Tra confessioni ed omissioni della DEA: gli USA sono un narcostato

Lavoro speciale basato su rapporti ufficiali

Misión Verdad

L’Amministrazione per il Controllo della Droga degli USA (DEA) è stata per decenni presentata come l’avanguardia morale nella lotta al narcotraffico globale. La sua immagine pubblica — agenti d’élite, operazioni sotto copertura, smantellamento di cartelli — è stata accuratamente costruita attraverso media, documentari e narrazioni politiche.

Tuttavia, i rapporti ufficiali più recenti della stessa agenzia — il National Drug Threat Assessment (NDTA) del 2024 e del 2025 — rivelano una verità scomoda: la DEA non combatte il narcotraffico, lo amministra; non smantella le reti criminali, le copre; e non protegge gli USA dal crimine organizzato, ma lo legittima.

Questo lavoro speciale, basato esclusivamente sui dati concreti e sugli argomenti contenuti nei rapporti ufficiali della DEA, dimostra come gli USA non siano uno Stato vittima del narcotraffico, bensì un narcostato strutturale, la cui economia, sistema finanziario e politica estera sono profondamente intrecciati con il crimine organizzato.

Inoltre, si evidenzia come la DEA, invece di agire come un’agenzia di intelligence obiettiva, funzioni come uno strumento di propaganda geopolitica, progettato per criminalizzare paesi come il Venezuela, mentre si occulta la reale portata del problema all’interno dei propri confini.

Produzione, consumo e mercato “made in USA”

Autosufficienza nella produzione di marijuana iperpotente

Uno dei risultati più significativi dei rapporti della DEA è la riconosciuta autosufficienza degli USA nella produzione di marijuana. Lontano dal dipendere dalle importazioni, il paese produce internamente la marijuana che consuma, sia nel mercato legale sia in quello illegale.

La DEA conferma: esiste una politica ambigua e contraddittoria che consente l’uso legale in alcuni stati (come California, Colorado o New York), mentre rimane illegale a livello federale e in altri stati.

Ma ciò che è più grave non è l’ambiguità legale, bensì la trasformazione genetica deliberata della pianta per aumentarne la potenza e la dipendenza.

Secondo il rapporto del 2024, il contenuto medio di THC (tetraidrocannabinolo) è passato dall’1% nel 1977 al 16% nel 2022. Ciò significa che la marijuana USA attuale è 15 volte più potente rispetto a cinquant’anni fa, frutto di modificazioni genetiche volte a massimizzare l’effetto psicoattivo e, di conseguenza, la dipendenza del consumatore.

Questo aumento non è un fenomeno spontaneo: è il risultato di un’industria tecnologicamente avanzata, finanziata e consentita dallo Stato stesso. Laboratori agricoli, aziende di biotecnologia e reti di coltivazione su larga scala operano sul territorio USA, producendo una droga che, nella sua forma legale, si commercia apertamente, e nella forma illegale invade le strade senza che la DEA riesca a contenerla.

Stabilità del mercato illegale: segnale di saturazione e controllo

Il rapporto evidenzia un dato allarmante: il prezzo della marijuana nel mercato illegale è rimasto stabile per anni, nonostante l’aumento esponenziale della potenza e il contesto inflazionistico generale. Questa stabilità indica un pieno approvvigionamento, reti logistiche efficienti e mercati saturi.

In altre parole, la DEA non è riuscita a interrompere né la commercializzazione né il consumo. Il mercato illegale coesiste con quello legale, e entrambi funzionano come parte di un’economia parallela che genera entrate milionarie, evade tasse e alimenta reti di distribuzione operative in tutti e 50 gli stati.

La DEA, invece di smantellare queste reti, le tollera come parte di un sistema che preferisce regolare piuttosto che eradicare.

Questo rende gli USA un “paese-oasi della droga”: uno spazio dove si produce, consuma e commercia marijuana su larga scala, senza che esista una politica statale chiara per contenerne l’impatto sociale. La DEA, in questo contesto, non è un ente di controllo, ma un gestore della normalizzazione del consumo.

