Fidel, il Che e il 26 Luglio

Alla vigilia del 72° anniversario dell’assalto alle caserme Moncada, a Santiago de Cuba, e Carlos Manuel de Céspedes, a Bayamo, il 26 luglio 1953, e a poche settimane dal 99° compleanno di Fidel, questi brevi appunti seguiranno il consiglio dato dal Che a un combattente dell’Esercito Ribelle che tentò di ricostruire alcuni episodi della guerra e gli inviò la sua versione della storia.

Simboli indispensabili

I processi storici, soprattutto se hanno radici e obiettivi rivoluzionari di carattere socialista, hanno bisogno di volti che li incarnino e che simboleggino le richieste e le speranze più significative per la società. È il caso di Fidel e Che nella rivoluzione cubana. Entrambi hanno forgiato uno dei rapporti di amicizia più belli e istruttivi della storia contemporanea.

Più di una volta ho sentito paragonare la fratellanza tra loro a quella che esisteva tra Marx ed Engels, e prima ancora tra Bolívar e Sucre. Indagando sui fondamenti di queste analogie, emergono immediatamente quelli di contenuto etico. In tutti e tre i casi abbondano questi elementi essenziali per la politica e i politici rivoluzionari di oggi: storie di lealtà reciproca, rigoroso attaccamento alla verità nel dialogo personale, fiducia nel discutere i temi più delicati di interesse per la causa comune, austerità e spirito di sacrificio, tra gli altri valori di rilevanza senza tempo.

Alla vigilia del 72° anniversario dell’assalto alle caserme Moncada di Santiago de Cuba e Carlos Manuel de Céspedes di Bayamo, il 26 luglio 1953, e a poche settimane dal 99° compleanno di Fidel, questi brevi appunti seguiranno il consiglio dato dal Che a un combattente dell’Esercito Ribelle che cercò di ricostruire alcuni episodi della guerra e gli inviò la sua versione della storia:

«La prima cosa che deve fare un rivoluzionario che scrive la storia è attenersi alla verità come un dito in un guanto. Tu l’hai fatto, ma il guanto era da boxe e così non va bene. Il mio consiglio: rileggi l’articolo, togli tutto ciò che sai non essere vero e fai attenzione a tutto ciò che non sei sicuro sia vero».

Una volta stabilita la premessa etica dell’approccio, è opportuno rispettare, in ordine cronologico, il modo in cui il Che valutava la figura di Fidel e il significato storico del 26 luglio 1953, partendo dalla sua prospettiva politica rivoluzionaria di base marxista e umanista. E, inevitabilmente, come Fidel valutava lui.

Convergenza di giganti

Nel dicembre 1953, in occasione del suo secondo viaggio in America Latina, durante il suo transito in Ecuador, il giovane Ernesto Guevara è motivato a vivere l’esperienza rivoluzionaria che si stava sviluppando in Guatemala sotto la presidenza di Jacobo Árbenz. In viaggio verso questa meta, da San José, in Costa Rica, scrive a sua zia Beatriz: “In Guatemala mi perfezionerò e otterrò ciò che mi manca per diventare un autentico rivoluzionario”.

La decisione di recarsi in Guatemala con l’intento di conoscere e partecipare a un’esperienza rivoluzionaria denota un salto qualitativo nell’evoluzione umana e politica di colui che lungo quel percorso sarebbe diventato Che Guevara. Fu un salto rispetto al suo percorso precedente, iniziato nel dicembre 1951 attraverso Argentina, Cile, Perù, Colombia e Venezuela, dopo il quale scrisse le sue “Notas de Viaje” (Appunti di viaggio), prima espressione della sua qualità di scrittore dallo stile conciso e profondo nelle idee, delle sue preoccupazioni sociali e della convinzione che egli sottolinea in quel testo: “l’uomo, misura di tutte le cose”. Dall’Introduzione si può concludere che i suoi viaggi non erano come le avventure abituali dei giovani della “classe media” dell’epoca:

“Il personaggio che ha scritto queste note è morto quando ha rimesso piede in terra argentina, colui che le ordina e le rifinisce, ‘io’, non sono io; almeno non sono lo stesso io interiore. Quel vagabondare senza meta per la nostra ”America maiuscola“ mi ha cambiato più di quanto credessi”. E così è stato nei fatti.

