Rapporto speciale: il sistematico processo di elusione delle sanzioni

L’attività mercantile e le “navi fantasma”

Betzabeth Aldana Vivas

Il regime sanzionatorio imposto dagli USA contro paesi bersaglio come Iran, Venezuela o Russia rivela un modello strategico basato sul principio della “sequenzialità”, una tattica che mira a colpire in primo luogo la capacità di esportazione di idrocarburi, con l’obiettivo di far collassare progressivamente l’intera catena del valore (produzione, finanziamento, raffinazione, distribuzione interna e consumo).

Questo approccio frammentato consente a Washington di gestire i suoi attacchi in modo seriale, non simultaneo, indebolendo selettivamente gli anelli più sensibili del settore energetico prima di passare ad altri componenti strutturali dell’economia sanzionata.

A oltre 70 anni dall’avvio della politica sanzionatoria USA (1950), e dopo aver constatato che i paesi bersaglio hanno sviluppato meccanismi legittimi per eludere tali misure coercitive unilaterali, l’Ufficio per il Controllo dei Beni Stranieri (OFAC) del Dipartimento del Tesoro e il Congresso USA hanno creato nuovi quadri normativi di sorveglianza, ora orientati a controllare la flotta globale e le rotte di trasporto alternative.

Il 9 aprile 2025, i senatori USA Joni Ernst, del Partito Repubblicano per l’Iowa, e Richard Blumenthal, del Partito Democratico per il Connecticut, hanno presentato al Senato un disegno di legge noto come “Legge per la Caccia Globale al Contrabbando e alla Tratta di Esseri Umani in Alto Mare”, nota con l’acronimo inglese GHOST, non a caso chiamata “Fantasma”.

Sebbene formalmente presentata come un’iniziativa per combattere il contrabbando, nel suo contenuto reale si tratta di un nuovo strumento legislativo destinato a rafforzare l’applicazione extraterritoriale delle sanzioni unilaterali e illegali imposte dagli USA contro la Federazione Russa, in palese violazione, come ben si sa, del Diritto Internazionale e dei principi di sovranità e uguaglianza tra gli Stati.

Pochi giorni dopo, il 16 aprile 2025, l’OFAC ha pubblicato una nuova versione della sua “Guida per gli operatori del settore marittimo sulla rilevazione e mitigazione dell’elusione delle sanzioni relative al trasporto di petrolio iraniano”.

Questo documento, aggiornamento di una versione del 2019, si inserisce nella politica di “massima pressione” promossa dal governo USA, formalizzata nel Memorandum Presidenziale di Sicurezza Nazionale NSPM-2, emesso nel febbraio di quest’anno.

In tale politica, Washington ordina non solo l’inasprimento delle sanzioni illegittime contro l’Iran, ma anche l’intensificazione dei meccanismi di sorveglianza globale per limitare le sue esportazioni di idrocarburi, con l’obiettivo dichiarato di portarle a zero: “Attuare una campagna robusta e continua, in coordinamento con il Segretario al Tesoro e altri dipartimenti o agenzie esecutive competenti, per ridurre a zero le esportazioni di petrolio dell’Iran, incluse quelle di greggio iraniano verso la Repubblica Popolare Cinese”.

Sebbene la misura sia stata presentata con il logoro linguaggio del rispetto normativo, questa azione rivela un’intensificazione sistematica delle pratiche di sorveglianza e controllo sul mercato energetico internazionale. Questa nuova fase di attacchi risponde al fatto che, nonostante decenni di pressione, i paesi sanzionati illegalmente sono riusciti a mantenere attive le proprie capacità operative, ricorrendo a meccanismi legittimi di difesa contro la coercizione USA.

RETROSCENA DELLE MISURE RECENTI

Il nucleo centrale della Legge GHOST è la creazione di un Fondo per l’Applicazione delle Sanzioni contro la Russia, destinato a finanziare operazioni di sequestro, confisca ed eventuale liquidazione di beni, in particolare navi mercantili e i loro carichi, che le autorità USA considerino legati al commercio internazionale della Federazione Russa o a entità affiliate al suo governo, come l’azienda statale Gazprom.

Questo fondo disporrà di un’assegnazione di bilancio automatica e illimitata, che consente all’Esecutivo di agire con piena autonomia, senza necessità di approvazione preventiva del Congresso né di rispettare i tempi ordinari del processo legislativo.

L’impostazione della legge dà priorità al sequestro di petrolio, prodotti derivati e qualsiasi mezzo di scambio che, secondo il giudizio unilaterale delle autorità USA, possa essere associato al sostentamento economico della Russia.

Questa logica rivela l’obiettivo centrale del regime sanzionatorio USA: impedire ai paesi di generare ingressi tramite le proprie capacità produttive, attraverso un attacco a tappe contro i settori strategici dell’economia nazionale. In sostanza, si punta a consolidare un sistema per bloccare le fonti legittime di ingresso degli Stati.

In questo quadro, la legislazione non solo intensifica la pressione, ma tende anche a sofisticare l’infrastruttura dell’apparato sanzionatorio, formalizzando il Centro di Coordinamento per l’Applicazione dei Controlli alle Esportazioni, assegnato al Dipartimento della Sicurezza Nazionale, che sarebbe composto da agenzie federali, servizi di intelligence ed entità militari. Il suo mandato sarebbe centralizzare il flusso informativo, coordinare indagini e rafforzare l’applicazione di restrizioni commerciali, in particolare nel settore energetico.

A questa struttura si aggiungono meccanismi incentivanti come informatori ricompensati, contratti con aziende private per la gestione di beni sequestrati e l’uso flessibile di risorse economiche per operazioni congiunte con agenzie straniere.

Il risultato è la creazione di un sistema auto-sostenibile e finanziariamente retro-alimentato, in cui le confische non solo svolgono una funzione di “punizione” economica, ma alimentano lo stesso apparato che le esegue, configurando una sorta di economia circolare sanzionatoria, profondamente viziata e destabilizzante, con potenziale espansione globale.

D’altra parte, l’aggiornamento della “Guida per attori del settore marittimo sulla detenzione e mitigazione dell’elusione delle sanzioni relazionate al trasporto del petrolio iraniano” si presenta come uno strumento tecnico di “conformità normativa”.

Il memorandum menzionato impone la strategia di “massima pressione” con l’obiettivo esplicito di azzerare le esportazioni di petrolio iraniano, in particolare quelle verso la Repubblica Popolare Cinese.

In questo caso, gli USA cercano di smantellare la rete logistica dell’Iran nel mercato marittimo globale, esercitando pressione non solo sui proprietari delle navi, ma anche su operatori, assicuratori, intermediari finanziari, porti e governi che facilitino o semplicemente non ostacolino le spedizioni di greggio iraniano.

Tutto ciò, come ben noto, si articola su un sistema sanzionatorio illegale che viola i principi fondamentali del Diritto Internazionale, in particolare il rispetto della sovranità economica, della libera navigazione e della non ingerenza negli affari interni.

