Il fantasma del narcostato ritorna con “El Pollo” Carvajal come protagonista

Con lo stesso copione senza prove

Misión Verdad

La narrativa del “narcostato” è stata una costante nell’arsenale discorsivo degli USA per giustificare politiche di pressione, sanzioni illegali e perfino velate minacce d’intervento.

In questo contesto, la recente dichiarazione di colpevolezza di Hugo “El Pollo” Carvajal davanti a un tribunale federale di New York, annunciata ufficialmente dal Dipartimento di Giustizia il 25 giugno, offre su un piatto d’argento una nuova opportunità per rilanciare quel racconto, con la consueta carica di drammatizzazione giudiziaria e retorica sulla sicurezza nazionale.

Carvajal si è dichiarato colpevole di “cospirazione per importare cocaina negli USA, narcoterrorismo in collaborazione con l’ex guerriglia delle FARC e altri reati legati alle armi”.

Secondo il Dipartimento di Giustizia, la sua partecipazione avrebbe incluso “il coordinamento dell’invio di tonnellate di cocaina, offrire protezione armata ai carichi e fornitura di esplosivi e armi automatiche alle FARC”.

La sua condanna è prevista per il prossimo 29 ottobre, e potrebbe rischiare l’ergastolo.

Nel comunicato ufficiale, il procuratore federale Jay Clayton ha dichiarato che “Hugo Armando Carvajal Barrios è stato uno degli uomini più potenti del Venezuela. Per anni, lui e altri funzionari del cosiddetto Cartello de los Soles hanno usato la cocaina come un’arma, inondando New York e altre città USA di veleno, in alleanza con un’organizzazione terroristica come le FARC”.

Nel suo discorso, Washington presenta Carvajal come un attore centrale all’interno di una presunta struttura criminale dello Stato venezuelano. È evidente che il caso vada ben oltre i fatti giudiziari, poiché si inserisce in una lunga operazione politico-mediatica il cui obiettivo è stato criminalizzare lo Stato venezuelano nel suo complesso, sostenendo una figura che da oltre un decennio, senza prove verificabili, descrive il Venezuela come un Paese controllato da un’organizzazione dedita al narcotraffico chiamata “Cartel de los Soles”.

Ma, al di là del processo e dei suoi tecnicismi, il contesto suggerisce che questa mossa abbia implicazioni più ampie. È evidente che si stia riattivando una matrice già utilizzata con forza durante il periodo di “massima pressione” sotto la prima amministrazione Trump, e che ora si faccia nuovamente ricorso a questa formula.

Breve prontuario

Hugo Carvajal ha rotto pubblicamente con il governo venezuelano nel 2017, iniziando ad allinearsi con l’opposizione estremista. Nel 2019 ha compiuto un passo ancora più netto, sostenendo apertamente il progetto Guaidó.

Da allora, il suo percorso è diventato quello di un operatore in transito verso l’orbita USA.

Arrestato in Spagna su mandato di estradizione emesso da Washington, Carvajal è riuscito a sfuggire alla giustizia per due anni fino alla sua ricattura nel 2021. Nel luglio del 2023 è stato infine estradato, come un ulteriore tassello dell’ingranaggio giudiziario volto a rafforzare le pressioni sul Venezuela.

Dichiararsi colpevole può, in questi termini, implicare non solo una strategia per ottenere una riduzione di pena ma anche una forma di convalida utile al discorso USA di criminalizzazione del Paese.

Una storia già vista con lo stesso copione

Il dossier costruito ora contro il governo venezuelano tramite Carvajal ricorda sotto molti aspetti il caso del generale panamense Manuel Noriega, che fu usato da Washington come pretesto per giustificare un’invasione armata di Panama nel 1989.

Anche lui fu accusato di narcotraffico dopo essere stato per anni un alleato strategico degli USA. Il riferimento non è casuale: William Barr, allora procuratore generale durante l’amministrazione Trump, lo evocò nel 2020 quando accusò il presidente Nicolás Maduro di reati simili e offrì 15 milioni di $ per la sua cattura, dichiarando che “questo è già successo con Noriega”.

