Alligator Alcatraz: nuovo strumento del terrorismo di Stato del governo fascista USA contro la nazione cubana
Felipe de J. Pérez Cruz (1) Cubainformación
Ciò che accade ai cubani incarcerati per essere migranti negli USA, e in particolare nel campo di concentramento di Alligator Alcatraz, situato nelle Everglades della Florida, offende tutti noi cubani/e. I figli di questa terra portiamo profondamente dentro di noi il senso della dignità umana. Esprimo la mia solidarietà anche al dolore dei loro familiari e dei loro cari, sia nel Nord che nell’arcipelago che li ha visti nascere e crescere.
Nei commenti e negli apprezzamenti rivolti alle denunce che ho pubblicato sulle reti sociali riguardo a questo comportamento genocida da parte degli artefici del bloqueo, ricorre spesso l’amara esclamazione popolare: “Te l’avevo detto! Gli yankee che governano quel paese sono dei…”. Non sono mancate critiche nei confronti di coloro che, ora maltrattati, perseguitati e imprigionati, in passato avevano appoggiato la candidatura del presidente fascista. E, come ci è proprio, unanime è la denuncia e la condanna.
Nulla sfugge all’ideologia e alla politica, ma né l’ideologia né la politica possono imporsi sui principi civilizzatori dell’essere, sul buon vivere, sulla dignità umana, sul senso di giustizia, fraternità e solidarietà. Tanto meno possono determinare le identità familiari, di genere, etniche, culturali, di gruppo, gli affetti e gli amori. È esattamente il contrario: è a partire dai principi e dalle filosofie di vita e di destino che si costruiscono l’ideologia e la politica. E soprattutto noi rivoluzionari, facciamo ideologia e politica a partire dall’etica, dagli affetti e dalle tenerezze. Questo lo abbiamo appreso dai padri della nostra nazione, e ce lo ha sistematizzato il nostro Eroe Nazionale José Martí Pérez.
“Il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti d’amore.” “Il vero rivoluzionario deve coltivare l’amore per i popoli e per le cause più sacre” – definì il Guerrigliero Eroico Ernesto Che Guevara nella sua magistrale lettera-saggio ‘Il socialismo e l’uomo a Cuba’, del 12 marzo 1965.
In: www.marxists.org
Nessuno merita un trattamento degradante. Nessun cubano merita che si resti impassibili di fronte al suo dolore, spirituale o fisico, tanto più se questo è provocato intenzionalmente e sfacciatamente, oggi, dal fascista che governa gli USA e dalla sua coorte di repressori.
La realtà e il dibattito sulla nostra migrazione sono stati strumentalmente collocati nel campo delle operazioni anticubane, nella guerra dell’impero USA contro la Rivoluzione cubana. In questo momento è una questione particolarmente complessa. Ma la difesa della dignità e dei diritti umani dei migranti, prima ancora che una questione ideologica o politica, è una causa etica, umanista, un sentimento nazionale di fraternità martiana.
Negli ultimi anni a Miami, Madrid e in alcune altre città, una piccola cricca di mercenari e opportunisti – una “nuova” ciber-controrivoluzione in competizione con quella già ben nota – ha fatto dell’odio la propria trincea, in lotta per le briciole dell’impero. Con forte visibilità sulle cosiddette reti sociali, questi mostri, con l’appoggio politico e finanziario della destra fascista nei governi metropolitani, hanno ottenuto “successi” nell’odio e nel maltrattamento, riuscendo a disturbare e fratturare scambi e amicizie… Ma questa non è l’emigrazione cubana!
Qualunque sia il loro pensiero in materia di filosofia, ideologia o politica, provo orgoglio e serenità nel sapere che la stragrande maggioranza dei cubani/e all’estero è fatta di gente lavoratrice. Cubani laboriosi e onesti. Famiglie che costruiscono e ricostruiscono il proprio ambiente – alla ricerca del “sogno americano”? Alla ricerca di quella vita che il blocco ha loro negato, anche se molti pensano – ed è un loro diritto – che “la colpa sia del socialismo”.
