Decomposizione di un modello nel mondo occidentale
L’economia non è mai stata libera:
la controlla lo Stato a beneficio del popolo
oppure lo fanno i grandi consorzi a suo danno.
Juan Domingo Perón
L’ideologia dominante del nostro tempo nega qualsiasi relazione o nesso causale tra il disastro sociale fatto di esclusione, violenza e morte, e i limiti intrinseci della democrazia liberale occidentale, ormai in uno stato di esplicita decadenza politica e storica.
L’imperativo di depoliticizzare le maggioranze popolari per poter esercitare un dominio definitivo da parte delle minoranze beneficiarie di un’inedita concentrazione di potere e denaro in poche mani ha trovato – e continua a trovare – nel “progressismo liberale” un alleato di peso, anche se involontario o forse nemmeno tanto, che con il proprio fallimento legittima il fatto che questo sistema, nello stato attuale, non produca altro che disillusione e disperazione.
La realtà sociale e politica attuale rafforza l’impulso del capitalismo trionfante nel consolidare l’individualizzazione e l’atomizzazione delle società, trasformandole in un “mercato estremamente redditizio” dove le proposte dell’estrema destra post-pandemica trovano terreno fertile per sviluppare le proprie strategie.
Se con la democrazia non si cura, non si mangia e non si studia, allora ciò che è realmente in discussione è l’ontologia stessa del sistema democratico liberale, e non chi ne siano gli amministratori temporanei né perché arrivino a ricoprire certe cariche. Questo dibattito, forse il più reale di tutti, è quello che pochissimi osano affrontare.
La democrazia unidimensionale
È sempre arbitrario fissare l’inizio di una fase storica, ma ammettendo questa soggettività, potremmo collocarlo nella truffa finanziaria del 2008 – impropriamente chiamata “crisi finanziaria” – per individuare l’inizio del tradimento da parte dei “democratici d’Occidente” del loro stesso discorso sull’uguaglianza davanti alla legge. Miliardi di dollari provenienti dalle tasse dei più deboli furono messi al servizio di banchieri truffatori, nessuno dei quali finì in carcere, per decisione di governi che dicevano di rappresentare tutt’altro rispetto a ciò che facevano e che avevano una sola dimensione: la sottomissione al potere economico globale.
L’allora presidente USA, Barack Obama, nel suo discorso alla Sessione Congiunta del Congresso il 24 febbraio 2009, dichiarò: “Sapendo che non potevano permetterselo, le persone hanno comprato case da banche e prestatori, e nel frattempo si sono rinviati dibattiti cruciali e decisioni difficili a un altro momento. È arrivato il giorno del rendiconto, ed è il momento di agire in modo audace e sensato, non solo per rilanciare questa economia, ma per gettare nuove basi per una prosperità duratura”.
Non viene menzionata alcuna responsabilità di banche o prestatori. La prima misura di Obama fu l’approvazione di un salvataggio da 800 miliardi di dollari per le banche, a soli 30 giorni dal suo insediamento. A seguire arrivarono il Piano di Stabilità Finanziaria e il Programma di Assistenza per il Capitale e Test di Stress (CAP), per “ristabilire la fiducia nelle banche”, stabilizzare il sistema finanziario e blindare i truffatori, ai quali concesse un ulteriore trilione di dollari, quattro mesi dopo l’inizio del suo mandato.
Da quel danno alla credibilità, da quella “ipocrisia democratica” che diede priorità a banche e truffatori anziché ai vulnerabili e truffati, prende le mosse l’avanzata costante dell’estrema destra, il cui trionfo è diventato tristemente logico.
L’irruzione dell’estrema destra
Mentre le condizioni di benessere delle maggioranze popolari crollavano in tutto l’Occidente, la reazione del progressismo dominante all’epoca della propria débâcle fu quella di rifugiarsi in un mantra sempre più ricorrente: “il popolo non sa votare”.
E così vincono Milei in Argentina e Trump negli USA, sostenuti da persone “ignoranti e con poca istruzione”, la ‘white trash’ di Nancy Isenberg negli USA, i “negri di merda” in Argentina. La stessa logica globale che applica la “religione democratica” a tutti gli “infedeli e blasfemi” che meritano solo la cancellazione e non sono degni della democrazia. Di autocritica per il tradimento ai vulnerabili che si dichiarava di rappresentare, nemmeno una parola.
