Le frontiere energetiche del Venezuela: cooperazione vs. tutela

Un contrasto nelle relazioni di vicinato

Misión Verdad

Il 3 luglio, presso la Casona Cultural Aquiles Nazoa di Caracas, la vicepresidente e ministra degli Idrocarburi, Delcy Rodríguez, ha ricevuto il ministro colombiano delle Miniere e dell’Energia, Edwin Palma. L’incontro, il quarto di alto livello da quando Gustavo Petro ha ristabilito pienamente i rapporti bilaterali nel 2022, si è concentrato sul “rafforzamento dell’agenda energetica ed esplorazione di nuove opportunità di cooperazione”, secondo quanto dichiarato da entrambi i ministeri.

Hanno partecipato anche il presidente della PDVSA, Héctor Obregón, e l’ambasciatore colombiano Milton Rengifo, a conferma di un tavolo tecnico volto a trasformare la frontiera in un corridoio energetico andino-caraibico fondato sulla complementarità tra risorse e mercati.

Integrazione sovrana in corso

 

Tra i punti affrontati, spicca la tabella di marcia per il ripristino del Gasdotto Transcaribico Antonio Ricaurte, un’infrastruttura binazionale di 225 chilometri che, al momento della sua inaugurazione nel 2007, era stata progettata per trasportare fino a 150 milioni di piedi cubi al giorno di gas naturale.

La vicepresidente Delcy Rodríguez e il ministro Edwin Palma hanno ricordato che la riabilitazione di questo gasdotto è stata formalmente inclusa nell’Accordo di Cooperazione Energetica firmato dai due governi nel marzo 2024; da allora sono attivi tavoli tecnici incaricati di valutare gli investimenti e armonizzare la normativa binazionale per permettere l’inversione del flusso e l’esportazione di gas venezuelano verso la Colombia. Palma ha illustrato le ambizioni di Bogotá: “Una grande ambizione del Governo è ristabilire il collegamento con il Venezuela e continuare ad aiutare l’Ecuador. L’anno scorso, nonostante i nostri limiti, siamo riusciti a fornire un po’ di energia a quel paese. L’interesse è anche sviluppare un’interconnessione con Panama, come grande progetto per unire tutti i popoli dei Caraibi, perché con l’energia arrivano anche l’industria e il progresso”.

A fare da sfondo, l’importante rilancio degli scambi commerciali: tra gennaio e aprile 2025, l’interscambio bilaterale è cresciuto del 25,8%, sfiorando i 380 milioni di $, mentre le esportazioni colombiane verso il Venezuela hanno superato per la prima volta in un decennio il miliardo di $.

A questa dinamica si aggiunge la creazione di una Zona Economica Binazionale per gli Investimenti, la Produzione e il Commercio. Il 5 settembre 2024, il presidente Nicolás Maduro ha confermato pubblicamente la proposta — prevista dalla Legge Organica sulle Zone Economiche Speciali — invitando gli imprenditori di entrambi i paesi a cogliere il nuovo quadro di incentivi.

Alcuni mesi dopo, il 13 maggio 2025, il capo di Stato ha annunciato che Caracas e Bogotá stanno già lavorando al disegno della zona, esprimendo l’auspicio di ricevere sostegno finanziario e tecnologico dalla Cina per “costruire una potente piattaforma industriale alla frontiera”.

Queste iniziative confermano che l’integrazione energetica agisce come porta d’accesso a una cooperazione economica più ambiziosa e di lungo respiro.

Il fronte orientale: ExxonMobil e l’Esequibo

 

All’ombra di ExxonMobil, la Guyana si è trasformata in uno petrostato a noleggio. Il consorzio guidato dalla filiale Esso E&P Guyana controlla l’intero blocco Stabroek, già produce 667000 barili al giorno e punta a chiudere il 2025 con circa 900000 barili al giorno, un volume paragonabile all’intera produzione del Venezuela.

