Le sessioni dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare (Parlamento) di Cuba hanno affrontato i temi centrali della società cubana, ogni singolo problema sociale ed economico della crisi multisettoriale (policrisi) attualmente in corso nell’Isola. Ma se c’è stato un evento che ha fatto notizia (nazionale, internazionale, manipolata e non manipolata), è stato l’enorme errore della ministra del Lavoro e della Sicurezza Sociale di Cuba, Marta Elena Feijóo, che – dopo aver negato l’esistenza di una vera mendicità nel paese e mostrato una palese insensibilità verso gruppi vulnerabili della popolazione – ha infine rassegnato le dimissioni, a seguito di un’ondata di proteste sulle reti sociali. Proteste provenienti, essenzialmente, dalle file rivoluzionarie.
Lo stesso Presidente di Cuba ha reagito pubblicamente alle parole della ministra e ha affermato, in Parlamento, che «non si difende la Rivoluzione occultando i problemi che abbiamo». Il presidente ha spiegato che «la Rivoluzione non lascia indietro nessuno, e che il popolo e il benessere del popolo sono la nostra principale bandiera e responsabilità. (…) Pertanto non posso essere d’accordo, e volevo condividerlo, con il fatto che, usando determinati termini o determinati criteri, si snaturi il riconoscimento di realtà che effettivamente esistono. (…) La Rivoluzione non vuole che esistano questo tipo di problemi, ma riconosce che ci sono cause che li hanno provocati, e quindi la Rivoluzione deve, se li ha riconosciuti, progettare come affrontarli, sapendo che è una lotta lunga, che richiede tempo, che dobbiamo lavorare tutti insieme, trasversalmente, in molti ambiti della società. Ma non possiamo screditare, non possiamo assolutizzare un criterio che non si avvicina alla realtà: sì, queste manifestazioni esistono, e non abbiamo vergogna a riconoscerle; esistono, sì, ma ce ne occupiamo; proviamo empatia per le persone che si trovano in quella situazione, abbiamo la volontà di superarle, la volontà di trasformarle, perché altrimenti non saremmo dei rivoluzionari. Non possiamo mai perdere di vista l’umanesimo, e all’interno di questo umanesimo non possiamo mai perdere di vista tutto ciò che dobbiamo fare per preservare la dignità del nostro popolo».
Sulla situazione estrema che vive Cuba, tre titoli che ci aiutano a cogliere alcune sfaccettature del dramma economico e sociale del Paese: «Cuba registra una contrazione economica dell’1,1% del PIL ed è già l’11% negli ultimi cinque anni» «La mortalità infantile a Cuba sale all’8,2 e la disponibilità di farmaci essenziali è solo del 30%» e «Continuano i blackout da record a Cuba: 1.825 megawatt mancanti nell’orario di punta serale del lunedì e centrale termoelettrica Guiteras in manutenzione per quattro giorni». Queste sono le cicatrici, le ferite del criminale e genocida blocco USA, che gli impudenti e gli idioti dicono che “non esiste”.
È la combinazione di guerra economica e guerra comunicazionale. Il governo USA distrugge tutte le fonti di entrate dell’economia del Paese (turismo, investimenti, rimesse, servizi medici…) e, successivamente, i media mercenari da esso finanziati e poi i media egemonici internazionali si limitano a raccogliere fotografie, dati e testimonianze umane delle conseguenze di tale guerra economica: spazzatura per le strade, mendicità, blackout, mancanza di medicinali, inflazione, emigrazione…
A proposito di emigrazione cubana, parliamone. Quella che, negli USA, si trova ora sotto un regime del terrore. Titolo: «Manifestante cubano dell’11 luglio denuncia condizioni estreme in un centro di detenzione dell’ICE». Un certo Yefferson Lázaro García Purón, detenuto a Tacoma, Washington, sotto la custodia dell’ICE (Servizio Immigrazione e Dogane), denuncia le terribili condizioni del centro, dove riceve cibo solo una volta al giorno, costituito principalmente da pane con peperoncino o carote bollite. La congressista Debbie Wasserman è uscita da un altro centro di detenzione per migranti, il famigerato Alligator Alcatraz (in Florida), «tremando», secondo le sue parole: «Ci sono 34 persone per gabbia», ha affermato. «Bevono, si lavano i denti e defecano nello stesso spazio minuscolo. Le condizioni? Docce senza privacy per 900 uomini. Cibo: panino al tacchino grigio e una mela».
L’attivista cubano in Germania Justo Cruz ha scritto sul suo profilo Facebook: «Raccomando di leggere attentamente il testo di questa canzone. Mentre lo leggete, pensate per favore ad Alligator Alcatraz». Si tratta del testo di “Trump Song”, brano de Los Tres de La Habana (Ana Pinelli, Germán Pinelli e Tirso Luis Páez), artisti che vivono da 15 anni a Miami e che hanno sostenuto la campagna elettorale del magnate:
«Ay, ay, ay, ay por Dios, yo voy a votar, por Donald Trump.