Lo sguardo manicheo sul bene e sul male li colloca come giudici e pubblici ministeri dell’ “incomprensibile” comportamento elettorale in diverse latitudini. La tanto elogiata democrazia liberale si è ridotta a opzioni tra destra e ultradestra, sempre però subordinate al controllo del capitalismo selvaggio.
Il discorso contro “la casta”, sebbene ipocrita e falso, funziona in molti paesi perché la casta esiste, e perché la frustrazione della gente comune ha bisogno di un colpevole, di fronte all’assenza totale di autocritica e alla mancanza di soluzioni reale da parte della sensibilità delle “forze politiche democratiche”.
Nel frattempo, il disorientamento avanza e dilaga in tutto l’Occidente, al punto da condannare il fallimento progressista, ma al contempo arrivare ad ascoltare assurdità come l’idea che Trump rappresenti un “governo popolare” da elogiare e che il suo vice J.D. Vance, il suo delfino e ipotetico candidato alla presidenza, sia colui che verrà a restaurare l’egualitarismo sociale negli USA.
E adesso?
Il successo della globalizzazione capitalista in Occidente è totale. Le imprese contano più degli Stati, le banche più delle valute nazionali, e questo modello suppostamente democratico – custodito da giudici e militari come pretoriani – è accompagnato da una limitazione inedita alla libertà di pensiero. Chiunque osi non sottomettersi al dogma religioso della divisione dei poteri e della libertà di mercato, mettendo in luce gli effetti nocivi di questo modello – l’insicurezza nei quartieri popolari, l’inflazione che erode i salari, l’eccessiva essenzializzazione delle minoranze – viene “cancellato all’istante” come “complice della criminologia mediatica” o come “fascista rappresentante dell’autoritarismo”. Chi segnala la perdita continua di diritti da parte dei settori più vulnerabili o la distribuzione del reddito sempre più diseguale, “fa il gioco dei settori antidemocratici”. Lo vediamo in Argentina, e lo vediamo anche nel resto dell’Occidente. Pertanto, la domanda centrale non è più: Perché trionfa l’estrema destra? Bensì: Serve davvero alle maggioranze popolari questa democrazia liberale e cannibale dei propri popoli?
Democrazia o Mercato?
Dopo decenni di presunta “lotta di classe”, le sinistre e le destre liberali hanno partorito – con la propria inconsistenza – un nuovo attore: l’estrema destra. Gli ingegneri del caos prodotto dai loro predecessori hanno costruito su quel terreno una nuova piattaforma di potere. E sebbene critici della “casta”, in nessun caso mettono in discussione la preminenza del capitale sul lavoro, del ricco sul povero, o del mercato sullo Stato. Dimostrano, nei fatti, che in questa democrazia moribonda “chiunque vinca, governeranno sempre gli stessi”. Lo spettacolo del panico democratico non basta più a recuperare la speranza in questa democrazia occidentale del XXI secolo.
Le “anime nobili democratiche” e le loro istituzioni non hanno fatto nulla per frenare il sostegno – tacito o esplicito – al massacro di Gaza, all’espansione della NATO, o all’appoggio a Netanyahu e Zelensky. Tanta parola, pochissima azione concreta.
La proliferazione dei senzatetto in tutti i paesi, la pandemia da fentanyl che uccide migliaia di statunitensi ogni giorno, e il controllo di fatto esercitato sui governi occidentali da banche e produttori di armi, sono la dimostrazione evidente che solo i paesi in cui lo Stato e la politica esercitano un controllo sovrano ed efficace sul mercato saranno in grado di generare speranza e miglioramenti per le proprie maggioranze popolari.
Ecco il centro del dibattito: non è nemmeno un dibattito ideologico, è fondamentalmente politico. Paesi come Cina, Russia, Venezuela o Vietnam non hanno le stesse caratteristiche, ma sono accomunati dal controllo sovrano che i rispettivi Stati-nazione esercitano sul proprio sviluppo, sulla propria economia e sul proprio sistema politico.