Il contratto firmato nel 2016 prevede il pagamento del 2% in royalties e solo il 12,5% degli utili netti allo Stato, a fronte di medie mondiali del 10-15% in royalties e del 70-80% in utili; fino al 75% dei proventi mensili viene impiegato prioritariamente per rimborsare alla compagnia i propri costi. Organizzazioni ambientali e settori sociali denunciano che le istituzioni guyanesi “sono state catturate da interessi stranieri”, mentre la povertà continua a colpire circa il 40% della popolazione.

Invece di avviare un dialogo sovrano con il vicino occidentale, Georgetown ha optato per la via giudiziaria e mediatica. Il 6 marzo 2025 ha chiesto alla Corte Internazionale di Giustizia di vietare al Venezuela di celebrare elezioni locali nell’Esequibo; la Corte ha accolto la richiesta e il 1º maggio ha confermato l’ordinanza cautelare. Parallelamente, la cancelleria guyanese ha ribadito che “l’interpretazione venezuelana dell’Accordo di Ginevra del 1966 è già stata respinta dalla CIJ”, negando così il meccanismo di negoziazione politica previsto da tale trattato.

L’offensiva gode dell’esplicito appoggio di Washington. Il 27 marzo, il senatore USA Marco Rubio si è recato a Georgetown e ha avvertito che “sarebbe una giornata molto negativa” per Caracas se “attaccasse la Guyana o ExxonMobil”, mentre il Comando Sud USA ha realizzato esercitazioni navali congiunte con le Forze di Difesa guyanesi.

Nel mare, la tensione è costante. Il 1º marzo, durante l’Operazione General Domingo Antonio Sifontes, la nave pattuglia venezuelana AB Guaiquerí (PO-11) ha rilevato la presenza di 28 navi da perforazione e petroliere straniere operanti illegalmente in acque ancora non delimitate. Un comunicato del Ministero della Difesa ha respinto le accuse tendenziose del presidente guyanese Irfaan Ali, ha ricordato che la Guyana non ha giurisdizione sulla zona contesa e ha denunciato che ExxonMobil viola apertamente il Diritto Internazionale con la complicità di Washington.

In questo contesto, è stato recentemente annunciato che ExxonMobil ha restituito alla Guyana il 20% del blocco Stabroek (il 9% già rientrato e l’11% da cedere), precisamente nella fascia nord-occidentale adiacente al corridoio del delta dell’Orinoco. Georgetown presenta la mossa come un semplice adeguamento alla Petroleum Activities Act, ma la stessa compagnia ammette di aver lasciato l’esplorazione incompiuta: il ritiro risponde all’impennata dei premi assicurativi contro il rischio di guerra ed espropriazione dopo le intercettazioni navali venezuelane e le esercitazioni del Comando Sud, fattori che fanno aumentare i costi e riducono la redditività delle operazioni in quella zona.

La compagnia petrolifera si riorganizza quindi nelle aree meno contestate del blocco, dove prevede di aumentare la produzione, confermando che la “restituzione” del 20% non è un atto di buona volontà, bensì una manovra difensiva per contenere i rischi, mentre la Guyana continua a operare come proxy di interessi stranieri.

Due modelli a confronto

 

Il Venezuela mantiene due vicinanze energetiche opposte. Con la Colombia prevale un modello interstatale: i due governi fissano obiettivi comuni, creano tavoli tecnici paritari e mantengono la proprietà pubblica delle risorse. L’energia è leva di sviluppo condiviso e le divergenze vengono affrontate all’interno di un’istituzionalità binazionale, senza tutele esterne.

Al contrario, la Guyana opera secondo un modello di enclave corporativa. ExxonMobil determina il ritmo dell’estrazione, progetta il finanziamento e orienta la diplomazia guyanese verso il lawfare presso la CIJ, minando in ogni senso l’Accordo di Ginevra del 1966. Washington sostiene il dispositivo con esercitazioni militari e minacce esplicite, posizionando Georgetown come avamposto della propria proiezione geopolitica.