Così, la guida segnala una serie di “pratiche ingannevoli” attribuite al governo iraniano, tra cui l’uso di rotte indirette, cambi di bandiera, manipolazione dei dati di localizzazione e trasferimenti tra navi in alto mare. Ma è importante sottolineare che tali meccanismi sono, in gran parte, una conseguenza diretta delle stesse sanzioni, che costringono l’Iran, e qualsiasi paese colpito da misure analoghe, a cercare rotte e metodi alternativi per mantenere il proprio commercio legittimo.

L’OFAC arriva persino a dettare raccomandazioni agli Stati rivieraschi, suggerendo di negare l’accesso ai porti alle navi sospette, annullare registri di bandiera considerati fraudolenti e rafforzare i controlli su assicurazioni e intermediari marittimi.

Ciò che Washington presenta come “pratiche fraudolente o ingannevoli” risponde in realtà a una dinamica generata e alimentata dallo stesso sistema di sanzioni illegittime, che tenta di espellere i paesi bersaglio dal commercio convenzionale, spingendoli su rotte parallele.

Il principale obiettivo di questa offensiva USA è la cosiddetta “flotta oscura” o “flotta fantasma” (etichetta adottata dall’OFAC con un evidente intento denigratorio), ovvero le navi che, di fronte alla minaccia di sanzioni o confisca, scelgono di operare attraverso meccanismi di occultamento o protezione logistica.

In realtà, tale flotta non costituisce una minaccia alla sicurezza marittima, bensì una risorsa legittima di difesa contro un blocco economico ingiustificato.

In condizioni di assedio, i paesi sanzionati sono costretti a proteggere i propri asset strategici e garantire le esportazioni tramite mezzi straordinari, in risposta a un sistema che nega persino il diritto fondamentale al commercio internazionale.

Questa guida consolida ulteriormente un modello di coercizione sistematica che colpisce non solo l’Iran, ma anche paesi terzi, tra cui i principali acquirenti di greggio iraniano come la Cina. L’intenzione di “azzerare” le esportazioni verso Pechino non solo impatta direttamente l’economia iraniana, ma mira a interferire con l’accesso energetico di uno dei principali concorrenti strategici degli USA.

In tal senso, il danno collaterale non è accidentale, bensì funzionale: destabilizzando la sicurezza energetica della Cina, Washington amplia la portata geopolitica delle sue sanzioni e distorce l’equilibrio del mercato globale, danneggiando la libera concorrenza e frammentando ulteriormente le rotte commerciali.

In sintesi questo documento non rappresenta un aggiornamento tecnico, bensì un ulteriore passo nella sofisticazione del regime sanzionatorio come strumento di potere. Con esso, gli USA tentano di ridisegnare le regole del commercio marittimo internazionale secondo i propri interessi, penalizzando l’autonomia economica dei paesi sanzionati, indebolendo i loro alleati strategici e generando un clima di rischio giuridico globale che trasforma il commercio degli idrocarburi in un’operazione soggetta a sorveglianza, penalizzazione e spoliazione.

La combinazione tra la Legge GHOST e l’aggiornamento della guida dell’OFAC segna un nuovo precedente nell’evoluzione del regime sanzionatorio USA, nel quale non solo si criminalizza l’esportazione di idrocarburi, ma si progetta un’architettura di controllo extraterritoriale sempre più sofisticata e replicabile su scala globale.

Questo tipo di strumenti, sebbene formalmente diretti contro Russia e Iran, configurano un modello operativo che può essere esteso ad altri paesi bersaglio, come il Venezuela, secondo la logica da “manuale” che caratterizza la politica estera di Washington: applicare, misurare, intensificare.

In questa architettura, l’esportazione di idrocarburi è sempre il primo obiettivo, il primo passo della sequenza; ciò che segue è un’offensiva a tappe contro l’intera catena del valore produttivo, finanziario e logistico, fino a provocare squilibri interni o concessioni geopolitiche.

In tale schema, gli USA non si limitano a imporre sanzioni: costruiscono un intreccio che sorveglia, soffoca e punisce, al di fuori dal Diritto Internazionale e con effetti destabilizzanti sui mercati globali.

CASO VENEZUELA: L’ATTACCO ALL’ESPORTAZIONE COME FASE INIZIALE

Sin dalla sua fondazione, l’economia venezuelana è stata profondamente legata all’attività petrolifera. L’impresa statale PDVSA, incaricata della gestione del settore degli idrocarburi dalla sua nazionalizzazione, nel 1976, è stata responsabile di oltre il 90% delle entrate in valuta estera del Paese.

Questa dipendenza strutturale ha trasformato il petrolio nella colonna portante del modello economico venezuelano e, di conseguenza, nel bersaglio prioritario della strategia di soffocamento finanziario e operativo imposta dagli USA.

Il regime di sanzioni contro il Venezuela, avviato formalmente nel 2014 con la legge sulla “Difesa dei Diritti Umani e della Società Civile in Venezuela”, ha adottato anch’esso la logica della “sequenzialità”, come già evidenziato in precedenza.

Il primo colpo fu diretto alla capacità di esportazione di PDVSA. Essendo il Venezuela un Paese esportatore di petrolio, la sua capacità di generare entrate fu amputata, provocando una contrazione senza precedenti del flusso di valuta estera che sosteneva il funzionamento dello Stato, le politiche pubbliche e la stabilità sociale.

Tra il 2014 e il 2019, secondo dati forniti dal presidente Nicolás Maduro, il Venezuela ha perso il 99% delle sue entrate esterne. Questo crollo fu il risultato di un’aggressione pianificata che ha combinato sanzioni finanziarie, operative e commerciali per paralizzare i canali regolari di esportazione.

PDVSA fu costretta a ricorrere a forme non convenzionali di commercializzazione, che la esposero a nuove vulnerabilità, come forti sconti e la minaccia di sanzioni contro acquirenti, assicuratori e trasportatori.

Man mano che si chiudevano le rotte formali, emerse quello che in Occidente viene etichettato come “commercio grigio”, un canale alternativo in cui i Paesi sanzionati vendono il loro greggio con forti sconti per compensare i rischi assunti dagli attori coinvolti. Il suo sviluppo non risponde a una logica d’illegalità, ma alla necessità legittima dei Paesi produttori di salvaguardare le proprie entrate e mantenere operativa le sue industrie in presenza di misure di coercizione economica.

In questo scenario, il Venezuela ha cominciato a inviare petrolio a prezzi inferiori rispetto ai riferimenti globali, compromettendo gravemente la raccolta di entrate. Questa dinamica imposta non solo ha ridotto il potere d’acquisto della nazione, ma ha anche deteriorato in modo cumulativo la sua capacità operativa e finanziaria.

Le sanzioni non hanno colpito solo l’export, ma hanno anche interrotto l’accesso ai finanziamenti internazionali, l’acquisto di ricambi, la contrattazione di aziende di servizi e la logistica operativa, completando un accerchiamento integrale dell’apparato energetico nazionale.

Si è trattato di un’offensiva con finalità geopolitiche, pensata per cercare di sostituire il Venezuela come fornitore energetico e rimpiazzarne le esportazioni con fonti più allineate agli interessi di Washington, come il Canada.

