L’accusa della procuratrice USA, Pam Bondi, contro il presidente Nicolás Maduro — nientemeno che di guidare simultaneamente il Cartello dei Soli, il Tren de Aragua e persino il Cartello di Sinaloa — segna una nuova tappa nella narrativa, senza prove, che Washington insiste a riciclare.
L’annuncio è stato accompagnato dal raddoppio della ricompensa per la cattura del Presidente, portandola a 50 milioni di $. Oltre al clamore, la messa in scena ripete formule ormai logore: criminalizzare il Capo di Stato venezuelano come figura nodale di una presunta rete internazionale di narcotraffico, senza presentare prove a sostegno. L’operazione non è nuova.
Ciò che cambia, invece, è la portata delirante del racconto, che questa volta pretende di associarlo non a una, ma a tre strutture criminali tra loro differenti, rivali e, in alcuni casi, in conflitto con lo stesso Stato venezuelano.
L’eterno ritorno del copione
La figura del “narco-Stato venezuelano” è una costruzione narrativa sostenuta da oltre un decennio, senza che fino ad oggi sia mai approdata a un’accusa seria in corti internazionali. L’ultimo tentativo di resuscitarla è venuto dal caso di Hugo “El Pollo” Carvajal che, dopo anni di carcere e pressioni giudiziarie, si è infine dichiarato colpevole negli USA per reati legati al narcotraffico. Una confessione tardiva, ottenuta in condizioni discutibili, utile più a mantenere in vita una figura già in decomposizione — il cosiddetto Cartello dei Soli — che a chiarire i fatti.
Secondo il racconto diffuso da più di dieci anni, si tratterebbe di una rete di generali venezuelani coinvolti nel narcotraffico, in alleanza con cartelli colombiani e messicani.
Eppure, come dimostra Fernando Casado Gutiérrez nella sua opera ‘El Cártel de los Soles: El nuevo invento para atacar a Venezuela’, questo fascicolo si regge su speculazioni mediatiche, testimonianze senza prove e operazioni coperte di agenzie USA come la DEA e la CIA.
Il termine non descrive un’organizzazione reale con gerarchia, territorio o modus operandi, bensì un concetto costruito per sostituire il mito esaurito della narcoguerriglia delle FARC. La sua narrativa si alimenta di disertori, ex-funzionari in conflitto con il chavismo o latitanti che offrono presunte informazioni in cambio di protezione o riduzione della pena, come Leamsy Salazar, Rafael Isea o Eladio Aponte.
Casado spiega in dettaglio il ciclo di “lavaggio informativo” che dà forma a questa favola: una testimonianza non verificata diventa titolo di giornale su media come ABC, El País, The Wall Street Journal o The Washington Post e, in seguito, viene citata da altri media, da procuratori negli USA o persino in rapporti del Congresso come se fosse prova giudiziaria solida.
Il risultato è un racconto fabbricato, in cui la propaganda sostituisce la prova e l’accusa sostituisce l’indagine. Così si dà per scontata l’esistenza di un cartello senza bisogno di mostrare prove materiali o di presentare accuse consistenti.
Nel frattempo, si ignorano dati oggettivi: il Venezuela ha raggiunto nel 2025 cifre record di sequestri di droga, superando ampiamente i dati degli anni precedenti, e mantiene operazioni costanti contro strutture di narcotraffico. Questa contraddizione rivela che l’obiettivo del mito del “Cartello dei Soli” è giustificare sanzioni e interventi.
Non va dimenticato che la DEA — principale fonte delle “soffiate” — è stata coinvolta in scandali di corruzione, protezione di narcotrafficanti, violenze e insabbiamenti. Il Venezuela espulse tale agenzia già nel 2005 per questi motivi.
Il Tren de Aragua: mito, spettacolo e funzione
Fino a poco tempo fa, il Tren de Aragua (TdA) era un gruppo criminale di portata locale, legato a dinamiche carcerarie interne al Venezuela e con scarsa presenza mediatica all’estero. Il suo salto alla ribalta internazionale risponde a un fenomeno di percezione costruita: è stato presentato come minaccia attraverso un’operazione amplificata da media specializzati, agenzie e settori dell’apparato politico USA.
