Affari e guerra culturale contro Cuba

La musica di Yotuel Romero e Gloria Estefan come armi per il genocidio

David Rodríguez* Cubainformación

A nessuno sfugge (o non dovrebbe sfuggire) che la cultura non sia neutrale, ma piuttosto un campo di battaglia ideologico. È l’anticamera per ottenere il dominio totale trasformandola in norma accettata, unica e universale, che garantisca la riproduzione sociale ed economica, ossia l’egemonia. Nella disputa per questo costrutto sociale simbolico, il capitalismo, in contrapposizione a un modello socialista e liberatore, le attribuisce un approccio mercantilista e alienante.

Il sistema pianifica la propria agenda e utilizza i suoi pedoni sotto il dogma della presunta “libertà” (selettiva), con finanziamenti pubblici e privati, sempre sotto la protezione dell’impunità che gli conferiscono il potere e i suoi mezzi di repressione e persuasione.

Due esempi attuali di ciò sono i concerti di Yotuel Romero al Festival Rototom Sunsplash di Benicàssim (Castellón), del 22 agosto scorso, e quello di Gloria Estefan previsto per il prossimo 5 ottobre a Madrid nell’ambito delle celebrazioni per il giorno della Hispanidad.

Yotuel Romero: marchio registrato della controrivoluzione

 

Yotuel è un “imprenditore” della controrivoluzione cubana, il cui racconto crollerebbe rapidamente se non fosse per la complicità dell’industria musicale e dei mezzi di comunicazione che lo ripuliscono. Romero, pedone obbediente di questa guerra culturale, si lascia utilizzare ogni volta che ne trae profitto, come fece con lo show di Patria y Vida registrandone il marchio commerciale. Ha trasformato la “dissidenza” in un affare molto redditizio, vendendo la sua anima all’“american way of life” per soddisfare le proprie aspirazioni di successo economico (e politico), da un lato, e tradendo la sua “patria” d’origine al gigante dalle sette leghe per compiacere le brame imperiali di dominio, dall’altro.

Romero ha costruito il marchio “Patria y Vida” sulla narrativa della presunta liberazione del popolo cubano, mentre sostiene e giustifica apertamente il blocco economico che soffoca quello stesso popolo che dice di difendere; e per non irritare lo Zio Sam, si schiera con il sionismo che perpetra il genocidio del popolo palestinese. La sua posizione pro-Israele e il suo appello a infliggere maggior danno a Cuba rivelano che il suo attivismo non è per la “vita”, ma per un’agenda politica e commerciale ben precisa, allineata con gli interessi del governo USA, del sionismo e della mafia di Miami. È la logica della “libertà” selettiva.

Il 22 agosto scorso, il festival Rototom Sunsplash, che vende un’immagine “alternativa”, pacifista, solidale, di filosofia reggae e coscienza sociale, ha dato una piattaforma a Yotuel, come già aveva fatto con figure complici di crimini di guerra (vedasi il caso del musicista reggae Matisyahu al Rototom di Castellón nel 2024, sionista USA che ha dichiarato pubblicamente di amare Israele e ha partecipato a festival prosionisti).

Sul gruppo Orishas, il Festival afferma sul suo sito: «Dopo aver rivoluzionato la scena internazionale con album come A lo cubano o Emigrante, portando la realtà cubana e la cultura afro-latina al centro del panorama musicale globale, Orishas condividerà con il pubblico la sua inconfondibile miscela di rap, son, ritmi afro-cubani e testi carichi di contenuto sociale, proiettati dal cuore stesso dell’Avana». La realtà è ben diversa. Yotuel, membro del gruppo, nonostante abbia provocato crisi interne per questioni di denaro, ha lasciato alle spalle Cuba e il suo popolo, non ha altro impegno sociale se non quello di fare affari con la “dissidenza”, e utilizza le sue vetrine mediatiche per allinearsi con gli oppressori. L’immagine che diffonde di Cuba è interessata e determinata da 60 anni di blocco criminale che tenta di uccidere lentamente un intero popolo. Romero non mostra la Cuba che resiste con dignità, né la rivoluzione socialista che non lascia indietro nessuno, né la società che condivide solidarietà con il mondo, né il governo che riceve il sostegno della comunità internazionale alle Nazioni Unite, né il popolo patriottico che lotta per la propria sovranità, né il dibattito interno per superare contraddizioni in maniera sovrana… e, ovviamente, Yotuel non rappresenta Cuba né appartiene alla stirpe di Nicolás Guillén, che utilizzò la sua arte per denunciare l’oppressione del nero e del povero e si schierò dalla parte degli oppressi contro il fascismo.

