Francisco Delgado Rodríguez – CubaSí
Dopo l’approvazione dell’ultimo memorandum pensato per distruggere Cuba, firmato dal presidente USA lo scorso 30 giugno, sono emerse negli USA opinioni e mosse politiche che svelano eventuali contraddizioni su quale sia la politica migliore da applicare nella ormai eterna guerra senza quartiere dell’oligarchia USA contro la Rivoluzione cubana.
Queste presunte contraddizioni rappresentano una vera sorpresa per qualsiasi osservatore ingenuo, perché, tanto a livello discorsivo quanto in termini concreti e pratici, se c’è qualcosa che caratterizza la gestione di governo di Trump è il suo scontro frontale e spietato con Cuba. Così fu nel suo primo mandato, considerato il più ostile; e questo è, del resto, l’approccio del suddetto memorandum.
Ma ormai è noto con quale fervore Trump, in questa sua seconda fase, cerchi di trasmettere le sue intenzioni di cambiare ciò che il logoro stato profondo avrebbe fatto al popolo USA; è per questo – si vantano di ripetere i suoi sostenitori – che è stato eletto: per governare in modo diverso dalla casta, per usare un’espressione folkloristica dell’ultradestra argentina.
Alcuni degli ideologi del trumpismo hanno preso sul serio queste intenzioni di cambiamento. È il caso del giornalista Tucker Carlson, il quale, durante una conferenza presso il Turning Point USA (TPUSA), ha affermato che il blocco e la guerra economica contro Cuba, imposti e mantenuti per oltre 60 anni, non sono serviti a nulla; ha aggiunto che è ormai ora di modificare questa politica, se davvero si vuole cambiare il “regime” cubano.
Questo discorso non è stato pronunciato davanti a un gruppo di progressisti o di solidali ammiratori del Che Guevara; no, il TPUSA è un’istituzione marcatamente reazionaria, completamente trumpista. Fondata nel 2012, ha come obiettivo la diffusione dei “valori” conservatori soprattutto tra i giovani; è, ovviamente, ultra-sionista e visceralmente anticomunista.
Pertanto, le parole di Carlson non hanno nulla a che vedere con una qualsiasi simpatia ideologica o politica verso la Rivoluzione cubana; si tratta piuttosto di una posizione puramente pragmatica, e probabilmente tanto perversa quanto l’altra – quella della guerra totale – volta a distruggere un processo autenticamente popolare nato per difendere la sovranità e l’indipendenza di Cuba.
La questione diventa ancora più interessante. A partire dalle dichiarazioni di Carlson, un media (con sede a Miami o a Madrid) specializzato in temi cubani ha fatto trapelare che, in effetti, all’interno dell’amministrazione Trump, qualcuno starebbe valutando un cambio di rotta nella politica delle sanzioni contro Cuba, in sintonia con il noto giornalista.
Convenientemente, l’articolo precisa che si tratta di un dibattito interno, non pubblico, e che, in ogni caso, si scontra fin da subito con l’opposizione netta del Segretario di Stato, Mr. Rubio.
In seguito a questa vicenda – che alcuni utenti delle reti sociali hanno bollato come falsa o come “pallone di prova” per testare la reazione dell’opinione pubblica USA e, incidentalmente, latinoamericana – è stato reso noto un progetto legislativo presentato da uno dei soliti noti: il rappresentante della Florida, Mario Díaz-Balart.
Ovviamente, il pasticcio giuridico partorito da Díaz-Balart rappresenta l’esatto opposto di quanto Carlson ha illustrato, con garbo, al pubblico del TPUSA.
Basandosi su quanto stabilito dal sopracitato memorandum – giustamente definito una piattaforma politica per legalizzare qualsiasi nefandezza contro Cuba – il congressista presenta un pacchetto di misure concrete, indicando anche come gestirne l’applicazione nel bilancio federale per il 2026 e quale cifra dovrebbe essere destinata a finanziare la guerra mediatica contro l’Isola.
Su quest’ultimo aspetto vale la pena soffermarsi: il congressista evidentemente va controvento e controcorrente, in un momento in cui l’esecutivo trumpista – con l’ascia in mano – taglia qua e là, per un totale di oltre 9 miliardi di $ in soli sei mesi di gestione, solo nei programmi di aiuto, alcuni dei quali a vocazione umanitaria.
Ovviamente, tra i tagliati vi sono anche i media digitali di stampo “cubano”, che vivono del bilancio federale e il cui lavoro consiste nel tradurre in linguaggio isolano i messaggi del governo USA contro la Rivoluzione.
Ebbene, lo spaesato Díaz-Balart chiede una somma che si aggira sui 75 milioni di $, per contribuire al cosiddetto “cambio di regime” a Cuba, come si legge nel suo Progetto di Legge per gli Stanziamenti dell’Anno Fiscale 2026 (Fiscal Year 2026 Appropriations Bill).