Il punto di svolta fu il 2023, quando testate come Insight Crime, OCCRP, CNN, Telemundo e The Economist iniziarono a dipingere il TdA come un’organizzazione criminale transnazionale con portata continentale. Un’inchiesta di questa stessa testata documenta come tale costruzione coincise con l’intensificarsi della narrativa anti-migratoria negli USA e con l’inasprimento del discorso elettorale di Donald Trump, Marco Rubio e Rick Scott. Nel giro di pochi mesi, il TdA passò dall’essere un gruppo sconosciuto a diventare il pretesto perfetto per leggi come la “Legge Laken Riley”, proposte di riattivare Guantánamo come centro di detenzione per migranti e pressioni per dichiarare il Venezuela Stato sponsor del terrorismo.
Il punto più grave non è la sovraesposizione mediatica del TdA, bensì il legame insinuato — ma mai dimostrato — tra questa organizzazione e lo Stato venezuelano. Nella maggior parte dei casi presentati come “prove” della sua espansione, si tratta di cittadini venezuelani senza precedenti giudiziari come membri attivi del gruppo. Spesso si parla di presunte affiliazioni, legami familiari o semplice nazionalità per suggerire un collegamento strutturale. Essere venezuelano diventa così di per sé una categoria sospetta.
Si omette, inoltre, il fatto che, nel 2023, lo Stato venezuelano abbia condotto interventi carcerari per smantellare il controllo criminale di Tocorón, sede originaria del TdA, con un calo visibile delle sue operazioni interne. Invece di essere riconosciute come azioni di sovranità e di lotta al crimine, queste misure sono state riciclate come segno di debolezza statale o come prova dell’esistenza del gruppo.
Capo del Cartello di Sinaloa? L’accusa più delirante
Tra tutte le affermazioni lanciate da Pam Bondi contro il presidente Maduro, forse la più assurda è quella che lo collega direttamente al Cartello di Sinaloa, una delle organizzazioni criminali più antiche, complesse e violente dell’emisfero. L’accusa ignora la natura interna del cartello, la sua storia in Messico e la sua profonda e comprovata relazione con settori del potere USA.
Per smontarla basta leggere il testo del giornalista Ioan Grillo, pubblicato su CrashOut e intitolato “La caída del narcorey”, dove si racconta, sulla base di fonti giudiziarie e testimonianze di ex-membri, la cattura di Ismael “El Mayo” Zambada, il veterano capo del Cartello di Sinaloa, considerato da molti il vero capo, al di sopra di Joaquín “El Chapo” Guzmán.
Zambada fu arrestato nel luglio 2024 dopo oltre mezzo secolo di impunità, una vita dedicata al traffico di droga senza aver mai trascorso un giorno in carcere. La sua cattura venne presentata dal procuratore Merrick Garland come “un duro colpo contro il fentanil”, ma la realtà dietro la sua detenzione è avvolta da sospetti: secondo il Wall Street Journal, El Mayo fu attirato a El Paso, Texas, con un’operazione congiunta dell’FBI e del Dipartimento per la Sicurezza Interna, usando come esca il figlio di El Chapo. Ipoteticamente Zambada era convinto di andare a ispezionare piste clandestine o coltivazioni di droga in un’altra parte del Messico, ma si ritrovò invece ammanettato negli USA.
Altri giornalisti, come Luis Chaparro, sostengono che si sia trattato piuttosto di un accordo segreto per una consegna volontaria. Chaparro cita persino una conversazione con il nipote del boss, in cui questi diceva che suo nonno “voleva solo vedere Vicentillo” — suo figlio, testimone protetto della DEA.
Questo dettaglio è rilevante: Vicentillo Zambada Niebla tentò di usare, nel proprio processo, la cosiddetta “difesa di autorità pubblica”, sostenendo che suo padre (El Mayo), El Chapo e altri membri del cartello collaborassero regolarmente con agenzie come la DEA e l’ICE, fornendo informazioni in cambio di protezione. Sebbene il giudice non permise che questa linea difensiva proseguisse, il solo fatto che fosse stata presentata in un tribunale federale rivela la profondità dei legami tra questa organizzazione e gli apparati d’intelligence e giustizia USA.