Risultato: mentre il corridoio colombiano-venezuelano si costruisce sulla base della cooperazione sovrana e della pianificazione pubblica, a favore dello sviluppo socioeconomico di entrambi i paesi, la relazione con la Guyana è bloccata in un triangolo dove gli interessi corporativi e la proiezione di potere USA relegano la diplomazia di vicinato a un ruolo secondario e trasformano il territorio conteso in un punto di frizione permanente.


Un contraste de las relaciones vecinales

Las fronteras energéticas de Venezuela: cooperación vs. tutela

El 3 de julio, en la Casona Cultural Aquiles Nazoa de Caracas, la vicepresidenta y ministra de Hidrocarburos Delcy Rodríguez recibió al titular colombiano de Minas y Energía, Edwin Palma. La reunión, la cuarta de alto nivel desde que Gustavo Petro restableció plenamente los vínculos bilaterales en 2022, se centró en “fortalecer la agenda energética y explorar nuevas oportunidades de cooperación”, según ambos despachos.

Participaron el presidente de PDVSA, Héctor Obregón, y el embajador colombiano Milton Rengifo, reflejando una mesa técnica que busca convertir la frontera en un corredor energético andino-caribeño basado en la complementariedad de recursos y mercados.

Integración soberana en marcha

Entre los puntos tratados destacó la hoja de ruta para la recuperación del Gasoducto Transcaribeño Antonio Ricaurte, una infraestructura binacional de 225 kilómetros que, al momento de su inauguración en 2007, fue diseñada para transportar hasta 150 millones de pies cúbicos diarios de gas natural.

La vicepresidenta Delcy Rodríguez y el ministro Edwin Palma recordaron que la rehabilitación de esta tubería quedó formalmente incluida en el Acuerdo de Cooperación Energética suscrito por ambos gobiernos en marzo de 2024; desde entonces operan mesas técnicas para evaluar inversiones y armonizar la normativa binacional que permitirá invertir el flujo y exportar gas venezolano a Colombia. Palma expuso las aspiraciones de Bogotá: “Una gran ambición del Gobierno es volver a interconectar con Venezuela y seguir ayudando a Ecuador. El año pasado nos permitió, a pesar de nuestras limitaciones, llevar un poco de energía a ese país. También el interés es desarrollar interconexión con Panamá como esa gran apuesta de interconectar todos los pueblos del Caribe, porque alrededor de la energía llega la industria y el progreso”.

El telón de fondo es el fuerte repunte comercial: entre enero y abril de 2025, el intercambio bilateral creció 25,8% y rozó los 380 millones de dólares, mientras las exportaciones colombianas hacia Venezuela superaron los 1.000 millones por primera vez en una década.

A esta dinámica se suma la creación de una Zona Económica Binacional de Inversiones, Producción y Comercio. El 5 de septiembre de 2024, el presidente Nicolás Maduro ratificó públicamente la propuesta —amparada en la Ley Orgánica de Zonas Económicas Especiales— e invitó a empresarios de ambas naciones a aprovechar el nuevo marco de incentivos.

Meses después, el 13 de mayo de 2025, el mandatario anunció que Caracas y Bogotá ya avanzaban en el diseño de la zona y expresó su expectativa de contar con respaldo financiero y tecnológico de China para “levantar una poderosa plataforma industrial en la frontera”.

Estas iniciativas confirman que la integración energética funciona como puerta de entrada a una cooperación económica más ambiciosa y de largo aliento.

El flanco oriental: ExxonMobil y el Esequibo

Bajo la sombra de ExxonMobil, Guyana se ha convertido en un petroestado de alquiler. El consorcio encabezado por la filial Esso E&P Guyana controla la totalidad del bloque Stabroek, bombea ya 667 mil barriles diarios y aspira a cerrar 2025 cerca de 900 mil barriles diarios, un volumen comparable al de toda Venezuela.