Una lavanderia del narcotraffico mondiale

Riconoscimento ufficiale della centralità finanziaria del narcotraffico

I rapporti 2024 e 2025 della DEA ammettono e confermano esplicitamente che gli USA sono il nodo centrale del riciclaggio di denaro del narcotraffico internazionale. L’agenzia riconosce che:

·  Esistono operatori di riciclaggio sul suolo USA che prestano servizi a organizzazioni criminali transnazionali.

· · Vengono utilizzati case di cambio di criptovalute, portafogli digitali, trasferimenti tipo specchio (mirror transfers), compravendita di beni mobili e immobili, e altri meccanismi integrati nel sistema finanziario USA.

· · ·  Le agenzie immobiliari USA sono utilizzate per investire denaro del narcotraffico in proprietà di lusso, soprattutto in zone come Miami, Los Angeles o New York.

Questo riconoscimento è devastante: la DEA ammette che il suo stesso paese è il principale centro di riciclaggio del crimine organizzato globale.

Non si tratta di un’attività marginale: è un sistema strutturale che coinvolge istituzioni finanziarie, servizi legali, agenti immobiliari e piattaforme digitali.

Deviazione di responsabilità: la farsa della “banca clandestina cinese”

Ciò che è più grave non è il problema in sé, ma come la DEA lo presenta. Invece di assumersi la responsabilità, l’agenzia preferisce incolpare i “sistemi bancari clandestini cinesi” (Chinese underground banking systems), come se questi fossero i principali responsabili del riciclaggio.

Questa accusa è strategica: permette di scagionare il sistema finanziario USA, i suoi regolatori e le istituzioni di controllo, mentre la colpa viene proiettata verso un nemico geopolitico. La DEA afferma (2024) che:

“Le iniziative delle forze dell’ordine per rilevare, prevenire e perseguire il riciclaggio sono complicate dalla diversità o dall’assenza di regolamentazioni nelle istituzioni finanziarie estere, dal grande volume di transazioni quotidiane, dalle strategie e inganni impiegate dai cartelli messicani e da altre organizzazioni del narcotraffico per nascondere l’origine criminale dei loro guadagni, e dall’uso di tecnologie criptate.”

Questa dichiarazione è una farsa metodologica. Se gli USA sono il principale centro di riciclaggio, la responsabilità ricade sulle loro istituzioni, non sull’opacità di banche estere. Il volume delle transazioni, le criptovalute e le tecnologie criptate operano all’interno del sistema finanziario USA, non all’esterno.

La DEA, incolpando terzi, protegge il vero centro del problema: lo Stato nord americano stesso.

L’assenza del Venezuela nei rapporti

Omissione sistematica nelle mappe del narcotraffico

Uno dei principali argomenti contro la narrativa interventista degli USA è la totale assenza del Venezuela nei rapporti sulle minacce della DEA. Nonostante il governo Trump e altri settori politici abbiano ripetutamente accusato il Venezuela di essere uno “Stato narco”, la DEA non menziona il paese né come produttore, né come corridoio, né come centro di riciclaggio dei capitali.

Al contrario, i rapporti dettagliano con precisione le rotte del narcotraffico:

·        La cocaina viene prodotta in Colombia, Perù e Bolivia.

·        È trasportata dai cartelli messicani attraverso il Centro America o via mare verso isole dei Caraibi come Porto Rico e Repubblica Dominicana.

·        La maggior parte dei sequestri avviene in California, al confine con il Messico.

Il Venezuela non appare in nessuna di queste rotte, nemmeno come punto secondario o alternativo. Questo silenzio non è casuale: è una prova concludente che l’accusa è falsa.

Il “Tren de Aragua”: una menzione marginale e propagandistica

L’unico riferimento al Venezuela nei rapporti recenti riguarda il “Tren de Aragua”, una banda criminale dichiarata “organizzazione terroristica” dal governo Biden nel 2023. Tuttavia, come sottolinea il documento, non viene neanche collegata al traffico internazionale di droga. La sua inclusione nel rapporto 2025 appare più come una giustificazione post hoc di una designazione politica che come un dato basato su intelligence reale.