Esistono anche documenti che collegano lo storico trafficante cubano Antonio Cruz Vázquez, associato a El Mayo negli anni ’70, alla CIA. E non si può dimenticare il ruolo di Margarito Flores, uno dei maggiori distributori di cocaina del Cartello di Sinaloa negli USA, che descrisse El Mayo come “uno degli imprenditori più feroci ma anche più giusti” — testimonianza che mostra come questo vertice criminale sia stato per anni tollerato e radicato nell’economia sommersa del Nord Globale.
Inoltre, la presidentessa del Messico, Claudia Sheinbaum, ha dichiarato che non esiste alcuna indagine o prova che colleghi il governo venezuelano al Cartello di Sinaloa.
Finzione accusatoria al servizio di interessi imperiali
L’accusa secondo cui Nicolás Maduro guiderebbe contemporaneamente tre organizzazioni criminali manca di qualsiasi fondamento giuridico e politico. Rivela invece una strategia volta a mantenere il Venezuela sotto pressione, legittimare sanzioni e ampliare il margine d’azione degli USA nel continente.
Tali imputazioni si alimentano di operazioni mediatico-giudiziarie che combinano propaganda, testimonianze non supportate e spettacoli ad alto impatto, come la ricompensa milionaria annunciata da Bondi.
Tutto ciò convive con una contraddizione evidente: mentre si moltiplicano accuse senza prove, Washington mantiene canali di negoziazione con Caracas per assicurarsi petrolio e stabilità energetica.
Si tratta di un meccanismo di criminalizzazione totale, in cui il narcotraffico diventa pretesto per dipingere il Venezuela come minaccia emisferica e mantenerlo sotto assedio permanente. Un quadro che si inserisce perfettamente nella strategia del gruppo che fa capo a Rubio, garante istituzionale statunitense della politica del bastone e del “poliziotto cattivo” nei confronti del governo Maduro.
La ficción acusatoria contra Maduro se eleva a $50 millones
La acusación de la fiscal estadounidense Pam Bondi contra el presidente Nicolás Maduro —nada menos que de liderar simultáneamente el Cártel de los Soles, el Tren de Aragua y hasta el Cartel de Sinaloa— marca un nuevo hito en la narrativa sin pruebas que Washington insiste en reciclar.
El anuncio fue acompañado por la duplicación de la recompensa por la captura del Presidente, llevándola a 50 millones de dólares. Más allá del ruido, la puesta en escena repite fórmulas ya agotadas: criminalizar al Jefe de Estado venezolano como figura nodal de una supuesta red internacional de narcotráfico, sin presentar pruebas que lo sostengan. La operación no es nueva.
Lo que sí cambia es el alcance delirante del relato, que esta vez pretende asociarlo no con una, sino con tres estructuras criminales disímiles, rivales entre sí y, en algunos casos, enfrentadas con el propio Estado venezolano.
El eterno retorno del guion
La figura del “narcoestado venezolano” ha sido una construcción narrativa sostenida por más de una década, sin que hasta la fecha haya prosperado ninguna acusación seria en cortes internacionales. El más reciente intento por resucitarla provino del caso de Hugo “El Pollo” Carvajal quien, tras años de prisión y presiones judiciales, finalmente se declaró culpable en Estados Unidos por cargos relacionados con el narcotráfico. Una confesión tardía, obtenida bajo condiciones cuestionables, que sirve menos para esclarecer hechos y más para mantener con vida una figura que ya había entrado en descomposición: el llamado Cartel de los Soles.
Según el relato instalada desde hace más de una década, se trataría de una red de generales venezolanos involucrados en el narcotráfico, en alianza con cárteles colombianos y mexicanos.
