Capitalismo di ignoranti

Fernando Buen Abad

Viviamo una crisi educativa mondiale?

Una domanda seria sulla crisi educativa mondiale del capitalismo che subiamo non può ricevere risposte superficiali né con fredde cifre prese da organismi internazionali che, spesso, fanno parte del problema. Non basta soltanto contabilizzare gli alunni iscritti, i tassi di abbandono, i livelli di alfabetizzazione funzionale o i bilanci destinati alle università.


Quella crisi, così com’è, dev’essere compresa in tutta la sua densità storica, politica, economica, semiotica e filosofica. Va pensata a partire dalle radici strutturali borghesi che trasformano l’educazione in un campo mercenario di disputa, e non soltanto dalle statistiche che ricoprono il dramma con vernici di oggettività demagogica. In realtà, ciò che attraversiamo oggi è un insieme di crisi sovrapposte e intrecciate, che toccano l’educazione come sistema e come processo, e che obbligano a mettere in discussione la stessa funzione della scuola, dell’università e dei progetti di formazione della coscienza come merci.

È doveroso ricordare che l’educazione non galleggia in una posa filantropica neutrale: essa è determinata dalla logica del modo di produzione dominante e dalla sua ideologia (falsa coscienza). In un mondo governato dal capitalismo globalizzato, l’educazione è sottomessa alla dittatura del suo mercato. I sistemi educativi vengono valutati con criteri di “efficienza”, “produttività” e “competitività”, categorie prese dalla barbarie imprenditoriale e applicate meccanicamente alla sua dittatura pedagogica. L’educazione si converte, così, in addestramento mercantile e non in un diritto umano universale. Invece di formare soggetti critici capaci di trasformare la propria realtà, si addestrano operatori docili per un mercato del lavoro precarizzato.

Questa è la prima dimensione della crisi: la subordinazione strutturale dell’educazione al capitale, che la corrompe nel suo senso più profondo.

Le cifre lo confermano. Secondo dati dell’UNESCO (2023), più di 244 milioni di bambini e adolescenti nel mondo sono fuori dalla scuola. Parallelamente, oltre il 40% dei giovani dei paesi a basso reddito non conclude l’istruzione secondaria. Questi numeri non esprimono soltanto una sottrazione di risorse, ma la disuguaglianza strutturale del sistema mondiale, nel quale l’accesso a un’educazione di qualità è impossibile sotto le regole e le norme del capitalismo. Nel frattempo, l’istruzione superiore si espande in termini quantitativi, ma la sua qualità critica si degrada o si annulla: proliferano università private di scarso o nullo rigore, programmi brevi e corsi rapidi pensati come prodotti di consumo immediato, con il solo scopo di fornire competenze puntuali per il mercato. Si producono laureati ignoranti e presuntuosi.

La crisi si manifesta anche sul piano dei contenuti. Mai prima d’ora c’è stata tanta informazione disponibile, mai prima d’ora sono esistiti tanti dispositivi di accesso alla conoscenza spazzatura; eppure, mai l’ignoranza era stata tanto funzionale al potere. La cosiddetta “infodemia” moltiplica contenuti frammentari, superficiali, effimeri, privi di gerarchia epistemologica. Invece della conoscenza profonda, si promuove l’iperconnessione senza riflessione. Invece del pensiero critico, si impone la logica del “clic”. Questa inondazione di informazioni funziona come un distrattore di massa che degrada l’apprendimento nelle aule, trasformando professori e studenti in petulanti ripetitori di flussi comunicazionali vuoti. Il capitalismo digitale, con i suoi algoritmi di segmentazione e controllo, ha introdotto una nuova dimensione della crisi educativa: la colonizzazione tecnologica della coscienza. Molta spazzatura in molte teste, affinché nulla cambi.

Il problema non è soltanto quantitativo né tecnologico: la crisi è anche filosofica. In gran parte dei sistemi educativi si è abbandonato l’insegnamento della filosofia, della storia critica, della teoria politica e dell’arte come strumenti di emancipazione. Sono stati sostituiti da competenze strumentali, moduli di imprenditorialità, addestramenti alla resilienza.