Il rapporto non dettaglia operazioni di traffico, rotte logistiche né legami con cartelli internazionali. È una menzione simbolica, destinata a mantenere la narrativa secondo cui il Venezuela sarebbe un focolaio di insicurezza, senza fornire prove concrete.

Questo approccio rivela una strategia di stigmatizzazione selettiva: si utilizza il nome di un’organizzazione locale per giustificare un’etichetta globale (“terrorismo”), senza dimostrare che rispetti i criteri di tale classificazione.

Il “Cartel de los Soles”: una finzione propagandistica

Il cosiddetto “Cartel de los Soles” non appare in alcun rapporto della DEA, né nel 2024 né nel 2025, né in quelli precedenti.

Non ci sono nomi, strutture, operazioni, nemmeno una menzione indiretta. È una costruzione puramente propagandistica, inventata nei “tavoli di design” politici dal governo USA, dall’opposizione estrema venezuelana e da settori della destra internazionale.

Il fatto più significativo è che, mentre la DEA ignora completamente questa finzione, dettaglia con precisione le strutture di comando dei cartelli reali. Questa differenza è cruciale: la DEA descrive ciò che esiste, non ciò che viene inventato.

Il fatto che non menzioni il “Cartel de los Soles” è una prova inconfutabile che non esiste. E se non esiste per la DEA, non può esistere come giustificazione per sanzioni, minacce o interventi.

Il narcotraffico è altrove

Il documento segnala anche che l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC) conferma ciò che la DEA omette: il Venezuela non è un paese produttore di droga. Questa conferma internazionale è fondamentale, perché proviene da un ente non subordinato al governo USA e che realizza valutazioni tecniche basate su dati globali.

Che DEA e ONU coincidano sul fatto che il Venezuela non produce, non trasporta in maniera significativa e non ricicla denaro del narcotraffico rende questa affermazione un dato di fatto, non un’opinione politica.

Qualsiasi accusa contraria rientra quindi nel campo della disinformazione.

La DEA come strumento di guerra geopolitica

Da agenzia antidroga a braccio della politica estera

La DEA non agisce come agenzia tecnica, bensì come strumento di dominazione geopolitica. I suoi rapporti, lungi dall’essere obiettivi, riflettono interessi strategici del governo USA. La criminalizzazione del Venezuela serve a:

· Giustificare sanzioni illegali che hanno devastato l’economia venezuelana.

· ·  Destabilizzare un governo indipendente che resiste all’egemonia USA in America Latina.

· · ·  Accedere alle riserve energetiche del Venezuela, le più grandi riserve di petrolio al mondo.

Come affermato dalla vicepresidentessa Delcy Rodríguez, si tratta di un “grossolano stratagemma” per impossessarsi delle ricchezze del paese sotto il pretesto della lotta al narcotraffico. Ma gli stessi rapporti della DEA smontano questa menzogna.

Silenzio complice

I documenti sottolineano un fatto particolarmente grave: la DEA non menziona nessun caso di corruzione tra funzionari USA legati all’ingresso di droga nel paese. Al contrario, indica funzionari di basso rango in Messico, Colombia e paesi centroamericani, accusandoli di collaborare con i cartelli per facilitare il traffico verso gli USA.

Questo contrasto è scandaloso. Se, come afferma la DEA, i cartelli messicani “determinano il flusso di quasi tutte le droghe illecite verso gli USA”, e se queste droghe entrano massicciamente attraverso la frontiera sud, porti e aeroporti, è assolutamente impossibile che lo facciano senza la complicità di doganieri, polizia di frontiera, militari, trasportatori o funzionari locali.

L’idea che un sistema di traffico di migliaia di tonnellate di cocaina, fentanyl e metamfetamine operi senza infiltrazioni nelle istituzioni USA è una presa in giro della logica.

Il silenzio della DEA su questo tema non è un vuoto informativo: è un atto deliberato di copertura istituzionale. Rivelare corruzione nel sistema di frontiera, immigrazione o sicurezza nazionale metterebbe in crisi la legittimità dello Stato stesso.