È il 1954. Il medico irrequieto, che approfitta del soggiorno in Guatemala per approfondire le sue letture di filosofia, marxismo e altre materie fondamentali per comprendere il mondo e contribuire a cambiarlo, conosce diversi emigrati cubani che avevano assaltato le suddette caserme. Tra loro simpatizza in modo particolare con Antonio (Ñico) López. In questo modo viene a conoscenza di quanto accaduto a Santiago de Cuba e Bayamo e riceve le prime informazioni su Fidel Castro. Si può dedurre in che termini si avvicina a Cuba e a quello che sarà il suo leader storico.

La sconfitta della rivoluzione guatemalteca nella seconda metà del 1954, a seguito del piano ordito dalla CIA con il sostegno dell’OAS e dei governi vassalli dell’America Centrale, anticipa la decisione di Ernesto di recarsi in Messico. Lì, nel giugno 1955, incontra nuovamente Ñico López, poi conosce Raúl Castro che, pochi giorni dopo l’arrivo di Fidel nella capitale messicana, gli permette di partecipare allo storico incontro nella casa di María Antonia, dove, dopo ore di intenso dialogo, finisce per diventare uno dei primi membri della spedizione del Granma.

Ernesto descrive così il suo primo incontro con Fidel, a metà luglio del 1955:

«Un evento politico è stato conoscere Fidel Castro, il rivoluzionario cubano, un ragazzo giovane, intelligente, molto sicuro di sé e di straordinaria audacia; credo che ci siamo simpatizzati a vicenda…».

Anni dopo, in una famosa intervista a Gianni Miná, Fidel fornisce elementi che rivelano come percepì il suo interlocutore fin dall’inizio:

“Aveva già una buona formazione rivoluzionaria, una buona formazione marxista, era molto studioso. Si era laureato in medicina, faceva ricerche, era molto rigoroso nello studio delle questioni del marxismo…”.

Poi esalta le sue qualità di onestà e coraggio fino al punto di temerarietà, che più di una volta ha riferito sul Che che conosciamo.

In quel primo incontro tra Fidel ed Ernesto si verificò – visti i fatti successivi – una convergenza di valore storico tra due uomini di amplissima cultura umanistica, molto superiore alla media dell’epoca; entrambi convinti che la guerra rivoluzionaria fosse l’unica opzione che le classi dominanti e l’imperialismo avevano lasciato ai popoli; dotati di una logica di pensiero che permetteva loro di anticipare gli scenari con l’abilità propria degli strateghi che sanno essere, al tempo stesso, efficienti tattici; e forse la cosa più importante di tutti i tempi: uomini con un acuto senso dei valori morali e dei principi etici, nonché dell’importanza cruciale della coscienza e del protagonismo del popolo nei processi di cambiamento rivoluzionario.

Durante i preparativi, una parte dei futuri expedicionarios del Granma finisce in prigione. Dopo la liberazione del gruppo, rimane in carcere colui che per i cubani era già il Che. Fidel gli fa visita e ascolta con attenzione le sue proposte, tutte orientate a non ostacolare la missione principale. In questo momento di tensione prevale l’etica fidelista. Gli dice categoricamente: «Non ti abbandonerò».

