Bacardí: oltre 30 anni cercando di appropriarsi dell’Havana Club

Non è un caso che il presidente Joe Biden, a poche settimane dal raccogliere armi e bagagli per lasciare la Casa Bianca, abbia firmato la cosiddetta No Stolen Trademarks Honored in America Act (Legge sui Marchi Rubati).

Delfín Xiqués Cutiño

Non è un caso che il presidente Joe Biden, a poche settimane dal raccogliere armi e bagagli per lasciare la Casa Bianca, abbia firmato la cosiddetta No Stolen Trademarks Honored in America Act (Legge sui Marchi Rubati).

Il progetto legislativo bicamerale era stato presentato, nel 2023, dai parlamentari Darrell Issa e Debbie Wasserman-Schultz. Neppure è un caso che politici cubano-americani come l’ex senatore Bob Menéndez (attualmente detenuto per corruzione), María Elvira Salazar e l’attuale Segretario di Stato, Marco Rubio, abbiano difeso la proposta.

Tra i suoi obiettivi vi era l’attacco al celebre marchio cubano di rum Havana Club, ed è evidente che tutte le strade di questa vicenda non portano a Roma, bensì al Ron Bacardí & Co., che da anni, dietro le quinte, agisce contro Cuba.

Nel 1966, Cubaexport registrò il marchio Havana Club in circa 80 paesi, e negli USA, a partire dal 1976, quando il marchio non fu rinnovato dalla famiglia Arechabala.

Tuttavia, non è stato facile rinnovarlo, a causa degli ostacoli e dei milioni di dollari che il clan Bacardí ha investito per impedirlo.

Il giornalista Tom Gjelten ha rivelato nel suo libro ‘Bacardi and the Long Fight for Cuba: The Biography of a Cause’, che «la Bacardí ha speso circa tre milioni di dollari, tra il 1998 e il 2003, per impossessarsi del marchio Havana Club».

IL CLAN BACARDÍ E LA CONTRORIVOLUZIONE

 

Dopo la morte, nel 1951, di Enrique Schueg, presidente della Bacardí & Co., fu sostituito dal genero José M. “Pepín” Bosch, che aveva fatto parte del governo di Carlos Prío Socarrás come ministro delle Finanze.

Neppure il golpe di Fulgencio Batista danneggiò la famiglia Bacardí, che mantenne al contempo una stretta relazione con il governo USA. Al punto che, nel dicembre 1958, quando l’ambasciatore yankee Earl T. Smith fece pressioni su Batista affinché lasciasse il paese in quanto divenuto un ostacolo, chiedendogli però prima di lasciare una giunta incaricata di indire elezioni, uno dei nomi suggeriti per farne parte era proprio quello di “Pepín” Bosch.

Dopo il trionfo della Rivoluzione, nel luglio 1960, fu emanata la Legge n. 851, con cui si nazionalizzavano o espropriavano le imprese, sia cubane che straniere, con la relativa indennizzazione, come previsto dalla normativa. Tra queste imprese nazionalizzate vi era la Bacardí & Co.

Ma il clan Bacardí non fu colpito così duramente sul piano economico come molti pensano, poiché già da anni la maggior parte del capitale e il registro globale del proprio “marchio” erano stati trasferiti alle Bahamas. Persino il pipistrello del loro suo aveva spiccato il volo fuori dall’Isola.

Poco dopo, “Pepín” Bosch lasciò Cuba e divenne un feroce nemico della Rivoluzione. Si impegnò e finanziò diverse organizzazioni controrivoluzionarie dal noto passato terroristico, come la Representación Cubana en el Exilio (RECE) e la Fundación Nacional Cubano Americana.

DOPO LA HELMS-BURTON, GLI INTERESSI DELLA BACARDÍ

 

Nel 1993, il Governo cubano si associò a una prestigiosa azienda francese di liquori e creò l’impresa mista Havana Club Holdings (HCH), tra Habana Ron e Pernod Ricard. Solo nei primi quattro anni, le vendite del rum cubano si raddoppiarono.