Questo blocco strutturale si è articolato in più fasi: dalla restrizione finanziaria e commerciale, alla criminalizzazione di intermediari e appaltatori, fino alla persecuzione di petroliere e compagnie di navigazione che trasportassero greggio venezuelano.

Tuttavia, a partire dal secondo semestre del 2020, il Venezuela ha avviato una fase di ripresa della produzione.

Grazie a piani di emergenza interni, come l’attivazione dei Consigli Produttivi dei Lavoratori Petroliferi e la promulgazione della Legge Antiblocco, il Paese è riuscito a fermare il crollo produttivo e a stabilizzare i livelli di estrazione, attualmente attestati intorno al milione di barili al giorno.

Questa stabilizzazione, raggiunta in un contesto di “massima pressione”, riflette non solo la capacità di risposta tecnica e organizzativa dell’industria, ma anche l’adattamento dello Stato a un ambiente ostile e senza precedenti.

ESPORTAZIONE SOTTO ATTACCO: LA LICENZA 40D

Il 7 luglio 2025, l’OFAC ha emesso la Licenza Generale 40D, nell’ambito del regime di sanzioni unilaterali e illegali applicato dal 2014 contro il settore energetico venezuelano.

Questa nuova disposizione, che sostituisce formalmente la Licenza 40C, introduce un cambio sostanziale rispetto ai rinnovi precedenti dello stesso schema: non costituisce un rinnovo pieno, ma un meccanismo transitorio e restrittivo con l’unico scopo di consentire la conclusione delle operazioni già avviate.

A differenza delle licenze 40A, 40B e 40C che, pur con limiti, permettevano operazioni puntuali sotto condizioni rigide, la Licenza 40D autorizza esclusivamente lo scarico di carichi di gas di petrolio liquefatto (GPL) imbarcati prima del 7 luglio 2025.

Non consente nuove operazioni di esportazione, né pagamenti in natura, né transazioni con intermediari sanzionati, e stabilisce una validità operativa estremamente breve, fino al 5 settembre 2025. In pratica, tronca il ciclo di esportazione del GPL venezuelano senza abrogarlo apertamente, in una manovra che mira a limitare le entrate del Paese con mezzi tecnici e amministrativi.

Questa nuova mutazione nella serie 40 segna un punto di svolta nello schema di gestione delle licenze. Più che un rinnovo, come avveniva annualmente dal 2021, questa nuova versione funziona come una sorta di ultimatum: si consente arbitrariamente lo scarico di ciò che è già stato imbarcato, ma non si autorizza nient’altro. A settembre si saprà se l’OFAC revocherà definitivamente questa eccezione o se opterà per una modifica con altre condizioni.

Dal suo avvio nel 2020, queste licenze erano state concepite come strumenti eccezionali per autorizzare alcune transazioni nel quadro degli ordini esecutivi 13850, 13857 e 13884, emessi tra il 2018 e il 2019, che bloccarono gli attivi dello Stato venezuelano negli USA, proibirono le transazioni con PDVSA e ampliarono la definizione di “Governo del Venezuela” includendo attori chiave dell’apparato economico.

In questo contesto sanzionatorio, le licenze non rappresentavano aperture commerciali, ma valvole minime di ossigeno, con severe restrizioni, per preservare funzioni basilari come l’approvvigionamento interno.

La 40D rompe questo schema, dimostrando che il focus dell’attacco continua a concentrarsi sull’esportazione di idrocarburi, anche nelle sue forme più essenziali.

Dal punto di vista economico, il Venezuela è riuscito a mantenere una capacità installata sufficiente a coprire pienamente la domanda interna di GPL, senza necessità di importazioni.

Inoltre, ha consolidato la propria presenza in nuovi corridoi commerciali, come Brasile, Marocco, Burkina Faso, con un’integrazione crescente in mercati energetici alternativi, in particolare il Brasile, che ha assorbito volumi di esportazione fino a quattro volte superiori rispetto ad altri mercati.

Impedendo nuovi carichi e limitando le consegne esclusivamente alle operazioni in corso, gli USA tentano deliberatamente di interrompere il flusso di esportazione di questa risorsa, applicando la sequenza sanzionatoria: si presume che colpire per primo la capacità di esportazione acceleri la destabilizzazione economica interna del Paese bersaglio.

In questo contesto, la 40D funziona come uno strumento di pressione, non come una misura terminale. Fa parte di un quadro negoziale in cui la politica energetica torna a operare come vettore geopolitico.

In sintesi, chiudendo il canale tecnico per l’export, si strangola una fonte legittima di reddito a lungo termine, senza alterarne né la domanda né la disponibilità. In sostanza, si tratta di un blocco diretto all’inserimento commerciale.

La lettura strutturale di questa misura conferma che la logica di sequenzialità sanzionatoria contro il Venezuela resta intatta. Prima si colpisce l’esportazione, poi si esercita pressione sul sistema finanziario e infine si tenta di disarticolare l’intera economia.

NAVIGAZIONE NEL MEZZO DELLE SANZIONI ILLEGALI

È emerso chiaramente come il regime di sanzioni imposto dagli USA abbia generato mutazioni negli schemi tradizionali del commercio internazionale, specialmente nel settore energetico. Il Venezuela, così come l’Iran e la Russia, ha dovuto affrontare un’architettura di restrizioni progettata per soffocare la sua capacità d’esportazione.

All’inizio del 2025, prima di lasciare l’incarico, l’amministrazione Biden ha sanzionato 183 imbarcazioni coinvolte nel trasporto di greggio russo, in quello che è stato uno degli ultimi tentativi di intensificare la pressione sulle rotte energetiche alternative.

Nell’ultimo decennio, l’inasprimento del regime sanzionatorio ha provocato un’espansione senza precedenti dei suoi effetti collaterali sul commercio energetico globale.

Questo accerchiamento globale non colpisce soltanto i paesi sanzionati illegalmente, ma distorce i flussi energetici, aumenta i costi logistici e incentiva lo sviluppo di rotte e meccanismi alternativi per sostenere il commercio di idrocarburi.

Sebbene la struttura logistica parallela e finalizzata a eludere le sanzioni contraddica alcuni parametri stabiliti dalle convenzioni marittime internazionali e dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), ciò che realmente preoccupa è la causa: un fenomeno esteso di deterioramento dell’ordine istituzionale internazionale che ha reso possibile l’esecuzione di sanzioni illegali.

Le reti evasive alle sanzioni sono il risultato delle pratiche di governi, istituzioni internazionali e imprese che, con un deterioramento legale e sistematico delle loro politiche, convalidano e applicano sanzioni economiche unilaterali contro paesi al di fuori del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’unico organo autorizzato a imporle secondo la Carta dell’ONU.

All’interno di questi circuiti alternativi ha assunto sempre più rilevanza la cosiddetta flotta fantasma o flotta oscura, una rete di imbarcazioni che devono navigare affrontando molteplici ostacoli, ricorrendo a manovre elusive per sfuggire alla sorveglianza delle potenze che impongono le sanzioni. Secondo la società Kpler, nel 2024 questo fenomeno ha raggiunto proporzioni inedite, con una flotta grigia di oltre 3000 navi, pari al 10% della capacità globale. Si stima che il 15% di queste imbarcazioni abbia trasportato petrolio sottoposto a sanzioni da Russia e Iran verso l’Asia, spesso mediante rischiosi trasbordi in mare aperto (STS).