La sua semiosi nell’educazione è un chiacchiericcio dispotico per consumatori vanitosi che masticano linguaggi infantili, apparentemente tecnici, per camuffare tutta l’ignoranza borghese di fronte ai problemi che genera il suo potere, con lo sfruttamento del lavoro, con l’ingiustizia sociale. Si insegna ad adattarsi, non a mettere in discussione. Si addestra a sopravvivere nel sistema, non a trasformarlo. Così, la sua crisi educativa è anche una crisi di senso: la scuola e l’università dimenticano perché esistono. E in questo sono specialisti.

Non è un caso che i governi neoliberali, in tutto il pianeta, abbiano applicato politiche di austerità che hanno definanziato l’istruzione pubblica. Dagli anni Ottanta, seguendo i dettami del FMI e della Banca Mondiale, si è promosso il modello di “efficienza educativa” basato su tagli, privatizzazione, decentralizzazione e concorrenza tra istituzioni. In America Latina, Africa e Asia, milioni di scuole mancano di infrastrutture minime: acqua potabile, bagni, elettricità, internet. In Europa e negli USA, la massificazione del debito studentesco ha trasformato l’istruzione superiore in una trappola finanziaria che ipoteca il futuro di intere generazioni. Non è una crisi accidentale: è il risultato di un programma deliberato che cerca di indebolire l’istruzione pubblica per aprire più mercato a quella privata.

Ma la crisi si manifesta anche su un altro livello: quello etico e comunicazionale. In molte aule, sotto il travestimento del pluralismo, hanno fatto breccia ideologie reazionarie, discorsi d’odio e camuffamenti dell’estrema destra che intossicano gli studenti e normalizzano l’intolleranza. Si simula progressismo mentre si svuotano di contenuto critico le parole d’ordine. In questo senso, la crisi educativa mondiale è anche una crisi di egemonia semiotica: nell’aula si disputa il senso stesso della democrazia, dei diritti umani, dell’uguaglianza. I loro discorsi autoritari avanzano sotto la maschera della modernità.

A ciò si aggiunge la crisi lavorativa docente. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) segnala che mancano più di 44 milioni di insegnanti nel mondo per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile entro il 2030. I bassi salari, la precarietà, il sovraccarico burocratico e la mancanza di riconoscimento hanno deteriorato la professione docente, scoraggiando nuove vocazioni. Un sistema educativo mondiale senza maestri sufficientemente formati né riconosciuti è condannato ad approfondire le proprie fratture. La crisi educativa non riguarda solo gli studenti, ma anche coloro che insegnano in condizioni sempre più avverse.

Tuttavia, in molte regioni si producono esperienze pedagogiche emancipatrici: comunità che difendono la scuola pubblica, progetti di educazione popolare che resistono al mercato, pedagogie critiche che seminano coscienza trasformatrice. Queste iniziative mostrano che la crisi non è di tutti, ma diseguale e combinata. Proprio nel cuore della crisi si trovano i semi del rinnovamento. La domanda è: quale forza politica, quale movimento sociale, quale progetto storico potrà articolare queste esperienze per trasformarle in politica educativa globale?

La nostra Filosofia della Semiosi si impegna a intervenire sulla crisi educativa borghese che è, in ultima istanza, una crisi economica dei segni con cui pensiamo e agiamo. Le parole “qualità”, “efficienza”, “eccellenza” sono state intossicate dalla logica imprenditoriale e spogliate del loro senso emancipatore. Il compito è rivoluzionarle, restituendo loro il legame con la giustizia sociale, con la verità storica, con la dignità umana. La nostra educazione non può essere un affare travestito da servizio, né una farsa di inclusione digitale, né un laboratorio di addomesticamento ideologico. L’educazione dev’essere la prassi della libertà, la costruzione collettiva di saperi che permettano di trasformare il mondo.

Viviamo una crisi educativa mondiale del capitalismo? Sì, ma non come una catastrofe naturale, bensì come il risultato di un progetto economico e politico globale che cerca di subordinare la coscienza agli interessi del capitale. È una crisi borghese strutturale, semiotica, etica e filosofica. Rivela l’urgenza di lottare per un’altra educazione, liberata dai dogmi mercantili, fondata sulla verità, sull’uguaglianza, sulla solidarietà. Non si tratta di riparare una macchina guasta, ma di reinventare l’educazione come diritto universale e come vivaio di emancipazione. Il futuro dell’umanità dipende da come affrontiamo e combattiamo in modo organizzato questa crisi. Se la si accetta con rassegnazione, l’educazione si ridurrà a un ingranaggio in più del sistema di sfruttamento. Se la si assume criticamente, potrà trasformarsi nella leva di una nuova civiltà. La disgiuntiva è aperta. La sfida è urgente. E la responsabilità è di tutti coloro che credono che l’educazione non possa essere altro che un avanzamento nella rivoluzione delle coscienze.