Nel concerto citato, Romero ha raggiunto il massimo livello di impostura e incoerenza quando ha chiesto, tra lacrime degne di Hollywood, libertà per Cuba, Palestina e la marijuana, dando prova di una demagogia vergognosa, sapendo di essere al sicuro dalla macchina della “cancel culture” occidentale che non gli presenterà il conto per la sua performance sul palco.

Il Festival Rototom Sunsplash, che ha compiuto 30 anni, si promuove come spazio di coscienza sociale e cultura reggae pacifista. Tuttavia, la sua storia recente smentisce questa immagine. È oggetto di forti critiche da parte della società civile per la sua equidistanza di fronte alle ingiustizie attuali, perdendo così il suo carattere alternativo e riducendosi a un prodotto di mercato redditizio che ripulisce genocidi. Quanto lontani sembrano gli ideali di un tempo.

Gloria Estefan: dalla nostalgia batistiana al discorso inaugurale sponsorizzato per celebrare il colonialismo spagnolo

 

L’artista nata a Cuba è cresciuta musicalmente grazie al suo attivismo politico all’interno dell’esilio cubano più reazionario di Miami. Va ricordato che la sua famiglia aveva legami con la dittatura di Batista e con la mafia anticubana arricchitasi grazie alla schiavitù e allo sfruttamento del popolo cubano, fino a quando arrivò il Comandante a mettere fine a tutto con una rivoluzione sociale e popolare nel 1959. Quella stessa mafia non ha mai perdonato l’eresia cubana ed è autrice di atti terroristici e della politica di punizione collettiva rappresentata dal blocco economico USA contro l’isola.

Oggi Gloria Estefan continua a guadagnare denaro e a fare politica anticubana attraverso la redditizia industria musicale di Miami, e a Madrid ha trovato un’alleata, una sorella di lotta, nella presidente della Comunità, Isabel Díaz Ayuso. Sono i discendenti batistiani e franchisti che si uniscono in una crociata liberale contro il comunismo, nostalgici del potere e delle ricchezze saccheggiate, timorosi di perdere i propri privilegi.

Mentre i servizi di protezione civile e antincendio, la sanità e l’istruzione pubblica vengono svuotati di bilancio a favore delle imprese private, colpisce che la Comunità di Madrid ingaggi, con totale sfacciataggine, l’artista-politica Gloria Estefan con 484000 euro di denaro pubblico per celebrare il Giorno della Hispanidad, data già di per sé associata a politiche imperiali e di saccheggio dell’America Latina, con un proclama e un concerto. In realtà non si paga un concerto; si paga la legittimazione di un racconto. È il ripulire, con denaro pubblico, una visione coloniale che, per di più, difende il criminale blocco contro Cuba. Per questo le vacanze di Ayuso a Miami non sono gratis: sono un pagamento di favori, un perfetto esempio di capitalismo clientelare, in cui ci si appropria del pubblico per finanziare progetti ideologici affini. Ayuso ha i suoi eroi culturali, icone della nuova crociata liberale come lo fu Vargas Llosa (con premi e vie a lui dedicate), e ora incorpora Gloria Estefan nella sua “busta paga”, a carico delle tasse dei cittadini.

Questo fenomeno è l’espressione di una strategia globale di un imperialismo decadente e guerrafondaio che, vedendo minacciata la propria egemonia economica, raddoppia la scommessa sul piano ideologico. E infatti Madrid, tanto l’attuale governo della Comunità quanto la sua giunta municipale, è diventata una delle principali capitali dell’ideario reazionario, un epicentro simbolico in cui si sviluppano i centri studio della nuova Guerra Fredda Culturale. Qui riemergono aggiornati quei programmi che la CIA utilizzò durante la Guerra Fredda (Congresso per la Libertà della Cultura, finanziamento di riviste, sostegno ad artisti e intellettuali affini, produzione di cinema e musica) per contendere l’egemonia culturale alla sinistra e al suo impegno sociale. Questa strategia non è mai scomparsa, piuttosto si è raffinata e aggiornata. Oggi combina il finanziamento dei propri dirigenti con la censura e la politica di cancellazione nei confronti di artisti, attori e attrici, musicisti, intellettuali, attivisti e giornalisti che osino esprimere idee critiche verso il sistema, partecipare ad atti della sinistra o deviare dal copione. Una strategia che i mezzi di comunicazione, tramite un esercito di influencer e opinion leader, applicano con fake news, inganni, mezze verità e silenzi per condizionare l’opinione pubblica.