Per questo l’agenzia preferisce proiettare la corruzione verso Sud, mantenendo intatta l’immagine di un USA “vulnerabile ma pulito”, mentre il vero cancro cresce dall’interno.

Ipocrisia metodologica

Uno degli aspetti più rivelatori dei rapporti DEA è il doppio standard metodologico. Mentre l’agenzia ignora completamente qualsiasi riferimento al Venezuela, anche su questioni minori, dedica sezioni estese a scomporre con precisione chirurgica le strutture interne dei cartelli messicani.

I rapporti 2024 e 2025 non solo nominano i capi del Cartello di Sinaloa e del Cartello di Jalisco Nueva Generación (CJNG), ma dettagliano i loro alias, gerarchie, reti operative e posizioni geografiche specifiche in Messico. Persino come questi gruppi esercitano il “dominio” sul traffico di droga in tutti e 50 gli stati dell’Unione.

Questo livello di dettaglio non è casuale: è uno strumento di legittimazione dell’interventismo. Presentando i cartelli messicani come entità altamente organizzate, con strutture chiare e capi identificabili, la DEA costruisce una narrativa di minaccia esterna che giustifica operazioni sotto copertura, cooperazione militare, estradizioni e pressioni diplomatiche.

Tuttavia, questa minuzia scompare quando si tratta di analizzare le strutture interne del narcotraffico negli USA: non ci sono mappe delle reti di distribuzione in città come Chicago, Detroit o Atlanta; non ci sono nomi di riciclatori a Miami o New York; non ci sono indagini sull’infiltrazione del denaro della droga nel sistema finanziario di Wall Street.

La DEA, in altre parole, sa come funzionano i cartelli esterni, ma finge ignoranza sui meccanismi che operano nel suo territorio. Questa asimmetria non è tecnica: è politica, serve a incolpare l’esterno proteggendo l’interno.

Il vero “Cartel del Norte”

La frase della vicepresidentessa esecutiva Delcy Rodríguez — “Il mondo intero sa che il vero cartello è a Nord” — non è un’esagerazione. È una verità documentata dalla stessa DEA.

Perché gli USA:

·        Producono marijuana iperpotente.

·        Consumano la maggior quantità di droghe al mondo.

·        Riciclano denaro del narcotraffico globale.

·        Proteggono le proprie istituzioni criminalizzando altri.

·        Usano la DEA come ente legittimatore del loro dominio.

Questo è il profilo di uno narco stato funzionale, dove il traffico di droga non è un fenomeno marginale, ma una struttura integrata nel sistema economico, finanziario e politico.

La DEA non è un’agenzia di intelligence obiettiva. È uno strumento di potere morbido e duro, progettato per:

·        Riconoscere parzialmente i problemi interni (produzione di marijuana, riciclaggio), senza assumersi responsabilità.

·        Incolpare terzi (banche cinesi, cartelli messicani, funzionari centroamericani) per scagionare il sistema USA.

·        Inventare minacce fittizie (“Cartel de los Soles”) per giustificare sanzioni e pressione geopolitica.

·        Omettere deliberatamente paesi indipendenti (Venezuela) per non dover riconoscere sovranità o innocenza.

In questo quadro, la DEA non combatte il narcotraffico: lo amministra, lo normalizza e lo utilizza come strumento di dominazione. Il suo crimine maggiore non è l’inefficacia, ma l’ipocrisia istituzionalizzata.

Con la farsa mostrata dai documenti della DEA si espone il cuore marcio dell’ex impero, che ha esercitato uno dei più grandi inganni del XXI secolo dopo decenni come paladino morale ed esemplare.

Il narcotraffico non si combatte con invasioni, sanzioni o accuse false. Si combatte con trasparenza, giustizia e responsabilità.

E la prima responsabilità ricade sugli USA: se davvero vogliono combattere l’economia della droga illegale, devono smettere di fingere di essere vittime e assumersi il fatto di essere complici e principali beneficiari. Ma non lo faranno, perché un affare redditizio raramente fallisce volontariamente.

