La megalomania, come espressione politica, è associata a Gaio Giulio Cesare Augusto Germanico, meglio conosciuto come Caligola, che governò l’Impero Romano per quattro anni, dal 37 al 41 della nostra era. Il suo regno si distinse per l’eccentricità, per la pretesa di essere adorato come una divinità e per aver chiesto al Senato di nominare console il suo cavallo Incitatus.
Nel 2019, Donald Trump disse ai suoi collaboratori più stretti che l’allora primo ministro giapponese Shinzo Abe lo aveva candidato al Premio Nobel per la Pace. Interpellato, dopo che la versione trumpiana era divenuta pubblica, il dirigente nipponico si rifiutò di confermare quanto affermato dal presidente USA. La chimera di Trump legata al Nobel è riemersa la scorsa settimana, quando un imputato con mandato di cattura internazionale per crimini di guerra, Bibi Netanyahu, lo ha proposto per il Premio Nobel per la Pace al Comitato norvegese incaricato di valutare i candidati.
Nel 1935, l’Università tedesca Justus-Liebig, della città di Gießen, propose Benito Mussolini per il Premio Nobel per la Pace. Quattro anni dopo, il 27 gennaio 1939, il parlamentare svedese Erik Brandt inviò una proposta di candidatura per Adolf Hitler allo stesso riconoscimento, motivando la richiesta con il “suo ardente amore per la pace”. Il promotore del cancelliere tedesco considerava il Patto di Monaco del 1938 – firmato dal britannico Neville Chamberlain e dallo stesso Hitler – una giustificazione valida. Né Mussolini né Hitler ricevettero il premio, ma poche decadi dopo, nel 1973, Henry Kissinger, consigliere per la sicurezza nazionale di Richard Nixon, lo ottenne appena un mese dopo aver orchestrato il colpo di Stato in Cile.
La megalomania trumpiana vuole “rendere grande” di nuovo il suo paese, perché parte dal presupposto che sia indebolito. E cerca la sua grandezza, come ogni impero, a scapito del resto del mondo. Il suo bisogno di riconoscimento lo ha portato a ringraziare Netanyahu per la proposta, senza menzionare minimamente l’attacco effettuato poche settimane prima contro il territorio persiano. I bombardamenti valgono bene un Nobel, avrebbe forse suggerito Kissinger se fosse stato ancora in vita. Tuttavia, Trump non gli somiglia, perché incarna una fase diversa del rapporto tra gli USA e il resto del mondo. Questo nuovo contesto lo spinge a prendere decisioni confuse e contraddittorie che danneggiano le alleanze precedenti e accumulano avversari intenzionati a sperimentare alternative all’ordine finanziario globale, basato sul dollaro e sulla detenzione di titoli del Tesoro USA.
Due delle economie colpite dai dazi del 25% sono il Giappone e la Corea del Sud, soci prioritari di Washington nel continente asiatico. Il primo è il massimo detentore di debito USA, e il secondo ha deciso di approfondire il Trattato di libero scambio con Pechino, ampliato lo scorso 25 giugno, quando Seoul già prevedeva le sanzioni imposte da Washington alle sue esportazioni. Tuttavia, il blocco che Caligola cerca di inquietare con maggiore insistenza – soprattutto per la sua capacità presunta di promuovere logiche multilaterali di interazione – è quello dei BRICS+. Il dazio del 50% annunciato contro il Brasile – associato alla solidarietà verso Jair Bolsonaro, sotto processo per golpismo – spinge ancora di più vari paesi a prendere decisioni più autonome rispetto a quelle imposte dal Dipartimento di Stato. Di fatto, la sanzione diretta contro il Brasile comporterà costi maggiori per le esportazioni USA, visto che gli USA mantengono un saldo commerciale positivo con il paese sudamericano.
Un’altra delle iniziative viste con sospetto da Washington è il potenziale accordo tra il Mercosur e l’Unione Europea. La terza – forse la più rilevante – è la decisione dell’America Latina e dei Caraibi di orientarsi verso il Pacifico tramite un futuro Corridoio Bioceanico, da cofinanziare con la Repubblica Popolare Cinese. Questo progetto attraverserà quattro paesi (Brasile, Paraguay, Bolivia e Perù) per collegare il porto di Chancay – inaugurato lo scorso anno con la presenza di Xi Jinping – con quello di Santos, che da solo concentra il 25% delle esportazioni marittime del Brasile. Secondo il ministro delle Finanze Fernando Haddad, la Cina e i dieci paesi dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est Asiatico (ASEAN) sono i soci commerciali più importanti per il Brasile. L’elezione nel 2023 di Dilma Rousseff come massima autorità del Nuovo Banco di Sviluppo dei BRICS+ è stata anch’essa percepita da Washington come un’offesa imperdonabile.