No me creo las mentiras que están volviendo en la televisión.
Si usted se siente orgulloso de ser cubano y americano, sube las manos.
Ay, ay, ay, ay por Dios, yo voy a votar, por Donald Trump».
Justo Cruz commenta: «Adesso preghiamo il loro “Dio onnipotente” affinché ad Ana Pinelli, Germán Pinelli e Tirso Luis Páez non capiti la sfortuna di concludere la loro carriera artistica ad Alligator Alcatraz». Non pensate anche voi che, in fondo… se lo meriterebbero?
L’11 luglio scorso sono passati quattro anni dalle famose e mediatizzate proteste a Cuba, e l’Eroe della Repubblica di Cuba René González ha riflettuto: «Si è ormai imposta la narrativa secondo cui l’11 luglio il presidente “ha chiamato al combattimento”, mettendo una parte dei cubani contro l’altra. Tanto che si dimentica che la prima cosa che fece fu andare a San Antonio de los Baños, a dialogare con il popolo. Non tutti lo accolsero con la reciprocità che forse si aspettava, ma almeno lì si ottenne la pace. Quando tornò all’Avana, altri avevano già lanciato il grido del massacro. Questo fu l’ordine cronologico della vicenda che portò poi al suo appello al combattimento. Bisogna capire che non tutti quelli che andarono a protestare furono violenti. Bisogna capire che la gente ha motivi per protestare. Che i violenti furono una minoranza, ma causarono molti danni. Forse ci furono alcuni eccessi nel modo in cui furono affrontate le proteste. Forse alcune pene furono troppo severe. Quando una società vive un trauma del genere, tutto questo è possibile. Speriamo di aver imparato che nella nostra patria non deve più ripetersi un giorno come quello».
Infine, il regista cubano Eduardo del Llano prende ancora una volta in giro l’ultrareazionario e terrorista di Miami Alex Otaola: «Suggerisco di trasformare “Otaola” in un verbo (io otaolo, tu otaoli, noi otaoliamo, ecc.) con il significato di dire sciocchezze, essere velenoso e, in generale, essere un rifiuto fascista. A mo’ di esempio vi lascio alcune frasi in spagnolo e inglese, e la sfida di inventarne altre: “Are you otaoling me, motherf***er?” “Un fantasma otaola Miami: el fantasma del odio”. Quali altre frasi vi vengono in mente a partire da “otaolare”?»
Cuba: la ministra, la guerra y el mendigo
Las sesiones de la Asamblea Nacional del Poder Popular (Parlamento) de Cuba han tocado los temas medulares de la sociedad cubana, todos y cada uno de los problemas sociales y económicos de la actual crisis multisectorial (policrisis) que vive la Isla. Pero si ha habido un suceso que ha sido noticia (nacional, internacional, manipulada y sin manipular) ha sido el error supino de la ministra de Trabajo y Seguridad Social de Cuba, Marta Elena Feijó que, tras negar la existencia de verdadera mendicidad en el país y mostrar una manifiesta insensibilidad hacia grupos de poblaciones vulnerables, finalmente renunció al cargo, tras un aluvión de protestas en las redes sociales. Protestas, esencialmente, desde las filas revolucionarias.
El propio Presidente de Cuba salió al paso a las palabras de la ministra y aseguró, en el propio parlamento, que “No se defiende a la Revolución cuando ocultamos los problemas que tenemos”. El presidente explicó que “la Revolución no deja a nadie atrás, y que el pueblo y el bienestar del pueblo son nuestra principal divisa y responsabilidad. (…) Por lo tanto yo no puedo estar de acuerdo, y quería compartirlo, en que con determinado calificativo, con determinados criterios, se desvirtúe el reconocimiento de realidades que sí tenemos. (…) La Revolución no quiere que ese tipo de problema exista, pero la Revolución reconoce que hay causas que han provocado ese tipo de problemáticas, y entonces la Revolución tiene que, si lo ha reconocido, proyectar cómo lo vamos a solucionar, sabiendo que es una lucha larga, que nos lleva tiempo, que tenemos que trabajar entre todos, que tenemos que trabajar transversalmente en muchos ámbitos de la sociedad. Pero no podemos descalificar, no podemos absolutizar un criterio que no se acerca a la realidad y sí hay esas manifestaciones y no tenemos vergüenza en reconocerlas; las hay, pero las atendemos, sentimos por las personas que están en esa situación, tenemos la voluntad para superarlas, tenemos la voluntad para transformarlas, porque sino, no seríamos revolucionarios. Nosotros nunca podemos perder de vista el humanismo y dentro de ese humanismo nunca podemos perder de vista todo lo que tenemos que hacer por preservar la dignidad de nuestro pueblo”.