E sono la maggioranza coloro che amano la propria terra, che non si separano dagli affetti familiari, che ci augurano pace e prosperità a noi che viviamo nel paese, che collaborano, ci rispettano e ci stimano, anche se siamo “comunisti”.
Durante i miei soggiorni a Miami, conoscendo chi sono, come penso e come agisco, non mi è mai mancato un tetto, una mano amica e molta fraternità cubana. La stessa cubanità rispettosa e fraterna che ho trovato in altre città dell’impero, tra cubani/e residenti in tutto il mondo. Sia da parte di chi è relativamente benestante, sia da parte di chi non lo è.
Non dimentico, come esperienza quasi surreale, quei cubani che vivono ai margini della società in uno dei quartieri più poveri delle colline di Lima. Mi dissero di essere arrivati “in Perú” nel 1980 “messi male”: qualche anno fa, durante un lavoro di campo con i compagni di EDUCAP e dell’educazione popolare, li incontrai per caso e ci riconoscemmo come compatrioti. Una sera salii alla loro collina per visitarli. Solo tra cubani: non mancarono il buon caffè “cubano”, le chicharritas (banane fritte ndt), e persino una buona aguardiente “Chispa de tren” (grappa fatta in casa ndt). A quel tempo chiedevano alla nostra Ambasciata, che i loro figli potessero partecipare ai programmi di borse di studio offerti da Cuba a giovani di famiglie a basso reddito.
La comunità cubana che vive all’estero fa parte della nazione: quando i comunisti e i patrioti cubani resistiamo all’interno del paese, e non ci pieghiamo, stiamo anche difendendo il paese, la cultura, l’ambiente, la patria di coloro che sono emigrati.
L’appropriazione indebita della data del 20 maggio 1902 come simbolo della “loro” repubblica, come abbiamo recentemente criticato, mira a sostenere l’immaginario di un’“altra” Cuba, che vogliono contrapporre alla nazione.
L’imposizione dell’etichetta di “repressori” a chiunque abbia militato all’interno di Cuba, le liste, gli insulti e le pressioni all’interno della comunità cubana negli USA, rappresentano precisamente un’operazione fascista contro l’identità comune, contro la cultura dell’amore e della tolleranza della famiglia cubana, della nazione e della sua emigrazione.
La criminalità del carcere nelle Everglades, molto vicino agli insediamenti cubani in Florida, semina il terrore e mira a congelare i legami dei migranti con la nazione. Il colpo, già in atto, consiste nel cercare di ostacolare, congelare e interrompere le rimesse, l’invio di alimenti e i viaggi familiari. Alligator Alcatraz è un nuovo strumento del terrorismo di Stato contro la nazione e la Rivoluzione cubana.
Noi che resistiamo non chiediamo tregua, né ci arrendiamo. Ogni aiuto e collaborazione sincera che arrivi in questi momenti di terribili privazioni e di umori grossolanamente provocati, lo riceviamo a testa alta, come gladiatori pronti a continuare la lotta.
Ben venga la solidarietà militante dei/delle patrioti/e cubani/e che oggi vivono e lavorano in altre terre. Ben vengano le risorse frutto della filantropia di chi pensa ai bambini e agli anziani, agli ammalati che oggi soffrono privazioni, alle nostre madri eroiche che fanno miracoli per nutrire le loro famiglie, nel mezzo della super inflazione, della carenza di beni, combustibili domestici ed elettricità. Ben vengano coloro che si sentono in dovere di aiutare le proprie famiglie… Ogni atto di collaborazione è oggi una risposta al fascismo, un gesto concreto di sostegno alla nazione in pericolo.
Difendiamo, insieme alla dignità dei migranti incarcerati, il rispetto per la famiglia cubana, lo spazio sempre fertile dell’unità cubana. Denunciamo gli abusi, la criminalità fascista del governo di Donald Trump e dei suoi scudieri della mafia cubano-americana, dei suoi portavoce del ciberterrorismo.