Fu allora che, nel 1997, gli avvocati della Bacardí rintracciarono in Spagna i discendenti della famiglia Arechabala, ai quali, presumibilmente, avrebbero “acquistato” per 1025000 $ la licenza del marchio Havana Club. Quei diritti erano però scaduti nel 1974, poiché non fu rinnovato il registro del marchio né prodotto il rum per 30 anni.

In quel periodo Jesse Helms, fanatico anticomunista, assunse la presidenza della Commissione Esteri del Senato e si dedicò a cambiare l’indirizzo della politica estera del presidente Clinton. Tra i dieci punti da lui proposti vi era Cuba.

Per redigere una legge anticubana, l’assistente di Helms, Dan Fisk, reclutò il “meglio” della politica cubano-americana: i congressisti repubblicani Lincoln Díaz-Balart e Ileana Ros-Lehtinen, e i senatori democratici Bob Menéndez e Robert Torricelli. Da parte sua, la Bacardí fornì un esercito di avvocati a difesa dei propri interessi, tra cui lo studio legale Kelley-Drye and Warren.

Come prevedibile, i “vendipatria” fecero un ottimo lavoro per favorire i meschini interessi della Bacardí. Per questo Wayne Smith, ex capo dell’Ufficio Cuba del Dipartimento di Stato, definì questa legge «la Legge dei reclami della Bacardí».

La Helms-Burton fu firmata il 12 marzo 1996. I titoli III e IV furono i più controversi per la loro sfacciata pretesa extraterritoriale. Ma ciò che più interessava al clan Bacardí era nascosto tra le 401 sezioni della legge. Esattamente nella Sezione 4 – Definizioni, comma 15, si legge: La frase “cittadino degli Stati Uniti” significa:

«b) qualsiasi altra persona giuridica costituita secondo le leggi degli Stati Uniti o di uno dei suoi Stati, del Distretto di Columbia o di qualsiasi territorio o possedimento degli Stati Uniti, e il cui centro principale di affari si trovi negli Stati Uniti».

Con questa “definizione”, inventata dagli avvocati e politicanti cubanoamericani e in violazione delle stesse leggi USA, “Pepín” Bosch e i suoi seguaci divennero illustri cittadini USA quando ancora non lo erano, e con effetto retroattivo al 1° gennaio 1959.

Questa assurda “patente di corsa” conferiva a un gruppo di potenti magnati cubani il diritto di presentarsi come pari tra i cittadini USA che reclamavano proprietà nazionalizzate presso le corti USA.

Tuttavia, il vero ostacolo per la Bacardí si trovava nel Titolo III, Sezione 302: «6) Inapplicabilità della Dottrina dell’Atto di Stato. – Nessun tribunale degli Stati Uniti invocherà la dottrina dell’atto di Stato per astenersi dal pronunciarsi sul merito di un’azione intentata conformemente al paragrafo 1)».

Questa clausola era necessaria perché i redattori della legge sapevano benissimo dell’esistenza di un precedente giuridico sull’applicazione della dottrina dell’Atto Sovrano di Stato, nel caso Banco Nacional de Cuba vs. Peter Sabbatino, proprio in territorio statunitense con un’impresa nazionalizzata e a favore del Governo cubano.

In quell’occasione, la Corte Suprema degli USA sentenziò, il 23 marzo 1964 a New York, sulla base della dottrina dell’atto sovrano quanto segue: «Ogni Stato sovrano è tenuto a rispettare l’indipendenza di ciascun altro Stato sovrano e i tribunali di un paese (USA) non devono giudicare gli atti di governo di un altro paese (Cuba) compiuti all’interno del proprio territorio».

