In ‘La tirannia delle nazioni-schermo’ (Akal, 2025) il giornalista andaluso Juan Carlos Blanco lancia un avvertimento tanto lucido quanto inquietante: non siamo più governati dagli stati, ma da piattaforme digitali che hanno concentrato un potere economico, culturale e politico che eclissa quello di molte nazioni e trasformano i cittadini in pedine di un esperimento sociale su scala planetaria.
Con stile sereno e seducente, il saggio parte da una perplessità fondamentale: com’è possibile che la dipendenza di massa dai telefoni cellulari non occupi un posto centrale nel dibattito pubblico? Per spiegare perché la droga è lo schermo, Blanco ci offre una mappatura dello tsunami tecnologico che ha travolto gli ultimi vent’anni, guidato da corporation come Google (Alphabet), Meta (Facebook e Instagram), Amazon, Apple, Microsoft o X (ex Twitter). Pochi monopoli hanno assunto competenze tradizionalmente statali senza mai essere stati ratificati dalla volontà democratica né sottoposti a meccanismi di rendicontazione.
Queste “nazioni-schermo”, come le definisce l’autore, decidono cosa può circolare e cosa deve essere silenziato nei loro domini digitali, mentre amplificano certi discorsi e sopprimono altri tramite algoritmi opachi e inappellabili. Non raccolgono tasse, ma impongono commissioni, tariffe o blocchi che configurano un sistema chiuso, senza concorrenza né supervisione. Spiano, segmentano, penalizzano e, in certi casi, collaborano con attori politici, come ha dimostrato lo scandalo Cambridge Analytica, che ha messo allo scoperto la manipolazione elettorale orchestrata attraverso l’uso e l’abuso dei dati personali.
Sono arrivati perfino a sostituire funzioni statali: Google conosce meglio lo stato del traffico della polizia stessa; Amazon risolve dispute commerciali con maggiore efficacia di molti uffici pubblici; Meta è capace di orientare il dibattito politico con un impatto superiore a qualsiasi media tradizionale.
Blanco paragona queste megacorporazioni ai vecchi polipi coloniali – la Compagnia Olandese delle Indie Orientali o la United Fruit Company – che esercitavano un controllo di fatto su vasti territori. Oggi la dominazione si proietta su ecosistemi digitali che condizionano la vita quotidiana di miliardi di persone. Ogni schermo diventa una frontiera invisibile, e ogni utente un suddito volontario che cede sovranità in cambio di intrattenimento, comodità o connessione permanente.
Questo immenso potere opera senza contrappesi efficaci. Le nazioni-schermo non rispondono a parlamenti, tribunali né costituzioni. Quando violano la nostra privacy, fomentano l’odio o abusano della loro posizione dominante, raramente affrontano conseguenze reali: le sanzioni, come quelle imposte dall’Unione Europea, per queste aziende sono semplici costi operativi. La loro influenza è tale da poter piegare politiche pubbliche, modellare immaginari collettivi e alterare il corso di elezioni.
L’autore individua cinque conseguenze o “peccati capitali” di questo nuovo regime. Il primo è la violazione sistematica della privacy: abbiamo ceduto i nostri dati più intimi in cambio di servizi apparentemente gratuiti, senza misurare le implicazioni di tale cessione. Il secondo è la frammentazione della nostra attenzione, catturata da design digitali concepiti per trattenerci tramite stimoli ad alta dipendenza.
Segue la proliferazione deliberata della disinformazione: non un fallimento del sistema, ma un ingranaggio essenziale di un modello che monetizza la polarizzazione. A questo si aggiunge il crollo del giornalismo tradizionale, trascinato dalla logica della SEO e dalla precarietà digitale. Infine, la devastazione del piccolo commercio, spazzato via da piattaforme che impongono prezzi irrisori e condizioni lavorative sempre più degradate in nome dell’efficienza.
Parte particolarmente preziosa del libro è quella che raccoglie le voci critiche dall’interno del sistema. Il caso di Tristan Harris, ex designer di Google, o di Jeff Hammerbacher, ex dirigente di Facebook, rivela che persino alcune delle menti che hanno progettato questi sistemi riconoscono oggi la loro natura tossica. “È deprimente che le menti migliori della mia generazione pensino a come far cliccare le persone sugli annunci”, arriva a dire Hammerbacher. Lo stesso Harris paragona i centri di controllo di Google a sale di comando comportamentale su un miliardo di persone. Sono i “pentiti di Silicon Valley”, figure chiave per comprendere che il problema non è tecnologico, ma morale, politico e strutturale.
Senza cadere nel rifiuto semplicistico della tecnologia, Blanco riconosce i benefici che essa ha portato nella medicina, nell’educazione o nell’accesso alla conoscenza. Ma avverte che questi progressi non devono servire da scusa per naturalizzare la subordinazione. Di fronte all’incanto tecnolibertario, promuove una cittadinanza critica, attiva e organizzata, capace di recuperare il controllo sulla propria vita. E chiede, da un punto di vista politico, quadri regolatori e istituzioni che pongano limiti alla concentrazione di potere di queste corporation.
La tirannia delle nazioni-schermo è un appello urgente all’azione. Juan Carlos Blanco propone di spezzare l’incantesimo della passività, smantellare il racconto dell’inevitabilità tecnologica e rivendicare un orizzonte in cui gli strumenti digitali siano al servizio degli esseri umani, e non viceversa. Non si tratta di spegnere gli schermi, ma di smettere di vivere inginocchiati davanti a essi.