Brevi appunti su ciò che verrà
L’estrema destra – con personaggi diversi ma simili come Donald Trump o Javier Milei – non emerge come un errore del momento: rappresenta fedelmente settori interni alla globalizzazione capitalista che non solo rifiutano l’intervento statale a favore dei più deboli, ma non contemplano nemmeno la possibilità di diritti sociali o di tutele statali per i cittadini. Nemmeno J.D. Vance – autore di ‘Hillbilly Elegy’, in cui racconta la sua infanzia in un’America bianca segnata da disoccupazione e dipendenze, dando voce a una classe lavoratrice disillusa e risentita – sembra essere, per ora, qualcosa di diverso da un delegato al governo delle grandi corporazioni USA.
Questo 2025 esprime un momento del mondo in cui la democrazia liberale non consente più opzioni di rottura o che non siano addomesticate allo status quo. Per farlo, utilizza tutti gli strumenti disponibili: dai mezzi di comunicazione al potere giudiziario, fino alle forze di sicurezza.
La presunta “alternanza” che decenni fa si vendeva come certificato di democrazia è oggi solo una facciata di differenze estetiche, senza reali divergenze rispetto alla sottomissione alla logica di mercato, agli ordini geopolitici del Dipartimento di Stato o alle istruzioni finanziarie del FMI e della banca internazionale. Le coincidenze nelle cosiddette “politiche di Stato”, subordinate a questa logica, sono quasi totali tra la maggior parte delle forze elettorali.
Come affermava David Harvey, “i neoliberali, sia progressisti che conservatori, sono stati più leninisti dei leninisti e hanno saputo creare e diffondere centri studi capaci di formare un’avanguardia intellettuale in grado di costruire il clima ideologico in cui potesse fiorire il realismo capitalista senza speranza”.
L’ipocrisia della “democrazia per ricchi” non riesce più a convincere le maggioranze, semplicemente perché non include i loro interessi, che non saranno mai rispettati dal libero mercato. L’incertezza è eloquente, ma è ormai tempo di chiamare le cose con il loro nome.
Bisogna ammettere che questa democrazia liberale del XXI secolo non è più un modello encomiabile, tanto meno indiscutibile, ed è giunto il momento di dibattere senza filtri sul fatto che un paese è realmente democratico solo se il suo sistema politico consente alle sue maggioranze popolari di mangiare, curarsi ed essere educate.
I modelli democratici sono molti, e quello liberale è oggi forse il più crudele e generatore di esclusione e disperazione. È ora di lasciare da parte la paura e il politicamente corretto e denunciare la sua irreversibile decadenza in questa forma attuale.
Pubblicato originariamente su Tektónikos il 3 agosto 2025
Descomposición de un modelo en el mundo occidental
La agonía de la democracia liberal
Marcelo Brignoni
La economía nunca ha sido libre,
la controla el Estado en beneficio del pueblo
o lo hacen los grandes consorcios en perjuicio de éste.
Juan Domingo Perón
La ideología dominante de este tiempo niega que exista relación alguna o causalidad entre el desastre social de exclusión, violencia y muerte y las limitaciones intrínsecas de la democracia liberal occidental, en estado de decrepitud política e histórica explícita.
La necesidad imperiosa de despolitizar a las mayorías populares para poder ejercer un dominio definitivo desde las minorías beneficiarias de esta concentración inédita de poder y dinero en pocas manos, ha tenido y tiene en el “progresismo liberal” un aliado de peso, aun involuntariamente o no tanto, como validador, por su propio fracaso, de que este sistema en su estado actual solo produce desilusión y desesperanza.
El presente social y político refuerza el impulso del capitalismo triunfante para consolidar la individualización y la atomización de las sociedades, lo que las transforma en un “mercado enormemente lucrativo” para que las propuestas de ultraderecha post pandemia, tengan un terreno fértil para desarrollar sus estrategias.
Si con la democracia no se cura, no se come ni se educa, lo que en realidad está en debate es la ontología del propio sistema democrático liberal y no quiénes son sus eventuales administradores temporarios o por qué llegan a esos lugares. Ese debate, tal vez el más real, es el que muy pocos se animan a dar.
La democracia unidimensional
Siempre es arbitrario fijar el supuesto inicio de una etapa, pero en aras de admitir esa subjetividad, habría que situarnos en la estafa financiera del 2008, mal llamada crisis financiera, para buscar el inicio de la traición de los “demócratas de Occidente” a su discurso de igualdad ante la ley. Miles de millones de dólares de los impuestos de los más débiles puestos al servicio de banqueros estafadores, de los que ninguno fue encarcelado, por decisión de gobiernos que decían representar algo muy distinto a eso que hacían y que solo tenían una dimensión: la del sometimiento al poder económico global.