El contrato firmado en 2016 fija un 2% de regalías y apenas un 12,5% de utilidades netas para el fisco, frente a promedios mundiales de 10-15% en regalías y 70-80% de utilidades; hasta un 75% de los ingresos mensuales se usan primero para reembolsar a la compañía sus costos. Organismos ambientales y sectores sociales denuncian que las instituciones guyanesas “han sido capturadas por intereses extranjeros”, mientras la pobreza sigue rondando el 40%.

En vez de sostener conversaciones soberanamente con su vecino occidental, Georgetown ha optado por la vía judicial y mediática. El 6 de marzo de 2025 pidió a la Corte Internacional de Justicia que prohibiera a Venezuela celebrar comicios locales en el Esequibo; la Corte acogió la solicitud y, el 1º de mayo, ratificó la orden cautelar. Paralelamente, la cancillería guyanesa reiteró que la “interpretación venezolana del Acuerdo de Ginebra de 1966 fue ya rechazada por la CIJ”, desconociendo así el mecanismo de negociación política consagrado en ese tratado.

La ofensiva cuenta con respaldo abierto de Washington. El 27 de marzo, el senador estadounidense Marco Rubio viajó a Georgetown y advirtió que “sería un muy mal día” para Caracas si “ataca a Guyana o a ExxonMobil”, al tiempo que el Comando Sur realizó maniobras navales conjuntas con la Fuerza de Defensa guyanesa.

En el mar la tensión es constante. El 1º de marzo, durante la Operación General Domingo Antonio Sifontes, el patrullero venezolano AB Guaiquerí (PO-11) detectó 28 buques de perforación y tanqueros extranjeros operando ilegalmente en aguas aún sin delimitar. Un comunicado del Ministerio de Defensa rechazó las acusaciones tendenciosas del presidente guyanés Irfaan Ali, recordó que Guyana carece de jurisdicción en la zona en disputa y denunció que ExxonMobil viola abiertamente el Derecho Internacional con la anuencia de Washington.

En ese clima, fue anunciado recientemente que ExxonMobil entregó a Guyana un 20% del Stabroek (9% ya devuelto y 11% por ceder), exactamente en la franja noroccidental adyacente al corredor del delta del Orinoco. Georgetown lo presenta como un mero ajuste a la Petroleum Activities Act, pero la propia empresa admite que dejó la exploración inconclusa: la retirada responde al salto de las pólizas contra riesgo de guerra y expropiación tras las intercepciones navales venezolanas y los ejercicios del Comando Sur, factores que disparan los costos y erosionan la rentabilidad de operar en esa zona.

La petrolera se reagrupa, entonces, en las áreas menos disputadas del bloque, donde proyecta aumentar la producción, confirmando que la “devolución” del 20% no es un gesto de buena voluntad, sino una maniobra defensiva para contener riesgos mientras Guyana sigue operando como proxy de intereses foráneos.

Dos modelos contrapuestos

Venezuela mantiene dos vecindades energéticas opuestas. Con Colombia prevalece un modelo interestatal; ambos gobiernos definen metas conjuntas, crean mesas técnicas paritarias y conservan la propiedad pública de los recursos. La energía es palanca de desarrollo compartido y las discrepancias se procesan dentro de una institucionalidad binacional sin tutelas externas.

En contraste, Guyana opera bajo un modelo de enclave corporativo. ExxonMobil decide el ritmo extractivo, diseña la financiación y orienta la diplomacia guyanesa hacia el lawfare en la CIJ, minando desde todo punto de vista el Acuerdo de Ginebra de 1966. Washington respalda el montaje con ejercicios militares y amenazas explícitas, posicionando a Georgetown como puesto avanzado de su geopolítica.

Resultado: mientras el corredor colombo-venezolano se construye sobre la base de la cooperación soberana y la planificación pública, a favor del desarrollo socioeconómico de ambos países, la relación con Guyana se traba en un triángulo donde los intereses corporativos y la proyección de poder estadounidense relegan la diplomacia vecinal a un segundo plano y convierten el territorio disputado en punto de fricción permanente.

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