Nel frattempo, la DEA continuerà a essere meno un’agenzia antidroga e più uno strumento di legittimazione del narcotraffico USA.


Trabajo especial basado en informes oficiales

Entre confesiones y omisiones de la DEA: EE.UU. es un narcoestado

 

La Administración para el Control de Drogas de Estados Unidos (DEA) ha sido durante décadas presentada como la vanguardia moral en la lucha contra el narcotráfico global. Su imagen pública —agentes de élite, operaciones encubiertas, desmantelamiento de cárteles— ha sido cuidadosamente construida a través de medios, documentales y narrativas políticas.

Sin embargo, los informes oficiales más recientes de la propia oficina —el National Drug Threat Assessment (NDTA) de 2024 y 2025— revelan una verdad incómoda: la DEA no combate el narcotráfico, lo administra; no desarticula redes criminales, las encubre; y no protege a Estados Unidos del crimen organizado, sino que lo legitima.

Este trabajo especial, basado exclusivamente en los datos duros y argumentos contenidos en los informes oficiales de la DEA, demuestra cómo Estados Unidos no es un Estado víctima del narcotráfico, sino un narcoestado estructural, cuya economía, sistema financiero y política exterior están profundamente entrelazados con el crimen organizado.

Además, se expone cómo la DEA, en lugar de actuar como una agencia de inteligencia objetiva, funciona como un instrumento de propaganda geopolítica, diseñado para criminalizar a países como Venezuela, mientras se oculta la verdadera magnitud del problema dentro de sus propias fronteras.

Producción, consumo y mercado made in USA

Autosuficiencia en la producción de marihuana hiperpotente

Uno de los hallazgos más contundentes de los informes de la DEA es la reconocida autosuficiencia de Estados Unidos en la producción de marihuana. Lejos de depender de importaciones, el país produce internamente la marihuana que consume, tanto en el mercado legal como en el ilegal.

La DEA lo confirma: existe una política ambigua y contradictoria que permite el uso legal en algunos estados (como California, Colorado o Nueva York), mientras se mantiene ilegal a nivel federal y en otros estados.

Pero lo más grave no es la ambigüedad legal, sino la transformación genética deliberada de la planta para aumentar su potencia y adictividad.

Según el informe de 2024, el contenido promedio de THC (tetrahidrocannabinol) ha pasado de 1% en 1977 a 16% en 2022. Esto significa que la marihuana estadounidense actual es 15 veces más potente que la de hace cinco décadas, producto de modificaciones genéticas que buscan maximizar el efecto psicoactivo y, por ende, la dependencia del consumidor.

Este aumento no es un fenómeno espontáneo: es el resultado de una industria tecnificada, financiada y permitida por el propio Estado. Laboratorios agrícolas, empresas de biotecnología y redes de cultivo masivo operan dentro del territorio estadounidense, produciendo una droga que, en su forma legal, se comercializa abiertamente, y en su forma ilegal, inunda las calles sin que la DEA logre contenerla.

Estabilidad del mercado ilegal: señal de saturación y control

El informe destaca un dato alarmante: el precio de la marihuana en el mercado ilegal se ha mantenido estable durante años, a pesar del aumento exponencial de su potencia y del contexto inflacionario general. Esta estabilidad indica abastecimiento pleno, redes logísticas eficientes y mercados saturados.

En otras palabras, la DEA no ha logrado interrumpir ni la comercialización ni el consumo. El mercado ilegal coexiste con el legal, y ambos funcionan como parte de una economía paralela que genera ingresos millonarios, evade impuestos y alimenta redes de distribución que operan en todos los 50 estados.

La DEA, en lugar de desmantelar estas redes, las tolera como parte de un sistema que prefiere regular antes que erradicar.

Esto convierte a Estados Unidos en un “país oasis de las drogas”: un espacio donde se produce, consume y comercializa marihuana a gran escala, sin que exista una política de Estado clara para contener su impacto social. La DEA, en este contexto, no es un ente de control, sino un gestor de la normalización del consumo.