Sin embargo, como demuestra Fernando Casado Gutiérrez en su obra El Cártel de los Soles: El nuevo invento para atacar a Venezuela, este expediente se sostiene sobre especulaciones mediáticas, testimonios sin pruebas y operaciones encubiertas de agencias estadounidenses como la DEA y la CIA.
El término no describe una organización real con jerarquía, territorio o modus operandi sino un concepto construido para reemplazar el mito agotado de la narcoguerrilla de las FARC. Su narrativa se alimenta de desertores, exfuncionarios en conflicto con el chavismo o prófugos que ofrecen supuesta información a cambio de protección o reducción de condenas, como Leamsy Salazar, Rafael Isea o Eladio Aponte.
Casado explica con detalle el ciclo de lavado informativo que da forma a esta fábula. Un testimonio sin verificación se convierte en titular de prensa en medios como ABC, El País, el Wall Street Journal o el Washington Post, y luego es citado por otros medios, por fiscales en EE.UU. o incluso en informes del Congreso como si se tratara de evidencia judicial sólida.
El resultado es un relato fabricado, en el que la propaganda sustituye la prueba y la acusación sustituye la investigación. Así, se da por sentado que existe un cártel sin necesidad de mostrar pruebas materiales ni presentar cargos consistentes.
Mientras tanto, se ignoran datos objetivos: Venezuela ha logrado cifras récord de incautación de drogas en 2025, lo que supera ampliamente los registros de años anteriores, y sostiene operativos constantes contra estructuras del narcotráfico. Esta contradicción revela que el objetivo de impulsar el mito del “Cártel de los Soles” es justificar sanciones e intervenciones.
Tampoco es menor el hecho de que la DEA —principal fuente de las filtraciones— ha sido señalada por escándalos de corrupción, protección a narcos, violaciones y encubrimientos. Venezuela expulsó a esa agencia en 2005 por esos mismos motivos.
El Tren de Aragua: mito, espectáculo y función
Hasta hace poco el Tren de Aragua (TdA) era un grupo delictivo de proyección local, limitado a dinámicas carcelarias dentro de Venezuela, con escasa presencia mediática fuera del país. Su salto al estrellato internacional respondió a un fenómeno claramente perceptivo; fue construido como amenaza mediante una operación amplificada por medios especializados, agencias y sectores del aparato político estadounidense.
El punto de inflexión fue el año 2023, cuando medios como Insight Crime, OCCRP, CNN, Telemundo y The Economist comenzaron a posicionar el TdA como una organización criminal transnacional con alcance continental. Una investigación de esta tribuna documenta que dicha construcción fue simultánea con una intensificación de la narrativa antimigratoria en Estados Unidos y con el endurecimiento del discurso electoral de Donald Trump, Marco Rubio y Rick Scott. En cuestión de meses el TdA pasó de ser un grupo desconocido a convertirse en la excusa perfecta para leyes como la Ley Laken Riley, propuestas de activar Guantánamo como centro de detención de migrantes y presiones para declarar Venezuela como Estado patrocinador del terrorismo.
Lo más grave no es la sobreexposición mediática del TdA sino el vínculo insinuado —pero jamás demostrado— entre esta organización y el Estado venezolano. En la mayoría de los casos presentados como “pruebas” de su expansión, se trata de individuos venezolanos sin historial judicial comprobado como miembros activos del grupo. Muchas veces se habla de presuntas afiliaciones, relaciones familiares o simples nacionalidades para sugerir una conexión estructural. Ser venezolano se convierte así en categoría sospechosa por defecto.
Por otro lado, se omiten deliberadamente las intervenciones penitenciarias que el Estado venezolano realizó en 2023 para desmantelar el control criminal de Tocorón, sede fundacional del TdA, y la caída visible en sus operaciones internas desde entonces. En lugar de valorarse como una acción de soberanía y combate al crimen, estas medidas fueron recicladas como un signo de debilidad estatal o como evidencia de que el grupo existía.