(Tratto da Telesur)


Capitalismo de ignorantes

Fernando Buen Abad

¿Vivimos una crisis educativa mundial?

Una pregunta seria por la crisis educativa mundial del capitalismo que padecemos, no puede responderse con superficialidades ni con cifras frías tomadas de organismos internacionales que, a menudo, son parte del problema. No basta sólo con contabilizar alumnos matriculados, los índices de deserción, las tasas de alfabetización funcional ni los presupuestos asignados a las universidades.

Esa crisis, tal como es, debe entenderse en toda su densidad histórica, política, económica, semiótica y filosófica. Debe pensarse desde las raíces estructurales burguesas que hacen de la educación un campo mercenario de disputa, y no únicamente desde las estadísticas que recubren el drama con barnices de objetividad demagógica.

En rigor, lo que atravesamos hoy es un conjunto de crisis superpuestas, y entrelazadas, que tocan a la educación como sistema y como proceso, y que obligan a cuestionar la función misma de la escuela, de la universidad y de los proyectos de formación de la conciencia como mercancías.

Es obligatorio recordar que la educación no flota en una mueca filantrópica neutral, está determinada por la lógica del modo de producción dominante y su ideología (falsa conciencia). En un mundo regido por el capitalismo globalizado, la educación está sometida a la dictadura de su mercado.

Sus sistemas educativos son evaluados con criterios de “eficiencia”, “productividad” y “competitividad”, categorías tomadas de la barbarie empresarial y aplicadas mecánicamente a su dictadura pedagógica. Su educación se convierte, así, en adiestramiento mercantil y no en un derecho humano universal. En lugar de formar sujetos críticos capaces de transformar su realidad, se entrenan operadores dóciles para un mercado de trabajo precarizado.

Esta es la primera dimensión de la crisis, la subordinación estructural de la educación al capital, que la corrompe en su sentido más hondo.

Sus cifras confirman esta tendencia. Según datos de la UNESCO (2023), más de 244 millones de niños y adolescentes en el mundo están fuera de la escuela. En paralelo, más del 40% de los jóvenes de países de ingresos bajos no completan la educación secundaria. Estos números no expresan sólo un escamoteo de recursos, sino la desigualdad estructural del sistema mundial, en el cual el acceso a la educación de calidad es imposible bajo las normas y reglas del capitalismo.

Mientras tanto, la educación superior se expande en términos cuantitativos, pero su calidad crítica se degrada o se anula, proliferan universidades privadas de baja o nula exigencia, programas cortos y diplomados pensados como productos de consumo rápido, con el único fin de habilitar competencias puntuales para el mercado. Titulando ignorantes engreídos.

Su crisis se manifiesta también en el plano del contenido. Nunca antes hubo tanta información disponible, nunca antes existieron tantos dispositivos de acceso al conocimiento chatarra; sin embargo, nunca la ignorancia fue tan funcional al poder.

La llamada “infodemia” multiplica contenidos fragmentarios, superficiales, efímeros, sin jerarquía epistemológica. En lugar de conocimiento profundo, se fomenta la hiper-conexión sin reflexión. En lugar de pensamiento crítico, se impone la lógica del “clic”. Esta inundación de información funciona como un distractor masivo que degrada el aprendizaje en las aulas, convirtiendo a profesores y alumnos en petulantes repetidores de flujos comunicacionales vacíos. El capitalismo digital, con sus algoritmos de segmentación y control, ha introducido una nueva dimensión de la crisis educativa, la colonización tecnológica de la conciencia. Mucha basura en muchas cabezas para que nada cambie.

El problema no es sólo cuantitativo ni tecnológico su crisis es también filosófica. En gran parte de los sistemas educativos se ha abandonado la enseñanza de la filosofía, la historia crítica, la teoría política y el arte como herramientas de emancipación. Se las sustituye por competencias instrumentales, por módulos de emprendedurismo, por entrenamientos en resiliencia. Su semiosis en la educación es palabrerío déspota para consumidores engreídos que mastican lenguajes parvularios supuestamente técnicos, para camuflar toda la ignorancia burguesa ante los problemas que ocasiona su poder, con la explotación laboral, con la injusticia social. Se enseña a adaptarse, no a cuestionar. Se entrena para sobrevivir en el sistema, no para transformarlo. Así, su crisis educativa es también una crisis de sentido, su escuela y su universidad olvidan para qué existen. Y son especialistas en eso.