Non è solo il Brasile a preparare una risposta alla guerra commerciale trumpiana. Anche l’Unione Europea (UE) sta avanzando negli accordi con la Repubblica Popolare Cinese. Il 25 giugno, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha incontrato i rappresentanti dell’UE a Pechino, nel quadro del 50º anniversario del ristabilimento delle relazioni diplomatiche. In quell’occasione – in controtendenza rispetto ai desideri USA – sono stati raggiunti accordi sui veicoli elettrici, una delle punte di diamante dell’export cinese. Una delle cause della crescente inimicizia tra Elon Musk e Caligola è legata proprio alla scelta di puntare sui veicoli a combustione per favorire l’industria degli idrocarburi.
L’arroganza imperiale ha decretato martedì scorso che “i BRICS non sono una minaccia seria, ma quello che stanno cercando di fare è distruggere il dollaro (…) Il dollaro è il re, e chiunque voglia sfidarlo (…) dovrà pagarne il prezzo”. Una delle risposte a questa minaccia si sta sviluppando nel sud-est asiatico, attraverso un’alternativa al sistema SWIFT, fortemente legato al dollaro. Si tratta della piattaforma di scambio mBridge, promossa congiuntamente dal Centro di Innovazione della Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS), dall’Istituto per la Moneta Digitale della Banca Popolare Cinese, dall’autorità monetaria di Hong Kong e dalle banche centrali di Thailandia, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. In ogni caso, al di là dei meccanismi di interazione commerciale, è un fatto che negli ultimi 25 anni il dollaro sia passato dal rappresentare il 70% delle riserve valutarie mondiali al 53% attuale, lasciando spazio ad altre valute come euro, yen e yuan.
L’altro scenario in cui Caligola è entrato in modalità Incitatus è l’Ucraina. Dopo aver affermato che avrebbe risolto il conflitto in 24 ore una volta eletto, ha deciso di tornare a inviare armi a Volodymyr Zelensky. La risposta di Vladimir Putin non si è fatta attendere: una decina di missili ipersonici e 700 droni hanno colpito Kiev. La fantasia trumpiana di riorientare gli sforzi militari verso il sud-est asiatico comincia a essere messa in discussione dall’alleanza tra Mosca e Pechino.
Albert Camus scrisse il dramma teatrale ‘Caligola’ nel 1938, osservando le prerogative che Chamberlain concedeva a Hitler. In un dialogo con la sua quarta moglie, Milonia – dal nome sorprendentemente simile a Melania, attuale consorte di Trump – l’imperatore romano afferma: “Governare e rubare sono la stessa cosa…”
(Tratto da Página/12)
Calígula, Trump y el Premio Nobel
Por: Jorge Elbaum
La megalomanía, como expresión política, se asocia a Cayo Julio César Augusto Germánico, más conocido como Calígula, que gobernó el Imperio Romano durante cuatro años, entre el año 37 y el 42 de nuestra era. Su reinado se caracterizó por su extravagancia, por la pretensión de ser adorado como un dios y por la exigencia hecha al Senado para que su caballo Incitatus fuera nombrado Cónsul. En 2019, Donald Trump comentó a sus funcionarios más cercanos que el entonces premier japonés Shinzo Abe lo había candidateado al Premio Nobel de la Paz. Consultado el gobernante nipón, después de hacerse pública la versión trumpista, se negó a confirmar la versión divulgada por el presidente. La quimera de Trump respecto al Nobel volvió a rozarlo la última semana cuando un imputado con pedido de captura internacional, acusado de crímenes de guerra, Bibi Netanyahu, lo nominó a Premio Nobel de la Paz ante el Comité noruego encargado de evaluar a los postulantes.
En 1935, la Universidad alemana Justus-Liebig, de la ciudad de Giesen, propuso a Benito Mussolini como Premio Nobel de la Paz. Cuatro años después, el 27 de enero de 1939, el parlamentario sueco Erik Brandt envió un petitorio de nominación de Adolf Hitler al mismo galardón, fundamentando su solicitud en “su ardiente amor por la paz”. El promotor del canciller alemán consideró que el Tratado de Múnich de 1938 –rubricado por el británico Neville Chamberlain y el propio canciller alemán– brindaba una supuesta justificación valedera. Ni Mussolini ni Hitler obtuvieron esa distinción, pero pocas décadas después, en 1973, Henry Kissinger, consejero de Seguridad de Richard Nixon, obtenía el galardón, apenas un mes después de haber organizado el golpe de Estado en Chile.
La megalomanía trumpista quiere “hacer grande” a su país, nuevamente, porque asume que está debilitado. Y busca su grandiosidad, como todo imperio, a costa del resto del mundo. Su necesidad de reconocimiento le permitió agradecer la propuesta de Netanyahu sin hacer la mínima referencia al ataque realizado pocas semanas atrás sobre territorio persa. Los bombardeos, bien valen un Nobel, habría sugerido Kissinger de haber estado vivo. Sin embargo, Trump no se le parece porque personifica una etapa diferente del vínculo de Estados Unidos con el resto del mundo. Ese nuevo contexto lo impulsa a tomar decisiones confusas y contradictorias que dañan alianzas previas y amontonan contrincantes dispuestos a experimentar alternativas al orden financiero global, basado en el dólar y en la tenencia de Bonos del Tesoro estadounidense.