Queste flotte adottano strategie come la disattivazione dei transponder AIS, l’utilizzo di rotte non convenzionali e la manipolazione deliberata del sistema di identificazione automatica, una pratica utilizzata da almeno il 23% delle navi grigie nel 2024, secondo Kpler. Inoltre, il 40% di queste imbarcazioni opera sotto bandiere di comodo, che permettono di eludere i sistemi di supervisione e ispezione.

In questo contesto di pressione continua, si prevede che la flotta grigia possa superare il 13% della capacità mondiale di petroliere nel 2025, anche se un inasprimento delle sanzioni potrebbe costringere a un ripensamento operativo o a una frammentazione del suo attuale dispiegamento. Questa proiezione riflette il carattere strutturale di questa rete marittima alternativa, che continua a espandersi nonostante l’accerchiamento globale.

Questo scenario evidenzia la consolidazione di una rete marittima alternativa, forgiata dall’assedio economico, che sfida l’obiettivo stesso delle sanzioni mantenendo in movimento le risorse strategiche.

Questo reindirizzamento del commercio ha comportato anche un aumento costante della distanza media delle rotte marittime. Infatti, la distanza media per tonnellata trasportata è passata da 3993 miglia nautiche nel 2002 a 4578 nel 2023, raggiungendo un record storico. Questo cambio ha fatto crescere la domanda di navi con capacità specifiche, come le Aframax e le Suezmax, essenziali per coprire le lunghe rotte verso destinazioni come India o Cina, in sostituzione dei mercati europei.

Alcuni paesi hanno persino optato per espandere la propria capacità navale. Nel 2023, la Russia aveva almeno 14 petroliere Aframax in costruzione presso il cantiere navale Zvezda, mentre l’Iran stava costruendo una petroliera simile destinata al Venezuela. Ciò riflette i nuovi schemi di cooperazione Sud-Sud nel settore energetico, che si articolano al di fuori dei corridoi tradizionali.

Si tratta, in sostanza, di un’infrastruttura non riconosciuta dai paesi promotori delle sanzioni, ma che continua a svolgere un ruolo chiave nella circolazione degli idrocarburi in un mercato globale che, nonostante la pressione, mantiene alta la sua domanda.

Questo fenomeno ha trovato maggiore fattibilità anche grazie al carattere flessibile del mercato delle petroliere, storicamente resiliente a guerre, blocchi, conflitti geopolitici ed eventi climatici estremi.

Secondo le stime, su una flotta globale di circa 7500 petroliere nel 2023, almeno 1600 sono state coinvolte nel trasporto di petrolio sanzionato tra il 2021 e il 2023.

Si stima inoltre che tra 300 e 600 di queste imbarcazioni appartengano a questa rete non chiaramente identificabile, molte delle quali con oltre 16 anni di anzianità, riflettendo una rivalutazione del mercato delle navi vecchie in un contesto di prolungata incertezza dei flussi commerciali soggetti a sanzioni.

Il mercato dell’usato delle petroliere ha raggiunto cifre record, con oltre 600 vendite nel 2022 e circa 900 cambi di nome tra il 2022 e il 2023, segno di una profonda riorganizzazione del settore.

Questo fenomeno è stato formalmente inserito nell’agenda del Comitato Giuridico dell’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) durante la sua 110ª sessione, svoltasi nel marzo 2023.

In quella sede, l’organizzazione ha affrontato l’aumento dei trasbordi tra navi in alto mare, una pratica che, secondo quanto discusso, si discosta dagli standard stabiliti da convenzioni come il MARPOL e compromette le regole di tracciabilità, responsabilità e risarcimento in caso di incidenti marittimi.

Tuttavia, l’approccio istituzionale adottato dall’IMO continua a non affrontare la causa strutturale che genera impatti significativi sul commercio marittimo globale: il blocco sistematico dei canali commerciali dei paesi esportatori di idrocarburi da parte del regime sanzionatorio USA.

Anziché discutere gli impatti geopolitici e commerciali di queste misure coercitive, l’IMO privilegia una lettura tecnica che ignora il contesto di pressione che obbliga paesi come Venezuela, Iran o Russia a operare al di fuori dei corridoi convenzionali del commercio marittimo.

Questo approccio parziale omette che sono proprio le restrizioni imposte da Washington ad aver distorto il funzionamento del mercato marittimo globale.

Infatti, la diversificazione dei registri di bandiera, la complessità delle strutture proprietarie delle navi, l’uso di intermediari non convenzionali e la creazione di reti finanziarie parallele fanno parte del repertorio tecnico sviluppato per preservare il flusso di greggio sanzionato.

In molti casi, le imbarcazioni sono registrate sotto bandiere di comodo come Liberia o Isole Marshall, i cui registri sono controllati da imprese USA, secondo quanto documentato da Rodney Carlisle in “Second Registers: Maritime Nations Respond to Flags of Convenience, 1984-1998”, il che aggiunge ulteriori contraddizioni al sistema stesso di applicazione delle sanzioni.

Parallelamente, il mercato ha risposto con aggiustamenti strutturali: l’aumento della distanza media dei viaggi, la maggiore domanda di navi con capacità specifiche, e il record nelle vendite di petroliere usate (oltre 600 solo nel 2022) sono segnali inequivocabili che il regime sanzionatorio ha ridisegnato i flussi commerciali senza riuscire a bloccarli.

L’esistenza di un’infrastruttura energetica parallela e non allineata allo schema sanzionatorio occidentale è, oggi, una delle manifestazioni più visibili della politica delle sanzioni come strumento di pressione geopolitica.

Il regime sanzionatorio USA funziona secondo una logica strategica: iniziare il blocco dalle esportazioni di idrocarburi, per indebolire il principale canale di entrata di valuta estera dei paesi bersaglio. Da lì si innesca una catena di impatti sull’intero apparato economico, dal sistema finanziario ai servizi essenziali, in un processo di deterioramento progressivo e calcolato.

È evidente che gli USA stanno evolvendo e raffinando progressivamente gli strumenti del loro regime sanzionatorio, ampliandone la portata extraterritoriale e adattando i propri quadri normativi per mantenere la pressione sul commercio energetico.

Di fronte a questo scenario, i paesi oggetto di tali misure hanno articolato risposte sempre più strutturate, basate sulla cooperazione Sud-Sud, sulla costruzione di rotte logistiche alternative e sull’impiego di strumenti legali e tecnici che consentono di operare al di fuori del sistema convenzionale. Questi meccanismi, pur rendendo il commercio più complesso e costoso, si sono dimostrati efficaci per aggirare le restrizioni e mantenere il flusso di risorse strategiche.

Più aumenterà il numero di paesi sottoposti a misure coercitive unilaterali, o più si manterrà il blocco sugli attuali esportatori sanzionati, tanto più è ragionevole aspettarsi un’ulteriore espansione di questa rete marittima alternativa. In altre parole, la flotta grigia cresce come risposta strutturale a un ordine economico che cerca di criminalizzare il commercio energetico dei paesi non allineati.

