del mattino di questo sabato, il blocco di sicurezza insieme allo statunitense Erik Prince, esperto in sicurezza, si è schierato nel territorio guayaquileno, in particolare nelle periferie, attaccando la delinquenza e delineando strategie per rafforzare la grande azione delle nostre forze dell’ordine nel campo operativo”, ha pubblicato il ministero della Difesa. Il 13 aprile il presidente Daniel Noboa ha vinto al ballottaggio in un’elezione che l’opposizione ha definito fraudolenta. Il 3 giugno l’Assemblea Nazionale ha approvato una riforma costituzionale che apre le porte all’installazione di basi militari straniere, vietate durante la presidenza di Rafael Correa dalla Costituzione del 2008.

Il contenuto di questo articolo è un’anteprima del prossimo libro dell’autore, che tratta di “come si è arrivati a una terza guerra mondiale”.

Pubblicato originariamente su Tektónikos il 22 giugno 2025.


Privatización de las guerras

Alberto López Girondo

Dicen los diccionarios que la palabra “mercenario” se origina en el latín merces, salario, paga, recompensa. Se trataría de la misma raíz, merx, de la que derivan merced, mercancía, mercado, que algunos etimólogos atribuyen a un origen etrusco. Hay también quien piensa que podría ser de una raíz del indoeuropeo, merk, tomar, agarrar, apoderarse. Es coherente, en todo caso, que de allí surja el nombre del dios del comercio, Mercurio. Sería coherente, de la misma manera, que los ejércitos privados sean los reales señores de la guerra en el siglo XXI, tan regido como está en este occidente en picada por los dioses del mercado. Mercenarios, soldados de fortuna, contratistas, tuvieron su cuarto de hora de exposición durante las invasiones a Irak y Afganistán, pero luego se extendieron por todo el planeta tanto sea para vigilar las ganancias de las mineras en África, “controlar a las bandas criminales” en Haití o “el narcotráfico” en Ecuador.

Hacer lo que otros no pueden o quieren

Un par de anotaciones etimológicas más, ya que estamos con el “mataburros” como se decía en una época. La palabra soldado proviene de solidatus que a su vez deriva de solidus. Cuenta la historia que en el siglo IV romano la devaluación de la moneda de plata hizo que las tropas exigieran cobrar en dinero solidus, como consideraban al oro. De allí también se deriva sueldo, lo que uno cobra por un trabajo. Fortuna viene, por su parte, de fors, que sale del indoeuropeo bher (cargar, llevar) y se traduce como “suerte, casualidad, algo inesperado, azaroso”. Algo que podría ser bueno o malo. Quizás mejor quedaría hablar entonces de fortuna en el sentido de destino. A eso se atienen los “soldados de fortuna”, dispuestos a meterse en cualquier combate por una paga asegurada. Redituable si se sale con vida, y si no, nadie tiene derecho al reclamo.

Como sea, las tropas contratadas y que combaten por una paga en moneda sólida no solo hacen lo que otros no pueden o quieren. En caso de muerte, una cuestión cotidiana y ciertamente azarosa, esas bolsas negras no conmoverán a la sociedad, que rechaza que sus hijos sean masacrados en los frentes de operaciones enviados por obligación ciudadana. El estigma de Vietnam pegó fuerte en Estados Unidos, y el resto del mundo tampoco quiere tener ese tipo de “problemas” puertas adentro si lo pueden evitar por un monto que quizás económicamente no sea tan beneficioso para los presupuestos públicos, pero bien que lo es en términos políticos.

Soldados de fortuna los hubo desde el fondo de la historia, en la antigua Grecia y más acá en el tiempo, pero seguramente también antes. Solo que no siempre quedaron registros como los que anotaron Heródoto o Tucídices, sin ir más lejos. Hay un tema del grupo británico Deep Purple, compuesto en 1974 por David Coverdale y Ritchie Blackmore en la que el personaje se define como un vagabundo, un viajero solitario que cree que seguirá siendo siempre un soldado de fortuna pero, cosa curiosa, percibe un “eco en la distancia/ como el sonido/ de un molino de viento dando vueltas”. ¿Se siente un Quijote? La imagen de un mercenario, sin embargo, dista de la de un romántico luchador de causas perdidas.