Giorni dopo, il 7 luglio 1956, il Che scrive “Rapsodia a Fidel”, sintesi di ammirazione e rispetto, che cresceranno solo con il tempo, come lui stesso rivelerà più volte. Questo brano della Rapsodia illustra ciò che è stato detto e anche di più:

Andiamo,
ardente profeta dell’aurora
per sentieri nascosti senza fili
a liberare il caimano verde che tanto ami

Il 25 novembre il Granma salpa per Cuba. Sarà qui, nel caimán ribelle che lo ha accolto come un figlio, che si perfezionerà come “un rivoluzionario autentico”.

Lo sviluppo della guerra rivoluzionaria e il complesso processo politico per conquistare il potere favoriscono una maggiore identificazione tra Fidel e Che. Questa identità si moltiplica e si consolida ulteriormente nella fase della Rivoluzione al potere. Il Che diventa per il massimo leader cubano un interlocutore indispensabile per l’esame delle questioni e delle decisioni di maggiore importanza, dalla stesura della Legge di riforma agraria alle delicate conversazioni con i sovietici su temi cruciali per l’economia e la difesa del Paese, solo per citare due esempi tra tanti. Questa rivelazione di Fidel a Miná è suggestiva:

“… mi era difficile accettare l’idea della morte del Che. Molte volte ho sognato… e ho sognato di parlare con lui, che era vivo; una cosa molto speciale… E a cosa è dovuto questo? Secondo me, è perché ha una presenza sempre permanente in tutto”.

Fidel per il Che

Due articoli e due lettere del Che a Fidel riassumono come egli percepiva, già nel contesto della Rivoluzione al potere, il giovane audace e sicuro di sé che aveva conosciuto in Messico quattro anni prima.

Il primo articolo, “L’America dal balcone afro-asiatico” (settembre/ottobre 1959), riflette le sue impressioni dopo aver presieduto una delegazione in dieci paesi afro-asiatici membri del Patto di Bandung, un viaggio organizzato da Fidel per ampliare le relazioni internazionali di Cuba e dare contenuto alla sua precoce vocazione terzomondista. Qui scrive:

In effetti, Cuba è per questo mondo lontano un’astrazione che significa solo risveglio, appena la base necessaria affinché potesse sorgere l’essere mitologico chiamato Fidel Castro…

Non sarà forse che Fidel Castro è, più che un fatto isolato, l’avanguardia del popolo americano nella sua crescente lotta per la libertà?

L’America prende forma e si concretizza. America, che significa Cuba; Cuba, che significa Fidel Castro (un uomo che rappresenta un continente con il solo piedistallo della sua barba da guerrigliero).

Chi mettesse superficialmente in relazione queste affermazioni con il contenuto della “Rapsodia a Fidel”, potrebbe attribuire al Che un’ammirazione per quest’ultimo basata su componenti essenzialmente emotive, ma la sua posizione era determinata da ragionamenti più complessi che non escludevano la consueta ammirazione per il capo che considerava eccezionale. Lo afferma, con dettagli eloquenti, in “Cuba, eccezione storica o avanguardia della lotta anticolonialista?” (9 aprile/61).

Quando allude agli elementi eccezionali, egli riporta, tra gli altri: “Il primo, forse il più importante, il più originale, è quella forza tellurica chiamata Fidel Castro Ruz, nome che in pochi anni ha raggiunto proiezioni storiche”.

Subito dopo, chiede: “E quali sono le circostanze eccezionali che circondano la personalità di Fidel Castro?”. La spiegazione che offre dopo aver accennato alla sua “enorme personalità, che in qualsiasi movimento in cui partecipa, deve assumere la guida”, riassume le caratteristiche che definiscono una leadership autentica:

“…Ha le caratteristiche di un grande leader che, unite alle sue doti personali di audacia, forza e coraggio, e al suo straordinario desiderio di ascoltare sempre la volontà del popolo, lo hanno portato alla posizione di prestigio che occupa oggi. Ma ha anche altre qualità importanti, come la sua capacità di assimilare conoscenze ed esperienze, di comprendere una situazione nel suo complesso senza perdere di vista i dettagli, la sua immensa fiducia nel futuro e la sua ampiezza di vedute che gli permette di prevedere gli eventi e anticipare i fatti, vedendo più lontano e meglio dei suoi colleghi…”.