Dos de las economías castigadas con aranceles del 25 por ciento son Japón y Corea del Sur, socios prioritarios de Washington en el continente asiático. El primero es el máximo tenedor de deuda estadounidense, y el segundo se plantea profundizar el Tratado de Libre Comercio con Beijing ampliado el último 25 de junio, cuando ya Seúl descontaba el castigo a sus exportaciones dispuesto por Washington. Sin embargo, el bloque que Calígula busca inquietar con más empeño –sobre todo por su presumible capacidad de difundir lógicas de interacción multilaterales– son los BRICS+. El arancel del 50 por ciento anunciado contra Brasil – asociado a la solidaridad con Jair Bolsonaro, procesado por golpista– estimula aún más a varios países a generar decisiones más autónomas respecto a las impuestas por el Departamento de Estado. De hecho, la sanción orientada contra Brasil supondrá mayores costos para las exportaciones estadounidenses, dado que son superavitarias respecto al comercio con Brasil.
Otra de las iniciativas observadas con desconfianza por Washington es el potencial acuerdo entre el Mercosur y la Unión Europea. La tercera –quizás la más relevante– es la decisión de América latina y el Caribe de volcarse hacia el Pacífico a través de un futuro Corredor Bioceánico, a ser cofinanciado por la República Popular China. Dicho proyecto, atravesará cuatro países (Brasil, Paraguay, Bolivia y Perú) para conectar el puerto de Chancay –inaugurado el año pasado con la presencia de Xi Jinping– con el puerto de Santos, que concentra el 25 por ciento de las exportaciones marítimas brasileñas. Según el ministro de Hacienda, Fernando Haddad, China y los diez países integrantes de la Asociación de Naciones de Asia Sudoriental (ASEAN) son los socios más significativos del comercio brasileño. La asunción en 2023 de Dilma Rousseff como autoridad máxima del Nuevo Banco de Desarrollo de los BRICS+ también es percibida desde Washington como una ofensa imperdonable.
No solo Brasil prepara su respuesta a la guerra comercial trumpista, la Unión Europea (UE) avanza en acuerdos con la República Popular. El 25 de junio, el canciller chino Wang Yi sostuvo una reunión con los representantes de la Unión Europea en Beijing, en el marco del 50º aniversario del restablecimiento de relaciones diplomáticas. En esa instancia –a contramano de los deseos estadounidenses–, se alcanzaron acuerdos en relación con los vehículos eléctricos, una de las estrellas de la exportación china. Una de las causas de la creciente enemistad entre Elon Musk y Calígula se relaciona con la decisión de apostar a los automóviles a combustión para favorecer a la industria hidrocarburífera.
La soberbia imperial decretó el último martes que “Los BRICS no son una amenaza seria, pero lo que están tratando de hacer es destruir el dólar (…) El dólar es el rey y si alguien quiere desafiarlo (…) tendrá que pagar un alto precio”. Una de las respuestas a esa amenaza se desarrolla en el sudeste asiático mediante una alternativa al SWIFT, íntimamente ligada al dólar. Se trata de la plataforma de intercambio MBridge, promovida conjuntamente por el Centro de Innovación del Banco de Pagos Internacionales (BIS), el Instituto de Moneda Digital del Banco Popular de China, la autoridad monetaria de Hong Kong y los bancos centrales de Tailandia, Emiratos Árabes Unidos y Arabia Saudita. De todas formas, más allá de los mecanismos de interacción comercial, lo cierto es que en los últimos 25 años el dólar pasó de expresar el 70 por ciento de las reservas de divisas a ubicarse en la actualidad en el 53 por ciento, dejando lugar a otras monedas como el euro, el yen y el yuan.
El otro escenario en el que Calígula entró en fase de Incitatus es Ucrania. Luego de afirmar que resolvería el conflicto en 24 horas una vez asumida la presidencia, decidió volver a despachar armas a Volodimir Zelensky. La respuesta de Vladimir Putin no se hizo esperar: una decena de misiles hipersónicos y 700 drones aterrizaron en Kiev. La fantasía trumpista de reorientar los esfuerzos militares hacia el sudeste asiático empieza a ser objetada por la alianza entre Moscú y Beijing.
Albert Camus escribió la obra de teatro Calígula en 1938, mientras observaba las prerrogativas que Chamberlain le otorgaba a Hitler. En un diálogo con su cuarta esposa, Milonia –de llamativa semejanza sonora con Melania, actual cónyuge de Trump–, el emperador romano afirma: “Gobernar y robar son una misma cosa…”.
(Tomada de Página 12)