Una lavandería del narcotráfico mundial

Reconocimiento oficial de la centralidad financiera del narcotráfico

Los informes de 2024 y 2025 de la DEA admiten y confirman explícitamente que Estados Unidos es el nudo central del lavado de dinero del narcotráfico internacional. La agencia reconoce que:

Existen blanqueadores de dinero en suelo estadounidense que prestan servicios a organizaciones criminales transnacionales.

Se utilizan casas de cambio de criptomonedas, billeteras digitales, transferencias tipo espejo (mirror transfers), compra-venta de bienes muebles e inmuebles, y otros mecanismos integrados en el sistema financiero norteamericano.

Las inmobiliarias estadounidenses son utilizadas para invertir dinero del narco en propiedades de lujo, especialmente en zonas como Miami, Los Ángeles o Nueva York.

Este reconocimiento es devastador: la DEA admite que su propio país es el principal centro de blanqueo de capitales del crimen organizado global.

¿Actividad marginal? Nunca: se trata de un sistema estructural que involucra instituciones financieras, servicios legales, agentes inmobiliarios y plataformas digitales.

Desvío de responsabilidad: la farsa del “banco clandestino chino”

Lo más grave no es el problema en sí, sino cómo la DEA lo presenta. En lugar de asumir responsabilidad, la agencia prefiere culpar a “sistemas bancarios clandestinos chinos” (Chinese underground banking systems), como si estos fueran los principales responsables del lavado de dinero.

Esta acusación es estratégica: permite exculpar al sistema financiero estadounidense, a sus reguladores y a sus instituciones de control, mientras se proyecta la culpa hacia un enemigo geopolítico. La DEA afirma (2024) que: “Las iniciativas de las fuerzas del orden para detectar, prevenir y procesar el lavado de dinero se ven complicadas por la diversidad o inexistencia de regulaciones en las instituciones financieras extranjeras, el gran volumen de transacciones financieras que ocurren a diario, las estrategias y engaños que emplean los cárteles mexicanos y otras organizaciones del narcotráfico para ocultar el origen criminal de sus ganancias, y el uso de tecnologías encriptadas”.

Esta declaración es una farsa metodológica. Si Estados Unidos es el principal centro de lavado, la responsabilidad recae en sus propias instituciones, no en la supuesta opacidad de bancos extranjeros. El volumen de transacciones, las criptomonedas y las tecnologías encriptadas operan dentro del sistema financiero estadounidense, no fuera de él.

La DEA, al culpar a terceros, protege al verdadero centro del problema: el propio Estado norteamericano.

La ausencia de Venezuela en los informes

Omisión sistemática en los mapas del narcotráfico

Uno de los principales argumentos contra la narrativa intervencionista de EE.UU. es la ausencia total de Venezuela en los informes de amenazas de la DEA. A pesar de que el gobierno de Donald Trump y otros sectores políticos han acusado reiteradamente a Venezuela de ser un “Estado narco”, la DEA no menciona al país ni como productor, ni como corredor, ni como centro de lavado de capitales.

Por el contrario, los informes detallan con precisión las rutas del narcotráfico:

La cocaína se produce en Colombia, Perú y Bolivia.

Es transportada por cárteles mexicanos a través de Centroamérica, o por mar a islas del Caribe como Puerto Rico y República Dominicana.

La mayoría de las incautaciones ocurren en California, en la frontera con México.

Venezuela no aparece en ninguna de estas rutas. Ni siquiera como un punto secundario o alternativo. Este silencio no es casual: es una prueba contundente de que la acusación es falsa.

El “Tren de Aragua”: una mención marginal y propagandística

La única referencia a Venezuela en los informes recientes es al “Tren de Aragua”, una banda criminal que fue declarada “organización terrorista” por el gobierno de Joe Biden en 2023. Sin embargo, como señala el documento, ni siquiera en este caso se le vincula con el tráfico internacional de drogas. Su inclusión en el informe de 2025 parece más una justificación post hoc de una designación política que un hallazgo basado en inteligencia.