[1] La Habana. Professore. Storico. Membro della Sezione di Letteratura storico sociale. Associazione degli Scrittori. UNEAC
Denuncio el abuso y la violación de derechos humanos contra migrantes de Cuba en EEUU
Alligator Alcatraz: nuevo recurso del terrorismo de Estado del gobierno fascista de los Estados Unidos contra la nación cubana.
Felipe de J. Pérez Cruz[1] – Cubainformación
Lo que ocurre con los cubanos presos por migrantes en los Estados Unidos, y en particular en el campo de concentración de Alligator Alcatraz en los Everglades floridanos, nos ofende a todos los cubanos y cubanas. Los hijos de esta tierra, tenemos muy dentro el sentido de la dignificación humana. Mi solidaridad también con el pesar de sus familiares y seres queridos en el Norte, y en el archipiélago que los vio nacer y crecer.
En los comentarios y las aprobaciones que se les han hecho a las publicaciones de denuncia que he realizado en las redes sociales por este genocida comportamiento de los autores del bloqueo, ha estado la mortificación criolla de reclamo: “¡Te lo dije! Los yanquis que gobierna ese país son unos…” No ha faltado la crítica por el apoyo que dieron a la candidatura del presidente fascista, no pocos de quienes ahora son maltratados con persecuciones y cárceles. Y tal como nos caracteriza es unánime la denuncia y el repudio.
Nada escapa de la ideología y a la política, pero la ideología y la política no mandan los principios civilizatorios del ser en bien y buen vivir, no mandan la dignidad humana, no mandan el sentido de la justicia, la fraternidad y la solidaridad. Muchísimo menos determina las identidades familiares, genéricas, étnicas, culturales, grupales, los cariños y los amores. Es todo lo contrario: Desde los principios y las filosofías de vida y destino, se construye la ideología y la política. Y sobre todo los revolucionarios, hacemos ideología y política a partir de la eticidad, los afectos y las ternuras. Lo aprendimos los cubanos y cubanas con los padres de la nación, nos sistematizó ese sentir, pensar y hacer el Héroe Nacional José Martí Pérez.
“El revolucionario verdadero está guiado por grandes sentimientos de amor”. “El verdadero revolucionario tiene que fomentar el amor a los pueblos y a las causas más sagradas” -definió el Guerrillero Heroico Ernesto Che Guevara-en su magistral carta-ensayo “El Socialismo y el hombre en Cuba”, del 12 de marzo de 1965.
En:
Nadie merece un trato denigrante. Ningún cubano merece que contemplemos impasible sus dolores de espíritu y cuerpo, más si son intencional y desfachatadamente provocados, hoy, por el fascista que gobierna los Estados Unidos y su cohorte de represores.
La realidad y el debate sobre nuestra migración han sido asuntos arteramente colocados en el campo de las operaciones anticubanas, en la guerra del imperio estadounidense contra la Revolución Cubana. En estos momentos es asunto bien complejo. Pero la defensa de la honorabilidad y los derechos humanos de los migrantes, primero que asuntos ideológicos o políticos, resulta en causa de ética humanista, de sentimiento nacional en fraternidad martiana.
En los últimos años en Miami, Madrid y en algunas otras ciudades, ha hecho trinchera de odio una pequeña claque de mercenarios y oportunistas -una “nueva” ciber contrarrevolución en competencia con la ya acreditada-, en rapiña por las migajas del imperio. Con un alto protagonismo mediático en las redes llamadas sociales, estos esperpentos, con el beneplácito apoyo político y financiero de la derecha fascista en los gobiernos metropolitanos, han tenido “éxitos” de odio y maltrato, éxitos en molestar y fracturar intercambios y amistades…. ¡Pero esa no es la migración cubana!
Piensen como piensen en filosofía, ideología y política, me da orgullo y paz espiritual saber que, la inmensa mayoría de los cubanos y cubanas que viven en el exterior son gente trabajadora. Cubanos y cubanas laboriosos y honestos. Familias que construyen y reconstruyen sus entornos ¿en busca del “sueño americano”? En busca de la vida que aquí el bloqueo les ha impedido, aunque muchos piensen -y pensar es su legítimo derecho-, que la “culpa es del socialismo”.