LA SEZIONE 211 E LA LEGGE SUI MARCHI RUBATI

 

Ma neppure con questo precedente legale la Bacardí si arrese. I suoi avvocati dirottarono allora la battaglia per escludere il caso dalla Legge sui Marchi del 1928, affinché il Congresso approvasse una nuova legge, con effetto retroattivo, che annullasse il registro del 1976 effettuato da Havana Club per la commercializzazione del legittimo rum cubano negli USA.

Proprio mentre si stava per approvare la “Legge Omnibus sulle Assegnazioni di Bilancio” per l’anno fiscale 1999, il gruppo di politicanti batistiani riuscì ad agganciarvi un emendamento: la Sezione 211. Essa stabilisce che i tribunali USA non potranno riconoscere o prorogare i diritti su marchi confiscati o nazionalizzati. Questo emendamento illegittimo permetteva di bypassare la Legge sui Marchi.

Così stanno le cose: il 5 gennaio 2016 è stato reso noto che l’Ufficio Marchi e Brevetti degli USA ha accettato di rinnovare, per la seconda volta, la registrazione del marchio Havana Club negli USA a favore dello Stato cubano, per un periodo di dieci anni.

La Sezione 211 (1999) e la cosiddetta «Legge sui Marchi Rubati», approvata dal governo USA, il 2 dicembre 2024, sono concepite per impedire che Havana Club possa rinnovare, l’anno prossimo, la licenza per commercializzare il rum cubano in territorio USA.

Da oltre 30 anni Bacardí tenta di appropriarsi del marchio Havana Club e di vendere un rum che non è prodotto a Cuba. Viene occultato ciò che dichiarò, alla fine del XIX secolo, Facundo Bacardí Massó: «In verità non ci fu, né potrà mai esserci in nessun momento della storia, né in alcun paese, un rum come il nostro. Nemmeno simile. Quelli prodotti fuori da Cuba non dispongono della miglior materia prima esistente, che sono proprio i mieli di canne cubane».

  • Ron Bacardí: la guerra oculta, Hernando Calvo Ospina
  • La sucia guerra del ron. Granma, 2 de agosto de 2013. Gabriel Molina Franchoss

Bacardí: más de 30 años queriendo adjudicarse Havana Club

No es casual que el presidente Joe Biden, apenas unas semanas antes de recoger todos sus bártulos y mudarse de la Casa Blanca, firmara la llamada No Stolen Trademarks Honored in America Act (Ley de Marcas Robadas)

 Delfín Xiqués Cutiño 

No es casual que el presidente Joe Biden, apenas unas semanas antes de recoger todos sus bártulos y mudarse de la Casa Blanca, firmara la llamada No Stolen Trademarks Honored in America Act (Ley de Marcas Robadas).

El proyecto legislativo bicameral fue presentado, en 2023, por los legisladores Darrell Issa y Debbie Wasserman-Schultz. Tampoco es casual que políticos cubanoamericanos como el exsenador Bob Menéndez (preso por corrupto), María Elvira Salazar, y el ahora secretario de Estado, Marco Rubio, defendieran la propuesta.

Entre sus objetivos estaba afectar a la afamada marca cubana de ron Havana Club, y es evidente que todos los caminos tras este hecho no conducen a Roma, sino a la Ron Bacardí & Co., que desde hace años permanece y actúa contra Cuba tras bambalinas.

En 1966, Cubaexport registró la marca Havana Club en unos 80 países, y en Estados Unidos, desde 1976, cuando expiró y la familia Arechabala no la renovó.

Sin embargo, no ha sido fácil poder renovarla, debido a los obstáculos y a los millones de dólares que el clan Bacardí destina a evitarlo.

El periodista Tom Gjelten reveló en su libro Bacardi and the Long Fight for Cuba: The Biography of a Cause, que la «Bacardí gastó unos tres millones de dólares, entre 1998 y 2003, para apoderarse de la marca Havana Club».