El entonces presidente de Estados Unidos, Barack Obama, en su discurso ante la Sesión Conjunta del Congreso de su país, el martes 24 de febrero de 2009, diría: “Sabiendo que no estaban a su alcance, las personas compraron casas de bancos y prestamistas y mientras tanto se pospusieron debates cruciales y decisiones difíciles hasta otro momento. Ha llegado el día del ajuste de cuentas, y éste es el momento de actuar de forma audaz y sensata, no sólo para reactivar esta economía, sino para sentar nuevas bases para una prosperidad perdurable”.
Ninguna responsabilidad de bancos y prestamistas aparece mencionada. La primera medida de Obama fue la aprobación de un rescate de 800.000 millones de dólares para los bancos a tan sólo 30 días de asumir el Poder Ejecutivo. Luego vendrían el Plan de Estabilidad Financiera y el Stress Test and Capital Assistance Program (CAP), para “recobrar la confianza en los bancos”, estabilizar el sistema financiero y blindar a los estafadores, a quienes les daría otro billón de dólares extra, a cuatro meses del inicio de su gestión.
De aquel daño a la credibilidad, de aquella “hipocresía democrática” de priorizar bancos y estafadores por sobre vulnerables y estafados, este avance permanente de la ultraderecha que hizo que su ascenso resultara tristemente lógico.
La irrupción de la ultraderecha
Mientras las condiciones de bienestar de las mayorías populares se desplomaban en todo Occidente, la reacción de la progresía dominante de aquellos días ante su propia debacle fue escudarse en algo cada vez más escuchado en múltiples latitudes: “el pueblo no sabe votar”.
Ganarían Milei en Argentina y Trump en Estados Unidos, apoyados por gente “inculta de baja educación”, la “white trash” de Nancy Isenberg en Estados Unidos, los “negros de mierda” en Argentina. La misma lógica global que aplica la “religión democrática” a todos aquellos “infieles y blasfemos” que solo merecen la cancelación y no están capacitados para la democracia. Autocrítica de su propia traición a los vulnerables que decían representar, ni una palabra.
La propia mirada maniquea sobre el bien y el mal que los ubica como fiscales y jueces de ese “incomprensible” comportamiento electoral en distintas latitudes. La tan elogiada democracia liberal ha quedado reducida a opciones de derecha y ultraderecha, pero siempre sometidas al control del capitalismo salvaje.
El discurso contra “la casta”, aunque sea hipócrita y falso, funciona en muchas latitudes porque la casta existe como tal y porque la frustración de la gente de a pie necesita culpables ante la ausencia total de autocrítica y la falta de soluciones reales que pueda ofrecer la sensibilidad de las “fuerzas políticas democráticas”.
La desorientación, mientras tanto, avanza y campea por todos los rincones de Occidente al punto de condenar el fracaso progresista, pero al mismo tiempo escuchar estupideces como que Trump representa un “gobierno popular” elogiable y su vice J.D. Vance, su delfín e hipotético candidato presidencial, es quien viene a restaurar el igualitarismo social en Estados Unidos.
Y ahora qué
El éxito de la globalización capitalista es total en Occidente. Las empresas son más importantes que los países, los bancos son más importantes que las monedas nacionales y este modelo supuestamente democrático, con la custodia pretoriana de jueces y militares ha venido acompañado de una insólita limitación a la libertad de pensar. Quien se atreva a no someterse al dogma religioso de la división de poderes y la libertad de mercado, mostrando el efecto nocivo de este modelo vivenciado en la inseguridad en barrios populares, en la inflación deteriorando los salarios, en el exceso de esencialización de las minorías, será “cancelado de inmediato” como “cómplice de la criminología mediática”, o como “fascista representante del autoritarismo”. Quien señale la sostenida pérdida de derechos de los sectores más desprotegidos o la distribución cada vez más desigual del ingreso, “les hace el juego a los sectores antidemocráticos”. Lo vemos en Argentina y también en el resto de Occidente. Entonces, la pregunta central deja de ser ¿por qué triunfa la ultraderecha?, para ser en realidad: ¿le sirve a las mayorías populares esta democracia liberal y caníbal de sus propios pueblos?