Por estas costas, durante la guerra entre las Provincias Unidas y el Imperio Brasileño (1825- 1828), hubo mercenarios alemanes que, contratados por el emperador Pedro I, defendieron los intereses de los Braganza. En un momento determinado, Rio de Janeiro no les enviaba dinero y Manuel Dorrego, gobernador de la provincia de Buenos Aires, intentó captarlos para la causa rioplatense. Muchos se arraigaron en ambos lados de la frontera luego del fin de la contienda. Todavía se recuerda la crueldad de Friedrich Rauch contra los indígenas de las pampas. Augustus Bullrich, nativo de Hannover y fundador a la sazón de una dinastía que aún da que hablar en Argentina, había sido uno de aquellos mercenarios y llegó a Buenos Aires como detenido durante la batalla de Ituzaingó. Pudo hacer negocios muy prósperos más tarde y dejar una herencia que aún da que hablar. Tierra generosa esta.

Neoliberalismo bélico

Que las empresas contratistas de carne de cañón hayan prosperado en las últimas décadas no debe sorprender a nadie. Forma parte del ideario neoliberal de privatizar todo lo que se pueda y que especialmente desde la administración Clinton se fue extendiendo en Estados Unidos. Con Georg W.Bush eso se potenció, especialmente en el manejo de las guerras que protagonizó, en gran medida por el espíritu “emprendedor” de sus halcones como Dick Cheney, vicepresidente y muy vinculado a la industria petrolífera a través de sus acciones en la empresa Halliburton, y de su secretario de Defensa, Donald Rumsfeld, ligado a los laboratorios farmacéuticos.

Nada que cuestionarles, desde que el emprendedurismo y la iniciativa individual forman parte del ADN estadounidense. A esto se le podría sumar una cierta sospecha generalizada sobre el estado federal, que se manifestó durante la guerra civil pero que siempre estuvo en bambalinas. De otro modo no se explicarían hechos como el brutal atentado al Edificio Federal Alfred P. Murrah de Oklahoma en abril de 1995 que dejó un saldo de 168 muertos y que no fue cometido por grupos fundamentalistas religiosos extranjeros musulmanes, como pudieron apurar medios y dirigentes políticos, sino por fanáticos locales como Timothy McVeigh y Terry Nichols.

“Inmediatamente después del atentado contra el World Trade Center en Nueva York, dos años antes, los medios de comunicación y muchos estadounidenses asumieron inmediatamente que el ataque fue obra de terroristas de Oriente Medio”, justifica el informe del FBI sobre el hecho. Se trata de un ataque en el edificio que desapareció el 11-S de 2001, pero registrado el 26 de febrero de 1993, cuando una bomba explotó en el estacionamiento del complejo de oficinas, causó la muerte de seis personas y dejó un millar de heridos. Los autores fueron identificados como dos ciudadanos iraquíes.

Dicen las crónicas que McVeigh había estado en el ejército durante la Operación Tormenta del Desierto, pero luego de esa incursión en 1991 contra las tropas de Irak, fue rechazado en un examen de ingreso para las Boinas Verdes. La explicación fácil es que eso desató su propia tormenta psicológica, que se habría originado en maltratos infantiles. Pero el tipo había virado a supremacista y se unió a las filas de quienes despreciaban al estado. En este primer cuarto del siglo XXI estaría en su salsa.

“(Los agentes) se enteraron de las ideologías extremistas de McVeigh y de su enojo por los acontecimientos de Waco dos años antes. Descubrieron que un amigo de McVeigh llamado Terry Nichols ayudó a construir la bomba y que otro hombre, Michael Fortier, estaba al tanto del complot (…) el gobierno que McVeigh odiaba y esperaba derrocar rápidamente lo capturó y lo condenó de manera convincente tanto a él como a sus cómplices”, dice el informe del FBI.