Y son mayoría los que aman su terruño, los que no se separan de sus amores de familia, los que nos desean paz y prosperidad a quienes vivimos dentro del país, colaboran, nos respetan y estiman, aunque seamos “comunistas”.
Nunca en mis tránsitos por Miami, en conocimiento de quien soy, como pienso y actúo, me ha faltado techo, mano amiga y mucha fraternidad cubana. La misma cubanidad respetuosa y fraternal que he disfrutado en otras urbes del imperio, entre cubanos y cubanas residentes por el mundo. De parte de quienes están relativamente “bien” en su economía, y también entre aquellos que no lo están.
No me olvido como experiencia cuasi surrealista, de aquellos cubanos pobladores marginales, en uno de los círculos más crudos de pobreza en los cerros de Lima. Que llegaron “al Perú” en 1980, como me dijeron: “Embarcados” !: Hace unos años en trabajo de campo con mis camaradas de EDUCAP y de la educación popular, casualmente tropecé con ellos, y nos reconocimos compatriotas, y una tarde subí al cerro y los visité. Solo entre cubanos, no faltó de inmediato el buen café “cubano”, la chicharrita y hasta un buen aguardiente “Chispa de tren”. Por entonces solicitaban a nuestra Embajada, que sus hijos pudieran integrar los planes de becas que Cuba ofertaba para jóvenes de familias de bajos ingresos.
La comunidad cubana que vive en el exterior es parte de la nación: Cuando los comunistas y patriotas cubanos dentro del país resistimos, y no nos doblegamos, estamos también defendiendo el país, la cultura, el entorno, la patria de los que migraron.
La inmerecida apropiación de la efeméride del 20 de Mayo de 1902, como símbolo de “su” república, tal como recién lo criticamos, condiciona el interés de sustentar el imaginario de “otra” cuba, que quieren colocar contra la nación. En:
La imposición de la categoría de “represores”, para todo el que haya participado en militancia dentro de Cuba, las listas, los insultos y las presiones dentro de la comunidad cubana en los Estados Unidos, constituye precisamente una operación fascista contra la unidad identitaria, contra la cultura de amores y tolerancias de la familia cubana, de la nación y su emigración.
La criminalidad de la prisión en los Everglades, bien cercana a los asentamientos cubanos en la Florida, compulsa el terror, y pretende congelar las relaciones de los migrantes con la nación. El golpe ya en ejecución está en lograr entorpecer, congelar y cortar las remesas, los envíos de alimentos y los viajes familiares. Alligator Alcatraz es un nuevo recurso del terrorismo de Estado contra la nación y la Revolución Cubana.
Quienes resistimos no pedimos tregua, ni nos rendimos. Cuanta ayuda y colaboración sincera llegue en estos momentos de carencias terribles y humores groseramente provocados, la recibimos con la frente en alto del gladiador que está dispuesto a seguir en pelea.
Bien la solidaridad militante de las y los patriotas cubanos que hoy viven y trabajan en otras tierras. Bien los recursos que procedan de la filantropía de quienes piensan en los niños y ancianos, en los enfermos que hoy sufren carencias, en nuestras madres heroicas que hacen milagros para alimentar a sus familias, en medio de la superinflación, la carencia de productos, combustibles domésticos y electricidad. Bien los que se sienten en la obligación de apoyar a sus familias… Todo acto de colaboración, es hoy una respuesta al fascismo, un hecho concreto de apoyo a la nación en peligro.
Defendamos junto con la dignificación humana de los migrantes presos, el respeto a la familia cubana, el espacio siempre fértil de unidad de lo cubano. Denunciemos los atropellos, la criminalidad fascista del gobierno de Donald Trump, y sus edecanes de la mafia cubano americana, de sus voceros del ciberterrorismo.
[1] La Habana. Profesor. Historiador. Miembro de la Sección de Literatura histórico social. Asociación de Escritores. UNEAC