Per questa stessa ragione, la classe politica USA ha avviato una nuova agenda normativa volta a rafforzare i metodi di sorveglianza e ad aumentare la pressione per contenere la capacità di risposta e offensiva dei paesi sanzionati.

Ciò che emerge è un sistema parallelo che, senza allinearsi all’architettura occidentale, mantiene il flusso di risorse e riafferma il diritto degli Stati a commerciare, produrre e decidere sovranamente il proprio modello di sviluppo.


La actividad mercante y los “buques fantasma”

Informe especial: El sistemático proceso de evasión de sanciones

Betzabeth Aldana Vivas

El régimen de sanciones impuesto por Estados Unidos contra países objetivocomo Irán, Venezuela o Rusiarevela un patrón estratégico basado en el principio de “secuenciación”, una táctica que intenta impactar primero la capacidad de exportación de hidrocarburos, con el objetivo de que el resto de la cadena de valor (producción, financiamiento, refinación, distribución interna y consumo) colapse de manera progresiva.

Este enfoque fragmentado permite a Washington administrar sus ataques en serie, no en simultáneo, debilitando selectivamente los eslabones más sensibles del sector energético antes de avanzar hacia otros componentes estructurales de la economía sancionada.

A más de 70 años del inicio de la política sancionatoria estadounidense (1950), y tras constatar que los países objetivo han desarrollado mecanismos legítimos para evadir estas medidas coercitivas unilaterales, la Oficina de Control de Activos Extranjeros (OFAC, sus siglas en inglés) del Departamento del Tesoro y el Congreso de los Estados Unidos han creado nuevos marcos normativos de vigilancia, dirigidos ahora a controlar la flota global y las rutas de transporte alternativas.

El 9 de abril de 2025, los senadores estadounidenses Joni Ernst, del Partido Republicano por Iowa, y Richard Blumenthal, del Partido Demócrata por Connecticut, presentaron ante el Senado un proyecto de ley conocido como Ley de Búsqueda Global del Contrabando y la Trata de Personas en Alta Mar, denominada por sus siglas en inglés como Ley GHOST, no en vano, denominada “Fantasma”, en idioma inglés.

Aunque formalmente se presenta como una iniciativa para combatir el contrabandoen su contenido real se trata de un nuevo instrumento legislativo destinado a reforzar la aplicación extraterritorial de las sanciones unilaterales e ilegales impuestas por Estados Unidos contra la Federación de Rusia, en abierta contravención, como bien se sabe, al Derecho Internacional y a los principios de soberanía e igualdad entre los Estados.

Días después, el 16 de abril de 2025, la OFAC publicó una nueva versión de su “Guía para actores del sector marítimo sobre la detección y mitigación de la evasión de sanciones relacionadas con el transporte de petróleo iraní”.

Este documento, que actualiza una versión de 2019, se enmarca dentro de la política de “máxima presión” impulsada por el gobierno de Estados Unidos, formalizada en el Memorándum Presidencial de Seguridad Nacional NSPM-2, emitido en febrero de este año.

En dicha política, Washington ordena no solo el endurecimiento de las sanciones ilícitas contra Irán, sino también la intensificación de los mecanismos de vigilancia global para restringir sus exportaciones de hidrocarburos, con el objetivo declarado de intentar llevarlas a cero:

“Implementar una campaña robusta y continua, en coordinación con el Secretario del Tesoro y otros departamentos o agencias ejecutivas pertinentes, para reducir a cero las exportaciones de petróleo de Irán, incluidas las exportaciones de crudo iraní a la República Popular China“.

Aunque la medida fue presentada bajo el desgastado ropaje del cumplimiento normativo, esta acción evidencia una intensificación sistemática de las prácticas de vigilancia y control sobre el mercado energético internacional. Esta nueva fase de ataques responde al hecho de que, a pesar de décadas de presión, los países sancionados ilegalmente han logrado mantener activas sus capacidades operativas, apelando a mecanismos legítimos de defensa frente a la coerción estadounidense.

TRASFONDO DE LAS MEDIDAS RECIENTES

El núcleo central de la Ley GHOST es la creación de un Fondo para la Ejecución de Sanciones contra Rusia, destinado a financiar operaciones de incautación, decomiso y eventual liquidación de bienes, en particular buques mercantes y sus cargas, que las autoridades estadounidenses consideren vinculadas al comercio internacional de la Federación de Rusia o a entidades afiliadas a su gobierno, como la empresa estatal Gazprom.

Este fondo contará con asignación presupuestaria automática y sin límite, lo que permite al Ejecutivo actuar con total autonomía, sin requerir la aprobación previa del Congreso ni estar sujeto a los tiempos ordinarios de deliberación legislativa.

El enfoque de la ley prioriza la incautación de petróleo, productos derivados y cualquier medio de intercambio que, bajo el criterio unilateral de las autoridades estadounidenses, pueda estar asociado al sostenimiento económico de Rusia.

Esta lógica expone el objetivo central del régimen de sanciones de Estados Unidos: impedir que los países generen ingresos por sus propias capacidades productivas, mediante un ataque escalonado a los sectores estratégicos que componen su economía nacional. En esencia, se busca consolidar un sistema para bloquear las fuentes legítimas de ingreso de los Estados.

Con este marco, la legislación no solo intensifica la presión, sino que también tiende a sofisticar la infraestructura del aparato sancionatorio, al formalizar el Centro de Coordinación de la Aplicación de los Controles a la Exportación, adscrito al Departamento de Seguridad Nacional que estaría conformado por agencias federales, cuerpos de inteligencia y entidades militares, cuyo mandato se orientaría a centralizar el flujo de información, coordinar investigaciones y reforzar la aplicación de restricciones al comercio, especialmente en el espectro energético.

A esta estructura se le suman mecanismos de incentivo como informantes recompensados, la contratación de empresas privadas para gestionar bienes incautados y el uso flexible de recursos económicos para operaciones conjuntas con agencias extranjeras.

El resultado es la creación de un sistema autosostenido y financieramente retroalimentado, en el que las incautaciones no solo cumplen una función de castigo económico, sino que alimentan el mismo aparato que las ejecuta, configurando así una suerte de economía circular sancionatoria, profundamente viciada y desestabilizadora, con capacidad de expansión global.

Por otro lado, la actualización de la OFAC de la “Guía para actores del sector marítimo sobre la detección y mitigación de la evasión de sanciones relacionadas con el transporte de petróleo iraní” se presenta como un instrumento técnico de cumplimiento normativo“.

El memorando antes mencionado impone la estrategia de “máxima presión” con el objetivo explícito de reducir a cero las exportaciones de petróleo iraní, especialmente las dirigidas a la República Popular China.

En este caso, Estados Unidos busca desarticular la red logística de Irán en el mercado marítimo global, al presionar no solo a los propietarios de buques, sino también a operadores, aseguradoras, intermediarios financieros, puertos y gobiernos que faciliten o simplemente no interfieran con los envíos de crudo iraní.