¿Jefe del Cártel de Sinaloa? La acusación más delirante
De todas las afirmaciones lanzadas por Pam Bondi en su declaración contra el presidente Nicolás Maduro, tal vez la más delirante es aquella que lo vincula directamente con el Cártel de Sinaloa, una de las organizaciones criminales más antiguas, complejas y violentas del hemisferio. La acusación ignora la naturaleza interna del cártel y su historia en México, así como su profunda y comprobada relación con estructuras del poder estadounidense.
Para desmontarla, basta revisar textos como el publicado por el periodista Ioan Grillo en CrashOut, titulado “La caída del narcorey”. Allí se narra, con base en fuentes judiciales y testimonios de exintegrantes de la instancia, la captura de Ismael “El Mayo” Zambada, el veterano líder del Cártel de Sinaloa, considerado por muchos como su verdadero jefe por encima de Joaquín “El Chapo” Guzmán.
Zambada fue arrestado en julio de 2024 tras más de medio siglo de impunidad, una vida dedicada al tráfico de drogas sin haber pisado jamás una celda. Su captura fue presentada por el fiscal Merrick Garland como un “duro golpe contra el fentanilo”, pero la realidad detrás de su detención está rodeada de sospechas. Según el Wall Street Journal, El Mayo fue atraído a El Paso, Texas, mediante una operación encubierta del FBI y del Departamento de Seguridad Nacional, usando como señuelo al hijo de El Chapo. Supuestamente, Zambada pensaba que iba a inspeccionar pistas clandestinas o cultivos de droga en otra parte de México, pero terminó aterrizando esposado en Estados Unidos.
Otros periodistas, como Luis Chaparro, afirman que se trató más bien de un acuerdo encubierto para entregarse voluntariamente. Chaparro incluso presentó una conversación con el nieto del capo, en la que este le decía que su abuelo “solo quería ver a Vicentillo” —su hijo, testigo protegido de la DEA—.
Este detalle no es menor. Vicentillo Zambada Niebla intentó usar en su juicio la llamada defensa de autoridad pública, alegando que su padre (El Mayo), El Chapo y otros miembros del cártel colaboraban regularmente con agencias como la DEA e ICE para brindar información y recibir protección. Aunque el juez no permitió que esta línea de defensa avanzara, el solo hecho de que fuese planteada formalmente en una corte federal habla de los profundos vínculos entre esta organización mexicana y las estructuras de inteligencia y justicia de Estados Unidos.
Incluso se ha documentado que el histórico traficante cubano Antonio Cruz Vázquez, vinculado con El Mayo en los años 1970, tenía relaciones con la CIA. Y no hay que olvidar el papel de Margarito Flores, uno de los grandes distribuidores de cocaína del Cártel de Sinaloa en EE.UU., quien declaró que El Mayo era “uno de los empresarios más feroces pero también más justos”, testimonio que refleja cómo este liderazgo criminal estaba incrustado y tolerado por años en la economía subterránea del Norte Global.
Además, la presidenta de México, Claudia Sheinbaum, señaló que no existe ninguna investigación ni evidencia que vincule al gobierno venezolano con el Cártel de Sinaloa.
Ficción acusatoria para intereses imperiales
La acusación contra Nicolás Maduro de liderar simultáneamente tres organizaciones criminales carece de sustento jurídico y político. Lo que sí revela es una estrategia sostenida para mantener Venezuela bajo presión, legitimar sanciones y ampliar el margen de maniobra de Estados Unidos en el continente.
Estas imputaciones se alimentan de operaciones mediático-judiciales que combinan propaganda, testimonios sin respaldo y espectáculos mediáticos de alto impacto, como la recompensa millonaria anunciada por Bondi.
Todo ello convive con una contradicción evidente: mientras se multiplican las acusaciones sin pruebas, Washington mantiene canales de negociación con Caracas para asegurar petróleo y estabilidad energética.
Se trata de un mecanismo de criminalización integral, en la que el narcotráfico es el pretexto para proyectar Venezuela como una amenaza hemisférica y sostener su condición de país bajo asedio permanente. Todo lo que, sin duda, se alinea con el grupo que sustenta a Rubio, garante institucional estadounidense de una estrategia del garrote y el policía malo en torno al gobierno del presidente Maduro.