(Tratto da La Jornada)
La tiranía de las naciones pantalla
Por: Rosa Miriam Elizalde
En La tiranía de las naciones pantalla (Akal, 2025) el periodista andaluz Juan Carlos Blanco lanza una advertencia tan lúcida como inquietante: ya no somos gobernados por los estados, sino por plataformas digitales que han concentrado un poder económico, cultural y político que eclipsa al de muchas naciones y transforman a los ciudadanos en piezas de un experimento social a escala planetaria.
Con estilo sereno y seductor, el ensayo parte de una perplejidad fundamental: ¿cómo es posible que la adicción masiva a los teléfonos móviles no ocupe un lugar central en el debate público? Para explicar por qué la droga es la pantalla, Blanco nos ofrece una cartografía del tsunami tecnológico que ha arrasado las dos últimas décadas, protagonizado por corporaciones como Google (Alphabet), Meta (Facebook e Instagram), Amazon, Apple, Microsoft o X (antes Twitter). Unos pocos monopolios han asumido competencias tradicionalmente estatales sin haber sido jamás refrendadas por la voluntad democrática ni sometidas a mecanismos de rendición de cuentas.
Estas “naciones pantalla”, como las denomina el autor, deciden qué puede circular y qué debe ser silenciado en sus dominios digitales, mientras amplifican ciertos discursos y suprimen otros mediante algoritmos opacos e inapelables. No recaudan impuestos, pero imponen comisiones, tarifas o bloqueos que configuran un sistema cerrado, sin competencia ni supervisión. Espían, segmentan, penalizan y, en ocasiones, colaboran con actores políticos, como evidenció el escándalo de Cambridge Analytica, que dejó al descubierto la manipulación electoral orquestada desde el uso y abuso de los datos personales.
Han llegado incluso a sustituir funciones estatales: Google conoce mejor el estado del tráfico que la propia policía; Amazon resuelve disputas comerciales con más eficacia que muchas oficinas públicas, y Meta es capaz de orientar el debate político con mayor impacto que cualquier medio tradicional.
Blanco compara estas megacorporaciones con los viejos pulpos coloniales –la Compañía Holandesa de las Indias Orientales o la United Fruit Company– que ejercían un control fáctico sobre vastos territorios. Hoy la dominación se proyecta sobre ecosistemas digitales que condicionan la vida cotidiana de miles de millones de personas. Cada pantalla deviene en frontera invisible, y cada usuario, un súbdito voluntario que entrega soberanía a cambio de entretenimiento, comodidad o conexión permanentes.
Este inmenso poder opera sin contrapesos efectivos. Las naciones pantalla no rinden cuentas ante parlamentos, tribunales ni constituciones. Cuando violan nuestra privacidad, fomentan el odio o abusan de su posición dominante, raramente enfrentan consecuencias reales: las sanciones, como las aplicadas por la Unión Europea, son para estas empresas simples costos operativos. Su influencia es tal que pueden torcer políticas públicas, moldear imaginarios colectivos y alterar el curso de unas elecciones.
El autor identifica cinco consecuencias o “pecados capitales” de este nuevo régimen. La primera es la vulneración sistemática de la privacidad: hemos cedido nuestros datos más íntimos a cambio de servicios aparentemente gratuitos, sin calibrar las implicaciones de tal cesión. La segunda, la fragmentación de nuestra atención, capturada por diseños digitales concebidos para retenernos mediante estímulos adictivos.
Le sigue la proliferación deliberada de la desinformación: no un fallo del sistema, sino un engranaje esencial de un modelo que monetiza la polarización. A ello se suma el derrumbe del periodismo tradicional, arrastrado por la lógica del SEO y la precariedad digital. Finalmente, la devastación del pequeño comercio, barrido por plataformas que imponen precios ínfimos y condiciones laborales cada vez más degradadas en nombre de la eficiencia.
Parte especialmente valiosa del libro es la que recoge las voces críticas desde dentro del sistema. El caso de Tristan Harris, ex diseñador de Google, o de Jeff Hammerbacher, ex directivo de Facebook, revela que aun algunos de los cerebros que diseñaron estos sistemas reconocen hoy su dimensión tóxica. “Es deprimente que las mejores mentes de mi generación estén pensando en cómo lograr que la gente haga clic en anuncios”, llega a decir Hammerbacher. El propio Harris compara los centros de control de Google con salas de mando conductual sobre mil millones de personas. Son los “arrepentidos de Silicon Valley”, figuras claves para comprender que el problema no es tecnológico, sino moral, político y estructural.
Sin caer en el rechazo simplista de la tecnología, Blanco reconoce los beneficios que ha traído en la medicina, la educación o el acceso al conocimiento. Pero advierte que esos avances no deben servir de coartada para naturalizar la subordinación. Frente al embrujo tecnolibertario, promueve una ciudadanía crítica, activa y organizada, capaz de recuperar el control sobre su vida. Y exige, desde lo político, marcos regulatorios e instituciones que pongan límites a la concentración de poder de estas corporaciones.
La tiranía de las naciones pantalla es un llamado urgente a la acción. Juan Carlos Blanco propone romper el hechizo de la pasividad, desmontar el relato de la inevitabilidad tecnológica y reivindicar un horizonte en el que las herramientas digitales estén al servicio de los seres humanos, no al revés. No se trata de apagar las pantallas, sino de dejar de vivir arrodillados ante ellas.
(Tomado de La Jornada).