Di questi milioni, non meno di 40 sarebbero destinati alla fallimentare Radio/TV Martí. Sull’irrilevanza di questa piattaforma c’è poco da spiegare, ma la cifra torna utile per ricordare che già in passato fu giudicata eccessiva.
La storia lo dimostra con insistenza: quando fu lanciato il progetto della cosiddetta Radio Martí, essa contava sul supporto di un aereo, inizialmente un EC-130 e poi un Gulfstream G-1, noto anche come “Aero Martí”. Questi velivoli avrebbero dovuto amplificare il segnale radio, ma non ebbero successo. Qualcuno a Washington calcolò che, con un po’ di fortuna, l’emittente veniva ascoltata dall’1% dei cubani residenti sull’Isola. In sintesi, Aero Martí fu cancellato dopo che si constatò di aver sprecato circa 40 milioni di $ in sette anni.
Da allora, il bilancio di Radio/TV Martí è precipitato di anno in anno, fino a essere congelato con l’attuale governo; al momento non è chiaro come finirà la vicenda, né cosa accadrà con il manifesto spreco che implica l’esistenza di Martí Noticias, suo nome attuale.
Gli altri 35 milioni, dei 75 richiesti da Díaz-Balart, servirebbero a finanziare altre piattaforme e media digitali anticubani, cioè gli stessi rimasti senza fondi con la scomparsa della USAID; anche se Mr. Rubio ha trovato loro qualche soldo qua e là, il futuro di questo cluster propagandistico resta realmente molto incerto.
Quale delle due presunte posizioni – quella di Carlson o quella di Díaz-Balart – prevarrà? È una domanda legittima. E, come sempre, è consigliabile prendere posizione: il più realistico, ciò che la storia ha finora dimostrato, è che alla fine abbia la meglio Díaz-Balart, con questa versione di legge o con qualcosa di simile.
L’universo trumpiano, del resto, è così: contraddittorio, dove si mescolano la logica dello show must go on in versione reality TV e minacce tariffarie che all’ultimo momento vengono rinviate, modificate o amplificate, a seconda degli umori del nuovo re, per dirla con i critici di Trump. Come in un sinistro gioco di poker, le scommesse variano in base al giocatore e nulla, o quasi nulla, è certo.
Nel frattempo, Cuba osserva preparata la farsa di Washington, senza aspettarsi nulla dal nemico – qualunque sia la forma che assume l’attacco: più mascherata, come sembra suggerire Carlson, o più brutale, come quella del fallimentare Díaz-Balart. Ricordatevi: ci conosciamo già.
¿Bloqueo a debate? Carlson vs Díaz-Balart
Francisco Delgado Rodríguez – CubaSí
Después de la aprobación del último memorándum pensado para destruir a Cuba, firmado por el mandatario estadounidense el pasado 30 de junio, han aflorado opiniones y movidas políticas en EEUU, que develan eventuales contradicciones sobre la mejor política para aplicar, en la ya eterna guerra sin cuartel de la oligarquía estadounidense contra la Revolución cubana.
Estas supuestas contradicciones son una verdadera sorpresa, para cualquier observador desprevenido, porque tanto a nivel discursivo como en términos concretos y prácticos, si algo caracteriza la gestión gubernamental de Trump es su descarnada confrontación contra Cuba. Así fue en su primer mandato, calificado como el más hostil; por demás es el enfoque del mencionado memorándum.
Pero ya se sabe el afán con que Trump, en su segunda temporada, trata de trasmitir sus intenciones de cambiar lo que el manido estado profundo le ha hecho al pueblo estadounidense; para eso le eligieron, se ufanan en reiterar, para que gobernara distinto a como lo hizo la casta, usando el término pintoresco de la ultra derecha bonaerense.
Algunos de los ideólogos del trumpismo, se han tomado en serio estas intenciones de cambio. Es el caso del periodista Tucker Carlson, quien en una conferencia ante el Turning Point USA (TPUSA), afirmó con sus palabras que el bloqueo y la guerra económica contra Cuba, impuesta y mantenida en los últimos 60 años, no sirvió para nada; agregó que ya era hora de modificar esa política, si realmente se quiere cambiar el “régimen” cubano.
Este discurso no fue dicho ante un grupo de progresistas o solidarios admiradores del Che Guevara; no, el TPUSA es una institución marcadamente reaccionaria, dígase que trumpista de pies a cabeza. Fundado en el 2012, tiene como propósitos propalar los “valores” conservadores especialmente entre los jóvenes, obviamente es ultra sionista y anti comunista visceral.