Nel 1937, mentre gli aerei fascisti bombardavano Madrid e Valencia, la città del Turia, divenuta capitale repubblicana, accolse scrittori, artisti e pensatori di tutto il mondo in un evento di difesa della cultura e dell’umanità contro la barbarie: il II Congresso Internazionale degli Intellettuali in Difesa della Cultura. Fu un atto di solidarietà internazionalista e difesa attiva contro il fascismo, con la cultura come trincea. Oggi, quasi un secolo dopo, Madrid si erge come capitale simbolica di una controffensiva neoliberale che, travestita da libertà, ripulisce genocidi e trasforma la presunta “dissidenza” in un prodotto di consumo molto redditizio. Inoltre, eventi apparentemente alternativi come il Rototom Sunsplash danno voce e fanno affari con personaggi complici dei genocidi più sanguinosi del XXI secolo: quello palestinese sotto le bombe di Israele e quello cubano sotto il blocco economico USA. A pochi chilometri da dove si curavano i feriti repubblicani a Las Villas de Benicàssim durante la guerra, il Festival Rototom Sunsplash oggi rappresenta una caricatura della controcultura, più vicina all’assimilazione da parte del sistema capitalista.

Ci troviamo di nuovo di fronte al dilemma morale tra la cultura come merce al servizio del potere e la cultura come impegno contro il fascismo nelle sue molteplici facce; artisti che si schierano dalla parte delle vittime o salariati di un’industria che si mette dalla parte dei carnefici, redditizia commercialmente e politicamente corretta per il potere. È in gioco una battaglia per l’egemonia culturale. È necessario recuperare lo spirito del ’37 e lavorare a partire da una cultura impegnata, internazionalista e coraggiosa che, dal basso, costruisca narrazioni di resistenza e di onestà con il proprio tempo, che si opponga a quell’industria esclusivamente commerciale che svuota la cultura del suo potenziale trasformativo e la trasforma in un’arma in più del progetto neoliberale, individualista e neofascista.

* David Rodríguez Fernández è membro del Consiglio Direttivo dell’Associazione Valenciana di Amicizia con Cuba José Martí e Membro d’Onore della Fondazione Nicolás Guillén de L’Avana.


Negocio y guerra cultural contra Cuba: la música de Yotuel Romero y Gloria Estefan como armas para el genocidio

David Rodríguez* Cubainformación

A nadie se le escapa (o no debería) que la cultura no es neutral, sino un campo de batalla ideológico. Es la antesala para conseguir la dominación total convirtiéndola en la norma aceptada, única y universal que le garantice la reproducción social y económica, es decir, ser hegemónica. En la disputa por este constructo social simbólico, el capitalismo, en contraste con un modelo socialista y liberador, le da un enfoque mercantilista y alienante. El sistema planifica su agenda y utiliza a sus peones bajo el dogma de la aparente “libertad” (selectiva), con financiación pública y privada, siempre bajo la protección de la impunidad que otorga el poder y sus medios de represión y persuasión. Dos ejemplos actuales de esto son los conciertos de Yotuel Romero en el Festival Rototom Sunsplash de Benicàssim (Castelló) celebrado el pasado 22 de agosto y el de Gloria Estefan previsto para el próximo 5 de octubre en Madrid en los actos de celebración por el día la Hispanidad.

Yotuel Romero: marca registrada de la contrarrevolución

Yotuel es un “emprendedor” de la contrarrevolución cubana al que se le desmontaría rápido el relato si no fuera por la complicidad de la industria musical y los medios de comunicación que lo blanquean. Romero, como peón obediente de esta guerra cultural, se deja utilizar siempre que saque su rentabilidad, como hizo con el show de Patria y Vida al registrar su marca comercial. Ha convertido en negocio muy lucrativo la “disidencia”, vendiendo su alma al “american way of life” para complacer sus aspiraciones de éxito económico (y político), por un lado, y traicionando a su “patria” de origen ante el gigante de las siete leguas para complacer los anhelos imperiales de dominación, por otro.