No es casual que los gobiernos neoliberales, en todo el planeta, hayan aplicado políticas de austeridad que desfinancian la educación pública. Desde los años ochenta, siguiendo los dictados del FMI y el Banco Mundial, se promove el modelo de “eficiencia educativa” basado en recortes, privatización, descentralización y competencia entre instituciones.

En América Latina, África y Asia, millones de escuelas carecen de infraestructura mínima: agua potable, baños, electricidad, internet. En Europa y Estados Unidos, la masificación de la deuda estudiantil convirtió a la educación superior en una trampa financiera que hipoteca el futuro de generaciones enteras. No es una crisis accidental, es resultado de un programa deliberado que busca debilitar la educación pública para abrir más mercado a la privada.

Pero su crisis también se manifiesta en otro nivel: el ético y comunicacional. En muchas aulas, bajo el disfraz del pluralismo, han penetrado ideologías reaccionarias, discursos de odio y camuflajes ultraderechistas que intoxican a los estudiantes y normalizan la intolerancia. Se simula progresismo mientras se vacía de contenido crítico a las consignas.

En este sentido, la crisis educativa mundial es también una crisis de hegemonía semiótica: se disputa en el aula el sentido mismo de la democracia, de los derechos humanos, de la igualdad. Sus discursos autoritarios avanzan bajo la máscara de la modernidad.

A esto se suma la crisis laboral docente. La Organización Internacional del Trabajo (OIT) señala que faltan más de 44 millones de docentes en el mundo para cumplir con los Objetivos de Desarrollo Sostenible hacia 2030. Los salarios bajos, la precariedad, la sobrecarga burocrática y la falta de reconocimiento han deteriorado la profesión docente, desalentando nuevas vocaciones. Un sistema educativo mundial sin maestros suficientemente formados ni reconocidos está condenado a profundizar sus fracturas. Su crisis educativa no es sólo de los estudiantes, es también de quienes enseñan en condiciones cada vez más adversas.

Sin embargo en muchas regiones se producen experiencias pedagógicas emancipadoras, comunidades que defienden la escuela pública, proyectos de educación popular que resisten al mercado, pedagogías críticas que siembran conciencia transformadora. Estas iniciativas muestran que su crisis no es de todos, sino desigual y combinada. Precisamente en el corazón de la crisis se encuentran las semillas de la renovación. La pregunta es: ¿qué fuerza política, qué movimiento social, qué proyecto histórico podrá articular esas experiencias para convertirlas en política educativa global?

Nuestra Filosofía de la Semiosis se empeña en intervenir sobre la crisis educativa burguesa que es, en última instancia, una crisis económica de los signos con los que pensamos y actuamos. Las palabras “calidad”, “eficiencia”, “excelencia” han sido intoxicadas por la lógica empresarial y despojadas de su sentido emancipador. La tarea es revolucionarlas, devolverles su vínculo con la justicia social, con la verdad histórica, con la dignidad humana.

Nuestra educación no puede ser un negocio disfrazado de servicio, ni un simulacro de inclusión digital, ni un laboratorio de domesticación ideológica. La educación debe ser la praxis de la libertad, la construcción colectiva de saberes que permitan transformar el mundo.

¿Vivimos una crisis educativa mundial del capitalismo? Sí, pero no como una catástrofe natural, sino como el resultado de un proyecto económico y político global que busca subordinar la conciencia a los intereses del capital. Es una crisis burguesa estructural, semiótica, ética y filosófica. Revela la urgencia de luchar por otra educación, liberada de los dogmas mercantiles, sustentada en la verdad, en la igualdad, en la solidaridad. No se trata de reparar una maquinaria averiada, sino de reinventar la educación como derecho universal y como semillero de emancipación.

El porvenir de la humanidad depende de la manera en que enfrentemos y combatimos organizadamente esta crisis. Si se acepta resignadamente, la educación se reducirá a un engranaje más del sistema de explotación. Si se asume críticamente, podrá convertirse en la palanca de una nueva civilización. La disyuntiva está abierta. El desafío es urgente. Y la responsabilidad es de todos los que creemos que la educación no puede ser otra cosa que un avance en la revolución de las conciencias.

(Tomado de Telesur)

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