EL CLAN DE LA BACARDÍ Y LA CONTRARREVOLUCIÓN

Tras la muerte –en 1951– de Enrique Schueg, presidente de la Bacardí & Co, lo sustituye su hijo político, José M. «Pepín» Bosch, quien formó parte del gobierno de Carlos Prío Socarrás como ministro de Hacienda.

Tampoco la familia Barcadí se vio afectada con el golpe de Estado de Fulgencio Batista, y al mismo tiempo mantenía una estrecha relación con el gobierno de Estados Unidos. Tanto es así que, en diciembre de 1958, cuando el embajador yanqui, Earl T. Smith, presionó al dictador para que se largara del país porque ya estorbaba, no sin antes dejar una junta con la responsabilidad de convocar a elecciones, uno de los nombres que aparecía en el listado era el de «Pepín» Bosch.

Tras el triunfo de la Revolución se firma la Ley No. 851, en julio de 1960, mediante la cual se nacionalizaban o se expropiaban las empresas, tanto cubanas como extranjeras, con su correspondiente indemnización, como estipulaba el cuerpo legal. Una de esas empresas nacionalizadas fue la Bacardí & Co.

Pero el clan de la Bacardí no fue tan afectado económicamente, como algunos piensan, pues desde hacía varios años el grueso de su capital y el registro mundial de su «marca» los habían trasladado a Bahamas. Hasta el murciélago de su logotipo había volado fuera de la Isla.

Al poco tiempo, «Pepín» Bosch se fue de Cuba y se convirtió en un furibundo enemigo de la Revolución. Se involucró y financió a varias organizaciones contrarrevolucionarias y de conocido historial terrorista, como la Representación Cubana en el Exilio (RECE) y la Fundación Nacional Cubano Americana.

TRAS LA HELMS-BURTON, LOS INTERESES DE LA BACARDÍ

En 1993, el Gobierno cubano se asoció a una prestigiosa firma francesa de licores y creó la empresa mixta Havana Club Holdings (HCH), entre Habana Ron y la Pernod Ricard. Solo en los primeros cuatro años, las ventas del ron cubano se duplicaron.

Fue entonces que, en 1997, los abogados de la Bacardí localizaron en España a los descendientes de la familia Arechabala, a los que supuestamente les «compraron», por 1 025 000 dólares, la franquicia de Havana Club. Esos derechos habían expirado en 1974, al no renovar el registro de la marca ni producir su ron durante 30 años.

Por ese tiempo asume la presidencia del Comité de Relaciones Exteriores del Senado, Jesse Helms, un fanático anticomunista, quien se dio a la tarea de cambiar el sentido de la política exterior del presidente Clinton. Cuba aparecía entre los diez puntos que propuso.

Para redactar una ley anticubana, Dan Fisk, el ayudante de Helms, reclutó a lo más «selecto» de los políticos cubanoamericanos: los congresistas republicanos Lincoln Díaz-Balart e Ileana Ros-Lehtinen, y a los senadores demócratas Bob Menéndez y Robert Torricelli. Por su parte, la Bacardí cedió una batería de abogados que representaban sus intereses, como el bufete Kelley-Drye and Warren.

Como era de esperar, los vendepatria hicieron muy bien su trabajo para favorecer los mezquinos intereses de la Bacardí. De ahí que Wayne Smith, exjefe del Buró Cuba en el Departamento de Estado, al referirse a esta ley la calificó como «Ley de los reclamos Bacardí».

La Helms-Burton se firmó el 12 de marzo de 1996. Los títulos III y iv fueron los más controvertidos por su descarada pretensión extraterritorial. Pero lo que más le interesaba al clan Bacardí aparecía casi perdido entre las 401 secciones de la Ley. Exactamente en la Sección 4 Definiciones, inciso 15, dice: La frase «nacional de Estados Unidos» significa:

«b) cualquier otra persona jurídica constituida con arreglo a las leyes de Estados Unidos o de cualquiera de sus estados, del Distrito de Columbia o de cualquier mancomunidad, territorio o posesión de Estados Unidos y cuyo centro principal de negocios se encuentre en Estados Unidos».