Romero ha construido su marca de “Patria y Vida” sobre la narrativa de la supuesta liberación del pueblo cubano mientras apoya y justifica abiertamente el bloqueo económico que asfixia a ese mismo pueblo que dice defender; y para no enfadar al Tío Sam, se pone al lado del sionismo que ejecuta el genocidio del pueblo palestino. Su postura pro-Israel y su llamado a provocar más daño a Cuba revelan que su activismo no es por la “vida”, sino por una agenda política y comercial muy concreta y alineada con los intereses del gobierno estadounidense, del sionismo y la mafia de Miami. Es la lógica de la “libertad” selectiva.

Este 22 de agosto, el festival Rototom Sunsplash, que vende una imagen “alternativa”, pacifista, solidaria, de filosofía reggae y de conciencia social, le dio la plataforma a Yotuel, como ya hizo con figuras cómplices de crímenes de guerra (véase el caso del músico reggae Matisyahu en el festival Rototom de Castelló de 2024, sionista estadounidense que ha reconocido públicamente ser amante de Israel y ha participado en festivales prosionistas).

Sobre el grupo Orishas, el Festival dice lo siguiente en su web: “Tras revolucionar la escena internacional con discos como ‘A lo cubano’ o ‘Emigrante’, llevando la realidad cubana y la cultura afrolatina al centro del panorama musical global, Orishas compartirá con el público su inconfundible mezcla de rap, son, ritmos afrocubanos y letras cargadas de contenido social proyectadas desde el mismo corazón de La Habana”. La realidad es bien distinta. Yotuel, integrante del grupo, a pesar de haber provocado crisis internas por temas de dinero, ha dejado atrás a Cuba y su pueblo, no tiene más compromiso social que aquel de hacer negocio de la “disidencia”, y utiliza sus escaparates mediáticos para alinearse con los opresores. La realidad que traslada de Cuba es una imagen interesada y provocada por los 60 años de bloqueo criminal que trata de matar lentamente a todo un pueblo. Romero no muestra la Cuba que resiste con dignidad, ni la revolución socialista que no deja a nadie atrás, ni la sociedad que comparte solidaridad al mundo, ni el gobierno que recibe el apoyo de la comunidad internacional en las Naciones Unidas, ni el pueblo patriota que lucha por su soberanía, ni el debate interno para superar contradicciones soberanamente… y por supuesto Yotuel no representa a Cuba ni es de la estirpe de Nicolás Guillén quien usó su arte para denunciar la opresión del negro y del pobre y se puso al lado de los oprimidos frente al fascismo.

En el citado concierto, Romero alcanzó su nivel máximo de impostura e incoherencia cuando pidió, entre lágrimas propias de Hollywood, libertad para Cuba, Palestina y la marihuana, dando muestras de una demagogia vergonzosa sabiéndose seguro de que la maquinaría de la cancelación occidental no le pasará la cuenta por su performance en el escenario.

El Festival Rototom Sunsplash, que ha cumplido 30 años, se comercializa como un espacio de conciencia social y cultura reggae pacifista. Sin embargo, su historial reciente desdice esta imagen. Está siendo muy cuestionado por la sociedad civil debido a su equidistancia ante injusticias actuales, perdiendo así su carácter alternativo y reduciéndose a ser un producto de mercado rentable que blanquea genocidios. Qué lejos parecen haber quedado aquellos ideales.

Gloria Estefan: de la nostalgia batistiana al pregón patrocinado para celebrar el colonialismo español

La artista nacida en Cuba ha crecido musicalmente gracias a su activismo político dentro del exilio cubano más reaccionario de Miami. Hay que recordar que su familia tenía vínculos con la dictadura de Batista y con la mafia anticubana enriquecida sobre la esclavitud y explotación del pueblo cubano, hasta que llegó el Comandante y mandó a parar con una revolución social y popular en 1959. Esa misma mafia no ha perdonado la herejía cubana y es autora de actos terroristas y de la política de castigo colectivo que supone el bloqueo económico de EEUU hacia la isla.

En la actualidad, Gloria Estefan sigue haciendo dinero y política anticubana a través de la muy rentable industria musical en Miami, y en Madrid ha encontrado una aliada, una hermana de lucha, en la presidenta de la Comunidad, Isabel Díaz Ayuso. Son los descendientes batistianos y franquistas que se unen en una cruzada liberal contra el comunismo, nostálgicos del poder y de la riqueza saqueada, ante el temor de perder sus privilegios.