L’idea di un “narcostato” non ha bisogno di prove concrete. Basta alimentare un racconto sostenuto da agenzie federali, media corporativi e operatori giudiziari per giustificare azioni che violano la sovranità.

L’utilizzo strumentale di Carvajal come “testimone chiave” sembra inserirsi perfettamente in questo schema grazie alla sua confessione; gli USA cercano così di dare nuova legittimità a un’incriminazione che, in altre circostanze, non sono riusciti a sostenere.

“El Pollo” è, in questo disegno, uno schermo utile all’obiettivo di riattivare una strategia di aggressione volta a dare continuità all’agenda del “cambio di regime”.

Vale la pena segnalare che, solo nei primi mesi del 2025, il Venezuela ha sequestrato oltre 3 milioni e 900 mila dosi di sostanze illecite, una cifra che supera il totale del 2024, secondo i dati presentati dal sovrintendente nazionale antidroga, il M/G Danny Ferrer Sandrea. “Questo è il risultato dello sforzo congiunto di tutti gli organismi di sicurezza e della fusione popolare, militare e di polizia che ci contraddistingue”, ha affermato il funzionario.

Si è inoltre registrata una riduzione del 23% del traffico di droga rispetto al 2023, grazie a una combinazione di misure strategiche, azioni congiunte e cooperazione internazionale. Il Venezuela sta attuando il Piano Nazionale Antidroga 2026-2031, che coordina azioni di polizia, comunitarie ed educative in linea con le convenzioni multilaterali sul controllo degli stupefacenti.

La realtà della lotta al narcotraffico in Venezuela, espressa in dati concreti e risultati tangibili, contrasta con una narrativa logora da parte degli USA, basata sullo stesso copione privo di prove, che ricicla la figura del “Pollo” con l’intento di rilanciare i titoli sul presunto “narcostato”, uniti ad altri elementi come l’“invasione criminale” attribuita a Caracas con fini destabilizzanti sul suolo nordamericano.

In ogni caso, soprattutto per quanto riguarda Washington, l’accusa è una propria confessione.


Con el mismo guion sin evidencias

El fantasma del narcoestado regresa con “El Pollo” Carvajal de protagonista

La narrativa del “narcoestado” ha sido una constante en el arsenal discursivo de Estados Unidos para justificar políticas de presión, sanciones ilegales e incluso amenazas veladas de intervención.

En ese contexto, la reciente declaración de culpabilidad de Hugo “El Pollo” Carvajal ante una corte federal de Nueva York, anunciada oficialmente por el Departamento de Justicia el 25 de junio, pone en bandeja de plata una nueva oportunidad para relanzar ese relato, con la habitual carga de dramatismo judicial y retórica de seguridad nacional.

Carvajal se declaró culpable de “conspiración para importar cocaína a Estados Unidos, narcoterrorismo en colaboración con la extinta guerrilla de las FARC y otros delitos relacionados con armas”.

El Departamento de Justicia señala que su participación incluyó “coordinar el envío de toneladas de cocaína, brindar protección armada a los cargamentos y armar a las FARC con explosivos y armas automáticas”.

Su sentencia está prevista para el próximo 29 de octubre, y podría enfrentar cadena perpetua.

En el comunicado oficial, el fiscal federal Jay Clayton declaró que “Hugo Armando Carvajal Barrios fue uno de los hombres más poderosos de Venezuela. Por años, él y otros funcionarios del llamado Cartel de los Soles usaron la cocaína como un arma, inundando Nueva York y otras ciudades estadounidenses con veneno, en alianza con una organización terrorista como las FARC”.