La “Lettera d’addio”, letta da Fidel il 3 ottobre 1965, contiene queste affermazioni che rendono superfluo qualsiasi commento.

Ripensando alla mia vita passata, credo di aver lavorato con sufficiente onestà e dedizione per consolidare il trionfo rivoluzionario.

La mia unica colpa grave è quella di non aver riposto maggiore fiducia in te sin dai primi momenti nella Sierra Maestra e di non aver compreso con sufficiente chiarezza le tue qualità di leader e di rivoluzionario. Ho vissuto giorni magnifici e al tuo fianco ho provato l’orgoglio di appartenere al nostro popolo nei giorni luminosi e tristi della crisi dei Caraibi (Fidel considerò questa autocritica del Che come «un eccesso di onestà»).

Raramente uno statista ha brillato più che in quei giorni, sono orgoglioso di averti seguito senza esitazioni, di essermi identificato con il tuo modo di pensare, di vedere e di valutare i pericoli e i principi”.

La seconda lettera, scritta il 26 marzo 1965, costituisce un ulteriore atto di responsabilità e impegno nei confronti di Fidel e della Rivoluzione. È stata concepita come documento privato e questo ne esalta il valore storico. In essa, con la sua consueta serietà nel motivare le sue idee e proposte, espone al capo della Rivoluzione le sue preoccupazioni e i suoi suggerimenti su due temi, tra gli altri, che riteneva essenziale discutere con occhio critico: la politica economica e il ruolo del Partito.

Ristudiare questo documento fornirebbe qualcosa di più di una lezione su come affrontare le sfide inedite del processo di costruzione socialista. Fornisce esempi pienamente validi di etica politica, attaccamento alla verità e impegno radicale, soprattutto nei confronti del popolo, beneficiario e garante principale dell’opera rivoluzionaria. Costituisce un monumento alla lealtà.

Il 26 luglio: significati che interpellano

Riguardo a quanto accaduto il 26 luglio, il Che fa due riferimenti principali che è opportuno evocare. Uno, in “Il socialismo e l’uomo a Cuba” (marzo 1965). L’altro, dalla selva boliviana.

Nel primo testo descrive ciò che accadde in ambito strettamente militare, ma sottolinea questa idea con valore simbolico a livello politico: “i sopravvissuti finirono in prigione, per poi riprendere, dopo essere stati amnistiati, la lotta rivoluzionaria”. Questa scelta di sottolineare la decisione di lottare è presente in tutti i suoi approcci, in qualsiasi circostanza e di fronte a qualsiasi battuta d’arresto: un altro punto in sintonia con il pensiero politico di Fidel.

Il 26 luglio 1967, il significato storico di questa data appare così nel suo Diario in Bolivia: “La sera ho tenuto una breve conferenza sul significato del 26 luglio; ribellione contro le oligarchie e i dogmi rivoluzionari…”.

In appena otto parole – quelle sottolineate – il Che sintetizza una delle caratteristiche distintive della massima leadership rivoluzionaria cubana e di Fidel in particolare: la difesa di un pensiero politico proprio e di radici martiane. Di conseguenza, di «radici nazionali e respiro universale», come affermato in «El Moncada, preludio di una nuova era…»; contrario all’accettazione acritica di esperienze e schemi di azione importati. Il 26 luglio fu per lui, in sostanza, una conferma inequivocabile della visione creativa, antidogmatica e indipendente di Fidel, indispensabile per il presente cubano: tre attributi che ci interpellano e ci illuminano per andare avanti e ricreare nuovi assalti contro tutto ciò che ostacola o indebolisce il progetto di piena liberazione del nostro popolo e la sua marcia verso il socialismo.

Fonti: PCC

Traduzione: italiacuba.it

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