Además, el informe no detalla operaciones de tráfico, rutas logísticas ni vínculos con cárteles internacionales. Es una mención simbólica, destinada a mantener la narrativa de que Venezuela es un foco de inseguridad, sin aportar evidencia concreta.

Este enfoque revela una estrategia de estigmatización selectiva: se utiliza el nombre de una organización local para justificar una etiqueta global (“terrorismo”), sin demostrar que cumpla con los criterios de dicha clasificación.

El “Cartel de los Soles”: una ficción propagandística

El llamado “Cartel de los Soles” no aparece en ningún informe de la DEA, ni en el de 2024, ni en el de 2025, ni en ninguno anterior.

No hay nombres, estructuras, operaciones, ni siquiera una mención indirecta. Es una construcción puramente propagandística, inventada en “mesas de diseño” políticas por el gobierno de EE.UU., la extrema oposición venezolana y sectores de la derecha internacional.

Lo más significativo es que, mientras la DEA omite por completo esta ficción, sí detalla con precisión las estructuras de mando de los cárteles reales. Esta diferencia es clave: la DEA describe lo que existe, no lo que se inventa.

El hecho de que no mencione el “Cartel de los Soles” es una prueba irrefutable de que no existe. Y si no existe para la DEA, no puede existir como justificación para sanciones, amenazas o intervenciones.

El narco está en otra parte

El documento también menciona que la Oficina de las Naciones Unidas contra la Droga y el Delito (UNODC) confirma lo que la DEA omite: Venezuela no es un país productor de drogas. Esta corroboración internacional es fundamental, porque proviene de una entidad que no está subordinada al gobierno de EE.UU. y que realiza evaluaciones técnicas basadas en datos globales.

Que tanto la DEA como la ONU coincidan en que Venezuela no produce, no transporta significativamente, ni lava dinero del narcotráfico, convierte esta afirmación en un hecho establecido, no en una opinión política.

Cualquier acusación contraria, por tanto, cae en el terreno de la desinformación.

La DEA como herramienta de guerra geopolítica

De agencia antidrogas a brazo de la política exterior

La DEA no actúa como una agencia técnica, sino como un instrumento de dominación geopolítica. Sus informes, lejos de ser objetivos, reflejan intereses estratégicos del gobierno de EE.UU. La criminalización de Venezuela obedece a:

Justificar sanciones ilegales que han devastado la economía venezolana.

Desestabilizar un gobierno independiente que resiste la hegemonía estadounidense en América Latina.

Acceder a las reservas energéticas de Venezuela, que posee las mayores de petróleo del mundo.

Como afirmó la vicepresidenta Delcy Rodríguez, se trata de un “grosero ardid” para apoderarse de las riquezas del país bajo el pretexto de combatir el narcotráfico. Pero los propios informes de la DEA desmontan esta mentira.

Silencio cómplice

Los documentos subrayan un hecho particularmente grave: la DEA no menciona ni un solo caso de corrupción entre funcionarios estadounidenses relacionados con el ingreso de drogas al país. Por el contrario, sí señala a funcionarios de bajo rango en México, Colombia y países centroamericanos, acusándolos de colaborar con cárteles para facilitar el tráfico hacia EE.UU.

Este contraste es escandaloso. Si, como afirma la DEA, los cárteles mexicanos “dictan el flujo de casi todas las drogas ilícitas hacia Estados Unidos”, y si estas drogas ingresan masivamente por la frontera sur, por puertos y aeropuertos, es absolutamente imposible que lo hagan sin la complicidad de agentes aduanales, policías fronterizos, militares, transportistas o funcionarios locales.

La idea de que un sistema de tráfico de miles de toneladas de cocaína, fentanilo y metanfetaminas opere sin infiltración en las instituciones estadounidenses es una burla a la lógica.

El silencio de la DEA sobre este tema no es un vacío informativo: es un acto deliberado de encubrimiento institucional. Revelar corrupción dentro del sistema fronterizo, de inmigración o de seguridad nacional pondría en jaque la legitimidad del propio Estado.

Por eso, la agencia prefiere proyectar la corrupción hacia el Sur, manteniendo intacta la imagen de un EE.UU. “vulnerable pero limpio”, mientras el verdadero cáncer crece desde dentro.