En su discurso Washington presenta a Carvajal como un actor central en una supuesta estructura criminal dentro del Estado venezolano. Es evidente que el caso va mucho más allá de los hechos judiciales pues se inserta en una larga operación político-mediática cuyo objetivo ha sido criminalizar al Estado venezolano en su conjunto apuntalando una figura que, desde hace más de una década, sin pruebas verificables, describe a Venezuela como un país controlado por una organización de droga llamada “Cartel de los Soles”.

Pero, por encima del juicio y sus tecnicismos, el contexto sugiere que esta movida tiene implicaciones más amplias. Es evidente que se está reactivando una matriz, ya usada con fuerza durante el periodo de “máxima presión” bajo la primera administración Trump, y que ahora se recurre nuevamente a esta fórmula.

Breve prontuario

Hugo Carvajal rompió públicamente con el gobierno venezolano en 2017 y comenzó a alinearse con la oposición extremista. En 2019 dio un paso aun más claro ya que respaldó abiertamente el proyecto Guaidó.

Desde entonces, su trayectoria se convirtió en la de un operador en tránsito hacia la órbita estadounidense.

Detenido en España por una orden de extradición emitida desde Washington, Carvajal logró evadir la justicia durante dos años hasta su recaptura en 2021. En julio de 2023 fue finalmente extraditado como una pieza más del entramado judicial para reforzar las presiones sobre Venezuela.

Declararse culpable puede, en estos términos, implicar no solo una estrategia de reducción de condena sino también la validación que favorece el discurso estadounidense de criminalización contra el país.

Una historia repetida con el mismo guion

El expediente que se le construye ahora al gobierno venezolano por vía de Carvajal se parece en múltiples aspectos al caso del general panameño Manuel Noriega, quien fue utilizado por Washington como excusa para justificar una invasión armada sobre Panamá en 1989.

También fue acusado de narcotráfico luego de ser aliado estratégico de EE.UU. durante años. La referencia no es casual: William Barr, el entonces fiscal en la administración Trump, lo evocó en 2020 cuando acusó al presidente Nicolás Maduro de delitos similares y ofreció 15 millones de dólares por su captura, declarando que “esto ya pasó con Noriega”.

La idea de un “narcoestado” no necesita pruebas contundentes. Basta con alimentar un relato sostenido por agencias federales, medios corporativos y operadores judiciales para justificar acciones que violen la soberanía.

La instrumentalización de Carvajal como “testigo estrella” parece funcionar en ese marco con su confesión; Estados Unidos busca revalidar un expediente que, en otras circunstancias, no ha podido sostener.

“El Pollo” es, en este esquema, una mampara útil en el objetivo de reactivar una estrategia de agresión que busca dar continuidad a la agenda del “cambio de régimen”.

Cabe destacar que, solo en lo que va de 2025, Venezuela ha logrado incautar más de 3 millones 900 mil dosis de sustancias ilícitas, cifra que supera el total de 2024, según cifras presentadas por el superintendente nacional antidrogas, M/G Danny Ferrer Sandrea. “Esto ha sido el resultado del esfuerzo de todos los organismos de seguridad y la fusión popular, militar y policial que nos caracteriza”, afirmó el funcionario.

Asimismo, se registró una reducción de 23% en el tráfico de drogas respecto a 2023, gracias a una combinación de medidas estratégicas, acciones conjuntas y cooperación internacional. Venezuela impulsa el Plan Nacional Antidrogas 2026-2031, el cual articula acciones policiales, comunitarias y educativas en línea con los convenios multilaterales sobre control de estupefacientes.

La realidad de la lucha antinarcótica en Venezuela, traducida en datos duros y efectos tangibles, contrasta con una narrativa manida por Estados Unidos, basada en el mismo guion sin evidencias, recicladora del recurso del “Pollo” con la intención de reflotar los titulares sobre el supuesto “narcoestado”, que se une a otros elementos como la “inundación criminal” con objetivos desestabilizadores en el país norteamericano por parte de Caracas.

En todo caso, sobre todo en lo que se refiere a Washington, la acusación es una confesión propia.

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