Todo ello, como bien se conoce, se articula sobre la base de un sistema sancionatorio ilegal que contraviene los principios fundamentales del Derecho Internacional, en particular el respeto a la soberanía económica, la libre navegación y la no injerencia en asuntos internos.

Así que la guía advierte sobre un conjunto de “prácticas engañosas” que atribuye al gobierno iraní, incluyendo el uso de rutas indirectas, cambios de bandera, manipulación de datos de localización y transferencias entre buques en altamar. Pero es necesario subrayar que tales mecanismos son, en gran medida, consecuencia directa de las propias sanciones, que fuerzan a Irány a cualquier país objeto de medidas similaresa buscar rutas y métodos alternativos para sostener su comercio legítimo.

La OFAC llega incluso a dictar recomendaciones a los Estados ribereños, sugiriendo que se niegue la entrada a puertos a buques sospechosos, se anulen registros de bandera considerados fraudulentos y se extremen los controles sobre aseguradoras y brokers marítimos.

Lo que Washington presenta como prácticas fraudulentas o engañosas” en realidad responde a una dinámica creada y estimulada por el propio sistema de sanciones ilícitas, que intenta expulsar a los países objetivos del comercio convencional y los empuja hacia rutas paralelas.

Ahora bien, el foco principal de esta ofensiva estadounidense es la llamada “flota oscura” o “flota fantasma” (etiqueta adoptada por la OFAC con un sesgo evidentemente descalificador), que se refiere a los buques que, ante la amenaza de sanciones o confiscación, optan por operar bajo mecanismos de ocultamiento o protección logística.

En realidad, dicha flota no constituye una amenaza a la seguridad marítima, sino un recurso legítimo de defensa frente a un bloqueo económico injustificado.

En condiciones de asedio, los países sancionados se ven obligados a proteger sus activos estratégicos y garantizar sus exportaciones por medios extraordinarios, en respuesta a un sistema que niega incluso su derecho básico al comercio internacional.

Esta guía profundiza la consolidación de un modelo de coerción sistemática que afecta no solo a Irán, sino también a terceros países, entre ellos los principales compradores de crudo iraní como China. La intención de reducir a cero las exportaciones hacia Beijing no solo impacta directamente en la economía iraní, sino que busca interferir en el acceso energético de uno de los principales competidores estratégicos de Estados Unidos.

En este sentido, el daño colateral no es accidental, sino funcional, porque al desestabilizar la seguridad energética de China, Washington amplía el alcance geopolítico de sus sanciones y distorsiona el equilibrio del mercado global, afectando la libre competencia y fragmentando aún más las rutas del comercio.

En síntesis, ese documento no es una actualización técnica, sino un paso más en la sofisticación del régimen sancionatorio como instrumento de poder. Con ella, Estados Unidos intenta redibujar las reglas del comercio marítimo internacional bajo sus propios intereses, penalizando la autonomía económica de los países sancionados, debilitando a sus socios estratégicos y generando un entorno de riesgo jurídico global que transforma el comercio de hidrocarburos en una operación sujeta a vigilancia, penalización y despojo.

La combinación entre la Ley GHOST y la actualización de la guía de la OFAC marca un nuevo precedente en la evolución del régimen sancionatorio estadounidense, en el que no solo se criminaliza la exportación de hidrocarburos, sino que se diseña una arquitectura de control extraterritorial cada vez más sofisticada, con capacidad de réplica global.

Este tipo de instrumentos, aunque dirigidos formalmente contra Rusia e Irán, configuran un modelo operativo que puede ser extendido a otros países objetivo, como Venezuela, bajo la lógica de “manual” que caracteriza la política exterior de Washington: aplicar, medir, escalar.

En esta arquitectura, la exportación de hidrocarburos siempre es el primer blanco, el primer paso en la secuencia; lo que sigue es una ofensiva escalonada contra toda la cadena de valor productiva, financiera y logística, hasta forzar desequilibrios internos o concesiones geopolíticas.

En este esquema, Estados Unidos no solo impone sanciones, construye un entramado que vigila, asfixia y sanciona al margen del Derecho Internacional y con efectos desestabilizadores sobre los mercados globales.

CASO VENEZUELA: EL ATAQUE A LA EXPORTACIÓN COMO FASE INICIAL

Desde su fundación, la economía venezolana ha estado profundamente anclada a la actividad petrolera. La empresa estatal PDVSA, encargada de la conducción del sector de hidrocarburos desde su nacionalización en 1976, ha sido responsable de más del 90% de las divisas que ingresan al país.

Esta dependencia estructural convirtió al petróleo en la columna vertebral del modelo económico venezolano y, por tanto, en el blanco prioritario de la estrategia de asfixia financiera y operativa impuesta por Estados Unidos.

El régimen de sanciones contra Venezuela, iniciado formalmente en 2014 con la Ley sobre “Defensa de los Derechos Humanos y la Sociedad Civil en Venezuela”, también adoptó la lógica de “secuenciación”, como bien se ha señalado previamente.

El primer golpe fue dirigido directamente contra la capacidad exportadora de PDVSA. Al ser Venezuela un país exportador de petróleo, su capacidad de generar ingresos se vio cercenada, precipitando una contracción sin precedentes en el flujo de divisas que sostenía el funcionamiento del Estado, las políticas públicas y la estabilidad social.

Entre 2014 y 2019, según cifras dichas por el presidente Nicolás Maduro, Venezuela perdió el 99% de sus ingresos externos. Esta caída fue producto de una agresión planificada que combinó sanciones financieras, operativas y comerciales para inutilizar los canales regulares de exportación.

PDVSA se vio obligada a recurrir a formas no convencionales de comercialización que la expusieron a nuevas vulnerabilidades, como grandes descuentos y la amenaza de sanciones a compradores, aseguradoras y transportistas.

A medida que se fueron cerrando rutas formales, surgió lo que en el entorno occidental se etiqueta como “comercio gris”, un canal alternativo donde los países sancionados venden su crudo con importantes rebajas para compensar los riesgos asumidos por los actores involucrados. Su desarrollo no obedece a una lógica de ilegalidad, sino a la necesidad legítima de los países productores de salvaguardar sus ingresos y mantener la operatividad de sus industrias frente a medidas de coerción económica.

En este escenario, Venezuela comenzó a enviar petróleo por debajo de los precios de referencia global, lo que afectó gravemente la captación de ingresos. Esta dinámica impuesta no solo redujo el poder adquisitivo de la nación, sino que también deterioró su capacidad operativa y financiera de forma acumulativa.

Las sanciones no solo golpearon la exportación, sino que también interrumpieron el acceso a financiamiento internacional, la adquisición de repuestos, la contratación de empresas de servicios y la operatividad logística, completando un cerco integral sobre el aparato energético nacional.

Se trató de una ofensiva con intención geopolítica, diseñada para intentar desplazar a Venezuela como proveedor energético y sustituir sus exportaciones por fuentes más alineadas a los intereses de Washington, como Canadá.