Democracia o Mercado
Después de décadas de supuesta “lucha de clases” izquierdas y derechas liberales alumbraron con su insolvencia un nuevo actor, la ultraderecha, los ingenieros del caos que producido por sus antecesores les permite armar una nueva plataforma de poder. Y aunque críticos de “la casta” en ningún caso ponen en debate la preeminencia del capital sobre el trabajo, del rico sobre el pobre o del mercado sobre el Estado, demostrando de facto que en esta democracia en agonía “gane quien gane gobernaran los mismos”. El panic show democrático ya no es suficiente para recuperar esperanzas en esta democracia occidental del siglo XXI.
Es que las “almas nobles democráticas” y sus instituciones no hicieron nada por frenar el apoyo tácito o explícito a la masacre de Gaza, a la expansión de la OTAN o al apoyo a Netanyahu y Zelenski. Mucha palabra, poca acción concreta.
La proliferación de homeless en todos los países, la pandemia del fentanilo que asesina miles de estadounidenses diariamente y el virtual control que ejercen sobre los gobiernos occidentales los bancos y los productores de armas son la demostración explicita de que solo países donde el Estado y la política ejerzan un control soberano y efectivo sobre el mercado serán capaces de producir esperanzas y mejoras a sus mayorías populares.
Ahí el centro del debate, que ni siquiera es ideológico, es fuertemente político. Países como China, Rusia, Venezuela o Vietnam no tienen las mismas características, pero sí los iguala el control soberano de sus Estados Nación sobre su desarrollo, su economía y su sistema político.
A modo de breves apuntes para lo que vendrá
La ultraderecha, con personajes aun disimiles, pero parecidos, como Donald Trump o Javier Milei, no emerge como un error de época: representa cabalmente a sectores internos de la globalización capitalista que no solo no aceptan la intervención estatal a favor de los más débiles, sino que ni siquiera consideran posible la existencia de derechos sociales ni protecciones ciudadanas estatales. Ni siquiera J.D. Vance, el autor de Hillbilly Elegy: A Memoir of a Family and Culture in Crisis, en el que narra su infancia en unos Estados Unidos de blancos castigados por el desempleo y las adicciones, dando voz a una clase trabajadora desilusionada y resentida, resulta por el momento ser otra cosa que un delegado en el gobierno de las grandes corporaciones de EE.UU.
Este 2025 expresa un momento del mundo en el que la democracia liberal ya no permite opciones disruptivas o que no estén domesticadas al statu quo. Para poder hacerlo, utiliza todas las herramientas disponibles, desde los medios de comunicación, el Poder Judicial o las fuerzas de seguridad.
La hipotética “alternancia” que décadas atrás se vendía como certificado de democracia hoy es solo una fachada de diferencias estéticas, pero sin divergencias reales en lo referido al sometimiento a la lógica de mercado, a las ordenes geopolíticas del Departamento de Estado o a las instrucciones financieras del FMI y la banca internacional. Las coincidencias en “políticas de Estado” subordinadas a esa lógica son casi totales entre la mayoría de las fuerzas electorales.
Como decía David Harvey, “los neoliberales, tanto progresistas como conservadores fueron más leninistas que los leninistas y supieron crear y diseminar think-tanks que formaran la vanguardia intelectual capaz de crear el clima ideológico en el que el realismo capitalista sin esperanzas pudiera florecer”.
La hipocresía de la “democracia para ricos” ya no puede convencer a las mayorías, simplemente porque no incluye sus intereses, que nunca serán respetados por el libre mercado. La incertidumbre es elocuente, pero ya es hora de llamar a las cosas por su nombre.
Hay que admitir que esta democracia liberal del siglo XXI ya no es un modelo elogiable y mucho menos incuestionable y que es hora de debatir sin tapujos que un país es democrático solo si su sistema político permite que coman, se curen y se eduquen sus mayorías populares.
Modelos democráticos hay muchos, y el democrático liberal es hoy tan cruel y productor de exclusión y desesperanza como tal vez ningún otro. Es hora de dejar el miedo y la corrección política atrás y denunciar su irreversible decadencia en este formato actual.
Publicado originalmente en Tektónikos el 3 de agosto de 2025