Sobre la situación límite que vive Cuba, tres titulares, que nos acercan a algunas aristas del drama económico y social del país: “Cuba reporta una contracción económica del 1,1 % del PIB y ya es un 11 % en los últimos cinco años”, “Mortalidad infantil en Cuba aumenta al 8,2 y disponibilidad de medicamentos básicos es solo del 30 %” y “Siguen los apagones récord en Cuba: 1.825 megawatts para el horario pico nocturno del lunes y Termoeléctrica Guiteras en fase de mantenimiento por cuatro días”. Estas son las cicatrices, las heridas del criminal y genocida bloqueo de EEUU, que los sinvergüenzas y los idiotas dicen que “no existe”.
Es la combinación de la Guerra económica y la Guerra Comunicacional. El Gobierno de EEUU destruye todas las fuentes de ingreso de la economía del país (turismo, inversiones, remesas, servicios médicos…) y, después, los medios mercenarios que financia y, a continuación, los medios hegemónicos internacionales, se limitan a recoger las fotografías, los datos y las vivencias humanas de las consecuencias de dicha guerra económica: la basura en las calles, la mendicidad, los apagones, la falta de medicamentos, la inflación, la emigración…
Por cierto, también hablamos de emigración cubana. La que, en EEUU, está ahora bajo un régimen de terror. Titular: “Cubano manifestante del 11J denuncia condiciones extremas en centro de detención de ICE”. Un tal Yefferson Lázaro García Purón, detenido en Tacoma, Washington, bajo la custodia del ICE (Servicio de Inmigración y Control de Aduanas), denuncia las terribles condiciones del centro, donde recibe comida solo una vez al día, consistente principalmente en pan con ají picante o zanahorias hervidas. La congresista Debbie Wasserman salió de otro centro de detención para inmigrantes, el conocido como Alligator Alcatraz (Florida), “temblando”, según sus palabras: “Son 34 personas por jaula”, afirmó. “Beben, se cepillan los dientes y defecan en el mismo espacio minúsculo. ¿Las condiciones? Duchas sin privacidad para 900 hombres. Comida: sándwich de pavo gris y una manzana”.
El activista cubano en Alemania Justo Cruz publicaba en su cuenta de FB: “Recomiendo leer con detenimiento la letra de esta canción, mientras la lean piense por favor en Alligator Alcatraz”. Es la letra de “Trump Song”, el tema de “Los Tres de La Habana” (Ana Pinelli, Germán Pinelli y Tirso Luis Páez), artistas que viven desde hace 15 años en Miami y que apoyaron la campaña electoral del magnate:
“Ay, ay, ay, ay por Dios yo voy a votar, por Donald Trump.
No me creo las mentiras que están volviendo en la televisión.
Si usted se siente orgulloso de ser cubano y americano, sube las manos.
Ay, ay, ay, ay por Dios yo voy a votar, por Donald Trump”.
Justo Cruz dice: “ahora roguemos a su Dios todo poderoso´ por que a Ana Pinelli, Germán Pinelli y Tirso Luis Paez no les toque la mala suerte de terminar su carrera artística en Alligator Alcatraz´”. ¿No creen Vds. que realmente… se lo merecerían?
Este 11 de Julio se cumplieron cuatro años de las famosas e infladas mediáticamente protestas en Cuba, y el Héroe de la República de Cuba René González reflexionaba: “Se ha instalado la matriz de que el 11 de julio el presidente llamó al combate´, echando a una parte de los cubanos contra otra. Tanto, que se olvida que lo primero que hizo fue ir a San Antonio de los Baños, a dialogar con el pueblo. No todos le recibieron con la reciprocidad que tal vez esperaba, pero se logró la paz, al menos allí. Cuando llegó de vuelta a La Habana, ya otros habían llamado al degüello. Ese fue el orden cronológico de la saga que terminó en su llamado al combate. Hay que entender que no todo el que fue a protestar fue violento. Hay que entender que la gente tenga razones para protestar. Que los violentos fueron minoría, pero hicieron mucho daño. Tal vez se cometieron algunos excesos al enfrentar las protestas. Tal vez algunas penas fueron muy severas. Cuando una sociedad vive un trauma como ese todo eso es posible. Ojalá hayamos aprendido que en nuestra patria no debe repetirse un día como ese”.
Por último, el director de cine cubano Eduardo del Llano se mofa una vez más del ultra y terrorista mayamero Alex Otaola: “Sugiero convertir “Otaola” en un verbo (yo otaolo, tú otaolas, nosotros otaolamos, etcétera) con el significado de hablar sandeces, tener mala leche y ser en general una basura fascista. A guisa de muestra les dejo unas pocas frases en español e inglés, y el reto de formular otras: Are you otaoling me, motherf***er?´ Un fantasma otaola Miami: el fantasma del odio´. ¿Qué otras frases se te ocurren a partir de otaolar´?”