Por tanto los dichos de Carlson no tienen nada que ver con alguna simpatía ideológica o política hacia la Revolución cubana, sino que es esencialmente pragmática y probablemente tan perversa como la otra postura, de guerra arrasada, es decir, destruir ese proceso genuinamente popular y concebido justamente para defender la soberanía y la independencia de Cuba.
El asunto se vuelve más interesante. A partir de las opiniones de Carlson, trascendió en un medio que cubre temas cubanos, con sede en Miami o Madrid, que en efecto, en el seno de la administración Trump alguien o algunos estaban analizando un cambio en la política de sanciones anti cubanas, a tono con el afamado periodista.
Convenientemente el artículo advierte que está a nivel de debate interno, no público, y que de entrada cuenta con una cerrada oposición del secretario de estado Mr. Rubio.
Posterior a esta historia, que algunas opiniones de foristas en redes sociales tildaron de falsa o balón de ensayo, para ver cómo reacciona la opinión pública estadounidense y de paso la latinoamericana, se conoció un proyecto legislativo de uno de los sospechosos habituales, el representante por la Florida, Mario Díaz-Balart.
Desde luego que el bodrio de Díaz-Balart es el otro extremo contrario, de lo que gentilmente Carlson trasladó a los asistentes al evento de TPUSA.
Apoyándose en lo establecido en el memorándum mencionado, que bien fue calificado de plataforma política para legalizar cualquier fechoría contra Cuba, el representante establece el paquete de medidas concretas, y como gestionar su aplicación en el presupuesto federal del 2026, así como la cifra que deberá usarse para financiar la guerra mediática contra la Isla.
En este último asunto vale la pena detenerse, porque el representante evidentemente va contra la marea y el viento, que azotan el cielo del ejecutivo trumpista, que hacha en mano, corta aquí y allá, con cifras que superan los 9 mil millones de usd en estos 6 meses de gestión, solo en programas de ayuda, algunas de naturaleza humanista.
Desde luego en los recortes están afectados el grupo de medios digitales de apellido cubano, que viven del presupuesto federal y que su trabajo es traducir al lenguaje isleño las líneas de mensaje del gobierno estadounidense contra la Revolución.
Pues resulta que el despistado de Díaz-Balart solicita una suma que ronda los 75 millones usd, para contribuir al cambio de régimen en Cuba, tal y como puede leerse en su “Proyecto de Ley de Asignaciones para el Año Fiscal 2026” (Fiscal Year 2026 Appropriations Bill).
De esos millones, no menos de 40 millones son para la inútil radio/tv Martí. Lo irrelevante de esta plataforma es sobrado explicarlo, pero viene al caso la mencionada cifra dado que en su momento ya se evidenció como excesiva.
La historia porfiadamente demuestra lo arriba apuntado. Resulta que cuando el proyecto de la mal llamada emisora radio Martí comenzó a operar, contaba con los auxilios de un avión, primero del tipo EC-130 y posteriormente un Gulfstream G-1, también conocido como “Aero Martí”. Estas naves debían amplificar la señal de radio, pero no tuvieron éxito. Y alguien en Washington sacó la cuenta que con suerte, la emisora era escuchada por el 1% de los cubanos de la Isla. En resumen, Aero Martí fue cancelado, al comprobarse que habían gastado por gusto alrededor de 40 millones de usd en 7 años.
Para entonces, el presupuesto de radio tv Martí ha caído en picada año con año, llegándose incluso a congelar con el actual gobierno; en este momento no está claro cómo terminará el asunto, y que sucederá con el manifiesto despilfarro implícito en la existencia de Martí Noticias, su actual nombre.
Los otros 35 millones, de los 75 mencionados y solicitados por Díaz-Balart, son para financiar otras plataformas y medios digitales anti cubanos, es decir los mismos que quedaron en banda con la desaparición de la USAID; aunque después Mr. Rubio les consiguió algún dinerito, el futuro de este clúster propagandístico es realmente incierto.
Cuál de las dos supuestas posturas se impondrán, pudiera ser una natural interrogante. Y como siempre es recomendable tomar partido, lo más sensato, lo históricamente demostrado hasta ahora, es que Díaz-Balart se salga con la suya, con esta versión de ley o algo parecido.
El universo Trump en todo caso es así, contradictorio, donde se mezcla la lógica de que el show debe continuar, en modo reality TV, condimentado con amenazas arancelarias que a última hora se posponen, modifican o se amplifican, según los humores del nuevo rey, al decir de los críticos de Trump. Como siniestro juego de póker, las apuestas varían según el jugador y nada o casi nada está claro.
Mientras, Cuba, contempla preparada el sainete washingtoniano, sin esperar nada del enemigo, no importa en qué variante venga el ataque, solapado, como parece sugerir Carlson, o más despiadado como el del fracasado Díaz-Balart. Recuerden que ya nos conocemos.