Mientras los servicios de protección civil y contra incendios, la sanidad y la educación públicas se vacían de presupuesto para financiar a las empresas privadas, llama la atención que la Comunidad de Madrid, contrate con total descaro a la artista-política Gloria Estefan con 484.000 euros de dinero público para celebrar el Día de la Hispanidad, una fecha ya de por sí asociada a políticas imperiales y de saqueo de América Latina, con un pregón y un concierto. Realmente no se paga un concierto; se paga la legitimación de un relato. Es el blanqueo, con dinero público, de una visión colonial que además defiende el criminal bloqueo a Cuba. Por eso las vacaciones de Ayuso en Miami no salen gratis, es un pago de favores, un ejemplo perfecto del capitalismo de amiguetes donde se aprovechan de lo público para financiar proyectos ideológicos afines. Ayuso tiene sus héroes culturales, iconos de la nueva cruzada liberal como lo fue Vargas Llosa (con premios y calles), y ahora incorpora a Gloria Estefan a su nómina, a cargo de los impuestos de la ciudadanía.

Este fenómeno es la expresión de una estrategia global de un imperialismo decadente y guerrerista que, al ver amenazada su hegemonía económica, redobla la apuesta en el terreno ideológico. Y es que Madrid, tanto el actual gobierno de la Comunidad como su alcaldía, se ha convertido en una de las principales capitales del ideario reaccionario, en un epicentro simbólico donde los tanques pensantes de la nueva Guerra Fría Cultural se desarrollan. Allí resurgen actualizados aquellos programas que la CIA utilizó durante la Guerra Fría (Congreso por la Libertad de la Cultura, financiación de revistas, apoyo a artistas e intelectuales afines, producción de cine y música) para disputar la hegemonía cultural a la izquierda y su compromiso social. Esta estrategia nunca desapareció, más bien se sofisticó y actualizó. Hoy combina la financiación de sus líderes con la censura y la política de la cancelación de artistas, actores y actrices, músicos, intelectuales, activistas y periodistas que osen airear sus ideas críticas con el sistema, participen en actos de izquierdas o se salgan del guion. Una estrategia que los medios de comunicación, a través de un ejército de influencers y lideres de opinión se encargan de aplicar con fake news, engaños, medias verdades y silencios para condicionar la opinión pública.

En 1937, mientras los aviones fascistas bombardeaban Madrid y Valencia, la ciudad del Túria, devenida en capital republicana, acogió a escritores, artistas y pensadores de todo el mundo en un evento de defensa de la cultura y la humanidad frente a la barbarie, el II Congreso de Intelectuales en Defensa de la Cultura. Fue un acto de solidaridad internacionalista y defensa activa contra el fascismo, con la cultura como trinchera. Hoy, casi un siglo después, Madrid se erige como la capital simbólica de una contraofensiva neoliberal que, vestida de libertad, blanquea genocidios y convierte la supuesta “disidencia” en un producto de consumo muy lucrativo. Además, eventos supuestamente alternativos como el Rototom Sunssplash dan voz y hacen negocio con personajes cómplices de los genocidios más sangrantes del siglo XXI, el palestino bajo las bombas de Israel y el cubano bajo el bloqueo económico de EEUU. A escasos kilómetros de donde se recuperaban los heridos republicanos en Las Villas de Benicàssim durante la guerra, el Festival Rototom Sunsplash ejerce hoy un esperpento de la contracultura que apunta más bien a la asimilación por el sistema capitalista.

Volvemos a enfrentarnos al dilema moral entre la cultura como mercancía al servicio del poder y la cultura como compromiso contra el fascismo en sus múltiples caras; artistas que se ponen al lado de las víctimas o asalariados de una industria que se pone del lado de los verdugos, comercialmente rentable y políticamente correcto para el poder. Una batalla por hegemonía cultural está en juego. Es necesario recuperar el espíritu del 37 y trabajar desde una cultura comprometida, internacionalista y valiente que, desde abajo, construya relatos de resistencia y honestidad con su tiempo que haga frente a la industria exclusivamente comercial que vacía de su potencial transformador a la cultura y la convierte en un arma más del proyecto neoliberal, individualista y neofascista.

* David Rodríguez Fernández es miembro de la Junta Directiva de la Asociación Valenciana de Amistad con Cuba José Martí y Miembro de Honor de la Fundación Nicolás Guillén de La Habana.

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