Este bloqueo estructural se ejecutó en múltiples fases, partiendo de la restricción financiera y comercial, pasando por la criminalización de intermediarios y contratistas, y llegando incluso a la persecución de tanqueros y navieras que transportaran crudo venezolano.

No obstante, a partir del segundo semestre de 2020, Venezuela inició una fase de recuperación de la producción.

Gracias a planes de contingencia internos, como la activación de los Consejos Productivos de Trabajadores Petroleros y la promulgación de la Ley Antibloqueo, el país logró detener la caída productiva y estabilizar sus niveles de extracción que, en la actualidad, se ubica en el umbral del millón de barriles diarios.

Esta estabilización, alcanzada en un contexto de “máxima presión”, refleja no solo la capacidad de respuesta técnica y organizativa de la industria, sino también la adaptación del Estado ante un entorno hostil e inédito.

EXPORTACIÓN BAJO ATAQUE: LICENCIA 40D

El 7 de julio de 2025, la OFAC emitió la Licencia General 40D, en el marco del régimen de sanciones unilaterales e ilegales que desde 2014 ha sido aplicado contra el sector energético venezolano.

Esta nueva disposición, que sustituye formalmente a la Licencia 40C, introduce un cambio sustancial respecto a las renovaciones anteriores del mismo esquema: no constituye una renovación plena, sino un mecanismo transitorio y restrictivo cuyo único propósito es permitir la conclusión de operaciones ya iniciadas.

A diferencia de las licencias 40A, 40B y 40C que, aunque limitadas, habilitaban operaciones puntuales bajo estrictas condiciones, la Licencia 40D autoriza exclusivamente la descarga de cargamentos de gas licuado de petróleo (GLP) que hayan sido embarcados antes del 7 de julio de 2025.

No permite nuevas operaciones de exportación, ni pagos en especie, ni transacciones con intermediarios bloqueados, y establece una vigencia operativa extremadamente corta, hasta el 5 de septiembre de 2025. Es decir, trunca el ciclo de exportación del GLP venezolano sin derogarlo abiertamente, en una maniobra que busca limitar los ingresos del país por vías técnicas y administrativas.

Esta nueva mutación en la serie 40 marca un punto de inflexión en el esquema de administración de licencias. Más que una renovación, como se venía haciendo anualmente desde 2021, esta nueva versión funciona como una especie de ultimátum: arbitrariamente, se permite descargar lo ya embarcado, pero no se autoriza nada más. En septiembre se sabrá si la OFAC revoca definitivamente esta excepción o si ejecuta una modificación bajo otras condiciones.

Desde su inicio en 2020, estas licencias fueron concebidas como instrumentos excepcionales para autorizar ciertas transacciones en el marco de las órdenes ejecutivas 13850, 13857 y 13884, emitidas entre 2018 y 2019, que bloquearon los activos del Estado venezolano en Estados Unidos, prohibieron las transacciones con PDVSA y ampliaron la categoría de “Gobierno de Venezuela” para incluir a actores clave del aparato económico.

Dentro de ese régimen sancionatorio, las licencias no representaban aperturas comerciales, sino válvulas mínimas de oxígeno, con severas restricciones, para preservar funciones básicas como el abastecimiento doméstico.

La 40D rompe con ese patrón, mostrando que el foco del ataque continúa centrado en la exportación de hidrocarburos, incluso en sus formas más esenciales.

Desde el punto de vista económico, Venezuela ha logrado mantener una capacidad instalada suficiente para cubrir plenamente su demanda interna de GLP, sin necesidad de importaciones.

Además, ha consolidado su presencia en nuevos corredores comerciales como en Brasil, Marruecos, Burkina Faso, con una inserción creciente en mercados energéticos alternativos, particularmente en el caso brasileño, que ha llegado a representar volúmenes de exportación cuatro veces mayores que otros destinos.

Al impedir nuevas cargas y limitar las entregas únicamente a operaciones en curso, Estados Unidos intenta interrumpir deliberadamente el flujo exportador de ese recurso, aplicando la secuenciación sancionatoria; se asume que golpear primero la capacidad exportadora acelerará la desestabilización económica interna del país objetivo.

En ese contexto, la 40D funciona como una herramienta de presión, no como una medida terminal. Forma parte de un tablero de negociación, en el que la política energética vuelve a operar como vector geopolítico.

En resumen, al cerrarse el canal técnico para su exportación, se ahorca una fuente legítima de ingreso a largo plazo, sin alterar ni su demanda ni su disponibilidad. En principio, es un bloqueo dirigido específicamente a la inserción comercial.

La lectura estructural de esta medida confirma que la secuenciación sancionatoria contra Venezuela continúa intacta. Primero se ataca la exportación, luego se presiona al sistema financiero y finalmente se hace el intento de desestructurar el conjunto de la economía.

NAVEGACIÓN EN MEDIO DE SANCIONES ILEGALES

Se ha evidenciado cómo el régimen de sanciones impuesto por Estados Unidos ha generado mutaciones en los esquemas tradicionales de comercio internacional, especialmente en el ámbito energético. Venezuela, al igual que Irán y Rusia, ha debido enfrentar una arquitectura de restricciones diseñada para asfixiar su capacidad exportadora.

A comienzos de 2025, antes de dejar el poder ejecutivo, la administración Biden sancionó 183 buques vinculados al transporte de crudo ruso, en lo que fue uno de sus últimos movimientos para intensificar la presión sobre las rutas energéticas alternativas.

En la última década, el endurecimiento del régimen de sanciones ha producido una expansión sin precedentes de sus efectos colaterales sobre el comercio energético global.

Este cerco global no sólo afecta a los países sancionados ilegalmente, sino que distorsiona los flujos energéticos, encarece los costos logísticos y fomenta el desarrollo de rutas y mecanismos alternativos para sostener el comercio de hidrocarburos.

Aunque la extructura logística paralela y evasiva a las sanciones contravienen algunos parámetro regidos desde las convenciones marítimas internacionales y la Organización Marítima Internacional, lo verdaderamente preocupante es el factor causal; un fenómeno extenso de deterioro del sistema institucional internacional que ha dado cuerpo a la ejecución de las sanciones ilegales. 

Las redes evasivas a sanciones son resultado de las prácticas de gobiernos, instituciones internacionales y empresas, mediante el deterioro legal y sistemático de sus políticas, por convalidar y cumplir con sanciones económicas unilaterales contra países al margen del Consejo de Seguridad de la ONU, única instancia facultada para aplicarlas, de acuerdo con la Carta de Naciones Unidas.

Dentro de estos circuitos alternativos ha cobrado protagonismo la llamada flota fantasma o flota oscura, una red de embarcaciones que deben navegar sorteando múltiples obstáculos, empleando maniobras evasivas para escapar de la vigilancia de las potencias que imponen las sanciones. Para 2024, según Kpler, este fenómeno alcanzó una magnitud inédita, con una flota gris de más de 3 mil buques, lo que representa ya el 10% de la capacidad global. Se estima que el 15% de estas embarcaciones ha transportado petróleo sancionado desde Rusia e Irán hacia Asia, muchas veces mediante riesgosas transferencias de barco a barco (STS) en altamar.