El 19 de abril de 1993 tropas del ejército de EEUU y fuerzas locales de Texas lanzaron el ataque final a una finca en el condado de McLennan contra una secta, los Davidianos, dirigida por David Koresh, acusado de cargos de abuso sexual, sometimiento a servidumbre, tenencia ilegal de armas de fuego y violaciones. Habían estado bloqueando el lugar durante más de 50 días buscando la rendición. En el ataque murieron 82 integrantes de la secta y 4 agentes federales.

Ese hecho habría desencajado a McVeigh. Cuando fue detenido, llevaba una remera blanca con una imagen de Abraham Lincoln y debajo una frase: sic semper tyrannis, “así siempre a los tiranos”, que Marco Junio Bruto le habría dicho a Julio César cuando lo apuñalaba, en el idus de marzo del año 44 de nuestra era. También parece haber dicho esa sentencia John Wilkes Booth al asesinar a Lincoln en el teatro Ford de Washington, el 15 de abril de 1865.

Esa vuelta de McVeigh lleva a otro link, también relacionado con todo lo que se viene hablando. Hubo un intento de magnicidio contra Lincoln en 1861 en Baltimore, Maryland. Aquí entra a tallar Allan Pinkerton, un escocés buscavidas que había emigrado a Estados Unidos en 1842. Tuvo la brillante idea de fundar una agencia de detectives en Chicago, en 1850, a la que llamó North-Western Police Agency, luego bautizada Pinkerton & Co, luego Pinkerton National Detective Agency, que desde 1999 quedó como subsidiaria de Securitas AB, una firma sueca.

Una de detectives

Pinkerton tuvo trascendencia porque allí trabajó uno de los creadores de la Novela Negra, Dashiell Hammet, quien estuvo en la plantilla entre 1915 y 1922. Algunas de sus historias habrían surgido de ese período. El propio Pinkerton también incursionó en los policiales, aunque hay muchas dudas sobre la verdadera autoría de las obras que firmó. Pero en la clase trabajadora estadounidense era famoso por otras razones menos propicias: la agencia no se dedicaba en su origen a tareas de investigación policial sino de seguridad y protección para las más poderosas empresas fabriles de EEUU. Rompiendo huelgas y llevando “carneros” a los que metía en las fábricas con extrema violencia. Ese fue su modus operandi, en realidad. No “colaboraba” con la justicia del modo romántico de los detectives que cuentan tanto Hammett como Raymond Chandler y quienes los siguieron.

En una de esas empresas, una ferroviaria más precisamente, se dice que habría llegado a oídos de Pinkerton la noticia de que se preparaba un atentado contra Lincoln. El aún presidente electo iba a hacer su última gira antes de asumir el cargo, y el dueño de la ferrovía escuchó un rumor. Pero entendió que iba a haber un ataque contra uno de sus trenes de la red Filadelfia, Wilmington y Baltimore y decidió contratar a Pinkerton, que ya le había demostrado su efectividad en algunos conatos de huelga de los mal pagos trabajadores en una época en que el tendido del “caballo de hierro” era a pico y pala. También la agencia se había encargado de resolverle la cuestión con las poblaciones originarias que no querían dejar sus tierras ancestrales para el tendido de la red.

Pinkerton “la vio” cuando se percató de que el ataque iba a ser contra el presidente de la Nación, que todavía no había asumido su mandato pero ya había acumulado enemigos en el sur por lo que pretendía hacer con la esclavitud. El riesgo para esas elites no eran sus promesas electorales, sino que las cumpliera. Para el escocés era la ocasión de conseguir algún contrato con el Estado. Se hizo un operativo de protección de Lincoln, al que sacaron del coche presidencial antes de llegar a destino disfrazado de mujer y en una silla de ruedas, el 11 de febrero de 1861, trece días antes de ponerse la banda presidencial. Cuenta la leyenda que Pinkerton ganó fama pero no consiguió el contrato y para cuando el 16º presidente de EEUU fue asesinado, no estaba a su lado para protegerlo. Hizo difundir este dato para mantener su prestigio limpio y pulcro.