Con esta «definición», inventada por los abogados y los politiqueros cubanoamericanos, y violando leyes de ese propio país, «Pepín» Bosch y quienes lo secundaban se convirtieron en ilustres ciudadanos estadounidenses cuando todavía no lo eran, y con carácter retroactivo, desde el 1ro. de enero de 1959.

Esta absurda «patente de corso» le daba el derecho a un grupo de poderosos magnates cubanos, a presentarse de igual a igual entre los ciudadanos estadounidenses que reclamaban propiedades nacionalizadas en las cortes de EE. UU.

Mas, la piedra en el zapato de la Bacardí aparecía en el Título III, Sección 302:

«6) No aplicabilidad de la Doctrina del acto de Estado. -Ningún tribunal de Estados Unidos invocará la doctrina del acto de Estado para abstenerse de pronunciar una determinación sobre el fondo de una acción emprendida de conformidad con el párrafo 1)».

Esta negativa estaba dada porque los redactores de la Ley conocían perfectamente que existía un precedente en la aplicación de la doctrina de Acto de Estado Soberano, como en el caso Banco Nacional de Cuba vs. Peter Sabbatino, en el propio territorio estadounidense con una empresa nacionalizada y, por cierto, favorable al Gobierno cubano.

En esa ocasión, el Tribunal Supremo de Justicia de Estados Unidos dictaminó, el 23 de marzo de 1964, en Nueva York, en virtud de la doctrina de acto de Estado Soberano lo siguiente:

«Todo Estado soberano está obligado a respetar la independencia de cada uno de los otros Estados soberanos y los tribunales de un país (EE. UU.) no deben juzgar los actos de gobierno de otro país (Cuba) realizados dentro de su propio territorio».

LA SECCIÓN 211 Y LA LEY DE MARCAS ROBADAS

Pero ni con este precedente legal la Bacardí dio su brazo a torcer. Por eso sus abogados enfilaron sus cañones para abstraer su caso de la Ley de Marcas de 1928, para que el Congreso tuviera que aprobar una nueva Ley, con efecto retroactivo, que desactivaría el registro de 1976 hecho por Havana Club para comercializar el legítimo ron cubano en territorio estadounidense.

Justo cuando estaba a punto de aprobarse la «Ley Ómnibus de Asignaciones Presupuestarias» para el año fiscal 1999, el piquete de politiqueros batistianos logró colgarle una enmienda, la Sección 211, que indica que los tribunales de EE. UU. no podrán reconocer o prorrogar los derechos de marcas confiscadas o nacionalizadas. Esta ilegítima enmienda permitía saltarse la Ley de Marcas.

Así las cosas, el 5 de enero de 2016 se informó que la Oficina de Marcas y Patentes Registradas en Estados Unidos aceptó renovar, por segunda vez, el registro de la marca Havana Club en Estados Unidos, a favor del Estado cubano por diez años.

La Sección 211 (1999) y la llamada «Ley de Marcas Robadas», que el 2 de diciembre de 2024 el gobierno de EE. UU. aprobó, están diseñadas para impedir que Havana Club pueda renovar el año próximo la licencia para comercializar el ron cubano en territorio estadounidense.

Desde hace más de 30 años, la Bacardí intenta robar la marca Havana Club, y comercializar un ron que no es producido en Cuba. Ocultan lo que dijo, a finales del siglo XIX, Facundo Bacardí Massó: «En verdad no hubo, ni podrá haber en ningún momento de la historia, ni en país alguno, ron como el nuestro. Ni semejante siquiera. Los que se fabriquen fuera de Cuba no disponen de la mejor materia prima que existe, que son las mieles de cañas cubanas precisamente».

Fuentes:

  • Ron Bacardí: la guerra oculta, Hernando Calvo Ospina
  • La sucia guerra del ron. Granma, 2 de agosto de 2013. Gabriel Molina Franchoss
Share Button

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.