Estas flotas emplean estrategias como la desactivación de transpondedores AIS, rutas no convencionales y la manipulación deliberada del sistema de identificación automática, práctica utilizada por al menos el 23% de los buques grises en 2024, señala Kpler. A su vez, el 40% de estas embarcaciones opera bajo banderas de conveniencia, lo que permite eludir los sistemas de supervisión e inspección.

En este contexto de presión sostenida, se estima que la flota gris podría superar el 13% de la capacidad mundial de petroleros en 2025, aunque el endurecimiento de las sanciones podría forzar un rediseño operativo o fragmentar su despliegue actual. Esta proyección refleja el carácter estructural de esta red marítima alternativa, que continúa ampliándose a pesar del cerco global.

Este panorama evidencia la consolidación de una red marítima alternativa, forzada por el asedio económico, que desafía el propósito de las sanciones al mantener en movimiento los recursos estratégicos.

Este redireccionamiento del comercio también ha implicado un aumento sostenido en la distancia promedio de los trayectos marítimos. De hecho, el promedio por tonelada transportada pasó de 3 mil 993 millas náuticas en 2002 a 4.578 en 2023, alcanzando un récord histórico. Este cambio ha incrementado la demanda de buques con capacidades específicas, como los Aframax y Suezmax, esenciales para cubrir largas rutas hacia destinos como India o China, en sustitución de los mercados europeos.

Incluso, algunos países han optado por ampliar sus propias capacidades navieras. En 2023, Rusia tenía al menos 14 tanqueros Aframax en construcción en el astillero Zvezda, mientras que Irán construía un tanquero similar destinado a Venezuela, lo que evidencia los nuevos patrones de cooperación Sur-Sur en materia energética, que se articulan al margen de los corredores tradicionales.

Se trata, en esencia, de una infraestructura no reconocida por los países sancionadores, pero que continúa cumpliendo un papel clave en la circulación de hidrocarburos en un mercado global que, pese a la presión, mantiene su demanda.

Este fenómeno ha encontrado incluso mayor viabilidad por el carácter flexible del mercado de tanqueros, que se ha mostrado históricamente resiliente ante guerras, bloqueos, conflictos geopolíticos y eventos climáticos extremos.

Según estimaciones, de una flota global de aproximadamente 7 mil 500 tanqueros en 2023, al menos 1.600 han estado involucrados en el transporte de petróleo sancionado entre 2021 y 2023.

Además, se estima que entre 300 y 600 de estas embarcaciones pertenecen a esta red no identificable con precisión, muchas de ellas con más de 16 años de antigüedad, lo que refleja una revalorización del mercado de buques viejos ante la incertidumbre prolongada de los flujos de comercio sancionado.

El mercado de tanqueros de segunda mano ha alcanzado cifras récord, registrando más de 600 ventas en 2022 y alrededor de 900 cambios de nombre entre 2022 y 2023, lo cual refleja una intensa reconfiguración del mercado.

Este fenómeno fue formalmente incluido en la agenda del Comité Jurídico de la Organización Marítima Internacional (OMI) durante su 110.º periodo de sesiones, celebrado en marzo de 2023.

En esa instancia, la organización abordó el aumento de las transferencias entre buques en alta mar, una práctica quesegún lo discutidose aparta de los estándares establecidos por convenios como el MARPOL y compromete las reglas de trazabilidad, responsabilidad e indemnización en caso de incidentes marítimos.

Sin embargo, el abordaje institucional adoptado por la OMI sigue sin atender a la causa estructural que genera impactos significativos en el comercio marítimo global: el bloqueo sistemático de los canales comerciales de países exportadores de hidrocarburos por parte del régimen de sanciones de Estados Unidos.

En lugar de discutir los impactos geopolíticos y comerciales de estas medidas coercitivas, la OMI prioriza una lectura técnica que ignora el entorno de presión que obliga a países como Venezuela, Irán o Rusia a operar por fuera de los corredores tradicionales del comercio marítimo.

Este enfoque parcialomite que son precisamente las restricciones impuestas desde Washington las que han distorsionado el funcionamiento del mercado marítimo global.

De hecho, la diversificación de registros de bandera, la complejización de las estructuras de propiedad de los buques, el uso de intermediarios no tradicionales, y la creación de redes financieras paralelas han sido parte del repertorio técnico desarrollado para preservar el flujo de crudo sancionado.

En muchos casos, las embarcaciones están registradas en banderas de conveniencia como Liberia o Islas Marshall, cuyos registros están controlados por empresas estadounidenses, según Rodney Carlisle en “Second Registers: Maritime Nations Respond to Flags of Convenience, 1984-1998”, lo que añade más contradicciones al sistema mismo de enforcement sancionatorio.

De forma paralela, el mercado ha respondido con ajustes estructurales: el aumento en la distancia promedio de los viajes, la mayor demanda de buques con capacidades específicas, y el récord en ventas de tanqueros de segunda manomás de 600 transacciones solo en 2022, son señales inequívocas de que el régimen de sanciones ha rediseñado los flujos comerciales sin lograr detenerlos.

La existencia de una infraestructura energética paralela y no alineada al esquema occidental sancionatorio es, hoy por hoy, una de las derivaciones más visibles de la política de sanciones como instrumento de presión geopolítica.

El régimen de sanciones aplicado por Estados Unidos opera bajo una lógica estratégica: iniciar el cerco por la exportación de hidrocarburos, con el fin de debilitar el principal canal de ingreso externo de los países objetivo. A partir de allí, se desencadena una cadena de impactos sobre el resto del aparato económico, desde el sistema financiero hasta los servicios esenciales, en un proceso de deterioro progresivo y calculado.

Es evidente que Estados Unidos viene dando señales de mutación y sofisticación progresiva en los instrumentos que conforman su régimen sancionatorio, ampliando su alcance extraterritorial y adaptando sus marcos normativos para sostener la presión sobre el comercio energético.

Ante este escenario, los países objeto de estas medidas han articulado respuestas cada vez más estructuradas, basadas en la cooperación Sur-Sur, la construcción de rutas logísticas paralelas y el uso de herramientas legales y técnicas que permiten mantener operaciones fuera del sistema convencional. Estos mecanismos, aunque complejizan y encarecen el comercio, han demostrado ser eficaces para sortear las restricciones y sostener el flujo de recursos estratégicos.

Mientras más países sean objeto de medidas coercitivas unilaterales, o mientras se mantenga el cerco sobre los actuales exportadores sancionados, es razonable anticipar una expansión aún mayor de esta red marítima alternativa. En otras palabras, la flota gris crece como respuesta estructural a un orden económico que intenta criminalizar el comercio energético de los países no alineados.

Por estos mismos cálculos, la clase política estadounidense ha iniciado una nueva agenda para crear un marco normativo más riguroso, orientado a mejorar los métodos de vigilancia y fortalecer la presión con el fin de contener la capacidad de respuesta y ofensiva de los países sancionados.

Lo que emerge es un sistema paralelo que, sin alinearse a la arquitectura occidental, sostiene el flujo de recursos y reafirma el derecho de los Estados a comerciar, producir y decidir soberanamente su modelo de desarrollo.

 
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