Hipocresía metodológica

Uno de los aspectos más reveladores de los informes de la DEA es su doble estándar metodológico. Mientras la agencia omite por completo cualquier referencia a Venezuela, incluso en temas menores, dedica extensas secciones a desglosar con precisión quirúrgica las estructuras internas de los cárteles mexicanos.

Los informes de 2024 y 2025 no solo nombra a los líderes del Cártel de Sinaloa y del Cártel de Jalisco Nueva Generación (CJNG), sino que detalla sus alias, jerarquías, redes de operaciones y ubicaciones geográficas específicas en México. Incluso menciona cómo estos grupos ejercen su “dominio” sobre el tráfico de drogas en los 50 estados de la Unión.

Este nivel de detalle no es producto de la casualidad: es una herramienta de legitimación del intervencionismo. Al presentar a los cárteles mexicanos como entidades altamente organizadas, con estructuras claras y líderes identificables, la DEA construye una narrativa de amenaza externa que justifica operaciones encubiertas, cooperación militar, extradiciones y presión diplomática.

Sin embargo, esta minuciosidad desaparece cuando se trata de analizar las estructuras internas del narcotráfico dentro de EE.UU.: no hay mapas de redes de distribución en ciudades como Chicago, Detroit o Atlanta; no hay nombres de blanqueadores de dinero en Miami o Nueva York; no hay investigaciones sobre la infiltración del dinero del narco en el sistema financiero de Wall Street.

La DEA, en otras palabras, sabe cómo funcionan los cárteles ajenos, pero finge ignorancia sobre los mecanismos que operan en su propio territorio. Esta asimetría no es técnica: es política. Sirve para culpar al exterior mientras se protege el interior.

El verdadero “Cartel del Norte”

La frase de la vicepresidenta ejecutiva Delcy Rodríguez —”El planeta entero sabe que el verdadero Cartel está en el Norte”— no es una exageración. Es una verdad documentada por la propia DEA.

Porque Estados Unidos:

Produce marihuana hiperpotente.

Consume la mayor cantidad de drogas del mundo.

Lava el dinero del narcotráfico global.

Protege a sus instituciones mientras criminaliza a otros.

Utiliza a la DEA como un ente legitimador de su dominio.

Este es el perfil de un narcoestado funcional, donde el tráfico de drogas no es un fenómeno marginal, sino una estructura integrada al sistema económico, financiero y político.

La DEA no es una agencia de inteligencia objetiva. Es un instrumento de poder blando y duro, diseñado para:

Reconocer parcialmente los problemas internos (producción de marihuana, lavado de dinero), pero sin asumir responsabilidad.

Culpar a terceros (bancos chinos, cárteles mexicanos, funcionarios centroamericanos) para exculpar al sistema estadounidense.

Inventar amenazas ficticias (“Cartel de los Soles”) para justificar sanciones y hostigamiento geopolítico.

Omitir deliberadamente a países independientes (Venezuela) para no tener que reconocer su soberanía ni su inocencia.

En este marco, la DEA no combate el narcotráfico: lo administra, lo normaliza y lo utiliza como herramienta de dominación. Su mayor crimen no es la ineficacia, sino la hipocresía institucionalizada.

Con la farsa mostrada con base en los propios documentos de la DEA se expone el corazón podrido del eximperio, que ha ejercido uno de los mayores engaños del siglo XXI tras décadas como adalid moral y ejemplar.

El narcotráfico no se combate con invasiones, sanciones o acusaciones falsas. Se combate con transparencia, justicia y responsabilidad.

Y la primera responsabilidad recae en Estados Unidos: si realmente quiere combatir la economía de los estupefacientes ilegales, debe dejar de fingir que es víctima y asumir que es cómplice y primer beneficiario. Pero no lo hará, pues un negocio rentable pocas veces va a la quiebra por voluntad propia.

Mientras tanto, la DEA seguirá siendo menos una agencia antidrogas y más un instrumento de legitimación del narcotráfico estadounidense.

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