Agua negra

Pinkerton era en la práctica una agencia de mercenarios igual a las que en los primeros años de este siglo pulularon en las operaciones militares occidentales como parte insustituible de la ofensiva en las invasiones en el Medio Oriente extendido. Una de ellas fue la estadounidense Blackwater, otro nombre que se las trae (literalmente “agua negra”, ¿agua de cloaca?). Fundada por el exoficial de la Armada de EEUU, Eric Prince, en 1997, la agencia ganó contratos con todos los gobiernos desde George W. Bush en adelante, hasta que cayó en desgracia en setiembre de 2007 cuando algunos de sus soldados fueron hallados culpables del asesinato a mansalva de 14 civiles en Irak. A raíz de este hecho, el gobierno iraquí pidió que los “contratistas” fueran retirados del país. La firma, entonces, cambió el nombre, primero a Xe Services, luego a Academi, hasta que en 2014 se fusiono con otras del rubro como Triple Canopy en Constellis Holdings.

Prince llegó a ser personaje de la revista Vanity Fair, y en un extenso reportaje alardeó sobre las virtudes de su trabajo y de su visión del mundo. “Creo en el libre mercado, por lo tanto no creo que el gobierno tenga la capacidad para brindar soluciones. Algunos piensan que puede resolver los problemas de la sociedad. Yo tiendo a pensar que las organizaciones privadas y de caridad presentan mejores soluciones”.

En realidad, Prince siempre había mantenido un perfil bajo por razones obvias, pero se comprende que buscó la entrevista, ofuscado contra la administración Obama, que lo había puesto en evidencia cuando surgieron los escándalos con la vigilancia privada y el sistema de espionaje estatal que proliferaba desde el 11-S a raíz de las leyes “Patriotas”.

«Me puse a mí y a mi empresa a disposición de la CIA para algunas misiones muy arriesgadas», comienza con un textual ese artículo, de enero de 2010, firmado por Adam Ciralsky. «Pero cuando se volvió políticamente conveniente hacerlo, alguien me echó debajo del autobús», prosigue. Unos meses antes, el nuevo director de la CIA reconoció al comité bicameral de Inteligencia del Congreso que existían planes secretos del gobierno Bush Jr. que se viabilizaban a través de Blackwater en Afganistán.

Los medios hegemónicos de Estados Unidos no tardaron en revelar lo que se había tratado en esas entrevistas con títulos escandalosos. El New York Times publicó un artículo titulado “La CIA buscó ayuda de Blackwater para matar a los Jihadistas”. El Washington Post coincidió: “La CIA contrató a una empresa para un programa de asesinatos”.

Profesor de Historia de Estados Unidos en la UBA, Pablo Pozzi contaba en una entrevista para la revista Acción de enero de 2010, cuando Barack Obama recién había recibido el Nobel de la Paz, que “a casi 30 años de Ronald Reagan, no se debe perder de vista que en este período cambió el gobierno federal en EE.UU., que es fuertemente privatizado y que no tiene poder decisorio en gran parte de los temas en discusión. Baste pensar simplemente que la cantidad de mercenarios en Irak y en Afganistán, es casi el doble que la de soldados norteamericanos”.

El que reveló toda esa trama de operaciones privadas fue el periodista estadounidense Jeremy Scahill en investigaciones que publicó en la revista The Nation y luego en el libro Blackwater: The Rise of the World’s Most Powerful Mercenary Army (Blackwater: El ascenso del ejército mercenario más poderoso del mundo).  Las operaciones de Blackwater en Paquistán, según afirma Scahill, no se realizan a través de contratos del Departamento de Estado o de contratos de defensa públicos identificados. “Blackwater opera a través del Comando Conjunto de Operaciones especiales (JSOC en inglés), bajo un contrato clasificado y aprobado sobre bases firmes”.

El autor afirma que el primer contrato conocido de la empresa de Prince con la CIA para operaciones fue concedido en 2002 y cubría trabajos a lo largo de la frontera Afganistán-Paquistán. De acuerdo con Scahill, Blackwater realizó “misiones mortales de acción directa” mediante contratos secretos con el JSOC pero también utilizó drones para ciertas actividades en Uzbekistán.

Según puntualiza el brasileño Pepe Escobar, Prince vendió personalmente a la CIA el proyecto de crear un ejército mercenario para llevar a cabo operaciones de guerra híbridas y/o criptoguerrillas contra Rusia en Ucrania. Él se quejaba con regularidad de que desde que cayó en desgracia —una forma de decir que obligado salió del anonimato—, “mi nombre se ha convertido en un cebo para atraer clics (visibilidad en las redes) a las personas a las que les gusta elaborar teorías conspirativas”.

El caso es que para 2011, el The New York Times aseguraba que había firmado un contrato de 529 millones de dólares con la monarquía emiratí para crear un ejército secreto de 800 mercenarios, y se lo ligaba al suministro de drones al mariscal Jalifa Haftar, uno de los contendientes en la guerra civil de Libia. En 2017, el The Washington Post lo ubica como intermediario en un canal secreto de comunicación entre Trump y Putin mediante una gestión de Emiratos Árabes Unidos. “Si Roosevelt pudo trabajar con Stalin para derrotar a los nazis, entonces Trump sin duda podía trabajar con Putin para derrotar al fascismo islámico”, se defendió. No solo eso, en marzo de 2025 en una charla en el Hillsdale College de Michigan, se la pasó alabando la eficacia de las fuerzas rusas en Ucrania. “No escuchen a los políticos idiotas que dicen: ‘Sí, hemos degradado al ejército ruso. No, hemos desguazado muchísimo material. El ejército ruso se ha vuelto infinitamente más inteligente”, y recomendó a los ucranianos que se olviden de recuperar el territorio perdido desde el 22 de febrero de 2022.

En mayo de 2025 el NYT reveló que “el gobierno de Haití ha usado los servicios de contratistas estadounidenses, entre ellos Prince, para que trabajen en un grupo de operación secreta destinado a desplegar aviones no tripulados (drones) para matar a miembros de pandillas” y detalla que “el equipo de Prince ha estado operando los drones desde marzo, pero las autoridades aún no han anunciado la muerte o captura de un solo objetivo de alto valor”.

Un mes antes, el 5 de abril, en Quito los ministros de Defensa, Gian Carlo Loffredo, y del Interior, John Reimberg, informaron  acerca de un gran operativo contra bandas de narcotraficantes en Guayaquil, una de las ciudades más violentas del país sudamericano, con el allanamiento de 10 casas y la detención de 40 personas. “Desde tempranas horas de la mañana de este sábado, el bloque de seguridad junto al estadounidense Erik Prince, experto en seguridad, se desplegaron en territorio guayaquileño, especialmente en la periferia, atacando a la delincuencia y delineando estrategias para fortalecer el gran accionar de nuestras fuerzas del orden en el campo de operaciones”, publicó el ministerio de Defensa. El 13 de abril el presidente Daniel Noboa se impuso en la segunda vuelta en un comicio que la oposición tildó de fraudulentas. El 3 de junio la Asamblea Nacional aprobó una enmienda constitucional que abre las puertas a la instalación de bases militares extranjeras, prohibidas durante la presidencia de Rafael Correa por la Carta Magna de 2008.

El contenido de este artículo es un adelanto del próximo libro del autor, que trata sobre “cómo se ha llegado a una tercera guerra mundial”.

Publicado originalmente en Tektónikos el 22 de junio de 2025.

 

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